martedì 31 maggio 2011

La rivoluzione intorno

Ti ritrovi in uno dei 19 comuni brussellesi venendo da uno dei restanti 18, per il cambio di indirizzo dopo un trasloco interminabile, che dopo due anni fa bene cambiar zona, anzi rivoluzionarla dalla vicinanza degli uffici delle istituzioni europee all'abbondanza di vita per strada, forse più autentica, fa anche meglio. Ti dicono di andar all'ufficio 12 e non c'è fila per fortuna, solo un uomo in attesa, dall'aria rassegnata, di fronte alla porte, chiusa. Non c'è nessun numero da staccare né qualcuno allo sportello, allora guardi l'uomo che ti indica la porta e bussi, per entrare, per capire. Dentro cinque persone, chi mangia uno yogurt, chi parla al cellulare, chi alla macchina del caffè, chi parla col collega e nessuno che ti rivolge l'attenzione, come se per qualche secondo fossi stato un fantasma, lì al centro della stanza, circondato da scrivanie e scartoffie. Allora tossisci, che tossire funziona sempre, te lo insegnano nei film, e anche un fantasma può tossire, forse, ed ecco che uno di loro ti domanda la ragione della visita e ti invita ad aspettare fuori, dopo il signore, quello in attesa della porta chiusa, anche tu ad indossare la macchina del rassegnato, al tempo, alla fila, allo stimolo lavorativo degli impiegati pubblici. Ma se nessuno era occupato, o meglio, se nessuno era occupato in faccende di lavoro, perché quel signore era ancora in attesa fuori?
Esci ed aspetti un po'. La porta chiusa si apre ed inghiottisce il signore, ma con calma. Eppoi il tuo turno, prima o poi.

Gli indignados spagnoli, così come tanti noi altri spesso al facile lamento verso la classe politica, dovrebbero indignarsi per quello che c'è intorno, prima ancora (o al contempo) dei vertici che in fondo vengono dai cittadini, sono sfornati da una certa cultura e non c'è nessuna trasformazione, solo probabilmente un peggioramento quando spostati da un micro-mondo ad uno più amplio, con più poteri e margini di guadagno, con meno controlli e più garanzie per il proprio futuro. I politici siamo noi, con una poltrona migliore a coccolarci ed una cravatta ad abbellire le parole. I politici sono intorno a noi, quotidianamente, ma senza far comizi o promesse elettorali, sono lì, in embrione o forse sbocciati male, in mezzo alla cultura che poi li rinnega per un'irraggiungibile soddisfazione. La rivoluzione andrebbe fatta intorno, allora, o dentro, nella natura umana, ma senza fretta, che ognuno ha la propria vita da rincorrere e risolvere.

venerdì 27 maggio 2011

Vediamo se ho ben capito

Fare cick sull'immagine e navigare il flusso. Ovviamente si accettano miglioramenti,
commenti o qualsiasi altro riscontro, lo avevo in testa da qualche giorno e, sì,
ne è uscito qualcosa di abbastanza complesso ma a semplificarlo troppo poi si
perdono tanti, troppi dettagli, no?

giovedì 26 maggio 2011

E intorno c'erano tanti angeli

Quel giorno la mamma piangeva più del solito ed era strano perché quando l'uomo delle medicine veniva, lei era sempre felice, che di medicine ne aveva sempre bisogno, la mamma, diceva che le facevan bene e stava meglio poi, meglio di quando non ne aveva, che piangeva e aveva le crisi e a volte piangevo anch'io, che alla mamma le ho sempre voluto bene, io. Quel giorno però la mamma mi disse di andare con l'uomo delle medicine, mi abbracciò forte, piangendo e mi disse che piangeva per le sue crisi, che non dovevo farci caso ma io alle lacrime di mamma ci faccio sempre caso, mentre l'uomo delle medicine mi aspettava in macchina e neanche parlava, aveva una faccia brutta ma diceva che mi avrebbe portato nella casa dove stanno gli angeli, che io non c'ero stato mai e allora mi piaceva l'idea, che tutti mi dicevano che avevo i capelli di un angelo e il viso di un angelo e allora volevo andarci, lì, dove ci son gli angeli, nella casa del Signore. E anche se aveva la faccia brutta brutta, l'uomo delle medicine mi diede della cioccolata, mi disse che a 10 anni, quanti ne avevo, la cioccolata mi faceva bene, mi dava energie, che lui invece già non ne mangiava tanta che altrimenti ingrassava. E fece anche un sorriso quando lo disse, poi niente più, pensava a guidare e quasi mi ignorava, io che me ne stavo seduto al lato a guardare il paesaggio dalla macchina, che mi piace guardare gli alberi che scorrono veloci, fuori.

E quando siamo arrivati nel cortile della chiesa l'uomo brutto ha fatto come un sospiro, come quando io corro tanto e alla fine sono stanco. E la chiesa era lì e c'era la signora col velo all'ingresso, con il bambino riccio in braccio, che quasi sembrava mi fissasse, e dentro poi, dentro c'erano tutti angeli intorno, sulle pareti, erano lì, come me li ero immaginati, erano lì e mi piaceva guardarli. L'uomo brutto mi teneva per mano ma io guardavo gli angeli e gli angeli guardavano me e allora mi piaceva. Poi è venuto l'uomo della casa del Signore, mi ha guardato e mi ha toccato i ricci, che a me non piace mai quando mi toccano i ricci e allora ho girato la testa, anche se nella casa del Signore all'uomo della casa del Signore non si dovrebbe girare la testa, mi avrebbe detto la mamma. E poi l'uomo brutto se n'è andato e l'uomo della casa degli angeli mi ha detto "vieni con me" e io pensavo fosse un angelo anche lui. E poi ha chiuso la porta. E gli angeli, quelli sulle pareti, erano tutti finti, adesso lo so. Anzi, non esistono neanche quegli in cielo e io non voglio più che qualcuno mi dica che ho i capelli di un angelo. Mai più. E neanche vorrei più esistere, io, mai più.

mercoledì 25 maggio 2011

Tic Tac Toe

Traffico aereo serale di una Bruxelles estiva.
Foto scattata qui.

venerdì 20 maggio 2011

Cambieranno il mondo (?)

Anche a Bruxelles la nuovissima manifestazione spagnola contro tutta la classe
politica, con padelle e cucchiaio a far rumore. Il potere starà già tremando.
Foto scattata qui.

mercoledì 18 maggio 2011

E tu di che patria sei?

La prof del corso serale di francese è francese ma della Francia non parla mai troppo bene e dopo 10 anni a Bruxelles dice di riuscire anche a mangiare il formaggio con la birra, che qui a Bruxelles è tipico, di solito si ordina una birra e a lato si può avere un piattino con del formaggio, e lei, francese, dice sempre che da loro, in Francia, sarebbe da proibire una cosa del genere, che il formaggio si mangia con il vino, mes amis. E allora dopo 10 anni a Bruxelles, dopo aver passato il test del formaggio con la birra, insomma la prof ci dice che prenderà la nazionalità belga e perderà quella francese, che tutte e due non le può mantenere, ma poco importa, lei è innamorata di Bruxelles. Alla notizia, la ragazza giapponese fa una faccia strana, mi dice che lei non farebbe mai una cosa del genere, non rinuncerebbe mai alla sua nazionalità e mentre te lo dice sembra quasi strano che firmando un pezzo di carta si possa perdere la propria nazionalità, che allora non è propria, non è nostra se poi la si può cambiare.
E il collega nuovo francese in realtà per te non è francese ma lui dice d'essere francese, è di Réunion, un'isola piccola piccola che si trova a lato del Madagascar, nell'oceano indiano, ma fa parte della Francia e allora il collega è francese o almeno si sente francese. E è anche europeo, allora, il collega francese, anche se l'isola non si trova in Europa, è europeo come la prof di francese che a breve sarà belga. Non è europea la compagna giapponese, invece, anche se lei, come il collega francese, viene da un'isola che non si trova in Europa. Eppoi c'è l'amica serba, che la Serbia per te si trova in Europa e invece poi per andare con voi a Londra, per esempio, deve chiedere un permesso, perché no, ci sono posti che non sono in Europa, anche se sono più vicini dell'isola al lato del Madagascar. Pensa tu. E infine c'è l'amica belga, di genitori spagnoli, che quando parla col padre è sempre un teatrino, che lei gli parla in francese e lui le risponde in spagnolo e tutto sembra naturale tra loro. Lei, l'amica belga, dice d'essere spagnola, anche se è sempre vissuta a Bruxelles, dalla nascita, e ha la nazionalità belga, un giorno probabilmente chiederà quella spagnola e potrà anche mantenere quella belga, che in Belgio se ne possono avere diverse, di nazionalità.

E allora c'è qualcosa che non va, tra distanze e sentimenti, tra certificati ed evoluzioni, tra sentirsi ed essere e anche tra vino e birra col formaggio. C'è qualcosa che non è d'inchiostro e timbri né di chilometri e dogane, ma noi l'abbiamo voluto così, perché dicono funzioni meglio, perché dicono che altrimenti sarebbe un caos ma di caotico al momento c'è l'isola europea al lato del Madagascar ed il permesso per andare in Inghilterra di vicini non autorizzati, per esempio, e c'è chi ha la faccia da cinese e magari si sente portoghese e allora quella parola, immigrato, o quell'altra, straniero, sono tutte una grande balla.

lunedì 16 maggio 2011

Da Bruxelles per scorreggiare alla De Filippi

Ecco, non so se sia tutta una metafora, che poi sarebbe bello scriverci una metafora a contorno, che di metafore se ne possono sempre immaginare di belle e profonde, però poi bisogna rimanere coi piedi per terra, senza fantasticare troppo e perdere il contatto con la realtà, però ecco c'è questo Principe del vento, che da ricercatore emigrato a Bruxelles torna in Italia per scorreggiare alla De Filippi. Poi ognuno ci può fare la propria bella metafora a contorno, che magari calza bene, magari invece contraddice intenti e significati, non si sa, non lo sapremo, ci rimane in video eppoi tutto il resto è aria.

giovedì 12 maggio 2011

Indovinello linguistico

Che non è facile presentarmi se non posso dire chi sono ma ci provo, ecco, sono qualcosa che in Italia si fa, cioè a me mi fanno, sì così dicono, mentre altrove no, cioè altrove esisto ma non mi fanno, per esempio in Spagna mi tirano, sì, proprio così, sarà che son sempre festosi e vanno all'azione, non so, ma lì fan così e in Francia, per dirne un'altra, mi lasciano, così, all'improvviso, con nonchalance, come fossi un regalo, e ancora altrove passo come vento anche se del vento, io, ho ben poco o almeno non sempre, dipende. Ecco, allora chi sono? Per aiutarvi vi dico che tutti, ma proprio tutti, mi fate, mi lasciate, mi tirate spesso, che poi non importa il modo in cui lo diciate, io succede che arrivo e qualcosa dovete pur fare, anche se poi in pochi lo ammettono. Codardi.

mercoledì 11 maggio 2011

Che un tedesco non è italiano, in generale

Al corso serale di francese c'è un micromondo da esplorare, dove s'incontrano nazionalità diverse tra stereotipi e percezioni, che a te gli stereotipi ti attirano, per contraddirli o soltanto confermarli, senza mai prenderli troppo sul serio però, che a prenderli sul serio poi ci si chiude come in un riccio, ogni spina una convinzione contro gli altri. Qualche tempo fa, per esempio, al corso di francese facemmo un test di vocaboli ed espressioni, quelle da imparare che altrimenti il francese non lo parli, parli un italiano tradotto in francese, che non è la stessa cosa, lo sanno bene i belgi che poi non ti capiscono, anche se loro spesso parlano un inglese tradotto in francese - dice la prof - e questo ai francese un po' dà fastidio un po' li fa ridere, che loro, i francesi, c'hanno l'accademia della lingua e ne fanno anche le riforme, precise. E insomma mentre stavi facendo il tuo test, la prof guardava un po' in giro che nessuno collaborasse e tutti con la testa sul foglio in attesa di risposte, quasi come ai banchi di scuola di anni addietro, solo che adesso con la convinzione di apprendere qualcosa di produttivo (che lo era pure allora, ma senza la convinzione).

Poi però il foglio ti domanda una parola e quella parola non la ricordi, l'avevi studiata (forse), l'avevi letta nella metro prima del corso (sicuramente) e niente, non te la ricordi, ti guardi in giro come a trovarla sulla faccia degli altri, ma gli altri hanno la faccia sul foglio e il foglio ancora in attesa di risposte. Il ragazzo tedesco alza il viso, come se il tuo sguardo lo avesse richiamato, che capita spesso, quando gli altri ti guardano tu ti senti osservato e rispondi allo sguardo, sarà istinto o soltanto quella domanda inconscia, quella tipo "che cazzo mi guardi?". Vi fissate qualche secondo, il tempo che ognuno torni al proprio foglio, abbassi lo sguardo e ti accorgi che la tua cartelletta, quella in cui metti tutti gli appunti, tutte le fotocopie del corso, tutti i fogli sparsi di quando dimentichi il quaderno, ecco quella cartelletta è trasparente, è di un bianco che se gli fai pressione è trasparente e ci si vede attraverso, ci stavi scrivendo sopra e proprio lì, a portata d'occhio, ecco la parola che non ricordavi. E allora che fai? Sta lì, la parola, senza colpe, quasi nuda, con il vestito trasparente, e c'è il foglio lì, in attesa di risposta e tu non te la ricordi, la risposta, ma la risposta è lì, nuda, basta copiarla. E tu la copi. E il ragazzo tedesco ti guarda e si accorge di tutto. E ti fa segno di aver capito, gli scappa un sorriso e poi torna con la faccia sul foglio. E tu hai copiato, hai barato, hai infranto le regole, d'improvviso la tua pelle si trasforma e si veste della tuta della banda bassotti, hai rubato dalla fiducia della prof, sei andato contro te stesso, che eri lì per imparare, che eri lì per migliorare e non per copiare, che non è produttivo, che non è costruttivo, che sei come Berlusconi, sì, tu, nel tuo micromondo, sei l'esempio rampante di tutti quei moralismi e perbenismi fittizi quando poi nel pratico copi, truffi, inganni. Così giri il foglio, rispondi a quello che sai e consegni, con la parola rubata.
lui: "Eh ti ho visto sai.. " durante la pausa, il ragazzo tedesco ti condanna senza appelli, c'ha il testimone, è lui.
tu: "Ehm... lo so, ma solo una parola.. non me la ricordavo, era lì.. ", dicasi arrampicarsi sugli specchi.
lui: "Sì, sì, italiani... eheheheheeh"

Poi succede che qualche tempo dopo c'è un altro test, il ragazzo tedesco è assente e tu lo fai senza copiare ma non puoi dirti bravo, non hai fatto nulla di speciale, solo la normalità, non copiare. Poi alla lezione seguente lui torna e al test non si scappa, lo sa bene la prof, e allora mentre voi altri andate in laboratorio per un esercizio di comprensione orale, lui resta in classe, solo, a fare il test. Solo?
tu: "Ma lo lasciamo solo in classe?" domandi
la prof: "Sì, è grande, non avrà paura... e non copierà, vero?"
lui: "Non sono mica italiano!" e scoppia in una risatina, lui, e anche la prof e anche tu, ma con tonalità diverse.

Poi nella pausa tornate dal laboratorio, lui consegna e in disparte gli domandi.
tu: "Allora, com'è andato il test? Non hai copiato niente?" scherzandoci come d'abitudine.
lui: "Ehehehe, sì... qualcosa l'ho copiata... ero solo e non mi ricordavo due-tre verbi, tu cosa avresti fatto?"

E tu gli dai una pacca sulla spalla, come a sapere di cosa stia parlando, come a sentirlo più compagno, complici, colpevoli, uniti da quel male comune, che sia italiano o soltanto umano, da quel giorno gli ricordi che ha un 5% d'italiano e lui ti risponde sempre con un sorriso, è contento, anche se un tedesco non è italiano, in generale, o almeno così dicono.

domenica 8 maggio 2011

Che quasi dimenticavo

Son due anni che si sta qui, a Bruxelles, e questa volta niente riassunti, solo
uno schizzo mentre ci pensavo, mentre c'era un meeting, mentre altri parlavano,
 e niente, ecco l'Andiken Pis, roba che i turisti impazzirebbero per una foto,
ma anche no.

venerdì 6 maggio 2011

i Responsabili esemplari

Che quando eri piccolo, avevi 8 anni, e la facevi fuori dal vaso, la mamma ti sgridava sempre, quando la vedeva, a gocce fuori dal vaso, e parlava di qualcosa, di responsabilità, forse, ma tu non capivi. Poi sei cresciuto e hai capito, hai imparato a farla dentro, con la responsabilità di controllare il tuo cosino, che avevi 14 anni e non ti facevano tornare a casa più tardi di mezzanotte, perché non eri ancora responsabile per rimanere più a lungo fuori, anche se la facevi dentro e quel cosino già cercava altri riconoscimenti. Poi sei cresciuto e hai capito, hai imparato a saper star fuori più a lungo, con la responsabilità di mandare un sms (non sempre) o di far sapere dov'eri (più o meno), ma non era abbastanza quando poi a 20 anni, all'università, la mamma ancora lì a sgridare che cambiavi le lenzuola solo una volta al mese, che non eri ancora responsabile, tu, anche se la facevi dentro, se rimani fuori fino alle 5 e facevi gli esami, tanti. Poi sei cresciuto e hai capito, sei addirittura andato all'estero da solo, che responsabile, hai trovato un lavoro, la lingua, le amicizie, che la mamma quasi te lo voleva dire, che eri responsabile, ma si tratteneva, per poi esplodere quando tornavi a casa e magari a capodanno ti ubriacavi con gli amici, che irresponsabile. Eppoi hai cambiato di nuovo paese a 27 anni, altra lingua, altra giostra, ti sei fatto la ragazza fissa, che bravo figliuolo che sei, hai addirittura comprato un appartamento e adesso però ti dicono che non sei ancora responsabile per avere dei figli, che mica li volevi, tu, che mica ne hai mai parlato, tu, però a loro piace così, trovare le cose per cui ancora non sei responsabile, altrimenti è come se perdessi lo statuto di figlio, tu, e loro il ruolo di genitori. I responsabili sono loro, hai sempre pensato, in fondo.

Poi leggi i giornali e trovi i Responsabili al governo, quelli lì, che prima stavano da una parte e poi son passati dall'altra, per amore quelli lì, per denaro quelli lì, per potere sempre quelli lì, sin son presi la responsabilità, di cosa non si sa, e tu che cercavi tanto le responsabilità fin da quando la facevi fuori dal vaso, ecco adesso ti senti un po' confuso, adesso quel titolo già non lo vuoi più, di responsabile, e quasi quasi preferisci tornare agli 8, quando la facevi fuori e certe parole proprio non le capivi.

giovedì 5 maggio 2011

Ma Bruxelles com'è?

Se l'è chiesto un blog della maggiore testata giornalistica belga (almeno francofona), Le Soir, interessandosi a Bruxelles in 7 diversi sondaggi su quelli che per molti rappresentavano dei cliché della capitale e che sembrano rimaner tali, almeno per alcuni. Per chi voglia conoscere alcuni aspetti della babele europea, probabilmente alcune delle risposte (e relativi approfondimenti del giornale) possono essere un buon punto di partenza, soprattutto perché non si tratta soltanto di semplici sondaggi (e quindi di opinioni, percezioni personali dei lettori) ma anche di informazioni aggiuntive curate dalla testata.

Bruxelles è una città di disoccupati? Il sondaggio ha decisamente decretato (70% su 4.000 voti) un sonoro , confermato dai dati che vedono un aumento del 129% dei disoccupati negli ultimi 20 anni, con 30% tra i giovani nella regione di Bruxelles ed una frattura sempre più ampia tra le diverse classi sociali. La pressione risulta enorme, vista la crescita demografica della città, e tra le problematiche si evidenziano mancanze di qualifiche e soprattutto incapacità di esprimersi correttamente anche in olandese: evidentemente il francese non basta per aver accesso a numerose offerte di lavoro, in ogni ambito.

Bruxelles è una città mussulmana? Anche questa volta la risposta è un gran Sì (77% su 13.120 voti) ed i dati registrano un 22% di musulmani a Bruxelles e Mohamed come primo nome nelle classifiche delle nascite brussellesi, e se per alcuni musulmani belgi si tratta soltanto di una evoluzione culturale della popolazione e di una questione di approccio, di visibilità dell'Islam, per altri è possibile notare una regressione, un passo indietro nelle nuove generazioni verso l'integrazione di una comunità che non rappresenta ad ogni modo la più grande in Belgio, visto che recenti statistiche rilevano proprio gli italiani come rappresentanti della più grande comunità di stranieri, seguiti da francesi, olandesi, marocchini e spagnoli, in un paese in cui 1 abitante su 10 è straniero.

Bruxelles è una città sporca? Ennesimo Sì (84% su 5.300 voti) dei lettori, smentito però dal quotidiano nei confronti con altre capitali europee, probabilmente per una questione di percezioni (o non), anche se poi alcuni comuni della capitale raggiungono record nazionali in quanto a spese per la pulizia pubblica. Sicuramente dipende dai quartieri analizzati e non solo, a Bruxelles ogni strada può rappresentare un mondo differente.

Bruxelles è una città pericolosa? No, anche se a quanto sembra il sentimento di insicurezza è enorme, dovuto principalmente a numerosi fatti di cronaca (come le recenti aggressioni a personale dei trasporti pubblici) che ne aumentano la percezione, ma dati ufficiali alla mano le statistiche parlano di furti ed estorsioni (tra le maggiori denunce) in calo dello 0.3% negli ultimi 10 anni, seguiti da violenze contro la proprietà in aumento solo dello 0.5% e infrazioni contro l'integrità fisica in aumento dello 0.2%, tenendo conto dell'inarrestabile recente crescita demografica, l'aumento è praticamente un calo. La percezione rimane però distinta, da sondaggi del 2008 un brussellese su due non si sente molto al sicuro, evita alcuni quartieri, un terzo ha paura di utilizzare i mezzi pubblici (addirittura?). La situazione invece sembra essere in norma con molte altre città, secondo gli esperti, lamentando però una mancanza di personale di vigilanza dovuto soprattutto ai deficit dei vari comuni brussellesi.

Bruxelles è una città francofona? Anche questa volta un e credo sia difficile provare il contrario, nonostante il Belgio sia un paese con tre lingue ufficiali, nonostante la capitale si trovi nella regione delle Fiandre a maggioranza olandofona, a Bruxelles si parla molto più francese, per ragioni storiche e culturali, e sembra difficile invertire il trend, anche se poi (come dalla prima domanda) è indispensabile parlare anche l'olandese se si vuol puntare alla totalità delle offerte di lavoro e soprattutto a posizioni di rilievo. La questione della lingua rimane ad ogni modo molto delicata, tanto da scatenare crisi di governo e numerosi episodi di intolleranza. Eppure c'è chi vive a Bruxelles da 3 anni e anche più parlando soltanto inglese, spesso neanche perfettamente.

Bruxelles è una città imbottigliata? per i lettori ma anche secondo le statistiche, il traffico brussellese è il peggiore del paese (18 km/h la media nell'ora di punta), incentivato dalla facilità con cui le aziende forniscono auto in forma di benefici in una città in cui si può vivere anche senza averne una, grazie ad una rete di trasporti pubblici alquanto sviluppata (4 linee delle metro, 18 tram, 50 e più bus), piste ciclabili (molto migliorabili) e recenti servizi di car sharing.

Bruxelles è una città complicata? e la ragione si trova nella struttura della capitale: Bruxelles è divisa in 19 comuni per 663 consiglieri e 89 deputati (di cui soltanto 17 nederlandofoni), ogni comune con proprie autonomie, problematiche e tempistiche; e se per molti semplificare dovrebbe essere parola chiave, sembra difficile descrivere il come, in un paese in cui quasi tutte le strutture organizzative e burocratiche sono estremamente complicate e spesso surreali.

martedì 3 maggio 2011

Stanno arrivando

E io quando ho visto quel logo, quello slogan, al parco, oggi, all'improvviso,
ho come avuto una certa paura, non so, come se nel sottofondo ci fosse
stata quella voce, proprio quella lì, e ho avuto come una certa paura, ecco.
Foto scattata qui.

domenica 1 maggio 2011

A tua madre

Mentre ti dirigi a prendere la metro passeggiando con la tua ragazza sotto un sole che sembra non appartenere alla primavera belga e invece è lì, piacevole sorpresa, c'è una macchina parcheggiata a qualche metro, la classica macchina brussellese di quattro ragazzi magrebini con lo stereo alto e l'allegria nell'aria. Proprio mentre state passando a lato, ecco che uno di loro getta dal finestrino una bottiglia di plastica, vuota, e la getta sul marciapiede. Voi passate silenziosi ed ecco che ne getta un'altra e un'altra ancora, lì, sul marciapiede, come fosse una discarica cittadina. Allora ti giri, guardi a terra le bottiglie e lanci un'occhiata a lui, per poi scuotere la testa in segno di dissenso e continuare a camminare. La cosa ti innervosisce e la commenti con la tua ragazza, finché proprio all'angolo, esattamente a dieci metri dalla macchina, ecco un cesto dell'immondizia. Quanto facile sarebbe stato gettarle lì le bottiglie!
Il tempo di far qualche altro passo e la macchina si mette in moto. Proprio all'angolo guardi in direzione del finestrino e punti il dito al secchio dell'immondizia, con insistenza, come a dire "qui, qui, non lì, qui!". Il ragazzo ti fissa, riceve il messaggio e con una mano fuori dal finestrino ti manda a fare in culo, urlando qualcosa in francese che non afferri completamente, ad eccezione di un "à ta mère" che distingui facilmente. Quando si parla della mamma si capisce sempre, in tutte le lingue. E mentre la sua mano ti manda a fare in culo e tu la fissi senza reagire, la macchina scompare dietro una curva.

Ecco, se solo uno degli altri tre in macchina avrà pensato che forse il ragazzo che puntava al cestino dell'immondizia aveva ragione, che forse gettare tre bottiglie di plastica per la strada non è la cosa più civile e corretta del mondo, che forse basterebbe davvero poco per rispettare gli altri, se lo avrà pensato anche senza dirlo agli altri, se solo uno di quei quattro l'avrà pensato anche solo per qualche istante, magari per la prossima volta, ecco allora c'è speranza. Se invece gli altri tre si saranno soltanto complimentati per il vaffa e ci avranno riso per qualche minuto, beh non c'è molto futuro. Eppure siccome non si son fermati, non son scesi dalla macchina e non mi hanno lasciato in una pozza di sangue, beh rimango ottimista.

andima a Bruxelles :: blog di un sognatore (italiano dicono) a Bruxelles
Feeds: RSS | Atom