venerdì 21 gennaio 2011

Cosa pensano della fretta le bambine brussellesi

Quando alla pausa pranzo esci per respirare aria che non sia di carta e processori (non importa se poi fuori è di traffico e motori, almeno il freddo ti risveglia, di colpo), ti accorgi di non avere con te di quei coriandoli che fanno girare il mondo e con cui sei costretto a barattare il pranzo, allora ti dirigi verso i bancomat all'angolo, mentre Bruxelles colora di grigio un cielo già poco splendente. Il primo sulla destra mostra un messaggio che lampeggia sullo schermo, poco rassicurante, una signora occupa quello al centro e all'ultimo c'è una bambina a giocare con i tasti e più che premerli li bastona, più che usare le dita li schiaccia con le mani, allegramente. Prima fai un passo nella sua direzione, istintivamente, perché quello sportello è libero, o meglio nessuno lo sta utilizzando per il suo scopo principale: erogare coriandoli colorati. Poi però interrompi il passo e ti metti in fila, dietro la signora, perché non vai di fretta e puoi aspettare qualche minuto, perché in fondo - pensi - chi diavolo sei per interrompere il gioco di una bambina, che imita la mamma lì al lato e gioca coi bottoni? E perché il tuo bisogno di coriandoli dovrebbe essere più importante del gioco della ragazzina?
Poco importa se la mamma non bada alla piccola, non pensa che qualcun altro potrebbe aver bisogno del bancomat, hai tempo e aspettare non ti pesa, anzi ti rallegra vedere la piccola giocare, che per un attimo si volta, ti guarda, magari capisce e invece no, ti ignora e tu pensi torni a giocare e invece torna nelle sue complesse operazioni bancarie, è impegnatissima, la piccina. E tu torni ad aspettare.

Poi d'improvviso arriva un signore che porta con sé una fretta elettrizzata, si vede che la porta addosso con gran sforzo, e con quella fretta lancia un primo sguardo alla tua fila, un secondo alla bambina e senza dire una parola la sposta come si sposterebbe un sacco di patate. Ma la piccola non è un sacco di patate, si volta e ti guarda con gli occhioni grandissimi e la bocca tremante (preludio di un pianto che non esploderà) e insieme, quasi fosse un coro, pensate "Ma tu guarda che stronzo". Lo so, le bambine piccole non dovrebbero dire certe parole, stronzo, ma lei lo ha pensato, lo so, lo hai sentito con gli occhi, hai visto il labiale con il cervelletto, ha detto proprio stronzo. E poco importa se la bambina non parlasse italiano (i bambini parlano tutte le lingue del mondo, basta soltanto saperli ascoltare), ha pensato proprio "Ma tu guarda che stronzo", con la z un po' addolcita e un leggero accento francese sulla o, prima di voltarsi di nuovo verso la mamma e afferrarle i pantaloni in cerca di rifugio.

E mentre il signore della fretta preleva i suoi coriandoli vomitati dalla macchina monotona, si volta in basso a destra e guarda la piccola regalandole un sorriso, addirittura.

La fretta. La fretta - pensi -  ci fa davvero dimenticare attenzioni naturali, troppo spesso ci rende quasi insensibili o giustifica chi insensibile lo è abitualmente, troppo facile poi dire "andavo di fretta" perché la fretta magari era per cose futili che possono attendere, basta distribuire le importanze. Siamo noi che non sappiamo attendere, nella macina quotidiana, e finiamo col diventare anche stronzi, come pensano le bambine qui a Bruxelles.

2 comments:

rafeli ha detto...

mi pare di capire ci siano molte affinita' intellettuali.
sono in Paese Basso, al momento, e qualcosa mi dice di muovermi a sud verso Bruxelles. usero' le tue pagine per confermare questa convinzione. ciao.

andima ha detto...

@rafeli
Spero possa trovare quante più utili informazioni tra queste pagine, altrimenti puoi sempre lasciare un commento, una domanda, un dubbio e ovviamente non abbiamo la risposta a tutto, ma si può condividere quel che si sa