venerdì 1 ottobre 2010

L'invasione dei sorrisi e il disincanto

E mentre ieri tornavo da un pranzo fuori programma in zona Schuman, solo, nella metro, per tornare a Gare du Midi, ad uno degli stop intermedi dagli sportelli del vagone d'improvviso entra repentina una valanga di ragazzini, urlando come pazzi in ogni direzione, correndo a prendere un posto, scavalcando le gambe di chi sedeva nelle file interne, senza chiedere permesso, senza dire nulla, con gli occhi puntati soltanto al posto vuoto da occupare e magari la manina tesa indietro verso l'amico di turno; ed ecco che tutt'intorno l'umore cambia in una manciata di secondi e chi era pensieroso, magari immerso nei dubbi della giornata o nelle preoccupazioni di scadenze imminenti, chi muoveva il capo al ritmo di musiche ripetitive o chi si mirava nel riflesso del finestrino opaco cercandosi nello sguardo un po' stanco un po' eremita, ecco che si arrendeva al frastuono dell'invasione di quelle voci, mentre due maestre tentavano balbettando qualcosa di orchestrare la marea fanciullesca; ed ecco che nell'arrendersi si dipingeva un sorriso luminoso e contagioso sul volto di tutti gli spettatori, come se d'improvviso, da quegli sportelloni del vagone, fosse entrata aria nuova e fresca, fosse arrivato di colpo un benessere colorito e condivisibile. I ragazzini non lo sapevano e nemmeno si curavano del cambiamento d'umore generale, nei loro gesti, le loro voci, quelle cose che nell'innocenza di qualcosa spontanea e naturale fa sorridere di piacere e trasmette come una serenità palpabile. E quella scena, quel cambiamento da paralisi facciali a sorrisi, da pensieri e apatia a smorfie e sguardi felicemente confusi da schiamazzi e scherzetti, è sembrato quasi un incanto, una magia inattesa per la sua rapidità ed effetto, lì, in un vagone qualsiasi della metro di Bruxelles.

Poi alla fermata successiva ecco il disincanto. Dagli sportelli entra un uomo, sporco di povertà e timori, con in braccio un bambino, senza sorriso né canzone. E non appena l'uomo inizia a chiedere spiccioli tra la gente, con la sua elemosina ripetitiva e rassegnata, ecco che tutta quella fantasia, tutto quel benessere e quei sorrisi, quelle occhiate e quei giochi di smorfie, scompare repentina per far spazio ad un gelido disincanto, ai rifiuti, ai no, alle facce voltate e gli sguardi bassi, come se tutta quella fantasia, quell'euforia palesemente sprigionata di colpo scomparisse per quel bimbo meno fortunato, come se quell'uomo e quella nuova scena fossero qualcosa di scomodo e inopportuno, nelle contrazioni dei muscoli facciali e nelle reazioni di chi prima sembrava s'illuminasse e illuminasse nella forza di un sorriso.

La valanga di ragazzini intanto non si accorge dei cambiamenti, così immersa nel far rumore, giocare, stupirsi per qualche scritta sulle pareti della metro o perdersi in un bu che faccia eco nel sogno del compagno. Beati loro, che non sanno di falsità magari involontarie e disincanti quotidiani, che non hanno ancora tanti troppi filtri attorno agli occhi e ignari continuano nel loro mondo semplificato.

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