La patria è una cazzata

Te ne accorgi mezzo distratto, perché oramai a certe cose neanche ci fai più caso, eppure quell'anniversario a doppia cifra è scappato via senza neanche lasciar traccia, perso e sommerso tra la centrifuga quotidiana d'impegni, automatismi, compromessi imperativi. Eppure. Son dieci anni che vivi altrove, all'estero, lo chiamavi. Sei partito una mattina di novembre del 2007, il solito biglietto low cost di Ryanair che ti portava a Dublino, da solo, con una valigia 8 chili più pesante del normale, per la bilancia dell'aeroporto, tu naive fino al midollo, per l'età e i sogni in testa poco ordinati, ci volevi mettere tutto in quella valigia, perché la paura di lasciar qualcosa d'inutilmente importante era troppa. E perché mettere nella valigia era più facile che mettere in testa. Trascinarsi dietro il mondo cotonato era più comodo e naturale che affrontare la paura delle incertezze. Eppure. Hai avuto la tua buona dose di shock culturale, hai superato prove, imparato cose, collezionato memorie, sguardi, amicizie leggere e non, mentre contavi ogni anno all'estero come una cicatrice in più da mostrare al prossimo incontro d'expats. E i ritorni, la nostalgia, la qualità di vita, la famiglia, la lontananza, il clima, il cibo, la lingua. Il bidet. Le hai passate tutte, quelle fasi metafisiche ed esistenziali dell'italiano all'estero, perché sì eri ancora italiano ed eri ancora all'estero. Eppoi la normalità ha confuso estero e patria, altrove e chissà. La patria, la patria, in tutte le sue salse, dalla politica carnevalesca alla ricetta religiosa del tiramisù, tra accenti smorzati e riferimenti ingrossati, in amplessi d'emozioni spesso estreme perché sentimenti e reazioni non si parlano, s'attaccano, ti consumano. La patria. Ti ha perseguitato in ragionamenti viscerali sull'essenza di un concetto, un pilastro, un altare, così fragile quando si desnuda altrove. E infatti non c'è più, la patria, né l'estero. Quello che rimane è qualcuno in un posto, con una cultura che evolve, si mescola, si confronta, interagisce e s'arricchisce. La patria è una cazzata, che come tante altre cazzate nella vita ci portiamo addosso come una medaglia importantissima, come una radice fondamentale e vitale che se non c'è oddio la terra intorno si sgretola, il terreno non regge ai cambiamenti, alle piogge, ai cambi di stagione, crolla tutto, ai confronti, crolla tutto, le frane, le alluvioni, allo sconosciuto, si sgretola, si sgretola. E poi invece non ce n'era bisogno, semplicemente. Non si sgretola un cazzo. Oppure, lascia che scivoli via tutto il superfluo. Ecco. Quello che rimane sei tu. Sei così poi tanto brutto senza questa cazzo di patria?

5 commenti:

Vittorio Cagnetta ha detto...

Non sei e non sarai mai senza la Patria (italica, nel tuo caso). Essa è nel tuo cuore, una parte del tuo DNA culturale primigenio. Essa è lì, e (per fortuna o purtroppo) la porterai sempre dentro di te. Ciò che è "una cazzata" è il millantato bisogno di tornare alla Patria, tu sei uno dei tanti esempi di persone capaci che diventano realizzate e felici dovunque esse vivano.

andima ha detto...

@Vittorio sicuramente era la base culturale da cui si partiva, bisogna pur partire da qualcosa, e siccome vivendo e crescendo in un posto la si assorbe, ce la insegnano, ce la educano, la mangiamo, la cantiamo, la respiriamo, etc., la patria, intesa proprio come cultura, conoscenze, istinti e reazioni naturali, è lì, nella tua cultura di partenza, su questo sono d'accordo, ma poi quella cultura di partenza si evolve, e dopo 10 anni all'estero non è sicuramente la stessa, anzi, si è mescolata così tanto, ha perso pezzi, ne ha guadagnati d'altri, è qualcosa che non è più "italica", è qualcosa di totalmente diverso da quella base insomma che considerarla altro che, appunto, base culturale, è quantomeno strambo, e mi riferisco ad orgogli, pretese, celebrazioni, supposte supremazie, etc. ecco, la patria in quel senso è una cazzata. E purtroppo quando si parla di patria, il più delle volte, la si intende in quel senso, purtroppo.

Licia Zarcone ha detto...

Ciao Francesco.
Stupenda descrizione e sì dopo 10 anni passati altrove condivido parola per parola. Ci evolviamo e non siamo più italiani all'estero ma siamo noi stessi, siamo quello che siamo diventati ;)
Ciao.

andima ha detto...

@Licia grazie per condividere un'ulteriore conferma empirica

p.s. non mi chiamo Francesco ;)

DiegoDM ha detto...

bell'articolo. pure io sono partito autunno 2007 (settembre)