mercoledì 30 aprile 2014

Del sonno accumulato

Iniziava così il messaggio pubblicitario di quel nuovo assurdo prodotto, se lo ricordava ancora distintamente, un po' perché lo faceva ridere con leggerezza, un po' perché in forme diverse aveva spesso pensato lo stesso, "Sonno, sai una cosa? Sei vanitoso - diceva quel messaggio - C'è davvero bisogno di far vedere a tutti che stiamo insieme? Su, toglimi quel color viola da sotto gli occhi, lasciami!". Era quell'ultima preghiera, quel lasciami!, a lasciarlo sempre interdetto o almeno così era nel ricordo di quei primi slogan commerciali, come se si potesse davvero comandare al sonno di lasciarci in pace. E così fu infatti, non appena entrarono in commercio quelle siringhe eccezionali, il sonno si estraeva come fosse una qualsiasi altra sostanza del corpo e ci lasciava magicamente attivi, senza sbadigli, senza pigrizia, rompendo di colpo il cordone ombelicale che sempre si trascinava dal cuscino alla colazione, dal bagno alla prima tazza di caffè; bastava poi alla sera iniettarselo di nuovo, quel sonno estratto, e tornare a quel torpore di palpebre appesantite e conciliazioni notturne. Prodigi della scienza moderna. Divenimmo così tutti drogati di tempo, nel 2123, a decidere con un prelievo e un'iniezione il nostro ritmo d'energie. Tempo, tempo, tempo, ne volevamo di più, lo volevamo all'istante, per poi sprecarlo in nuove mode e vacuità.

C'era chi in ufficio scappava in bagno i primi tempi, per succhiar via ancora un po' di sonno accumulato durante la mattinata, per non farsi vedere quasi fosse una colpa o soltanto perché quel nuovo gesto era ancora difficile da trasformare in abitudine. Scambiammo in fretta il caffè con l'ago, il sorso col prelievo, la camomilla con l'iniezione, e tutto divenne più facile, miracolosamente. Al miracolo non gridò il Vaticano però, condannando prontamente quella pratica innaturale e satanica, guadagnando qualche inutile titolone per una settimana. Non ci furono equivoci nemmeno secondo pubblicazioni scientifiche e campagne denigratorie contro quella siringa mortale, che col tempo - sostenevano - avrebbe accelerato il degrado del corpo umano, anche se furono presto tacciati di complottismo e presunte connessioni con lobby dei sonniferi e del caffè, in perdita drastica di mercato per quella concorrenza fascinosa. Tempo, tempo, tempo, ne volevamo usufruire il prima possibile, per quell'utopia contagiosa di far tutto e farlo presto.

E si contagiò come si contagiavano prima gli sbadigli oramai estinti, si contagiò veloce e col sorriso l'uso di quella siringa poderosa: c'era chi in fin di vita preferiva estrarre, prelevare, succhiare sonno il più possibile, posticipando poi le iniezioni, tentando di star sveglio il più possibile e prolungare in qualche modo la vita; così iniziarono a fare anche tanti anziani, perché la morte faceva paura e la si poteva allontanare un po' vivendo senza dormire, o almeno così pensavano; c'era chi le usava anche coi neonati, per sincronizzarli a ritmi e abitudini familiari ed averli facilmente al letto la sera ad orari precisi, un'iniezione e ninna nanna. Non tardarono ad aprirsi dibattiti legislativi sul prolungamento delle ore di lavoro, vista l'aumentata attività umana e il conseguente dispendio di risorse alimentari ed energetiche a livello globale, bisognava adeguare la società a quell'evoluzione, bisognava lavorare di più: per l'ennesima volta il progresso non aiutava l'uomo ma lo imprigionava sempre più ad una scrivania. Tempo, tempo, tempo, e c'era chi arrivava a buttare siringhe piene di sonno non consumato per la smania di fare non si sa cosa, si gettavano sogni così e progetti, speranze. Quante idee morivano in quel modo, all'ombra del dormiveglia scomparso, nel 2123.

Iniziarono poi a sorgere quei mercati neri del sonno, quel contrabbando di sonno altrui, per tutti coloro che rinnegavano il sonno e ne accumulavano in iniezioni. Il mondo aveva sempre avuto questa grande ricchezza, il sonno, ma nessuno prima lo aveva mai considerato abbastanza. C'era chi lo comprava come alternativa all'eutanasia; c'era chi lo preferiva come rimedio alla depressione; e c'erano poi quei partigiani silenziosi che non accettavano di vivere evoluzioni innaturali di società accelerate - proclamavano - e che decidevano quindi di viverla dormendo, in forma di protesta, acquistando sonno di contrabbando e passando le giornate a dormire, dormire, dormire, in cerca di ristoro in fughe oniriche da cui però molti non si svegliarono più. Così come gli altri iniziarono a svenire all'improvviso, dopo giorni interi senza iniezioni, svegli e produttivi, iniziarono a cadere esausti, come presi da un infarto, il corpo di colpo cedeva. Ma di nuovo s'associarono le cause di quegli eventi a disturbi già presenti, a condizioni di vita già precarie, ad abusi già documentati nel foglietto illustrativo, tra la voce delle combinazioni da evitare e quella degli effetti indesiderati.

"Sonno, sai una cosa? Sei vanitoso", diceva il messaggio che tanto lo faceva sorridere, a cui ripensava mentre stava lì con la siringa tra le mani, la siringa della sua amata. Aveva deciso di addormentarsi con il sonno di lei, perché la voleva vivere fino in fondo e perché voleva vivere i suoi sogni, affascinato da quelle dicerie sullo scambio di sogni, suoi sogni che rimanevano nel sonno, intrappolati in alcune siringhe e che alcuni s'erano ritrovati a sognare dopo averne acquistate di contrabbando, con il sonno altrui s'erano iniettati a sorpresa anche i sogni altrui. Quanti nonni svelavano in sogno numeri da giocarsi al lotto al nipote sbagliato, nel 2123. Ma a lui non sarebbe successo, non era una siringa del mercato nero, era quella della sua amatissima, anche se presa di nascosto, con la voglia morbosa d'amarla in ogni suo aspetto. Quando però s'iniettò quel sonno e nel sogno di lei la vide felicissima baciarsi con un altro, il cuore non resse il colpo, non si svegliò più.

venerdì 25 aprile 2014

Cinque

Dopo cinque anni a Bruxelles succede che non riesci ad immaginare più i tuoi giorni altrove e senti tua una città che invece per molti non ti appartiene appena ti ricordano quel flusso continuo di valigie e speranze che arriva, che parte, che cambia, di cui eri parte, non lo sei più, lo sarai di nuovo un giorno - pensa qualcuno - lasciando appeso un timido punto interrogativo, non lo sarai - rispondi - esclamando con convinzione di compromessi abbracciati. Ti abbraccia Bruxelles nell'espressione della gente al mercato che ti riconosce, ti saluta, san già che pane prenderai, o che il mango lo mangi il giorno stesso, poi incontri l'agricoltore fiammingo che da oramai due anni ogni mercoledì ti porta prodotti bio dalla sua fattoria, le sue mani sempre secche, le unghie sporche di terra e fatica, come le tue quando sul balcone di casa sperimenti un giardinaggio appassionato e lo commenti con la signora del piano di sotto, che un po' ti ha adottato se bussa alla porta di casa con una zuppa fatta per voi quando sa che siete appena rientrati tardi da due settimane di vacanze, meglio lei del signore del piano di sopra con cui ogni volta bisogna commentare i campionati di calcio di mezza Europa per terminare con le stesse conclusioni di sempre e un po' rimpiazzare quell'aria da bar sport di un tempo. Un tempo non ci avresti neanche fatto caso, ma dopo cinque anni a Bruxelles quasi ti fai nervoso se il menù di un ristorante o di un bar non propone almeno una decina di birre, se non c'è almeno una birra scura e una trappista (meglio ancora una trappista scura), se devi rassegnarti a una Jupiler o qualsiasi lager insipida che non saprà stimolare il gusto né il sorriso. Sorridi, quando la piazza popolosa di terrazze e gente s'unisce in un coro di voci ed alfabeti intrecciati, anche solo attraversandola come immergersi in ritratti di vita che qualcuno non chiamerebbe del nord, cadendo nell'ennesimo tranello di stereotipi e induzioni, e invece è lì, al primo raggio di sole, al primo polline che fluttua nell'aria, all'aperitivo del mercatino del lunedì al municipio di St.Gilles, alla marea di teste e sguardi del mercoledì di Chatelain, al giovedì al Parvis o nella folla sbronza di Luxembourg e tanto, tant'altra vita ancora, che non vedi, che manchi, che eviti, che t'assorbe e ti confonde. Ti confondi un po', dopo cinque anni a Bruxelles, quando nella stessa giornata a lavoro ti fan parlare in quattro lingue e la mordi, la lingua, per non parlarne ancora bene la quinta, ti piacerebbe avere conversazioni lunghissime in fiammingo ma poi ti ricordi che non sai di che parlare se per caso incontri un collega nel tram del ritorno, dove invece ricerchi la pace, che sia un libro o le cuffie da colonna sonora del rientro a casa. E c'è una casa che ti aspetta, dopo cinque anni a Bruxelles, dove ogni cosa rispetta i tuoi bisogni viziati e proprio per questo cambia, in bricolage sperimentali ed evoluzioni familiari, un po' come la città ce s'espande ma non sa come contenersi, s'adatta malamente ma continua nonostante preoccupazioni e problemi. Di problemi ne giustifichi tanti, dopo cinque anni a Bruxelles, a questa città che non smette di contraddirsi, altrove non sapresti giustificarli, altrove li avresti condannati, dispregiati, beffeggiati, ma adesso fan parte dei tuoi compromessi digeriti se sulla bilancia del benessere finale contano poco e si lasciano alle spalle, come fanno quelli in patria che non partono, trattengono, resistono, come non fanno alcuni belgi che partono, non sopportano, scappano, perché ognuno ha un proprio ronzio da accontentare, c'è chi lo vomita in lamenti condivisi e chi lo trasforma in sinfonie private.

mercoledì 9 aprile 2014

Waiting for Rio

Foto scattata qui.

lunedì 7 aprile 2014

Issimo

Eppoi all'improvviso scomparve il superlativo, nessuno seppe davvero spiegarlo perché scomparve addirittura dalle memorie, fu un fenomeno globale e irreversibile, da tutte le lingue del mondo era scomparso quel costrutto grammaticale tanto usato e abusato, da tutte le memorie del mondo era scomparso quel ricordo che terminava in issimo e di tutti i libri del mondo già stampati, già letti, già malamente quotati, non si riusciva a capire cosa volessero dire quegli issimi sporadici o quei più più più usati a spezie. La comunicazione non risentì della mancanza immediata o almeno non quanto potrebbe sembrare agli adulatori e ai superbi, alcuni riuscirono ad esprimere in modi diversi quell'istinto al confronto assoluto che ancora riusciva a manifestarsi tra parole e malintesi in forme come non c'è nessun altro che o non esiste nessun'altra che e così via; altri si aggrappavano tenacemente al superlativo relativo di minoranza, ma ne scoprivano presto i limiti, dovendo perdersi in elenchi infiniti di confronti binari o in affermazioni insipide e grammaticalmente scomposte. I discorsi di Benigni di colpo persero la maggior parte dei loro messaggi, non potendo più decantare il suo paese come il, o meglio non potendo più usare quella formula lì scomparsa, torcendosi in equilibri verbali e allungandosi in espressioni che non arrivavano più alle masse ma a pochi intenditori, già malati di issismo cronico indotto. L'innamorato s'ammutoliva quando al sussurrare cadeva nel silenzio nell'esprimere sentimenti adesso soffocati, ma trovava poi rimedio in un bacio, un abbraccio e il corpo rimpiazzava lesto i limiti di un alfabeto che non avrebbe comunque riassunto a dovere le proprie emozioni. La depressione, quella tristissima, quella bruttissima, lasciò di colpo il depresso davanti allo specchio e a domande finalmente costruttive e non più intrappolato in conclusioni sabbiose. Il politico perse di colpo il suo potere di propaganda dovendo trovare altre forme o addirittura scendere alla contraddizione e alla realtà dei fatti; e il giornalista ragionava dubbioso davanti alla tastiera in attesa perché non arrivava a titoloni da prima pagina a cui prima era abituato; e il tifoso ultrà strozzava il suo grido da stadio dovendo cercare tra aggettivi e ragioni quelle giuste per il suo coro e quindi tornare a quell'attività da tempo abbandonata, pensare. E la patria, la patria non sapeva più di che vestirsi, senza superlativi si scopriva nuda, labile al confronto, timorosa di classifiche in cui sì il superlativo era rimpiazzato da un posto, il primo, il secondo, l'ultimo, ma quel posto adesso era sorretto da dati e non orgogli viscerali d'ottuse ideologie.
Quando poi all'improvviso ritornò, il superlativo in tutte le lingue e tutte le memorie del mondo, l'uomo recuperò i suoi issimi ordinari, come se nulla fosse accaduto. E fu un giorno bruttissimo, il più brutto.

andima a Bruxelles :: blog di un sognatore (italiano dicono) a Bruxelles
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