martedì 1 gennaio 2013

Del morire in aereo

Ogni volta che il signor Mario prendeva un aereo c'era un pensiero ricorrente, una sorta di ragionamento inconcluso che si ripeteva non appena annunciavano l'imminente decollo e lì fuori dal finestrino il mondo attendeva il distacco forzato di quell'ammasso di metallo e pensieri, pensieri che contenevano sempre, o almeno ogni volta che il signor Mario era lì seduto, congetture e fantasie sulla morte ed il destino. Se ognuno muore - pensava il signor Mario - quando arriva la sua ora, perché così si diceva e quindi era, allora si potrebbe morir in volo, per un guasto al motore, per un'intemperia imprevista, per un volatile insensibile agli ultrasuoni diffusi dall'aeroporto che finisca a danneggiar un motore, solo se fosse giunta l'ora di qualcuno dei passeggeri, che pur son tanti e quindi alta la probabilità dell'ora fatale. Ma poi - pensava il signor Mario - non sarebbe giusto morire per l'ora di qualcun altro se non fosse giunta ancora la propria ora, sarebbe una contraddizione dell'ipotesi di partenza. Allora - arrivava a dedurre il signor Mario - ecco spiegato perché gli incidenti aerei, le tragedie in volo, son così rare: accadono soltanto quando sia giunta l'ora di tutti i passeggeri, unitamente, che debbano quindi morire insieme, tutti. A questo punto - si meravigliava il signor Mario - la probabilità di incidenti di quelle dimensioni per voli non nazionali doveva essere ancor più bassa, perché il giungere in maniera congiunta della propria ora per ogni passeggero dell'aereo doveva tener conto anche delle coincidenze dei fusi orari, dovevano insomma coincidere non solo le ore della propria morte ma anche i ritardi e le ore legali vigenti nei paesi di residenza. Annuiva e si guardava intorno, il signor Mario, per capire se ci fossero tanti stranieri, al suo fianco o nelle file ancora visibili dall'altezza del suo sedile, per cercare di dedurre dai lineamenti il fuso orario d'origine, le differenze possibili, i più e i meno, perdendosi spesso in calcoli che richiedevano diverse ripetizioni e che lo tenevano occupato per buona parte del volo.

Però - aggiungeva il signor Mario - in aereo si può morire anche per un infarto, per un boccone di traverso di quei panini secchi e dal sapor talvolta artificiale, non necessariamente per una tragedia di massa, insomma se giungesse l'ora di uno dei passeggeri, non significherebbe che di conseguenza giungesse anche quella di tutti gli altri, non si doveva aspettare una coincidenza astrale per morire in aereo, la propria ora poteva arrivare anche nella solitudine di una singola morte. In realtà però - si torceva il signor Mario - basterebbe che giungesse l'ora del pilota, sebbene oggigiorno il pilotaggio di quest'uccelli di ferro e quadranti sia quasi automatico, per decretare l'ora di tutti i passeggeri e dell'equipaggio, perché l'ora del pilota, in quel contesto, con quelle probabilità, assumerebbe un'importanza maggiore e quindi un'eccezione. A questo punto il signor Mario tornava a guardarsi intorno perché - pensava - probabilmente il pilota non era l'unico ad avere una tale importanza, probabilmente c'erano a bordo altri individui la cui morte richiedeva un sacrificio di massa, la cui ora fosse talmente significativa da divorare le ore della morte degli altri e trascinarla in un'eco di titoli e notizie in giro per il mondo dell'aereo che con lui e a causa sua avrà terminato il viaggio in modo anormale. Solo, non son facil da trovare, certe personalità, nelle incomprensibili trame del destino, e il signor Mario finiva con accusar dolori al collo, per l'inquieto desiderio di scoperta, per scovare quell'ora, quella morte, prima che arrivi e lo colga di sorpresa. A volte, pensando d'averne trovato uno, doveva sforzarsi nel resistere e domare i suoi pensieri, quella voglia fortissima d'alzarsi e andar a chiedere: scusi, sa mica se per caso è giunta la sua ora?

Quando l'aereo atterrò, quel freddo pomeriggio di gennaio, il signor Mario vide le sue teorie scomparire man mano che il paesaggio dal finestrino assumeva dimensioni e distanze abituali, come sempre quei pensieri sarebbero tornati a nascondersi in nicchie celebrali per tornar poi a riempirgli le smorfie nel prossimo volo, lasciandogli per l'ennesima volta la sottile soddisfazione tra gli occhi di aver sopravvissuto anche a quel volo, di non esser morto per il giungere della propria ora né di quelle altrui. All'uscita dell'aeroporto però, quel freddo pomeriggio di gennaio, un autista maldestro lo investì, fatalmente. La sua ora era giunta, senza il bisogno d'altitudini innaturali né d'uccelli affollati.

5 comments:

Sabina ha detto...

Non cominciare a guardare la serie "Lost", se non l'hai già vista... =)

Sabina ha detto...

Anzi, scusa... dì al signor Mario di non cominciare a guardare la serie "Lost", se non l'ha già vista...

Rake ha detto...

Sei sicuro che il signor Mario sia morto investito e non per abuso di sostanze stupefacenti?

andima ha detto...

@Sabina
Il signor Mario purtroppo non c'è più, colpa del conduttore maldestro, ma non credo avrebbe visto Lost, più che altro perché io non guardo mai nessuna serie:), mai visto nemmeno un episodio di Lost o di altre serie, oh, son cose di vanto eh! :D

@Rake
in realtà è tutta colpa della recente lettura di Palomar di Calvino, da un certo punto di vista lo si potrebbe forse elencare sotto la categoria stupefacenti, ma non ne son troppo sicuro;)

Sabina ha detto...

Mi dispiace molto per il signor Mario!
Per quanto riguarda le serie, anch'io fino a qualche mese fa mi vantavo di non averne mai vista una (eccetto Twin Peaks alle elementari!). Ti suggerisco di non cadere MAI in tentazione perchè poi è difficile uscirne... specialmente se sono fatte così bene come Lost! :-/