domenica 21 novembre 2010

I colori degli altri

L'altra sera mentre ancora non si sa perché s'era finiti in uno dei pub di Place du Luxemburg, d'improvviso ascolto alle mie spalle due ragazzi italiani urlare tra loro (urlare per via della musica assordante, che è un po' come bisbigliare in un silenzio profondo) ed uno dei due rompe i timpani dell'altro con un "guarda quella bionda con il ragazzo di colore" e allora mi volto anch'io, d'istinto ma distinto, a fissare quella bionda con un ragazzo di colore e siccome era davvero un sacco di tempo che non sentivo quell'espressione, ragazzo di colore, mi son fermato un attimo a fissare quei colori e alla mente m'è risalito subito un ricordo opaco (e quindi dai colori sfogati), di una poesia dei tempi credo del catechismo, una poesia in cui un bambino nero si rivolgeva ad un bambino bianco e faceva più o meno così:

"tu amico bianco, perché chiamare me di colore? io quando son nato ero nero, quando son cresciuto: nero, quando vado al sole: nero, quando malato: nero, quando spaventato: nero, quando morirò sarò ancora nero; ma tu, amico bianco, quando nato eri rosa, quando cresciuto: bianco, quando malato: giallo, quando abbronzato: rosso, quando spaventato: verde, quando morto sarai viola; allora, amico bianco, perché chiamare me di colore?"

E quella poetica domanda finale, di quel ricordo opaco, che qualcuno avrebbe riassunto in uno di quei già inconcludenti che spesso chiudono un discorso come risposta affermativa ma svogliata, mi girava tra la testa mentre fissavo i colori degli altri, tra le luci notturne del bar che nel frattempo cambiavano i colori a tutti, al ritmo di qualche combinazione musicale, pensando che di colori in fondo ne siam pieni, basterebbe soltanto fissarli quei colori: il tizio dell'ufficio a fianco, per esempio, spesso è davvero nero (pur essendo bianco) tra stress e nervosismo, per poi illuminarsi d'una luce gialla viva quando esplode in quel suo sorriso che richiama tutte le rughe a dilatarsi; il collega belga, invece, alla scrivania a sinistra è arancione delle sue lentiggini fiamminghe ma spesso si colora d'azzurro quando parla francese e non vuole; il vicino ugandese, pur essendo di pelle nera (e quindi di colore), lo percepisco in constante verde, sarà perché quando parla trasmette davvero tanta speranza o più semplicemente per il colore brillante degli occhi; e il signor Tony, al mercato del venerdì, è sempre d'un rosso splendente e non ne ho idea se sia vero, ma son sicuro che gli piaccia il vino, rosso. E in fondo siam in continuo arcobaleno, noi tutti, basterebbe soltanto guardarli un po' meglio, quei colori degli altri, e non fissarci soltanto sulla bionda con il ragazzo di colore.

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