lunedì 16 settembre 2013

Disintegrarsi altrove

C'è la storia di uno spagnolo a Berlino, emigrato 6 anni fa in Germania, con il mito dell'integrazione, quella preoccupazione iniziale che molti hanno di doversi integrare ad ogni costo, quasi fosse una mania, per imparare la lingua, per avere amici tedeschi, evitando connazionali quasi fossero la peste, incontrandone uno però che si circonda solo di spagnoli, pur vivendo lì da diversi anni, e che gli dice poi di essere già nella fase di disintegrazione. Lui non capisce - dice - all'inizio non può. Poi con il tempo s'accorge però che quella lingua è una barriera per le connessioni sociali, che non è facile padroneggiarla né entrare in breve tempo tra le amicizie di chi aveva già una vita prima del suo arrivo e che aveva già le proprie connessioni nonostante il suo arrivo, e allora quell'idealismo iniziale si scontra con la dura realtà dell'emigrante, terminando col circondarsi d'altri spagnoli, anche per necessità, per non restare solo a casa i fine settimana.
Certo, la sua integrazione ha fatto poi comunque progressi enormi, con la lingua già meno ostile e con almeno quattro amici tedeschi da esporre in bacheca come trofei, ma - racconta il ragazzo spagnolo a Berlino - non è riuscito a raggiungere quel monito iniziale, non è riuscito a non sentirsi spagnolo in Germania (e perché mai avrebbe dovuto?). Senza nessuna discriminazione - dice - alla fine bisogna riconoscere la propria identità, quella voglia di unirsi a persone che condividono quel passato comune, che capiscono umori o espressioni senza il bisogno di star lì a spiegare, chiarire, giustificare, quel bisogno di avere anche conversazioni insensate, per esempio, usare un proverbio, la frase di una canzone, riferimenti a personaggi popolari o lasciare che la notte lo porti in giro senza programmi né pensieri e - dice - succede più facilmente con quelli del sud Europa. È giunto anche lui alla fase di disintegrazione - ammette - dopo 6 anni altrove, alla ricerca della propria identità in un paese straniero.
Però - dice il ragazzo spagnolo a Berlino - anche quando torna a casa si sente strano, gli dicono che si sia germanizzato, perché non sopporta più chi urla per strada, chi salta le code, chi approssima, chi trascura. Ha assorbito vantaggi della cultura tedesca, quindi, a scapito di un pezzo di quell'identità che adesso cerca altrove. E non riesce più a spiegarsi come sia possibile che in Germania politici si dimettano per un paragrafo copiato nella tesi di dottorato - cita il caso di Karl-Theodor zu Guttenberg - o per crediti ottenuti in condizioni vantaggiose - citando l'ex presidente Wulff - mentre in Spagna sembra tutto surreale (e non solo in Spagna, si potrebbe aggiungere). Anche il surrealismo è relativo.
Ad ogni inverno - conclude il ragazzo spagnolo da sei anni a Berlino - pensa di tornare al calore di casa (anche se d'inverno Madrid non ha poi questo clima così tropicale eh), ma appena pensa di doversi di nuovo adattare ad un sistema oramai ammuffito, beh, rimanda certi pensieri di almeno un paio d'anni.
Caro ragazzo spagnolo da 6 anni a Berlino, buona disintegrazione anche a te.

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