Probabilmente una delle poche volte in cui, arrivando in Place Jourdan, non ho avvertito subito l'odore fortissimo di strutto fritto che di solito si espande inesorabile dal chiosco di frites e padroneggia i sensi della zona, un po' perche' la tenda enorme eretta per l'Oktoberfest brussellese ne rubava la scena, un po' perche' grida ed odori eran di altro tipo o magari soltanto perche' la mente gia' si focalizzava su altre destinazioni (non era affatto serata da frites) e la fila e la calca si muoveva veloce, senza dar troppo tempo di pensare ad altro, dettagli inutili direi.
Oktoberfest brussellese, organizzato per 4 giorni qui a Bruxelles, ed inizialmente accessibile soltanto su prenotazione (specialmente restrittiva la prima serata, giovedi', aria piu' da ristorante che da festa di baldoria e umori alticci, dove ogni tavolo, minima sedia, era gia' prenotata e, senza malizia, eran in maggiornanza per eurocrats).
Questa volta invece avevo capito subito che la serata sarebbe stata d'altro tipo, dalle pozzanghere di vomito intraviste qua e la' intorno al padiglione, dalla camminata zigzagante di qualche ragazzo con gli occhi socchiusi, dalle grida che precedevano la luce quando i bestioni all'entrata scostavano la tenda di ingresso e ci introducevano in un clamore apocalittico. La tipa al banco litiga un po' con fogli e foglietti prima di scusarsi per aver perso la nostra prenotazione, ma poco male se alla fine ci inserisce in un tavolo un po' strettini tra due gruppi gia' belli che andati. Quando la signora bella prosperosa e vestita a festa mi ha passato la prima
brezel, mi son tornate in mente scene di infanzia, in Germania, di quelle memorie dai contorni sfumati, di quell'infanzia che pensi di aver vissuto ma non ricordi esattamente, solo magari attraverso qualche parola della mamma o in una foto dai colori invecchiati.
Un gruppo di italiani alla nostra destra inizia ad urlare una delle poche cose che all'estero possiamo ancora gridare con fierezza (ma per altri sette mesi e poi chissa'), e allora giu' con
siam campioni del mondo, siam campioni del mondo, non importa se l'orchestra al centro della sala stesse suonando altre melodie, qualcosa di bavarese, qualcosa di lontano. Scambio qualche chiacchiera con loro, ragazzi in erasmus, uno di Napoli, uno di Caserta, insomma gente a cui posso dire il nome del mio paese, Agropoli, senza perdere troppo tempo nel spiegare dove si trova e perche' esista. Quando il ragazzo di Caserta inizia a parlicchiare un po' inglese con la mia ragazza, l'ho visto un attimo in difficolta' nel rispondere al
where about in Italy, l'ho visto tentennare un attimo ma poi arrendersi e dire Napoli (avra' fatto uno sforzo, lo so), perche' alla fine la maggior parte dei campani all'estero si deve arrendere alla notorieta' (vuoi cattiva, vuoi buona) di Napoli e chi con vergogna, chi con orgoglio, taglia corto e
approssima al capoluogo, soprattutto quando la lingua e' un limite e dire un nome vale piu' di mille spiegazioni e vocaboli mancanti.
Brindando anche alla nostra sinistra, inizio a parlicchiar spagnolo con alcuni ragazzi di Barcellona, lodando la loro bellissima citta' (dove son stato gia' quattro volte), senza mancare qualche accenno ad Ibra proprio quando un sms di mio padre mi avvisa della
goleata a Genova. I ragazzi pero' non muovono un muscolo del viso quando l'orchestra intona
evviva españa e con la mia ragazza (di Madrid) urliamo e agitiamo il tavolo in festa. Nazionalismi, sciovinismi o stereotipi, tutte cose a cui, in clima di festa, non ha senso dar peso ma che pesano ai sorrisi, come macigni d'umori inviolabili: risolvo in una scrollata di spalle e una smorfia di rinuncia.
Mentre i miei due amici francesi cercano di capire come trasportare fino a dieci boccali di birra in una sola volta (potenza delle cameriere teutoniche), un tizio passa ai tavoli cercando di sfollare la sala, con poco garbo, sintetico ma chiaro, invita tutti a celebrare la fine della festa.
All'uscita un ragazzo si addormenta su una transenna, capitolando sull'asfalto e bloccando il traffico per qualche istante, altri ancora continuano cori in lingue a noi sconosciute, mentre cerchiamo subito di fermare due taxi e raggiungere
Le Corbeau. Dividiamo uno dei taxi con una coppia tedesca: il ragazzo butta subito le mani avanti, difendendo il vero Oktoberfest, raccontandoci di aver parlato con uno dei camerieri (tedesco anche lui) e alla domanda
ma perche' non fate ballare la gente sui tavoli? perche' sembra piu' un ristorante che una festa? (ma in tedesco, ovvio) gli ha risposto
perche' altrimenti la gente spende di meno; e alla domanda
ma tu ci sei mai stato al vero Oktoberfest?, un
no sincero ha sintentizzato tutto il business della serata. Qui da appena un mese, ci racconta delle sue delusioni, delle sue aspettative sulla
capitale d'Europa, dell'abitudine all'ordine tedesco e delle scoperte della disorganizzazione brussellese: ennesima conferma dei pensieri di qualche
post fa, anche se io avrei evitato qualche parola un po' forte ed offensiva, soprattutto alle spalle del taxista, soprattutto dopo appena un mese di permanenza, ma le delusioni si sa, vestono spesso d'un po' d'odio, condite con spruzzate di critica amara e forse troppa fretta nei giudizi, quando al
de gustibus si contrappone il confronto, inevitabile ma spesso insensato.
Mi son voltato al vetro bagnato del finestrino, mentre le luci della citta' sfilavano veloci e il taxi ci portava verso nuovi sorrisi, altre emozioni, diversi pensieri.