giovedì 18 febbraio 2010

La percezione della morte altrui

E cosi' in due giorni il manto bianco e soffice della Bruxelles innevata scompare dalle strade trafficate, dai marciapiedi calpestati, dagli alberi appesantiti mentre qualche frammento di ghiaccio, fanghiglia e ricordi sporchi ancora s'ammucchia in qualche angolo isolato, inevitabilmente destinato a scomparire sotto il sole se pur debole che si fa spazio appena nel cielo grigiastro. Qualche pennellata d'azzurro s'intravede però lontana dal vetro sporco dell'ufficio proprio quando il manager ricorda a tutti che stanno per scattare le 12 e l'intero edificio e' pregato di rispettare il minuto di silenzio per le vittime di Halle.
Chi la smette repentino di spiegare qualcosa al collega, chi torna alla propria scrivania a sfogliare un giornale online, chi si rimette le cuffie magari annaffiando di rock quello che altrove e' lutto, forse per non sentire il silenzio del pensare, per stonarsi in altri modi, per ignorare ciò che accade intorno.

Nei corridoi lunghi del palazzo che s'affaccia sulla Gare du Midi, c'è stato un gran silenzio oggi alle 12, assenti persino le solite eco di passi di qualcuno verso il bagno, soltanto il lamento meccanico d'una fotocopiatrice sbadatamente lanciata in funzione qualche minuto prima, a vomitare indifferente pagine e lavoro, e poi il suono forte e breve dell'ascensore che arriva al piano destinazione ma non c'è più ad aspettarla chi ha cambiato idea all'ultimo istante.

Dev'essere legata alla distanza ed al tempo, alle conoscenze e la memoria. La percezione della morte altrui dev'essere direttamente connessa alla sfera personale, perché dei morti di Haiti ognuno si dispiace ma poco dopo già si torna alla macina giornaliera, al vortice incalzante di lavoro, impegni e necessita'; dei morti di Halle ognuno si dispiace ma poco dopo già si e' spinti nei pensieri obbligati di un meeting aziendale e la spesa da fare, un incontro, la cena e tutto il resto; di una tragedia familiare, un amico o un conoscente, non c'è impegno che tenga, non scompare tutto dopo poco ma solo il tempo cuce e copre, nelle sue tele lunghe ma necessarie. Dev'essere legata alle esperienze personali, la percezione della morte, perché di uno sconosciuto si dispiace ma nulla più e non insensibilità ne' tanto meno egoismo, la natura forse e le sue leggi universali, o soltanto gradi di percezioni ed umori che senza memorie, senza facce da associare o senza notizie rimbombate alla tv, son percezioni meno forti, più effimere e leggere.

Nei corridoi lunghi del palazzo che s'affaccia sulla Gare du Midi, il minuto di silenzio per i morti di Halle e' passato in fretta oggi, qualcuno ha abbassato gli occhi evitando di incrociare sguardi dei colleghi, altri si son morsi le labbra trattenendo magari qualche parola inutile, chi dietro al monitor a leggere qualcosa nella distrazione o alla finestra nell'interrogare qualche nube immobile; ognuno con la propria percezione della morte altrui, con i propri legami sociali alla tragedia. Poi allo scadere del minuto, i rumori, gli alfabeti e le voci, le risate e gli obblighi e tutto inevitabilmente a continuare.

2 comments:

vinz_745 ha detto...

Come spiegarlo? Forse dipende dall'egoismo individuale innato in ciascuno di noi. Forse dall'istinto stesso di sopravvivenza, dalla volontà di andare avanti comunque. Forse gioca un ruolo il desiderio di non pensare troppo alla precarietà dell'esistenza stessa.

Ancora più sbalorditivo è, se ci pensi l'atteggiamento verso le vittime di incidenti futuri, che devono ancora avvenire ma che certamente avverranno. Sappiamo con ragionevole certezza che sulle strade ci saranno circa 5000 vittime il prossimo anno, che più di mille persone perderanno la vita al lavoro, etc.
Esiste cioè un orrendo braccio della morte della casualità che si accetta con naturalezza, come se fosse una ovvietà.
La cosa mi impressiona ancora di più.

andima ha detto...

ci ho pensato tanto, non sono un esperto in materia e probabilmente chi ha studiato psicologia ne sa piu' di me, ma penso che tutto dipenda dalle connessioni sociali con chi viene a mancare, da li' l'esempio dello sconosciuto e della famiglia, o la scala da Halle a Haiti.
Un altro esempio semplice, ieri e' morto in Spagna il cane della mia ragazza, lo aveva da 15 anni, lei ha pianto per due ore e alla fine ho iniziato a piangere anch'io, per un cane. Ma a nessuno dei due uscirebbe una lacrima se domani a Bruxelles, nel quartiere di fronte, morissero 3mila persone (ovvio, spero non accada mai). Ci sarebbe dispiacere, sconforto ed altre emozioni sicuramente sincere ma altrettanto sicuramente brevi, perche' poi ognuno tornerebbe alla propria vita, risucchiato dal vortice delle mille cose da fare. Ma non lo chiamerei egoismo o indifferenza, ecco, non so se chiamarla natura, ma penso davvero sia una cosa naturale, se lo senti dire ti impressiona, ma se poi ci pensi, ti immagini in certe situazioni, alla fine ti rendi conto che e' cosi'.