giovedì 19 luglio 2012

Lo sbarco a Mechelen (e l'addio)

Prendere il treno per Mechelen che però passa per l'aeroporto principale di Bruxelles non è probabilmente la scelta migliore, però è comodo come orari, è nuovo, ha due piani, c'è sempre posto e fa solo due fermate: all'aeroporto e a Mechelen. Perfetto, pensavi. Poi però ti ritrovi ogni mattina in mezzo a chi sta per partire, mentre tu vai a lavorare. Soprattutto a luglio, partono per le vacanze, gli altri, mentre tu vai a lavorare. Va beh, pensavi. Intanto che valigie salgono, si moltiplicano, cozzano tra loro in conversazioni inconcludenti non fosse altro che per l'incompatibilità delle loro destinazioni, o forse dei padroni, disattenti, prendi posto tra chi ha già gli occhiali da sole pronti in viso e non per difendersi da un sole che, a quell'ora eppoi a Bruxelles, non potrebbe mai infastidire, né per nascondere un sonno ancora despota di movimenti e congetture, gli occhiali son già lì ma son per gli altri, un messaggio agli osservatori che si va in vacanza, al mare, gli occhiali son lì per te, che vai a lavorare. Bravo, pensavi. Poi c'è chi, tra il sorriso euforico di progetti indottrinati, non lascia la valigia per un attimo, con una mano, tra le gambe, mentre fissa qualche punto ignoto nel finestrino opaco e con la testa è già a destinazione mentre c'è chi arriva in gruppo, in quattro, già in festa, a far baldoria nel treno, come se l'imminente partenza desse loro il diritto innegabile a coinvolgere gli altri nell'euforia incontenibile, a coinvolgere anche te, che vai a lavorare, che volevi leggere un libro e invece no. Che bello non andar in vacanza con loro, pensavi.

Poi all'aeroporto, il vuoto. Il portellone del vagone vomita via chili di valigie e rumore mentre sinfonie di richiami, fischi e freni sbuffanti spingono lentamente il treno a riprendere la marcia, alleggerita non solo di persone ma anche d'altalene. E d'occhiali da sole. Ah, pensavi. I sedili del vagone sono lo scheletro che rimane quando la carne vien strappata via in pochi istanti: rimangono brandelli di sporcizia e tracce di un passaggio frettoloso, coperti da un silenzio alienante, perché insolito. D'improvviso riesci quasi a sentire anche il tuo respiro, mentre il treno sfreccia indisturbato verso Mechelen e i binari, meschini, cambiano rotta e dimensione, tagliando un paesaggio d'improvviso verde, di campagne belghe e orizzonti nuvolosi. Poi inizia il decollo affannato e la terra, laggiù, si fa piccola, sempre più piccola, fino a confondersi in mezzo a milioni d'asterischi, troppo lontani. Non c'è più ritorno, pensi. Quando la navicella spaziale atterra a Mechelen, dal vuoto della cabina si diffonde una tensione crescente mentre dall'oblò s'intravedono costruzioni aliene e agglomerati di materiali ferrosi. Sei solo, pensi. Il portellone che si apre automaticamente, premendo appena il pulsante luccicante, sfoggia fieramente il progresso umano raggiunto in un spiuuuffffhh un po' goffo ed ecco che due gradini meccanici fuoriescono imperiosi e si posizionano perfettamente in attesa del tuo primo passo mentre le due porte, imperiose anche loro, scompaiono magicamente ai lati, tra ingranaggi sofisticatissimi degni di quest'odissea nello spazio. Ci siamo, pensi. Piove, perché nonostante le mille teorie azzardate durante birre serali e concerti di parole sterili, anche a Mechelen c'è atmosfera e la pioggia, dunque, semina sui tuoi passi messaggi indecifrabili di attacchi alieni, mentre dagli altoparlanti si diffondono notizie di bombardamenti stellari tra accenti iracondi e dittonghi graffiati e la stazione aerospaziale è tutto un fremito di creature indescrivibili però frettolose, con cui non potrai comunicare per via di quel linguaggio extraterrestre ancora da studiare. Prima o poi, pensi. Poi, ripensi. Appena entri nella navetta spaziale che ti porterà a destinazione ti accorgi di quanto insensate siano stati tutti quei racconti fantascientifici sulle tecnologie aliene se ti trovi d'improvviso in quel pianeta lontanissimo ma in effetti, infine e dunque, sei in un autobus. E l'autista adatta la sua lingua, in una che capisci, e ti sorride perché ti riconosce, dopo un mese di viaggi interplanetari. Domani partirai per le vacanze, anche tu, ma senza occhiali da sole, e al ritorno non dovrai più arrivare ogni mattina su quel pianeta recondito però familiare, che ti ha dato una certezza in più: gli alieni sono buoni.

L'interno della navicella spaziale, quando gli occhiali da sole scappano via per le vacanze e resta il vuoto. Poi, le stelle.

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