Cosi' s'intitola la lettera del direttore generale della Luiss verso suo figlio, lettera che trasuda amarezza, rimorsi, impotenza. In poche righe la sofferenza di un padre nel raccontare il mondo che aspetta un neolaureato, lo scenario di un'Italia che vorrebbe diversa, che vorrebbe matura, ma che sembra deludere quando meritocrazia ("di carriere feroci fatte su meriti inesistenti"), corruzione ("Non varrà nulla avere la fedina immacolata, se ci sono ragioni sufficienti che lavorano su altri terreni") e mentalità ("Società divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali") vengono ai commenti, come ricordi o soltanto conoscenze della vita di un padre e le speranze verso quella di un figlio. Come se lo sforzo di un genitore divenisse il fallimento di una generazione ("Avremmo voluto che fosse diverso e abbiamo fallito"), come se andare via fosse l'unica soluzione possibile ("Per questo, col cuore che soffre più che mai, il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la strada dell'estero"), come se intorno fosse davvero una giungla, una lotta, una guerra impari ("trovarti emarginato senza capire perché").
Leggere una lettera del genere dopo due anni all'estero e' un susseguirsi di ricordi, pensieri, osservazioni, e' un groviglio mentale di consensi e negazioni e probabilmente non potrebbe essere altrimenti, perché andare all'estero e' cosi': sarai altrove con il corpo ma creando un fantasma dove il corpo non sarà. Cosi' vivere un'esperienza diversa, conoscere nuovi mondi, ridere e gioire per orizzonti mai immaginati, avere più soldi in tasca, imparare nuove lingue e culture sconosciute, trascinerà sempre con se' i ricordi e gli interrogativi, della vita che si e' voluto cambiare, della vita che non si e' provato a sfidare, dei sorrisi degli amici che come in una foto son rimasti ancora li', degli abbracci familiari che come in un sogno son sempre caldi ma lontani, della propria terra che in un respiro si vorrebbe sentire di nuovo nel corpo. E poi e' vero ("Probabilmente non sarà tutto oro, questo no"), andare altrove non significa altro pianeta, ma soltanto cambiare degli schemi, lasciare compromessi mal sopportati e indossarne altri inattesi: perché va cosi', libertà non e' fare tutto ciò che si vuole, ma far ciò che si vuole nel rispetto degli altri e allora ci saranno sempre schemi e compromessi che per quanto elastici possano essere, saran sempre compromessi. Poi li si prende, li si somma, li si misura sulla propria pelle, li si pesa sulla propria bilancia, e li' i compromessi sposteranno la lancetta del sorriso, magari sarai finalmente felice, magari no.
Non so cosa dirò a mio figlio un giorno, caro direttore generale della Luiss, non so dove sarò e quanti altri errori avrò commesso per averne esperienze di guadagno e saggezza di riflesso. Chiudere una valigia non e' come buttare qualcosa nel cestino: si butta qualcosa di superfluo, qualcosa di cui non si ha bisogno o qualcosa che si può trovare nuovamente, che si può comprare o costruire col tempo. Chiudere una valigia non significa cancellare, dimenticare. E allora cosa fare? In quella sua conclusione ("Preparati comunque a soffrire"), caro direttore generale, in quel suo "comunque" finale c'è tutto ciò, il suo affetto paterno misto d'amarezza suggerisce altrove, altrove son andato anch'io ma non dirò mai "vai via perché e' meglio", non farei mai del mio meglio il meglio di tutti, perché nella mia bilancia ho equilibri sottili e ora son felice ma non posso non rispettare il sorriso di chi rimane. Ecco, caro direttore generale, la devo ringraziare, ho capito che il mio meglio e' come un egoismo ipotetico, me lo tengo per me, e' mio, ma cosi' facendo capisco meglio quello degli altri e imparo a rispettare tutte le scelte, soprattutto quelle opposte.






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