mercoledì 9 aprile 2014

Waiting for Rio

Foto scattata qui.

lunedì 7 aprile 2014

Issimo

Eppoi all'improvviso scomparve il superlativo, nessuno seppe davvero spiegarlo perché scomparve addirittura dalle memorie, fu un fenomeno globale e irreversibile, da tutte le lingue del mondo era scomparso quel costrutto grammaticale tanto usato e abusato, da tutte le memorie del mondo era scomparso quel ricordo che terminava in issimo e di tutti i libri del mondo già stampati, già letti, già malamente quotati, non si riusciva a capire cosa volessero dire quegli issimi sporadici o quei più più più usati a spezie. La comunicazione non risentì della mancanza immediata o almeno non quanto potrebbe sembrare agli adulatori e ai superbi, alcuni riuscirono ad esprimere in modi diversi quell'istinto al confronto assoluto che ancora riusciva a manifestarsi tra parole e malintesi in forme come non c'è nessun altro che o non esiste nessun'altra che e così via; altri si aggrappavano tenacemente al superlativo relativo di minoranza, ma ne scoprivano presto i limiti, dovendo perdersi in elenchi infiniti di confronti binari o in affermazioni insipide e grammaticalmente scomposte. I discorsi di Benigni di colpo persero la maggior parte dei loro messaggi, non potendo più decantare il suo paese come il, o meglio non potendo più usare quella formula lì scomparsa, torcendosi in equilibri verbali e allungandosi in espressioni che non arrivavano più alle masse ma a pochi intenditori, già malati di issismo cronico indotto. L'innamorato s'ammutoliva quando al sussurrare cadeva nel silenzio nell'esprimere sentimenti adesso soffocati, ma trovava poi rimedio in un bacio, un abbraccio e il corpo rimpiazzava lesto i limiti di un alfabeto che non avrebbe comunque riassunto a dovere le proprie emozioni. La depressione, quella tristissima, quella bruttissima, lasciò di colpo il depresso davanti allo specchio e a domande finalmente costruttive e non più intrappolato in conclusioni sabbiose. Il politico perse di colpo il suo potere di propaganda dovendo trovare altre forme o addirittura scendere alla contraddizione e alla realtà dei fatti; e il giornalista ragionava dubbioso davanti alla tastiera in attesa perché non arrivava a titoloni da prima pagina a cui prima era abituato; e il tifoso ultrà strozzava il suo grido da stadio dovendo cercare tra aggettivi e ragioni quelle giuste per il suo coro e quindi tornare a quell'attività da tempo abbandonata, pensare. E la patria, la patria non sapeva più di che vestirsi, senza superlativi si scopriva nuda, labile al confronto, timorosa di classifiche in cui sì il superlativo era rimpiazzato da un posto, il primo, il secondo, l'ultimo, ma quel posto adesso era sorretto da dati e non orgogli viscerali d'ottuse ideologie.
Quando poi all'improvviso ritornò, il superlativo in tutte le lingue e tutte le memorie del mondo, l'uomo recuperò i suoi issimi ordinari, come se nulla fosse accaduto. E fu un giorno bruttissimo, il più brutto.

martedì 25 marzo 2014

Ah, esportare la cultura

E mi sembra anche giusto, che all'Istituto Italiano di Cultura si esporti giustamente una certa cultura. Coerenti, in fondo.

mercoledì 19 marzo 2014

Di radici provvisorie

Le radici - esclamò quasi gridando - sono proprio le radici ciò che ci dà la forza, la salute e quindi la vita!, assorbono il giusto nutrimento dalla terra che le circonda e lo trasmettono a tutto il resto, ecco perché non si possono trascurare le radici, ecco perché non si possono ignorare le radici, ecco perché son così importanti, la cosa più importante, vitale, le ra-di-ci!
Ma cosa dici? - contestò immediatamente - I rami e le foglie sono la cosa più importante, catturano l'energia del sole e mantengono viva la pianta, si estendono in mondi nuovi cercando il modo di sopravvivere, interagiscono con animali e clima, rappresentano il presente ed il futuro!
Ma che schiocchezze sono queste? Ma cosa vai dicendo? Senza radici la pianta muore! Senza radici non c'è futuro!
E senza rami e foglie? - replicò - E senza il nuovo che viaggia, si estende, cerca la luce, vita nuova, vita diversa, la luce! Per questo fai bene ad andare figliolo, trasformati altrove, per questo va, va!
Il ragazzo rimase un po' interdetto, osservando quel teatrino improvviso sulla soglia della cucina, cercando di capirne messaggi e significati, casomai ce ne fossero, casomai servissero davvero.
Non stare a sentire queste idiozie, nipote mio! Rimani dove sono le tue radici, rimani dove la terra continua a darti il nutrimento di cui hai bisogno!
Ma è proprio quello il punto! - infierì nuovamente - Che non c'è più nutrimento per loro in questa terra, che le radici vanno ammuffendosi, o seccandosi, insomma muoiono, meglio che la pianta cerchi altrove la propria vita, meglio che i rami si muovino dove la luce li possa riscaldare!
Ammuffite? Secche? Ma lo vedi che dici una cosa e il suo contrario nella stessa frase! Se tutte le piante vanno via, lo sai che succede al terreno? Che frana al prossimo diluvio! Ci vogliono radici giovani per tener il terreno, mentre le vecchie oramai non hanno più forza, non ce la fanno più..
Il terreno! Il terreno! - diresse lo sguardo al soffitto quasi a cercarne una prova - Il terreno è oramai inquinato! Lo abbiamo contaminato per troppi anni, è impastato di cemento, rifiuti, veleno.. Guarda, guarda che bosco ne esce fuori per chi lo vede con occhi esterni! C'è sempre meno verde, ci son sempre più rami secchi e ragnatele... eppoi ci son quei mostri, quelle querce giganti che non si muovono, in mezzo al bosco, che succhiano il nutrimento agli altri e il resto non cresce o cresce male.. va, figliolo, va, va dove nuova luce possa riscaldare le tue foglie e intrecciare i tuoi rami, altre radici nasceranno, ne son sicuro, quella valigia è una margotta in fondo..
Se metti radici altrove, nipote mio, se metti radici altrove... - ancora un po' restio, ma oramai agli ultimi tentativi - poi non torni più.. Ma almeno, almeno non dimenticare quelle che avevi, che un po' rimangono con te, che t'hanno fatto crescere e nutrito finora, oggi sei quello che sei anche grazie a loro!
Non dimentico nonno - rispose il nipote, a tagliare corto ed annuire - non dimentico le radici. Afferrò la valigia con energia e si diresse alla porta. Il padre lo guardò in silenzio, masticando pensieri, per poi mugugnare: i frutti, i frutti che nasceranno da quei nuovi rami, avranno un retrogusto amaro, a volte, tu però manga giù, ti faran bene, ti faran crescere.
Non lo rivide più, o almeno non più lo stesso.

domenica 16 marzo 2014

Filtering loneliness

Foto scattata qui.

venerdì 14 marzo 2014

Il cappotto

Tutto l'inverno così, raccogliendo passivamente freddo, pioggia e odori urbani di metro e sedili, inzuppandosi di città, di quella scura di giornate uggiose e di quella sporca di spazi ristretti tra foreste di braccia e code e attese, la ritrovi tra il collo e in altri parti del tuo cappotto, dopo mesi di onorato servigio, quella puzza che spesso risveglia sensi in tonalità di disgusto e apnee, è quel misto d'odori forti che riconosci in alcuni angoli del vagone della metro, indicativo del passaggio di qualche senza tetto, di qualcuno dal sudore impregnato, d'insalate di presenze umane che lasciano il segno non per marcare il territorio ma per inevitabili frammenti che si perdono, nei crocevia metropolitani in cui spesso si sopravvive. E te lo ritrovi sul cappotto o n'è soltanto il presentimento, la percezione, quasi fosse il presagio d'intensità maggiori, quasi potesse infettare, attraversare i tessuti spessi del cappotto e attaccarsi a quelli epidermici; quell'odore di città, che brutto dipinto ne uscirebbe se si limitasse a raccoglierne solo quello per descriverla, eppure le appartiene, tanto che te lo ritrovi addosso, l'odore di città, di metro, di autobus, di treni, di pioggia e smog, di bar, di traffico, di persone, dovrebbe essere altra poesia, dovrebbe riempirsi di colori e voci e diversità, e invece sul cappotto si trasforma in acidi aromi; dovrebbe essere una fragranza da esporre in vetrina tra marketing abilmente addobbato e frasi ingrassate ad effetto, il profumo di Bruxelles, e invece non c'è poesia quando l'effluvio ha il sentore di quella cosa, anche quella, soprattutto quella è ciò che veramente ti fa storcere il naso e si ferma amara in gola, perché un po' fa paura. La povertà. Ma bastano poche ore in una lavanderia vicino casa e pochi euro alla consegna ed il cappotto torna come nuovo, al profumo di lavanda, per dormire fino al prossimo inverno ed assorbire poi nuovamente la città, in tutti i suoi gusti, anche quelli più forti, con il cinico sollievo di poter dimenticare tutto in un lavaggio a secco e la consapevolezza però che quella cosa è lì e per tanti altri non va via.

andima a Bruxelles :: blog di un sognatore (italiano dicono) a Bruxelles
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