martedì 9 aprile 2013

La confusione sui cervelli in fuga

C'è un po' di confusione in giro sulla martellante categoria dei cervelli in fuga e ognuno a suo modo cerca di ricamarci le proprie considerazioni, filtrarci la propria esperienza, più sull'uso del termine che sul suo vero significato. Cervello in fuga non è che la traduzione del termine inglese brain drain, in origine indicativo per quella fascia di migranti talentuosi che lasciano il proprio paese e forniscono altrove competenze e conoscenze acquisite in patria. Una giostra considerata normale soprattutto nel mondo globalizzato e che, nel migliore dei casi, si dovrebbe equilibrare con una brain gain, un ingresso di talenti dall'estero, altrimenti da considerare un danno economico per la patria, perché lo Stato, al netto delle tasse pagate dalla propria famiglia e dei sacrifici personali, ha investito sulle nuove generazioni - tralasciandone i modi e le possibili migliorie - con infrastrutture scolastiche, universitarie, borse di studio, rimborsi per studenti meritevoli, etc.; e quell'investimento viene perso, appunto, appena il ragazzo talentuoso è pronto a mettere in pratica quanto acquisito, ma altrove.
Certo, vista la situazione si potrebbe anche dire che è un danno voluto, prevedibile, autoinflitto, ma rimane - per quanto cinico possa sembrare - un indice economico che va in negativo nei conti dello Stato. La patria non è sempre poesia. Ecco perché è davvero una minoranza quella dei veri cervelli in fuga: non è cervello in fuga il ragazzo che finisce nel call center in UK la ragazza che viene assunta nel reparto Accounting di un'azienda a Dublino, sebbene laureati, motivati, magari rabbiosi verso la patria o semplicemente spinti dal proprio spirito d'avventura. Volendo, non è un cervello in fuga nemmeno il ricercatore, con dottorato e dieci pubblicazioni alle spalle, perché bisognerebbe controllare la qualità dei suoi lavori e delle conferenze in cui son stati presentati. Ma si andrebbe troppo lontano, probabilmente. Se considerassimo la brain gain usando gli stessi criteri con cui oggi si considera la brain drain, l'Italia avrebbe allora un grosso attivo - cinicamente parlando, ma soltanto per marcare la differenza - grazie ai tanti immigrati che quotidianamente arrivano. (O forse ce l'ha davvero, quell'attivo, ma non lo sa).

Insomma, non basta avere un titolo di studio seppur importante per essere un cervello in fuga, propriamente definito, né prendere una valigia, un volo low cost e partire, se vogliamo considerare quella brain drain, quel danno economico causato, quello spostamento di competenze acquisite: è cervello in fuga chi avrebbe apportato un vantaggio considerevole al paese che lo ha formato, ma che preferisce metterlo al servizio di paesi per lui più meritevoli.

Poi, come al solito, Cervello in fuga è diventato una scatola in cui mettere tutti, per semplificare, per comodità, per titoloni ad effetto, ed ecco che chiunque oltrepassi il confine si senta, in base alla propria morale, offeso dal termine o pronto ad indossarlo, con i vari "io non sono un cervello in fuga", "io non mi sento in fuga", "sì sono un cervello in fuga" e quant'altro giornalisti altrettanto superficiali vogliano raccogliere per l'ennesimo articolo da statistiche e testimonianze, semplicemente controllando i registri dell'AIRE o aggiornando mappe in base a contatti ricevuti. Cercare cervelli in fuga nel registro AIRE è come cercare qualcuno biondo e con gli occhi azzurri nell'elenco telefonico: non si può fare, è sbagliato l'approccio - caro giornalista - c'è un'incomprensione di base. Ecco perché, prima di metterci dentro una scatola abbastanza piccola o di spremere inutilmente pensieri ed umori attorno ad un'etichetta apparentemente attribuitaci ma che in qualche modo ci infastidisce, sarebbe più semplice ricordarsi della superficialità con la quale viene usata e magari ignorarla, alla stregua di bambaccioni, bimbominkia o altri aggettivi del nuovo millennio utili soltanto a provocare un temporaneo quanto inutile orgasmo a chi li usa, ma che automaticamente sta definendo i propri limiti e la vacuità di pensieri.

Si sa, di queste scatole purtroppo se ne ha spesso bisogno e, se non vi piace entrare in quella dei cervelli in fuga, sceglietevene un'altra, c'è quella di migrante, di avventuriero, di cittadino del mondo, inventatevene una, ma soprattutto pensate a vivere quello che vi offre il paese che avete scelto, senza troppo assillarvi su come vi chiamano in quello che avete lasciato.

2 comments:

Baol ha detto...

Il tuo ragionamento non fa una piega e mi permetto solo di aggiungere una cosa (da buon commercialista che lavora con i numeri); oltre a calcolare il reale apporto che il cervello scappato avrebbe apportato al nostro Paese io valuterei anche il danno che i cervelli rimasti stanno facendo...

andima ha detto...

@Baol
il problema è che spesso sono auto-goal, ma si continua imperterriti a tifare per la propria squadra :S