giovedì 27 gennaio 2011

La consapevolezza della memoria

Oggi è il giorno della memoria, infatti volevo dirvi una cosa ma me la son già dimenticata, appunto. E domani ci saremo già dimenticati che oggi era il giorno della memoria, come al solito.

mercoledì 26 gennaio 2011

Che un po' di Puglia non fa male

Quando ti trovi sabato sera in una serata dall'aria italiana a Bruxelles e dal nome curioso, le sud c'est chic, c'è sempre chi in questo tipo di eventi, di serate con il tema del Bel Paese, non ci vuole proprio andare, perché all'estero si vive all'estero e tutto ciò che ha i colori di casa bisogna evitarlo, anche se poi a casa si mangia pasta e si parla italiano, come c'è sempre chi a queste serate dal suono familiare vuole andarci a tutti i costi portando con se amici e passione, perché all'estero ci si è andati senza mai dimenticare casa, anche se si vive altrove e spesso bisogna far finta (o magari ricordarsi) d'essersi spostati per davvero.
Ma poco importa quanto italiani ci si possa sentire e da quanta Italia si voglia fuggire e importa ancora meno a tutta quella gente straniera, affollata gioiosa al bancone o a riempire di corsa la pista, d'ogni alfabeto e nazione, magari belgi d'origini italiane venuti a ricordare le canzoni del nonno e panorami fantasticati, quando la musica si diffonde sovrana è tutto un bagno d'allegria, perché alla pizzica salentina non si può resistere immobili: bisogna ballare, sorridere, lasciarsi trascinare, anche se magari non si capiscono tutte la parole, ma un dialetto è storia e cultura, è musica e basta a far ballare, tutti insieme.


E a qualche migliaia di chilometri da casa, ecco che si ritrovano in una ballata popolare italiani d'ogni angolo dello stivale, perché un po' di Puglia non fa male, a te campano e lui fiorentino, a lei romagnola e l'altro di Torino, non fa male a chi ha lasciato lu sule, lu mare, lu ventu e non fa male a chi forse più giù di Roma non c'è mai andato, non farebbe male a chi al governo urla e rilancia al razzismo nazionale e a chi di loro col fazzoletto verde viene fin qui a Bruxelles a riscaldare una poltrona per qualche ora, né a chi si ritrova nel piacere di un folklore sconosciuto, parte di quella terra che ha lasciato e piacevole scoperta in una capitale straniera piena d'Italia, più di quanto si possa immaginare, per alcuni anche troppo. Così chi davvero storceva il naso al solo nominare qualcosa del tricolore, ecco che si ritrova euforico a ballare con chi per quel tricolore ancora morirebbe irrazionalmente (o almeno nel parlare), entrambi, insieme in un sorriso: potenza della pizzica salentina e non importa se a fine serata ognuno tornerà alle proprie convinzioni estreme, un po' di Puglia non gli avrà fatto male e si ritroveranno magari a canticchiare quel ritornello dell'ultima canzonese nu te scierri mai delle radici ca tieni rispetti puru quiddre delli paisi lontani, senza capirne il senso, forse dimenticandole dopo qualche ora e rimpiazzandole con parole nuove inventate o magari interpretandole davvero, ciascuno a modo suo. E Bruxelles è anche questo.

lunedì 24 gennaio 2011

35.000 volte amaro

Ma che bello ritrovarti di colpo in mezzo a 35.000 e più persone quando non te ne aspettavi davvero tante e voltarti in ogni direzione senza riuscire a vederne la fine; che bello vedere persone di ogni età, giovani e anziane, mamme con bambini mano nella mano, mamme con bambini in carrozzina, chi con il cane a passeggiare e anche il cane addirittura vestito di colori e lettere: certo, sembra troppo strano vedere cose del genere, venendo da un'Italia in cui con quella tranquillità, con quel quadretto familiare, spesso non si pensa di andare nemmeno allo stadio, perché troppo pericoloso, figuriamoci ad una manifestazione contro la classe politica, dove c'è la possibilità che qualche seguace di Cossiga sguinzagli i soliti teppisti specializzati per creare fuoco e fiamme sui cui far leva poi il giorno dopo nelle programmate dichiarazioni di populismo e falsità.
Ma che bello farsi compagnia con 35.000 e più volontà, unite, senza una bandiera di partito a inquinare l'atmosfera (giusto qualche maglia rossa alla fine del corteo, ma più amanti del Che che rappresentati di partito), senza le facce di quella classe politica che prima di scendere tra la folla dovrebbe sempre misurarsi con il proprio operato e la propria coerenza: certo, troppo diverso per chi viene da quell'Italia in cui al No B Day addirittura compariva lo spauracchio D'Alema ed altri volti ignavi o a sponsorizzare e strumentalizzare le manifestazioni, se pur nate dal web come quella belga, poi comparivano sempre loghi di partiti che dicono, gridano ma poi deludono.
Ma che bello star in mezzo a quel mare di 35.000 e più voci, cori, slogan e speranze, pur essendo straniero ma non per quello estraneo a fatti ed opinioni, pur contando poco perché appunto non avente diritto al voto, all'arma democratica; certo, una manifestazione non può cambiare la realtà politica in una notte, non risolve una situazione stagnata in 7 mesi di chiacchiere e non è il tocco di una bacchetta magica che tutto illumina all'indomani, ma si ha questa certezza proprio perché venendo da un'Italia in cui non si smuovono le cose nemmeno per sentenze di corruzione, per collusioni mafiose, per scandali sessuali e contraddizioni quotidiane, dove appunto le cose sono talmente immobili che non si può riporre la fiducia in una se pur affollata manifestazione.

Ma il punto è proprio quello: che quando ti ritrovi in mezzo a tanta foga e sorrisi e vedi tutto in modo strano, quando la normalità altrui appare come qualcosa se non irreale almeno inattuabile dalle tue parti, indipendentemente dalle motivazioni e dai fini, è la prova che c'è qualcosa che non va o che sicuramente si potrebbe migliorare. Tutte quelle stranezze, quelle osservazioni generate da confronti sicuramente leggeri, sono cause di un'assuefazione che trasforma in normalità ciò che altrove è insopportabile, che aliena o addirittura scoraggia, assuefatti in sterili soddisfazioni per una vignetta satirica o una battuta di Crozza mentre intanto si muove poco e si alimenta un degrado contagioso.
E tornando a casa, dopo il bagno di folla di 35.000 voci, te la senti in gola quell'amarezza, 35.000 volte più forte del normale.

domenica 23 gennaio 2011

Shame!

Vergogna! La manifestazione di oggi contro la classe politica belga
che da più di 6 mesi è impegnata (stagnata) nella formazione di un nuovo
governo dopo le recenti elezioni. 35.000 e più voci di dissenso.
Foto scattate qui.

venerdì 21 gennaio 2011

Cosa pensano della fretta le bambine brussellesi

Quando alla pausa pranzo esci per respirare aria che non sia di carta e processori (non importa se poi fuori è di traffico e motori, almeno il freddo ti risveglia, di colpo), ti accorgi di non avere con te di quei coriandoli che fanno girare il mondo e con cui sei costretto a barattare il pranzo, allora ti dirigi verso i bancomat all'angolo, mentre Bruxelles colora di grigio un cielo già poco splendente. Il primo sulla destra mostra un messaggio che lampeggia sullo schermo, poco rassicurante, una signora occupa quello al centro e all'ultimo c'è una bambina a giocare con i tasti e più che premerli li bastona, più che usare le dita li schiaccia con le mani, allegramente. Prima fai un passo nella sua direzione, istintivamente, perché quello sportello è libero, o meglio nessuno lo sta utilizzando per il suo scopo principale: erogare coriandoli colorati. Poi però interrompi il passo e ti metti in fila, dietro la signora, perché non vai di fretta e puoi aspettare qualche minuto, perché in fondo - pensi - chi diavolo sei per interrompere il gioco di una bambina, che imita la mamma lì al lato e gioca coi bottoni? E perché il tuo bisogno di coriandoli dovrebbe essere più importante del gioco della ragazzina?
Poco importa se la mamma non bada alla piccola, non pensa che qualcun altro potrebbe aver bisogno del bancomat, hai tempo e aspettare non ti pesa, anzi ti rallegra vedere la piccola giocare, che per un attimo si volta, ti guarda, magari capisce e invece no, ti ignora e tu pensi torni a giocare e invece torna nelle sue complesse operazioni bancarie, è impegnatissima, la piccina. E tu torni ad aspettare.

Poi d'improvviso arriva un signore che porta con sé una fretta elettrizzata, si vede che la porta addosso con gran sforzo, e con quella fretta lancia un primo sguardo alla tua fila, un secondo alla bambina e senza dire una parola la sposta come si sposterebbe un sacco di patate. Ma la piccola non è un sacco di patate, si volta e ti guarda con gli occhioni grandissimi e la bocca tremante (preludio di un pianto che non esploderà) e insieme, quasi fosse un coro, pensate "Ma tu guarda che stronzo". Lo so, le bambine piccole non dovrebbero dire certe parole, stronzo, ma lei lo ha pensato, lo so, lo hai sentito con gli occhi, hai visto il labiale con il cervelletto, ha detto proprio stronzo. E poco importa se la bambina non parlasse italiano (i bambini parlano tutte le lingue del mondo, basta soltanto saperli ascoltare), ha pensato proprio "Ma tu guarda che stronzo", con la z un po' addolcita e un leggero accento francese sulla o, prima di voltarsi di nuovo verso la mamma e afferrarle i pantaloni in cerca di rifugio.

E mentre il signore della fretta preleva i suoi coriandoli vomitati dalla macchina monotona, si volta in basso a destra e guarda la piccola regalandole un sorriso, addirittura.

La fretta. La fretta - pensi -  ci fa davvero dimenticare attenzioni naturali, troppo spesso ci rende quasi insensibili o giustifica chi insensibile lo è abitualmente, troppo facile poi dire "andavo di fretta" perché la fretta magari era per cose futili che possono attendere, basta distribuire le importanze. Siamo noi che non sappiamo attendere, nella macina quotidiana, e finiamo col diventare anche stronzi, come pensano le bambine qui a Bruxelles.

martedì 18 gennaio 2011

Lode a una goccia di sudore

Appena entri nel vagone della metro tra la fretta dell'ufficio, il sonno che ancora bagna gli occhi e ne appesantisce le palpebre (magari nella speranza di qualche altro frammento di quel sogno, quello interrotto dalla sveglia) e lo spintone di chi dimentica sempre di portare con se una valigia, uno zaino enorme sulle spalle o addirittura il proprio corpo, quasi fosse un oggetto estraneo o un peso immeritato, ecco che alle narici arriva repentino l'odore forte ed acido di un sudore impregnante, nauseante, assassino, ma troppo tardi, la campanella ha già suonato stridulamente e le porte sono chiuse, si parte, e il pensiero va subito alla prossima fermata per cambiare vagone, per scappare da quella trappola, per sopravvivere al tanfo che già avrà stordito più di un passeggero, risvegliato in una smorfia di dolore.
Poi lanci lo sguardo tra le maschere mattutine e tra chi s'immerge in una lettura, chi si cerca nel riflesso del finestrino e chi continua a fissarsi le scarpe quasi mostrassero la risposta ai dubbi giornalieri, non riesci a capire chi sia la fonte di quella micidiale essenza quando ecco che in fondo vedi una ragazza piangere, non è raffreddata, non ha qualcosa nell'occhio, sta piangendo, per davvero, e ti dispiace, anche se non la conosci, anche se magari stesse piangendo per aver commesso il più grave dei delitti o soltanto per non aver trovato la sua taglia di jeans nella bufera dei saldi di inizio anno: ti dispiace, perché sono lacrime.

E ti rendi subito conto di quanto sfortunata sia una goccia di sudore, ti fa quasi pena, che in fondo come una lacrima è il prodotto di un'emozione, di uno sforzo, uno spavento, ma non c'è confronto: alla lacrima han già inneggiato mille e più canzoni, rimato poesie e dedicato scene indimenticabili di pellicole e fotografie, c'è chi bacerebbe una lacrima stringendo forte la propria amata e chi ne farebbe l'ingrediente principale di un incantesimo prodigioso, ma alla goccia di sudore niente, il nulla, neanche per scherzo, neanche tra folli. Eppure la goccia di sudore è lì, quando corri dalla tua amata per non arrivar in ritardo, per non lasciarla attendere e magari deluderla, la goccia di sudore è lì quando ti ritrovi in un amplesso notturno e l'amore galoppa tra sensi e desideri, la goccia di sudore è sempre lì nei momenti più importanti quando al colloquio sei emozionato e l'ascella non trattiene. La goccia di sudore è allora presente negli attimi cruciali della nostra esistenza, è lì ad accompagnarci ma ahimè per lei non c'è riconoscimento. La goccia di sudore è allora più importante di una lacrima, ma non c'è nessuno a coccolarla, anzi è proprio lei l'ennesima vittima della società dell'apparenza, che si adempie a coprire i segnali naturali di quello che tra mammiferi è anche comunicazione non verbale, attraverso gli odori. E il problema è proprio quello: che la goccia di sudore puzza e dove c'è puzza non c'è poesia.

Quando il vagone si ferma di nuovo, per l'arrivo alla fermata tanto sperata, quasi ti dispiace andar via e lasciare quella goccia di sudore senza fama, poi però l'amaro in gola e le narici disorientate vincono presto il dispiacere e scappi, scappi senza voltarti. Sarà anche per quello che il sudore puzza - pensi - nel 2011 dopo Cristo, non è più un segnale nell'evoluzione secolare, il sudore sarà incazzato nero e puzza e continuerà a puzzare fin quando qualcuno non lo renderà protagonista tessendogli canzoni e lodi. Nel frattempo, non ci resta che scappare.

venerdì 14 gennaio 2011

Nel passato degli altri

Bruxelles. Poco prima dell'intervallo natalizio una coppia di amici italiani organizza un pranzo per salutare chi a breve sarebbe partito per il rientro, così ti ritrovi tu, italiano del sud, con la tua ragazza spagnola del centro, un ragazzo belga del sud e la ragazza brasiliana del nord, un altro italiano del sud e la ragazza belga del nord. Latitudini incrociate. Tra un piatto tipico latino, un contorno mediterraneo ed un secondo nordico, qualcuno gioca con Youtube per il sottofondo musicale quando all'improvviso ecco La guerra di Piero ed un coro sommesso si diffonde tra la tavola, chi con le labbra socchiuse a mormorare, chi quasi fosse un inno, chi ridendo insieme agli altri, per dei versi inconfondibili, mentre gli stranieri si ritrovano un po' messi da parte durante il siparietto canoro a loro estraneo.
La ragazza italiana ti confida: "Ecco, vedi, ogni tanto, qui a Bruxelles... con gli stranieri, questo mi manca, questa complicità in alcune cose che fanno parte della nostra cultura".

Madrid. Durante il rientro natalizio che oramai si divide sempre tra (almeno) due paesi, ti ritrovi a giocare con la Playstation ad un quiz di gruppo, Buzz, a casa di ragazzi spagnoli, amici della tua ragazza. Questa volta lo straniero sei tu, però ti senti a tuo agio nel parlare con loro, con chi - potenza e menzogna della cordialità - loda il tuo accento quasi madrileño per farti sentire ancora più integrato e pronto a goderti la serata. Al quiz però le domande sono sì di cultura generale, ma la scelta spesso cade sulla televisione (spagnola), su libri (spagnoli o comunque dai titoli tradotti e cambiati in spagnolo), su musica (spagnola), etc. E ti rendi subito conto che per quanto tu possa parlare la loro lingua, star insieme ad una di loro, conoscere i loro piatti tipici ed il loro campionato di calcio, ti manca ancora tanto, tantissimo, per acquisire quella complicità e quella cultura che non conosci.

Un po' come al pranzo a Bruxelles - pensi - quello che mancava era il passato in comune che solo persone della stessa nazionalità possono avere, che ne identifica il gruppo perché ognuno si ritrova in conoscenze naturali, immagini, suoni abituali. L'identità nazionale non è altro che una cultura, un'abitudine di cose, conoscenze, luoghi e l'integrazione passa inevitabilmente anche da lì e c'è bisogno di tempo, tanto, per conoscere il passato degli altri.

mercoledì 12 gennaio 2011

E i belgi si svegliarono incazzati

E mentre molte famiglie brussellesi lasciano gli alberi di natale fuori la porta, per la strada, sui marciapiedi, come tanti scheletri delle feste passate, al freddo e denudati, niente addobbi né colori dopo le lunghe notti di regali e rumori, nell'attesa che gli addetti comunali passino a raccoglierli per l'ultimo processo del loro destino: un riciclaggio che nobilita, si dice; mentre la metro ricomincia ad affollarsi nuovamente, per respirare nel sospiro altrui in ragnatele di braccia sospese e corse affrettate verso scrivania ed impegni, nel ritorno alla macina quotidiana, sicuramente reso più duro dalla pausa appena terminata; mentre si rivedono le stesse facce in Gare du Midi, quelle che il Natale non è mai arrivato, quelle per cui la baraonda dei saldi di inizio anno non esiste né provoca eccitante insonnia, le facce dei senzatetto aggrappate a corpi senza troppe energie, mentre nel bicchiere lasciato lì, accanto ai piedi o teso tra i muscoli paralizzati, cadono poche monete spesso spese per una Jupiler in più, perché magari meglio stordire le cento voci dei probabili tormenti con un po' di birra, meglio cadere nell'ennesima sonnolenza alienante e sperare in uno straccio di sogno, elemosinando alle connessioni neurali qualche surreale soddisfazione che lasci poi un sorriso al risveglio, anche solo per qualche instante; mentre Bruxelles ritorna ai suoi ritmi consueti, insomma, ecco che i belgi si svegliano un po' incazzati per l'anno nuovo, perché dopo più di sei mesi senza governo, da quando il re subito dopo le elezioni di giugno è dovuto passare dall'ispettore al pre-formatore, dai mediatori al chiarificatore fino al conciliatore (tante cariche, pochi risultati) per formare il nuovo governo cercando di trovare un accordo tra i diversi partiti francofoni e nederladofoni (per la finanziaria, per la regione di Bruxelles e la sopravvivenza del paese inteso come Belgio), si è arrivati ad un punto in cui non si può cercare di far bere un cavallo che non ha sete, e la risoluzione della crisi di governo sembra ritardare sempre più, anzi sembra impossibile tanto che si decide di scendere in piazza con un'unica parola, Vergogna (ufficialmente Shame, in inglese, giusto per non dividersi già dal titolo della manifestazione, anche questo è Belgio).

Vergogna. Nessun governo per il nostro paese dopo 200 giorni.
Va bene, va bene, si sono incazzati.
Resta da vedere quanto incazzati saranno questi belgi, se alla fine saranno i soliti cori monolingui dell'ultima volta, conferma e non altro di un paese che - per alcuni - non c'è, o l'atteso stimolo efficace (?) per smuovere trattative sempre più macchinose e deludenti. Intanto Bruxelles continua, inevitabilmente.
Il re del Belgio, Alberto II: La Costa d'Avorio, ecco un paese! Votano
e una settimana dopo hanno due governi! Qui... sei mesi... e che?
Da una vignetta del quotidiano Le Soir, ironizzando sul Belgio e
 la recente (e drammatica) situazione in Costa d'Avorio.

lunedì 10 gennaio 2011

La scomparsa dell'emigrante (nel 2123)

Il giorno che il teletrasporto divenne d'uso comune fu l'inizio di una nuova era per l'umanità, secondo molti, un po' come quando più di un secolo prima s'era diffuso internet in tutte le case e la vita non fu più la stessa, inevitabilmente. In fondo era tutto così semplice: le tue particelle venivano memorizzare generando tera d'informazioni, trasmesse velocemente nella rete, ricomposte in un luogo e distrutte in un altro e pluff, eri stato teletrasportato entrando in quella specie di doccia metallica e rivoluzionaria. Fin troppo semplice, tutti oramai lo usavano quotidianamente. Solo con TeleportationRyanair c'era il limite di 150 terabyte, ma alla fine i prezzi erano contenuti e nessuno era ancora morto.

I pensieri - dicevano alcuni - non venivano ricostruiti nella stessa posizione in cui erano alla partenza, spesso un dubbio rimaneva irrisolto, se nell'attimo della luce verde s'era pensato ad una soluzione ecco che rimaneva non trasmessa e alla ricostruzione finale perduta. Alcuni dicevano di sentire come un singhiozzo, una sorta di nodo in gola, ma durava un istante e già si era dall'altra parte dell'emisfero.
C'era qualche millesimo di secondo, tra il completamento della ricostruzione nel punto di destinazione e l'inizio della distruzione nel punto di partenza, c'era un momento in cui il teletrasportato esisteva in due luoghi distinti nello stesso istante e se ci si innamorava esattamente in quell'instante della ragazza che ci precedeva nella fila o del responsabile del punto di teletrasporto, l'amore andava perduto perché troppo tardi, non era stato trasmesso, non era stato ricostruito altrove e quanti amori si perdevano così, ogni giorno, nel 2123.

L'immigrazione clandestina era ben controllata attraverso le informazione che oramai tutti trasportavano nel chip impiantato sotto pelle, senza visto nel chip non si andava in quel determinato posto anche se spesso si leggeva di reti pirata e porte non registrate, mentre alcuni criminali venivano direttamente teletrasportati, se identificati, in apposite camere delle stazioni di polizia. Potenza di quel maledetto chip.
Il papa con solenni parole aveva rinnegato il teletrasporto, esternando dubbi sulla ricostruzione dell'anima e riempiendo qualche titolone di giornale, poi qualche mese dopo si seppe che gruppi di preti lo usavano per inviarsi tra loro bambini.
Il mondo non era più lo stesso. Era così comodo svegliarsi a Roma, presentarsi la mattina in ufficio a Sidney, poi bersi una pinta con qualche amico a Dublino e tornare a casa. L'ultimo vero problema, il fuso orario, era stato annullato con qualche polemica: no, non si poteva cambiare la rotazione della terra ma si potevano cambiare alcuni ritmi umani, così non esistevano più i turni lavorativi di una volta, gli uffici non chiudevano mai, la vita non si fermava e la gente dormiva sempre meno grazie a quelle benedette pillole. C'è chi diceva che saremmo andati al collasso come civiltà, ma lo dicevano da almeno due secoli eppure si stava sempre lì, a scavare più a fondo per alcuni, a salire sempre più in alto per altri.

"Nonna - domandò il piccolo in una smorfia crucciata - ma prima del teletrasporto come funzionava?".
"C'erano gli emigranti - rispose la nonna - gente strana, partivano con le valigie piene di speranze e la testa piena di incertezze, per cercare lavoro a migliaia di chilometri da casa".
"Cosa è un chilometro nonna?" Domandò incuriosito.
"Con il teletrasporto ne fai mille in un secondo, piccolo mio!".
"E gli emigranti andavano davvero così lontano? - Sapeva che in un secondo si attraversava il mondo con il teletrasporto - Eppoi nonna, senza teletrasporto non potevano tornare così spesso, vero?".
"No, non potevano - e quasi a ricordare qualche racconto del padre - tornavano ogni tanto con gli aerei, dei mezzi di trasporto che si usavano decenni fa, tornavano sempre un po' cambiati, si dice, chi con lamenti, chi con il sorriso, gente strana t'ho detto... ".
"Però nonna... tu dici sempre che chi prende il teletrasporto poi torna cambiato, non è lo stesso allora?".
"Certo che torna cambiato!, quelle docce infernali ti distruggono e ti ricreano ogni volta - ebbe quasi uno scatto dalla poltrona - dopo ogni viaggio... non sarai mai più lo stesso, io non ci passo attraverso quei cosi!"
"Ma nonna allora siamo tutti emigranti!", esclamò il piccolo tra innocenza e incomprensione.
"Ahhahahahh - la signora esplose in una risata nostalgica - ma sì... siamo tutti emigranti, come i miei bisnonni, e io che pensavo che fossero scomparsi questi emigranti, come dicono tutti... gente strana siamo, che abbiamo bisogno di varcare una porta per cambiare un poco, che sia la soglia di casa o un teletrasporto - a quel punto la signora parlava più con se stessa che col nipote - a volte servono chilometri per capire meglio gli altri e noi stessi, per mescolare un po' di pensieri e distruggere incomprensioni e ricreare stimoli, in quella porta c'è tutta la metafora dell'emigrante...".

A quel punto il piccolo avrebbe voluto chiedere alla nonna cosa fosse mai una metafora ma si fermò, istintivamente capì che non era il momento giusto e per un attimo ebbe come un sorriso di soddisfazione nell'aver scoperto, lui, così giovane e inesperto della vita, che gli emigranti non erano scomparsi ma anzi lo erano un po' tutti, forse proprio come qualche secolo prima, quando non si varcava un confine ma si andava semplicemente altrove, a scoprire il diverso, cambiar pelle e pensieri, a mille chilometri o a pochi metri, ognuno immigrante nel mondo degli altri.

venerdì 7 gennaio 2011

7 miliardi intorno a te

Per il 2011 dovremmo toccare per la prima volta quota 7 miliardi, di persone. Non sono pochi, s-e-t-t-e m-i-l-i-a-r-d-i. E contrariamente a quanto verrebbe da pensare, non è lo spazio il problema principale da affrontare di fronte a simili previsioni, ma qualcosa di tanto più banale quanto più difficile da realizzare, soprattutto guardando quelle solite classifiche annuali dei paesi migliori o soltanto provando ad immaginare cosa saranno a breve megacittà come Tokyo (34 milioni di persone), Città del Messico (23) o la più vicina Londra (12).

giovedì 6 gennaio 2011

Per l'Epifania c'è mancato poco che diventassi re

Per l'Epifania in Belgio non ci sono calze né befane, non è un giorno festivo ma
c'è un dolce tradizionale tutto francese: il Galette des Rois, buono e simpatico, simpatico
perché all'interno a sorpresa c'è l'icona di un re e chi se lo ritrova nella propria fetta
indossa una corona venduta insieme al dolce e diventa re (del nulla).
Foto scattata in ufficio oggi, qui.

mercoledì 5 gennaio 2011

Quella benedetta qualità di vita

Ci sono alcune frasi che ti vengono ripetute quasi a canzoncina quando rientri a sud da emigrante perché anche senza volerlo si tira fuori il solito discorso dell'estero, vantaggi e svantaggi annessi, come se tu, lì, in quel momento, rappresentassi tutto l'estero del mondo, l'altrove, la vita al di fuori dei confini, e sarà uno scudo dell'interlocutore, sarà una difesa, sarà un effetto involontario o semplicemente la convinzione profonda di colui che afferma, ma quella frase salta sempre fuori, "sì ma qui la qualità della vita è più alta" oppure cose del tipo "sì ma quello che mangi qui non lo trovi fuori" ma anche "sì ma guarda che sole! Quanti gradi hai detto che c'erano a Bruxelles?".

E anche se non avevi per nulla intenzione di difendere Bruxelles o Dublino o altre mete straniere, non avevi neanche accennato ad un confronto, perché un confronto spesso non ha senso, perché non esiste il paradiso universale ma ognuno ha un insieme di compromessi personali da soddisfare, ognuno ha una propria bilancia da far quadrare pesando la famiglia, il lavoro, gli stimoli e tanto altro, ecco che quella frase esce fuori, magari detta da chi a quasi 30 anni vive ancora con i suoi e ha la madre che schiava affettuosa gli cucina, gli lava i panni, gli rammenta i pantaloni o da chi raramente ha varcato i confini nazionali e spesso senza miglioramenti. Ma c'è qualcosa che sfugge sempre: che la qualità della vita non è soltanto un raggio di sole, non è soltanto la pizza originale o il piatto di pasta asciutta, ma è anche la consapevolezza di un sistema sanitario efficace, di infrastrutture di comunicazioni efficienti, un livello quanto più basso di corruzione e criminalità ed altri fattori che non a caso sono presi in considerazione durante le indagini annuali dei vari indici mondiali sulla qualità della vita, senza contare che da disoccupati certe affermazioni diventano ancora più traballanti in posti, come ad esempio il Sud Italia, sicuramente bellissimi ma dove la qualità della vita va peggiorando, ufficialmente.

Ma tutto ciò conta poco, perché bastano dieci gradi in più e la cultura del mangiar bene a considerarsi fortunati per avere una qualità della vita superiore, quando basterebbe semplicemente dire d'essere felici dove ci si trova e niente più, perché il punto è proprio quello, felici ma senza bisogno di giustificazioni azzardate, perché io per adesso son felice qui a Bruxelles e tu sei felice lì dove vivi a sud, non ti dirò mai che qui si vive meglio perché non conosco i tuoi compromessi, la tua bilancia ed i tuoi sorrisi, ma ti prego lascia stare la qualità della vita, perché altrimenti chi vive a Vienna o a Vancouver avrebbe qualcosa da ridire, perché loro vivono nelle città con la migliore qualità di vita del mondo, anche se tu non saresti d'accordo e non t'interessa, non interessa neanche a me, io sto bene qui, tu stai bene lì e scambiamoci un sorriso.

martedì 4 gennaio 2011

Berlusconi invade la Spagna

Mentre la settimana scorsa sei a Madrid per terminare le vacanze natalizie. chiacchierando con un ragazzo spagnolo si finisce sull'argomento Berlusconi, che quando lo nominano con gli occhi già sbuffi che non ne puoi più e preferiresti parlare d'altro.
lui: Ma lo sai che oramai sta invadendo anche la Spagna?
io: Scusami, che vuoi dire?
lui: Che si è comprato un altro canale televisivo qui in Spagna, adesso ne ha due!
io: Ah, veramente?
lui: Sì, e hanno subito rimpiazzato un canale di news della BBC con un canale che trasmette il Grande Fratello, 24 ore su 24!
io: Ah - e ti nasce un sorriso tra sorpresa e beffa - informazione rimpiazzata con la spazzatura.. dov'è che l'ho già sentita questa storia?

E in effetti è vero, Mediaset, già proprietaria di Telecinco, ha acquisito anche Cuatro, diventando il più grande gruppo televisivo spagnolo, proprietà della famiglia Berlusconi, che tramite le controllate si trova ad essere anche proprietaria di El Pais, quotidiano spagnolo di sinistra (e adesso?) spesso in attacco proprio contro il presidente del consiglio dedito ai festini. Di queste manovre è stato vittima un canale della Cnn+ (e non BBC come diceva il ragazzo, ma cambia poco), rimpiazzato con quello che in Spagna sembra vada tanto, il reality monnezza.
Insomma Berlusconi invade anche la Spagna, tra televisioni e giornali. Ho come l'impressione che questa notizia non piacerà a diversi italiani emigrati nel paese del Jamón...

Meloni e pizza

Una volta sui contenitori delle pizze da asporto c'era Troisi, Totò, Eduardo De Filippo
e Pulcinella. Adesso c'è l'immagine moderna della donna così come la si vuole vendere.
Sicuramente tirano più due meloni in bella vista che un carro di icone napoletane.
Anche questi sono segni dei tempi che cambiano (e degradano).
Foto scattata a Salerno una settimana fa, qui.

lunedì 3 gennaio 2011

Le conseguenze dell'amore

Al rientro in una Bruxelles meno gelida del previsto l'impassibile bilancia segna +1.8Kg dopo appena 10 giorni di vacanze natalizie in quel sud Italia dal calore familiare ed è solo allora che comprendi profondamente il senso ed i propositi celati da quell'immancabile frase di tua madre (e delle nonne) al primo abbraccio, quella frase che rappresenta un classico oramai, quasi un'amorevole minaccia, forse soltanto un irrefrenabile istinto di trasmettere affetto attraverso un'alimentazione giudicata inevitabilmente insufficiente, che se non te lo dicessero quasi non ti sentiresti a casa, quasi ti mancherebbe qualcosa, ma tranquillo, difficilmente ometteranno quel coro ed allora eccolo là quel "Ma come ti sei sciupato" e già ti senti ingrassato.

andima a Bruxelles :: blog di un sognatore (italiano dicono) a Bruxelles
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