giovedì 1 dicembre 2011

Sonno.

T'ho visto nello sguardo puntato al pavimento di chi cercava tra qualche macchia e le scarpe allacciate male l'energia per un risveglio troppo lento, sonno, e t'ho visto di riflesso in chi si fissava apatico nella propria immagine del finestrino opaco, perso in un vuoto in movimento, mentre la metro sfrecciava veloce nei suoi scricchiolii metallici. E tu, sonno, sei lì, imperterrito, ogni mattina, mentre una calca di braccia e gambe entra cercando inerme un appiglio per la mano che non è per la mano, è per appenderci il corpo, aspettando che tu lo abbandoni, nell'attesa d'energie mattutine che verranno, repentine come frustate quando la fermata sarà quella della destinazione e l'ultimo sorso avrà terminato il bicchiere e la dose mattutina di caffeina, in attesa che aumenti il flusso di sangue ai muscoli ed il fegato rilasci glucosio; sei lì, quando uno sbadiglio intona i tuoi ritmi blandi ed il colore violaceo sotto gli occhi manifesta ore strappate alle lenzuola, riportate alla realtà da una sveglia insensibile che scocca l'ultimo secondo prima d'azionarsi quasi nel piacere di rompere quel legame con la notte, che sia di sogni beati o d'un buio fatto di nulla non importa: t'avrebbe annientato se abbastanza e invece non è mai abbastanza, perché poi sei lì, maledetto, sonno.
C'è chi nella metro tenta di distrarti cercando il senso di un articolo tra le pagine stropicciate di un giornale e chi prova a stordirti con cuffie e musiche convinto che il risveglio passi per il fracasso dei timpani. Anche di quelli altrui. T'ho visto anche nel nodo imperfetto della cravatta a strisce e nell'abbinamento, della cravatta a strisce sulla camicia a strisce. Poi t'ho visto come spazzato via, avrai avuto quasi paura o non avrai nemmeno avuto il tempo di avvilupparti a qualche altro ricciolo di connessioni neurali, quando il bambino dal passeggino ha sorriso, lì in mezzo al vagone, d'improvviso, in quel suo verso stridulo ma inconfondibile, e come raggi di luce diffusa ha richiamato l'attenzione e le smorfie del riflesso nel vetro, del corpo appoggiato ad una barra e anche della testa bombardata da urla rock, di colpo ha conquistato la scena, quel pezzo di carne avvolto in un plaid, e t'ha sconfitto, l'ho visto, t'ho visto, sei morto nel sorriso contagiato.

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