mercoledì 4 novembre 2009

Parentesi necessaria

Avevo in mente questa animazione da un po' di tempo ma il tempo si sa e' di quelle risorse di cui non si ha mai abbastanza. Approfittando della settimana di ferie della scuola di francese, ho ritagliato un po' di sessioni serali e alla fine son riuscito a terminare questo piccolo omaggio a Luigi Pirandello.
La ventina di lettori del mio libro sapranno sicuramente quanto mi siano care le parole del brano, spero quindi che la povera animazione non distragga da quella che, in definitiva, e' davvero una parentesi necessaria in qualsiasi istante, continuando ad essere attuale nonostante le stravolgenti evoluzioni sociali avvenute durante il (quasi) secolo che ci separa dalla nascita di queste parole. Buona visione:)


domenica 1 novembre 2009

Halloween con sorpresa

Sebbene Halloween non sia per nulla una celebrazione belga e la festa si riduca al solito commercio e ballate serali, venendo da Dublino e frequentando anche alcune persone irlandesi qui, c'era una certa voglia di ripetere i sorrisi dello scorso anno. Le vetrine delle vie principali di Bruxelles si son subito colorate di zucche arancioni e ragnatele grigiastre ma e' solo decorazione perché pochi sono i negozi che realmente vendono oggettistica e decorazioni per la festività.
Poco male, alla fine un po' di trucco in viso e via tutti all'Havana. Serata allegra e umori alticci. C'è un truccatore che regala cicatrici in viso e sangue dalle labbra a tutti, c'è la ragazza che invita ad loggarsi in feisbuk e sottoscriversi al gruppo dell'Havana per avere un drink gratuito, c'è l'amico francese che in meno di un'ora e' già distrutto.
All'uscita il buttafuori chiede come al solito la mancia, cosi' come in tanti altri locali qui a Bruxelles e onestamente cosa mai vista in nessun altro luogo visitato. Uno dei ragazzi mi spiega che cosi' la prossima volta si ricorderà di noi, conviene dargli qualche spicciolo; io ne dubito seriamente, visto che su cento ragazzi, alle tre notte, tra confusione e addirittura anche truccati per Halloween, sarebbe davvero un gran genio se riuscisse a ricordarsi tutte le associazioni dei volti per la prossima volta e anche in quel caso, se fosse questo gran genio, non credo proprio starebbe li' a fare il buttafuori (con tutto il rispetto per la categoria).
Poi ecco la spiacevole sorpresa: troviamo la macchina di uno dei ragazzi con un finestrino fracassato, proprio di fronte al palazzo di giustizia. Qualche giacca rubata, una borsa con chiavi di casa, frammenti di vetri ovunque sui sedili e qualche bestemmia torinese al cielo. Certo la macchina e' quella aziendale, certo basta andare alla polizia e prendere la denuncia e poi andare al servizio 24ore e farsi sistemare il finestrino anche alle quattro di notte, ma e' ovvio che certe cose sarebbe meglio non accadessero.
L'amico francese mi ricorda che gli e' successo lo stesso un mesetto fa, ma alle tre del pomeriggio, vicino al centro, e che certe cose, qui a Bruxelles, capitano di frequente e che probabilmente capitano in qualsiasi città del mondo (e' successo anche a me anni fa nella tranquillissima Agropoli). Certo e' che dopo l'episodio dello scorso anno, Halloween inizia a portare un po' sfiga, certo e' che finora non mi son per nulla pentito di aver rifiutato la macchina aziendale, certo e' che avrei preferito un episodio differente, cara Bruxelles, per chiudere i primi sei mesi qui con te.

venerdì 30 ottobre 2009

Tonalità d'autunno

Mentre tornavo a casa passeggiando con la testa altrove, mi son ritrovato di fronte la solita casa ricoperta di verde, dove i rampicanti e l'edera fan da padroni sulla facciata che sicuramente non conosce sole da svariati anni, ma il solito manto questa volta si era trasformato meravigliosamente colorandosi di tonalità stagionali da lasciare tutti i passanti a bocca aperta e anche i pensieri, quelli altrove, son tornati (alcuni in tregua) per ammirare il piccolo siparietto in un vicolo anonimo di Bruxelles.


mercoledì 28 ottobre 2009

Mancava solo il sole

Tre ore di treno e da Bruxelles si raggiunge Amsterdam, poche ore d'aereo e da Dublino arrivano due amici, e allora basta poco a colorare di simpatia un fine settimana sicuramente da ricordare, non esclusivamente per i soliti motivi che spingono tanti giovani nella capitale della trasgressione, ma essenzialmente per ritrovare sorrisi e condividerli, per riabbracciare ricordi e darne contorni, per scomparire in una battuta o abbandonare la mente in un bicchiere lasciando scivolare il mantello di stress alle spalle più leggere; e allora poco importa se ha piovuto per ore ed ore ed ore, perché il clima diventa secondario quando il resto e' a dir poco ottimale e perder tempo nel lamento per qualcosa che non si può cambiare sarebbe un po' tonto un po' banale.
E poi venti minuti di treno e si arriva a Zaandijk e come attraversando un varco temporale, si ritrova un pezzetto di Olanda d'altri tempi, fatta di pace, mulini e semplicità; si dimenticano le follie e le stranezze della moderna capitale, passati veloci dal finestrino del treno poco affollato, per immergersi in paesaggi da cartolina, entrarci dentro ed esplorare.


martedì 27 ottobre 2009

Il mio collega cinese

Il mio collega cinese parla sempre poco, si muove di rado dalla scrivania ma e' sempre il primo ad alzarsi per andare a mensa, come un orologio alle 11:45, mentre io ed il collega francese cerchiamo di perder tempo per non andare a mangiare all'ora dei nonni.
Il mio collega cinese non ama le critiche alla Cina e quando un altro collega quasi offese alcuni trattamenti barbari per ragazzi malati di internet, lui si e' irritato un po', improvvisamente, come non si era mai visto, come si fosse svestito della timidezza e di quell'educazione silenziosa, come fosse diventato per un attimo un altro, cercando di far capire che l'immagine che l'Europa ha della sua patria non e' la vera Cina e che nessuno a quel tavolo, tranne lui, sapeva cosa fosse la vera Cina. A quel punto teste basse, occhi nel piatto, mascelle a masticare, di quei momenti tra panico e pentimento, fastidio ed imbarazzo. E la verità chissà dove si perde nelle distanze e le omissioni.
Il mio collega cinese fa poche domande, da' poche risposte e va matto per la senape. A mensa e' possibile prendere una bustina di senape gratuitamente, la seconda pero' si paga. A me la senape non piace tanto, ma un giorno ne ho preso una bustina per poi darla a lui. Aveva gli occhi di un bambino nel ricevere la sorpresa inattesa, l'euforia del nuovo pacco da scartare per la senape aggiuntiva da usare sulle frites e quando ha detto thanks aveva davvero un bel sorriso. Dopo qualche giorno me lo ha chiesto esplicitamente, di prendere la senape per lui, ed a quello sforzo immenso nel superare le barriere di una timidezza probabilmente caratteriale ho risposto con un bel sorriso.
Il mio collega cinese ha il completo elegante nell'armadio dell'ufficio e se c'è un meeting con il cliente, va un attimo in bagno e si cambia e cosi' il vestito e' li' da più di 5 mesi, muto sorvegliante delle scartoffie, dei documenti, di qualche spillatrice. Una notte probabilmente il completo si impiccherà con la cravatta, ucciso dalla solitudine e dal ragno che lascerà la tela per innamorarsi altrove.
Il mio collega cinese e' in Europa da 4 anni ma e' tornato a casa solo due volte, e' figlio unico perché, dice, e' nato nell'anno in cui il governo cinese inizio' a limitare le nascite, ma si può eludere la super tassa sul secondo figlio, mi dice, se il primo non e' sanissimo o se entrambi i genitori sono figli unici.
Il mio collega cinese oggi ha voluto rallegrare tutti, portando un cofanetto con dolcetti tipici della sua regione natale. Tutti noi golosi ci siam avventati su quei pezzettini marroni ricoperti di palline colorate, ma al primo morso le facce più strambe si son incrociate, capite, trattenute, quando masticando quei pezzetti di manzo freddo ricoperto di piccantissime spezie ognuno ha avvertito un urgentissimo bisogno d'acqua. Alla fine tutti a riderci su mentre lui, il mio collega cinese, ne prendeva in mano due, tre pezzetti e a bocca piena e chiusa, rispondeva ai sorrisi con una curva accennata.
Mi sta simpatico, il mio collega cinese, ed e' tutto un mondo da scoprire, che non so, e allora ogni giorno gli domando qualcosa, senza troppo rivoluzionare i suoi silenzi, senza invaderne gli spazi, pagando il pedaggio alla frontiera con una bustina di senape e un sorriso.

sabato 24 ottobre 2009

Mentre tu stavi lì sospeso

Girando intorno al filo che forzato ti sosteneva senza lasciarti all'inevitabile forza gravitazione, tu te ne stavi lì sospeso, con l'espressione immobile e pensante legata ad associazioni d'immagini e ricordi, tu maestro di mille pensieri, della forma e della vita, dondolavi su tante teste in festa, mentre qualcuno rideva, altri silenziosi ascoltavano il cantante in azione, senza prestar attenzione a te che intanto li' sopra t'agitavi, continuamente.


Cosi' mentre alla libreria Piola tanti connazionali riuniti dal sangue, dalla lingua e la patria lontana, sorseggiavano vino ascoltando qualche discorso sulla presentazione di un libro e della fuga di cervelli (ennesimo manifesto di parole lette, rilette, vomitate ma sempre ahimè attuali), io ti fissavo danzare nell'aria, appeso cosi', a guardarci tutti, poi darci le spalle, poi tornare a guardarci (chissà che mal di testa), chissà quanti giudizi, niente maschere o forse a ciascuno la sua, forse di italiani all'estero a sentirsi diversi perché scappati ma poi riunitisi di nuovo nel ricreare un piccolo pezzetto di Italia a Bruxelles, forse soltanto per un bicchiere di vino, per una chiacchierata amica ad uno sconosciuto pero' connazionale, un incontro veloce, uno scontro col piattino degli stuzzichini a macchiarti la giacca, qualche affronto a lingue straniere adattate.
E mentre alla libreria Piola qui a Bruxelles un menestrello intonava canzoni sui festini del premier, sulle badanti, su Mentana, poi su Vespa, proprio oggi che si annunciava il nuovo brano di Battiato sugli eventi recenti del paese infilzato (ma niente lontanamente paragonabile alle parole del Rino Gaetano mai troppo ricordato), tu preferivi girare intorno a quel filo, intonare la tua danza particolare, ignorarli tutti o guardarli a 360, farmi compagnia mentre mi alienavo come di consueto, tra gli applausi, le risate, il nuovo sorso al vino della casa che scendeva male perché cattivo.
Poi uno strattone, ecco dobbiamo andare: io vado via con il nuovo mantello di pensieri, tu rimani lì sospeso ancora un po', magari torno, forse no, in fondo Piola e' a cinque minuti da casa, sarebbe bello farti vedere il libro che scrissi quando tu eri droga, sarebbe bello star sospeso lì con te per un po', ma forse già lo so e di mal di testa adesso proprio non mi va.

martedì 20 ottobre 2009

Quando saro' un immigrato in Italia

Quando passeggio per le strade di Bruxelles, vedere ragazze indossare lo chador e' cosa comunissima e trovarsi seduti al loro fianco nella metro, nel tram, nel bus, non influenza e non condiziona le possibili smorfie della giornata. Quando al corso serale di francese chiacchiero con Fadi', ragazzo di Baghdad, troviamo sempre un pretesto per ridere, su qualsiasi cosa, senza malizie, senza paure, come se i chilometri che dividono le proprie origini non esistessero o al meno non fossero cosi' tanti da lasciare che l'orizzonte ne nasconda l'una all'altra. Quando qualche settimana fa siamo andati a cena dal nostro vicino africano, abbiam passato quattro ore ad assaggiare cibi ugandesi, raccontarci impressioni sul Belgio, commentare le sue vacanze in Italia, creando nell'aria fotografie simpatiche e sorridenti, tal volta nostalgiche. E quando i fine settimana vado a bere con i miei amici francesi, la mente spesso si lancia in qualche connessione celebrale, ricordando serate dublinesi con amici spagnoli, australiani, chiacchiere infinite con colleghi polacchi ed irlandesi che continuano ancora oggi in tante piacevoli email fatte di risate ma soprattutto di voler sapere se tutto va bene.
E va tutto bene.
Sarà la naturale ed incosciente solidarietà tra immigrati in un paese straniero, sarà la mancanza di pregiudizi o soltanto la volontà di conoscere gli altri, spogliarsi delle associazioni culturali e delle tante notizie che informano, sconvolgono, allertano, ma al tempo stesso inquinano immagini di mondi spesso sconosciuti, saranno tante cose intrecciate in un equilibrio magari delicato, che si va rafforzando con il tempo, le esperienze, viaggiando e lasciando che gli occhi scoprano gli altri e continuino a conoscersi attraverso gli altri, ma l'assenza d'odio, questo clima di benessere sociale, fan sicuramente bene all'umore e alla condivisione di sorrisi.
Quando pero' vedo scene come queste e ascolto parole cosi' dure e assurde, mi domando se mai un giorno sarò anch'io un immigrato in Italia.

domenica 18 ottobre 2009

Oktoberfest brussellese

Probabilmente una delle poche volte in cui, arrivando in Place Jourdan, non ho avvertito subito l'odore fortissimo di strutto fritto che di solito si espande inesorabile dal chiosco di frites e padroneggia i sensi della zona, un po' perche' la tenda enorme eretta per l'Oktoberfest brussellese ne rubava la scena, un po' perche' grida ed odori eran di altro tipo o magari soltanto perche' la mente gia' si focalizzava su altre destinazioni (non era affatto serata da frites) e la fila e la calca si muoveva veloce, senza dar troppo tempo di pensare ad altro, dettagli inutili direi.
Oktoberfest brussellese, organizzato per 4 giorni qui a Bruxelles, ed inizialmente accessibile soltanto su prenotazione (specialmente restrittiva la prima serata, giovedi', aria piu' da ristorante che da festa di baldoria e umori alticci, dove ogni tavolo, minima sedia, era gia' prenotata e, senza malizia, eran in maggiornanza per eurocrats).



Questa volta invece avevo capito subito che la serata sarebbe stata d'altro tipo, dalle pozzanghere di vomito intraviste qua e la' intorno al padiglione, dalla camminata zigzagante di qualche ragazzo con gli occhi socchiusi, dalle grida che precedevano la luce quando i bestioni all'entrata scostavano la tenda di ingresso e ci introducevano in un clamore apocalittico. La tipa al banco litiga un po' con fogli e foglietti prima di scusarsi per aver perso la nostra prenotazione, ma poco male se alla fine ci inserisce in un tavolo un po' strettini tra due gruppi gia' belli che andati. Quando la signora bella prosperosa e vestita a festa mi ha passato la prima brezel, mi son tornate in mente scene di infanzia, in Germania, di quelle memorie dai contorni sfumati, di quell'infanzia che pensi di aver vissuto ma non ricordi esattamente, solo magari attraverso qualche parola della mamma o in una foto dai colori invecchiati.


Un gruppo di italiani alla nostra destra inizia ad urlare una delle poche cose che all'estero possiamo ancora gridare con fierezza (ma per altri sette mesi e poi chissa'), e allora giu' con siam campioni del mondo, siam campioni del mondo, non importa se l'orchestra al centro della sala stesse suonando altre melodie, qualcosa di bavarese, qualcosa di lontano. Scambio qualche chiacchiera con loro, ragazzi in erasmus, uno di Napoli, uno di Caserta, insomma gente a cui posso dire il nome del mio paese, Agropoli, senza perdere troppo tempo nel spiegare dove si trova e perche' esista. Quando il ragazzo di Caserta inizia a parlicchiare un po' inglese con la mia ragazza, l'ho visto un attimo in difficolta' nel rispondere al where about in Italy, l'ho visto tentennare un attimo ma poi arrendersi e dire Napoli (avra' fatto uno sforzo, lo so), perche' alla fine la maggior parte dei campani all'estero si deve arrendere alla notorieta' (vuoi cattiva, vuoi buona) di Napoli e chi con vergogna, chi con orgoglio, taglia corto e approssima al capoluogo, soprattutto quando la lingua e' un limite e dire un nome vale piu' di mille spiegazioni e vocaboli mancanti.
Brindando anche alla nostra sinistra, inizio a parlicchiar spagnolo con alcuni ragazzi di Barcellona, lodando la loro bellissima citta' (dove son stato gia' quattro volte), senza mancare qualche accenno ad Ibra proprio quando un sms di mio padre mi avvisa della goleata a Genova. I ragazzi pero' non muovono un muscolo del viso quando l'orchestra intona evviva españa e con la mia ragazza (di Madrid) urliamo e agitiamo il tavolo in festa. Nazionalismi, sciovinismi o stereotipi, tutte cose a cui, in clima di festa, non ha senso dar peso ma che pesano ai sorrisi, come macigni d'umori inviolabili: risolvo in una scrollata di spalle e una smorfia di rinuncia.
Mentre i miei due amici francesi cercano di capire come trasportare fino a dieci boccali di birra in una sola volta (potenza delle cameriere teutoniche), un tizio passa ai tavoli cercando di sfollare la sala, con poco garbo, sintetico ma chiaro, invita tutti a celebrare la fine della festa.


All'uscita un ragazzo si addormenta su una transenna, capitolando sull'asfalto e bloccando il traffico per qualche istante, altri ancora continuano cori in lingue a noi sconosciute, mentre cerchiamo subito di fermare due taxi e raggiungere Le Corbeau. Dividiamo uno dei taxi con una coppia tedesca: il ragazzo butta subito le mani avanti, difendendo il vero Oktoberfest, raccontandoci di aver parlato con uno dei camerieri (tedesco anche lui) e alla domanda ma perche' non fate ballare la gente sui tavoli? perche' sembra piu' un ristorante che una festa? (ma in tedesco, ovvio) gli ha risposto perche' altrimenti la gente spende di meno; e alla domanda ma tu ci sei mai stato al vero Oktoberfest?, un no sincero ha sintentizzato tutto il business della serata. Qui da appena un mese, ci racconta delle sue delusioni, delle sue aspettative sulla capitale d'Europa, dell'abitudine all'ordine tedesco e delle scoperte della disorganizzazione brussellese: ennesima conferma dei pensieri di qualche post fa, anche se io avrei evitato qualche parola un po' forte ed offensiva, soprattutto alle spalle del taxista, soprattutto dopo appena un mese di permanenza, ma le delusioni si sa, vestono spesso d'un po' d'odio, condite con spruzzate di critica amara e forse troppa fretta nei giudizi, quando al de gustibus si contrappone il confronto, inevitabile ma spesso insensato.
Mi son voltato al vetro bagnato del finestrino, mentre le luci della citta' sfilavano veloci e il taxi ci portava verso nuovi sorrisi, altre emozioni, diversi pensieri.

giovedì 15 ottobre 2009

Questione di passioni

Non so se davvero la passione belga per le patatine fritte sia cosi' forte, ma a Bruxelles di questi tempi va in scena una commedia, Faites l'amour avec un Belge!, che la mette a confronto con qualcos'altro.. e il manifesto vale più di mille parole..


martedì 13 ottobre 2009

Mio fratello e' figlio unico

Avevo già parlato delle caratteristiche linguistiche di Bruxelles, ma quando capitano episodi come quello di stamattina in ufficio, mi vien sempre da pensare.
Dalla sede aziendale centrale, arriva uno dei responsabili con un nuovo impiegato, giusto per una veloce carrellata su cosa stiamo sviluppando per le ferrovie belghe e cosa ci fa bestemmiare ogni giorno:) Il neo assunto e' un ragazzo belga, delle Fiandre. Quando il manager (francese) ha iniziato ad introdurlo al gruppo parlando in inglese, ho pensato fosse una cortesia nei riguardi di chi (come me) ancora non ha un francese di un certo livello. Mi sbagliavo: il ragazzo, belga, non parla francese e parlando con colleghi miei belgi (ma della Vallonia), parlavano tra loro in inglese. Connazionali stranieri.
E mentre tra loro parlavano in inglese, lui raccontava di aver lavorato un anno in Francia ma in inglese e di aver imparato li' un po' di francese (questo e' il colmo). E mentre vedevo due ragazzi della stessa nazione, parlar tra loro con una lingua straniera, pensavo all'Europa, alle identità nazionali. E mentre due ragazzi di uno stato di appena 30mila chilometri quadrati e dieci milioni di abitanti, parlavano tra loro come se uno fosse olandese e l'altro francese, io pensavo ai nostri dialetti, all'italiano, a come dietro una montagna, al di la' di un fiume, già ci si può sentire differenti. E mentre tutto ciò era per i miei colleghi belgi una situazione normale, accettabile, mi son tornate alla mente le parole di Massimo d'Azeglio, "Abbiamo fatto l'Italia. Ora si tratta di fare gli Italiani".

Poi e' arrivato il mio turno, e' venuto alla mia scrivania, mi ha chiesto se parlavo francese; gli ho detto no, non ancora. Mi ha risposto: "Beh neanche io, ma non ti preoccupare, non e' un problema, siamo in Belgio". E allora, ho pensato, questo e' davvero un luogo comune per tutti, perché se tra connazionali son stranieri, allora anche lo straniero qui può sentirsi un po' a casa.