giovedì 30 novembre 2017

La patria è una cazzata

Te ne accorgi mezzo distratto, perché oramai a certe cose neanche ci fai più caso, eppure quell'anniversario a doppia cifra è scappato via senza neanche lasciar traccia, perso e sommerso tra la centrifuga quotidiana d'impegni, automatismi, compromessi imperativi. Eppure. Son dieci anni che vivi altrove, all'estero, lo chiamavi. Sei partito una mattina di novembre del 2007, il solito biglietto low cost di Ryanair che ti portava a Dublino, da solo, con una valigia 8 chili più pesante del normale, per la bilancia dell'aeroporto, tu naive fino al midollo, per l'età e i sogni in testa poco ordinati, ci volevi mettere tutto in quella valigia, perché la paura di lasciar qualcosa d'inutilmente importante era troppa. E perché mettere nella valigia era più facile che mettere in testa. Trascinarsi dietro il mondo cotonato era più comodo e naturale che affrontare la paura delle incertezze. Eppure. Hai avuto la tua buona dose di shock culturale, hai superato prove, imparato cose, collezionato memorie, sguardi, amicizie leggere e non, mentre contavi ogni anno all'estero come una cicatrice in più da mostrare al prossimo incontro d'expats. E i ritorni, la nostalgia, la qualità di vita, la famiglia, la lontananza, il clima, il cibo, la lingua. Il bidet. Le hai passate tutte, quelle fasi metafisiche ed esistenziali dell'italiano all'estero, perché sì eri ancora italiano ed eri ancora all'estero. Eppoi la normalità ha confuso estero e patria, altrove e chissà. La patria, la patria, in tutte le sue salse, dalla politica carnevalesca alla ricetta religiosa del tiramisù, tra accenti smorzati e riferimenti ingrossati, in amplessi d'emozioni spesso estreme perché sentimenti e reazioni non si parlano, s'attaccano, ti consumano. La patria. Ti ha perseguitato in ragionamenti viscerali sull'essenza di un concetto, un pilastro, un altare, così fragile quando si desnuda altrove. E infatti non c'è più, la patria, né l'estero. Quello che rimane è qualcuno in un posto, con una cultura che evolve, si mescola, si confronta, interagisce e s'arricchisce. La patria è una cazzata, che come tante altre cazzate nella vita ci portiamo addosso come una medaglia importantissima, come una radice fondamentale e vitale che se non c'è oddio la terra intorno si sgretola, il terreno non regge ai cambiamenti, alle piogge, ai cambi di stagione, crolla tutto, ai confronti, crolla tutto, le frane, le alluvioni, allo sconosciuto, si sgretola, si sgretola. E poi invece non ce n'era bisogno, semplicemente. Non si sgretola un cazzo. Oppure, lascia che scivoli via tutto il superfluo. Ecco. Quello che rimane sei tu. Sei così poi tanto brutto senza questa cazzo di patria?

sabato 4 novembre 2017

EU e Catalogna - F.A.Q.

Ma perché l'Europa non interviene nella questione catalana?

Perché funziona così: tra stati membri (uno a caso, la Spagna) e l'Unione Europea ci sono dei contratti, i famosi trattati, tramite cui gli stati membri hanno delegato nel corso degli anni dei doveri, dei mandati, delle aree di interesse ed azione all'UE (esempio: parte della politica agricola). Quando si tratta di questi campi, l'UE può intervenire, in diversi gradi di tono. Quando qualcosa non cade nelle responsabilità che gli stati membri le hanno assegnato, l'Unione Europea non può nulla, in effetti in termini ufficiali non esiste (esempio: politica militare). Tutto ciò rientra nel gioco dell'equilibrio perpetuo tra conservare sovranità e delegarne pezzi a livello europeo. Nel caso della Catalogna, l'EU è fuori ambito, semplicemente.

Ma pochi mesi fa non bacchettava la Polonia su democrazia e riforme?

Si tratta di un caso completamente diverso. Quando uno stato entra nell'UE si sottopone ad un processo di negoziazione e controllo per aderire a parametri ben definiti per quanto riguarda il rispetto dei diritti umani, la democrazia, l'economia, la crescita, etc. Chiamiamolo un altro contratto, di conformità. Se poi in un secondo momento alcune riforme interne rischiano di rompere quella conformità, allora l'UE ha tutto il diritto (e dovere) di intervenire (il caso della Polonia, per esempio). Nel caso della Spagna e della Catalogna invece la Spagna è già diventata membro anni fa e in questo momento sta applicando con la Catalogna la stessa costituzione che passò quel processo di conformità. Ecco perché Spagna e Polonia, in questo contesto, sono confronti completamente sbagliati.

E le tante dichiarazioni su Cina o altri paesi non Europei? Possiamo giudicare gli altri ma non dire nulla ai membri del club?

Siamo ancora in un altro grado di legame. Lì non c'è né un contratto di delegazione (trattati), né di conformità (non son paesi membri). Insomma c'è più libertà di agire secondo diverse strategie di politica internazionale. Di nuovo, certi confronti dimostrano che molti non conoscono come funziona l'Europa: il crescente scetticismo è figlio di ignoranza, non di cattiva Europa.

Ma indipendentemente da questi dettagli tecnici, l'UE dovrebbe dire qualcosa!

Non può. Immaginiamoci l'UE chiedere alla Spagna di non applicare la propria legge alla lettera: già di per sé è un caso assurdo perché fuori dalle sue responsabilità e la Spagna potrebbe subito rispondere "hey, rimani con i piedi nei trattati, non ne uscirne, abbiamo un contratto", ma comunque immaginiamoci il precedente, dell'UE che chiede di non applicare la legge di uno stato membro, quella legge che ha già controllato, quella legge interna. Un tale azzardo farebbe impazzire gli euroscettici sicuramente e creerebbe un precedente molto pericoloso. Inoltre, il solo fatto di mettere sul piano del dialogo la Spagna, un paese membro, e la Catalogna, creerebbe un problema: riconoscerla al tavolo del dialogo vuol dire in un certo senso già accettarla come entità a quel livello. L'Unione Europea non può arrivare a tanto.

Perché non può arrivare a tanto? Che razza di unione è allora?

Un'unione creata da stati membri per gli stati membri, in cui si assegnano delle responsabilità e se ne conservano altre, intoccabili. Non a caso il Consiglio Europeo (i summit, per intenderci semplificando) è diventato prima un'istituzione formale e poi la più importante delle istituzioni, l'istituzione dove sono rappresentati gli stati membri al più alto livello, i capi di stato. L'Unione Europea non è quella che molti hanno in testa, quell'entità suprema lontanissima che governa tutti e tutto, assolutamente no, né tantomeno quella del "ce lo ha chiesto Bruxelles" del politico di turno che rientra in patria scaricando colpe e responsabilità altrove, alimentando scetticismo e ignoranza. L'Europa è un progetto non terminato, di unione, che continua, sebbene a rilento, nella complessità geopolitica dei tempi.

Ma quindi i cittadini europei non contano?

Beh, i capi di stato sono mandati a Bruxelles in quanto eletti in democrazie indirette, quindi dai cittadini, anche se il Consiglio Europeo non rappresenta i cittadini europei nel gioco degli equilibri. Né tanto meno il Consiglio dell'Unione Europea (altra istituzione), che rappresenta gli stati membri, ma di cui comunque fanno parte tutti i ministri dei paesi membri (eletti, quindi dai partiti scelti dai cittadini). Il Parlamento Europeo è, per definizione, la rappresentanza di tutti i cittadini europei, sebbene istituzione non fortissima in passato ma che va guadagnando potere e rispetto (anche se noi ci mandiamo Iva Zanicchi e l'assente permanente Salvini). Insomma, i cittadini sono lì, in diversi gradi di indirezione democratica, ma se l'UE ha le mani legati su un tema (la Catalogna) per vincoli di natura, beh non potrà mai soddisfare desideri del popolo, che per giunta pretende senza conoscerla. I cittadini contano tanto quanto gli eletti, gli indirettamente scelti, i rappresentanti rendano la cosa fattibile e ideologicamente allineata.

Sì ma basta, ci sono prigionieri politici in uno stato europeo del 2017, possiamo mai accettarlo?

No, non dovremmo. Sebbene il referendum fosse illegale (o almeno sospeso per giudizio sulla sua legalità) e fosse una pagliacciata, senza nessun controllo di voto, di scrutinio, di conti, insomma una gran pasticcio populista il cui risultato non dovrebbe autorizzare nessuna decisione, tanto meno di così importanti come quella di un'indipendenza. Sbagliata è stata la repressione delle forze dell'ordine e pure la strategia di Madrid nel gestire la questione, sicuramente (e soprattutto a lungo termine). Ma c'è una legge che si può far applicare e lo han fatto, purtroppo. L'Unione Europea non può far molto, formalmente, mentre si spera che informalmente, lontano dai microfoni, ci sia una qualche comunicazione con la Spagna, ma fin tanto che si rimane in questi fragili confini di mandati e contratti, è una partita a scacchi difficile da gestire. Ecco perché la risposta spesso non è meno Europa, ma più Europa, per rompere queste contraddizioni, questi limiti, queste imperfezioni della signora a stelle. Ma di questi tempi, simili affermazioni difficilmente trovano terreno fertile.

mercoledì 22 marzo 2017

Non sei più la stessa

Te lo ricordi come fosse ieri, un anno fa. Un anno fa Bruxelles è cambiata, di colpo. Sei passato proprio da quella stazione della metro, Maelbeek, appena 15 minuti prima l'esplosione, un anno fa. Ci passavi ogni mattina, da quella stazione della metro, mai allo stesso orario, più presto, più tardi, non lo sai mai, ti fermi a giocare con tuo figlio prima di uscire, c'è un pannolino da cambiare all'ultimo momento, c'è un pianto da calmare e un capriccio da gestire. Insomma, sei passato da Maelbeek con la solita fretta, con la solita distrazione, un anno fa. Sei arrivato fino alla fine della linea 5, come facevi ogni giorno, e hai ricevuto la chiamata allarmante di tua moglie. Bruxelles è cambiata. Il giorno dopo avevi un volo esattamente da quel aeroporto, per la Spagna, un anno fa. Coincidenze, fortuna, destini. Un collega è rimasto in coma, un anno fa, perché le sue coincidenze son state diverse. Hai conosciuto uno degli infermieri che era lì all'aeroporto tra i soccoritori, un anno fa, è diventato tuo collega qualche mese fa, dice solo che vuole dimenticare tutto, che ha visto cose che, alla fine preferisce non parlarne. E ci continui a passare ogni mattina, da quella stazione della metro, e anche se c'è sempre la solita fretta, e anche se c'è ancora quella solita distrazione di sonno e pensieri da decifrare, quella stazione spesso non è più la stessa. Quando la guardi attraverso i vetri sporchi della metro, adesso, ti capita spesso di pensare a quel giorno, gli attentati, ce lo ricordano i militari sparsi ancora qua e là a Bruxelles, nuove figure del paesaggio metropolitano. Ce ne siamo fatti l'abitudine, qui a Bruxelles, di vedere militari nella metro, al mercato, al centro commerciale, al cinema. C'è chi è andato via, per paura, c'è chi ha cambiato città senza pensarci due volte, c'è chi non prende più i trasporti pubblici, ha cambiato abitudini, c'è chi ogni volta che entra in un vagone della metro si guarda intorno, sospetto, e lancia sguardi da investigatore maldestro, tra stereotipi affannati e timori trascinati. E Bruxelles intanto continua, non ha scelta, con una cicatrice e un anniversario in più sull'asfalto consumato. Rimane bella, Bruxelles, e ti ci affezioni ulteriormente, come quegli amici che condividono esperienze forti, accumulato memorie indelebili, di belle e brutte che siano, cambiano tanto nel frattempo, entrambi, non se ne accorgono giorno per giorno e poi alla fine si ritrovano inseparabili per il solo fatto che è ancora bello passare del tempo assieme, semplicemente. Mi dispiace tanto Bruxelles, perché un anno fa non è stato un bel giorno, ma siamo qui accanto a te, restiamo qui, un po' parte di te.

andima a Bruxelles :: blog di un sognatore (italiano dicono) a Bruxelles
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