martedì 3 aprile 2012

Adotta anche tu un ragazzo all'estero

Il collega da due settimane in Belgio ti chiede consigli sul dove andar in giro la sera a Bruxelles e tra le righe c'è quasi il messaggio di invitarlo ad uscire con te. Questo non lo adotto, hai pensato. Il ragazzo incontrato l'altra sera al centro, da pochi giorni a Bruxelles, ti domandava suggerimenti sul che fare il fine settimana, su che tipo di persone frequenti e nell'aria c'era la pubblicità subliminale di un invito allo scambio di numeri di telefono. Oggi non adotto nessuno, ti sei detto. Il conoscente dell'amico ti parla con insistenza di tante cose, troppe cose, ma sembra quasi chiaro che stia cercando di incrociare prossime uscite serali. Tutte adozioni mancate.
Quando arrivi in un paese straniero, appena agli inizi in una città sconosciuta, se qualcuno ti adotta succede che ti salva un po' la vita, te la rende molto più facile, introducendoti in un gruppo di sorrisi, inserendoti in un vortice di connessioni sociali che altrimenti magari avresti incontrato ugualmente, ma non così facilmente. Sbarcando in un paese straniero, che sia da Catania a Milano o da Brindisi a Londra, entrare in un buon circolo di reti sociali può cambiare totalmente l'esperienza e gli umori, rendere meno ostile l'adattamento o trasformare uno sforzo in una piacevole esperienza. Se si trova qualcuno che ci adotti, che ci apra le porte di serate organizzate, cene e incontri al parco, ecco all'improvviso mille connessioni altrimenti meno evidenti, si passa dall'obbligarsi ad uscire, magari frequentare qualche corso di lingua o incontrarsi su forum della propria comunità altrove, a ricevere chiamate ed inviti che danno una spinta incredibile al supporto morale, nel rispondere alle classiche domande iniziali o semplicemente nel condividere una risata innocua. Perché da soli non è mai la stessa esperienza e nella maggioranza dei casi in compagnia si migliora, grazie ed attraverso gli altri, ecco perché spesso ci si adotta a vicenda con il ragazzo incontrato in ostello la prima settimana o il connazionale incrociato per caso alla stazione e a cui mai avreste dato il vostro numero di telefono in patria o almeno non con tanta facilità. Si abbassano barriere, si vincono timidezze, si dimenticano avvertenze, nel nome del bisogno di contatti sociali, di una guida, un aiuto, un'adozione.

Poi, prima o poi, ci si ritrova dall'altro lato, quello di chi ha già il circolo di amicizie, l'agenda piena, gli impegni infrasettimanali e il weekend già stracolmo di cose da fare. E a quel punto si capisce che non si può adottare tutti, nella sicurezza dei propri circoli creati, senza quel bisogno di sopravvivenza iniziale, si rialzano le barriere, si ripristinano timidezze, si ricordano avvertenze, e allora una chiacchierata non va più in là di uno scambio di parole così come una bella serata magari non vuol dire necessariamente doversi incontrare di nuovo (o almeno non in modo programmato). Si fa una selezione, né più né meno dei locali, di quelli che in quel posto ci son nati e che spesso scambiamo per freddi e asociali, accusandoli a volte della nostra mancata integrazione o attribuendogli magari stereotipi non meritati.
A Dublino ci siamo adottati, io ed un ragazzo salentino, vivendo un mese in ostello, per poi adottarne altri ancora, fino a formare un gruppo. A Bruxelles mi ha adottato un amico che già viveva qui, per poi adottarne a mia volta altri, formando diversi gruppi, complementari. Ma se avessi fatto amicizia con tutti gli italiani (e non) conosciuti a Bruxelles, per esempio, non avrei più vita privata né tempo per gli amici iniziali. Selezioni. Ugualmente, se un brussellese facesse amicizia con tutti gli stranieri incontrati al bancone del bar per uno scambio di battute, non avrebbe più vita privata né tempo per gli amici di una vita. Selezioni. Nessun egoismo, nessun razzismo, nessuna discriminazione (o quasi).
Principalmente è uno dei motivi per cui si creano più facilmente gruppi tra nuovi arrivati che tra veterani o locali; o, nel caso peggiore, il perché nonostante un lavoro, un salario, un appartamento perfetto, si vorrebbe tornare a casa, quando non si era disposti a farsi adottare, non ci si è adottati a vicenda o, maledetta sfortuna, hanno adottato quello proprio davanti a te, nella fila disorganizzata alle amicizie.

4 comments:

elle ha detto...

Io evito di farmi adottare, essendo abbastanza schiva. Però conta non poco il fatto che non sia venuta qui da sola, ma col mio ragazzo. Altrimenti immagino sarebbe stato diverso.
E poi credo che conti parecchio anche l'età. Quando andai a Bologna per l'università mi creai subito una rete di amicizie, ma se ci penso mi dico ch era tutto più facile a 18 anni. A 30 non è così banale!

andima ha detto...

@elle
verissimo, hai evidenziato due punti importanti: in coppia ci si è già "adottati" a vicenda:) e quindi in un certo qual modo si riempie un po' quel bisogno di trovare contatti sociali in un intorno sconosciuto, se questo può aiutare al principio (perché non si è solo) può poi diventare un problema se a lungo andare si rimane sempre e solo in 2.
Anche l'età è molto importante, hai ragione, e con l'avanzare degli anni si è sicuramente più restii a farsi adottare o creare contatti sociali con una certa facilità, dipende ovviamente dal carattere e dalle predisposizioni, però 30anni non la definirei un'età in cui sia difficile creare relazioni sociali o iniziare una rete di connessioni in un nuovo intorno, siamo (e sottolineo il siamo) ancora vivi;)

elle ha detto...

Ahah, ed io che mi davo per spacciata!
Scherzi a parte, volevo dire solo che si e' piu' "esigenti" in genere, o meglio ancora, che di amici importanti gia' ne si hanno, quindi magari si fa piu' fatica a lasciarsi andare. Pero' questo e' un discorso molto generale, poi conta sempre la fortuna/l'occasione, a qualunque eta' :)

andima ha detto...

@elle
il tuo discorso generale è importante, perché bisogna sempre applicarlo anche a chi in quella città ci vive da sempre, ma spesso purtroppo ce ne dimentichiamo (o se ne dimenticano molti ragazzi soprattutto nei primi tempi in un paese straniero), etichettando i locali come "freddi" o "schivi" o addirittura "strani" se non proprio "razzisti", quando noi, al posto loro, faremmo probabilmente esattamente lo stesso.
Proprio perché si è più esigenti poi, si adotta meno facilmente, hai colto benissimo il punto. Io, per esempio, spesso evito quasi istintivamente di andare oltre un certo approccio, di rimanere nelle conoscenze, di non scambiare numeri di telefono e salutare con un "alla prossima" senza compromettersi né sembrare freddo. Poi, ovviamente, ci sono eccezioni, nascono amicizie, ma non ad ogni incontro e anche quelle, attraverso certe selezioni (che siano di feeling o razionali, questo poi dipende da tante cose).