Bruxelles, a lovely melting pot

- Uno straniero su cinque vive in 20 grandi città nel mondo. Bruxelles è una di quelle città
- Dopo Dubai, Bruxelles è la città con il più alto percentuale di residenti nati all'estero
- A Bruxelles vivono 1.2 milioni di persone. 6 ogni 10 non sono nati in Belgio
- La maggior parte degli stranieri a Bruxelles è europea (70%), poi africana (17%)
- Bruxelles è piena di francesi, rumeni, marrocchini, italiani, spagnoli, polacchi e portoghesi
- Di 200 nazionalità nel mondo, 184 sono rappresentate a Bruxelles


Bellissimo riassunto su Bruxelles, a lovely melting-pot.

Ci vuole fortuna

Ci vuole anche fortuna, dicono, quando vai all'estero, quando magari dopo qualche anno ti confronti e hai raggiunto certi obiettivi, ci vuole, dicono, anche culo perché in un qualche modo si ha il bisogno di giustificare certe mancanze, a volte anche limiti, o soltanto trovare un appiglio, un buco nero in cui buttare qualsiasi rimorso o fallimento personale: non ho avuto fortuna. Un po' è quell'endemico malessere mediterraneo del rimandare a domani, dell'oggi no che son stanco, che non so come, che non c'ho i soldi, che domani il Signore ci aiuta e vedremo; un po' è quella malizia del camuffare altro sotto il mantello della fortuna, una spintarella, una raccomandazione, una conoscenza, che senza quella fortuna non si va avanti, non si raggiungono certi obiettivi; un po' è semplicemente sminuire e dimenticare, a volte anche scoraggiare, che senza fortuna non si fanno grandi cose. Eppure basterebbe ricordarsi di Seneca, pure lui mediterraneo ma di altri tempi, e il suo "la fortuna non esiste: esiste il momento in cui il talento incontra l'occasione" o, come dicono world wide "Luck is where opportunity meets preparation". Ecco, stampatevela questa frase, prima di andare all'estero ma anche prima di finire gli studi, ovunque sia il vostro destino, in terra natia o straniera, l'importante è essere preparati, avere conoscenze e capacità, le fondamenta insomma, come diceva Randy Paush "Fundamentals, fundamentals, fundamentals. You’ve got to get the fundamentals down because otherwise the fancy stuff isn’t going to work.". Ma non è abbastanza. La preparazione in una landa desolata diventa presto sterile. Ci vogliono le opportunità, per aumentare le chance di un incontro perfetto. E allora ecco perché spesso si emigra, perché tu che hai appena ottenuto un dottorato di ricerca in Italia hai sì la preparazione ma vai via, perché altrove ci sono altri fondi, altri progetti, altre ricerche, ecco, altre opportunità. Lì, la fortuna sarà quell'incontro, tra la tua preparazione e le opportunità a portata di mano. E tu, che hai studiato informatica per anni, hai coltivato questa passione viscerale, sei preparato, ma finisci a Roma con un contratto poco chiaro e i limiti culturali e strutturali di una carriera già segnata, vai via, perché altrove meritocrazia e - ancora - opportunità aumenteranno speranze e sorrisi. Perché, come diceva Viktor Frankl, uno che d'opportunità e fortuna  sapeva molto, "When we are no longer able to change a situation, we are challenged to change ourselves". E allora inizia il viaggio, per cambiarsi, per cambiare, verso altre opportunità. Ci vuole fortuna però, o soltanto la forza d'incontrarla.

Shall we be Europeans?

Direttamente da Anversa, una no profit che prova a trasformare la bandiera europea in brand, con materiali fair trade, prodotti in Europa. Ottima qualità, posso garantire. 

Tutto un equilibrio sopra il Whataboutism

Gli immigranti, la moneta, l'Europa; il ponte, i selfie, gli applausi; il consenso, le competenze, il programma; l'opposizione, le promesse, le bugie; la rete, i troll, la Russia: è tutto un equilibrio sopra il Whataboutism, quando parli di A e ti rispondono e perché allora, B? quando stai criticando l'ultima sparata di B e ti rispondono eh ma C faceva peggio, il pensiero dominante nella risposta di un dibattito che non c'è è demolire l'argomento altrui buttando il tutto altrove in pochi secondi, con il eh ma what about?, non sono neanche più monologhi paralleli, dove ognuno continua per la sua strada con paraocchi ingombranti e le sue tesi dalle fondamenta solidissime, non c'è nemmeno più il confronto infatti, c'è la demolizione a prescindere, conscia o culturale, dai talk show ai commenti di piattaforme asociali, condita nel migliore dei casi con un po' di strawman argument, è tutto un equilibrio sopra il qualsiasi cosa tu dica c'è chi ha fatto peggio e quindi ciccia, con disinvoltura. Non c'è tempo per i contenuti, gli approfondimenti, il debunking anche quello spicciolo a volte, che smonterebbe già la maggior parte della spazzatura vomitata a fiumi, c'è subito il prossimo what about già prontissimo da servire, veloce: condividi, mi piace, commenta e avanti. Papà perché hai risposto male a mamma? Eh ma what about tu con tuo fratello? E la cultura, le abitudini, la tolleranza, le assuefazioni vanno così. E pure il paese.

Non bisogna emigrare

Non bisogna emigrare, dice Di Maio, dice "Quella tragedia insegna che non dobbiamo far partire i nostri giovani", oppure dice "La riflessione che suscita in me Marcinelle è che non bisogna partire, non bisogna emigrare e dobbiamo lavorare a non far più emigrare i nostri giovani – ha detto – Il mio pensiero va a loro quando ripensiamo a tragedie come quelle". Non bisogna emigrare, perché 60 anni fa son morti tanti italiani, in altri tempi, in altri mondi, e la conclusione - brillantissima - è che non bisogna emigrare, non dobbiamo più far emigrare i nostri giovani, quelli disoccupati, quelli informatissimi grazie alla rete, quelli senza vaccini, quelli del sistema operativo Rousseau, quelli onesti, che più onesti non se ne trovano. In effetti, chi mai emigrebbere da un paese così, l'Italia dell'anno 2018, chi mai sarebbe così folle da lasciare un governo così competente e produttivo, chi mai farebbe all'improvviso la valigia per abbandonare il futuro grandioso che questa classe politica sta preparando con tanti sforzi incessanti. Anzi, iniziamo subito a diffondere il messaggio, voi tutti sostenitori del governo lega-stellato, restate dove siete, per carità, non emigrate, che appena mettete piede fuori fate guai, state tutti compatti, dovete crederci, li avete votati, keep the dream alive adesso, fino alla fine. Non bisogna emigrare. Vi prego, non lo fate.

Secco

Da oramai mesi il caldo qui avvolge a Bruxelles, con temperature al di sopra dei 30 gradi e siccità inoltrata, cambiano colori i parchi diventando gialli, per mancanza di sistemi d'irrigazione (mai necessari), e diventa una sauna la metro, ma che bella l'estate che non ti aspetti.

Visto da qui

Sembra un paese barbaro, visto qui, l'Italia dell'anno 2018. Nei linguaggi e nei modi, nelle priorità e nei titoli, nei fatti di cronaca e le agende politiche, sembra un paese razzista, omofobo, in preda a rabbie primordiali e istinti d'un colpo liberati. Eccerto, che non tutti i paesi son perfetti, son tutti luoghi di compromessi bilanciati ed equilibri arrancanti, ma tra i suoi vicini, tra gli altri del club europeo tanto tartassato, non se ne trovano altri dove le stesse parole, gli stessi accenti o gli stessi fatti diventano così viscidi e retrogradi, almeno tra quei paesi che dovremmo prendere come esempi, a voler filtrare. Sì, pure in Spagna c'è la corruzione tanto amata, basta vedere gli ultimi risvolti di Rajoy, tanto per averne l'ennesima conferma. Sì, pure la Francia crea sceneggiate e polemiche intorno a Macron e le sue gesta. Sì, pure in Belgio la politica è spesso tragicamente comica, con un primo ministro da anni ostaggio di un partito indipendentista. Sì, il Regno Unito continua a divertirci con il teatro incessante del Brexit insensato. E potremmo continuare per ore, così, a consolarci sui difetti degli altri anche solo superficiali per giustificare o celare quelli propri sempre irrisolti. Ma i toni, le parole, i messaggi, le barbarie, non se ne trovano di simili tra giornali affollati e dichiarazioni impastate di politici e governanti. Anche a cercarne ogni giorno, non se ne contano così tante tutte insieme, non ci si ritrova ad un livello di assuefazione e tolleranza così profondo e spaventoso. Che a questo punto bisognerebbe dar ragione a quei gruppi di scettici moderni sempre con le dite calde sulla tastiera poco illuminata: lasciatela, quest'Europa, perché in fondo le distanze sono tante, prendete sotto braccetto altri paesi sulla stessa rotta, Ungheria e Polonia per citarne alcuni, e fate un'altra Visegrad pomposa o anche solo un gruppo su una rete sociale a piacere, di bot o di webeti affollata, che tanto le ufficialità son quasi le stesse oramai. E tu, italiano all'estero col pallino ancora indeciso del ritorno, non lo fare, chi te lo fa fare d'andare in mezzo ai barbari e rovinarti l'umore negli starnazzi quotidiani d'odio e propaganda. Non ci scommettere su quel paese, almeno per il momento, perché visto da qui fa tanta paura, visto da qui lo pensi, te lo ripeti, si sta meglio altrove.

Se ci succede qualcosa

Mentre siete in macchina, tu e tua moglie, sul ring di Bruxelles, coi bambini altrove, ti chiedi: e se ci succede qualcosa, adesso, a entrambi? Ti rimane in testa per giorni, questo pensiero, e alla fine non rimane altro che parlarne con il notaio. Ecco, se voi che siete stranieri, che vivete in Belgio, senza famiglia a non meno di duemila e passa chilometri di distanza, tu italiano lei spagnola, due bambini non belgi, con passaporti italiani e spagnoli, residenti qui a Bruxelles, all'improvviso venite a mancare, cosa succede alla prole, chi decide, e come?

Né Spagna né Italia, sarà un giudice di pace belga a decidere, a scegliere i candidati per l'affidamento in base a dei criteri di ragionevolezza (famiglia, età, situazione economica, etc.). Se succede qualcosa, in tre casi, per morte, per stato vegetativo in ospedale (un coma), per scomparsa (dichiarati scomparsi, entrambi), allora il giudice di pace interviene, contatta le famiglie, via consolati nel nostro caso, ed esamina potenziali candidati, fino all'ufficiale tutela legale.

E allora ecco cosa possiamo fare noi, per il se succede qualcosa. Possiamo registrare tramite il notaio la nostra dichiarazione, le nostre volontà infatti, che non saranno degli obblighi per il giudice di pace, non possono, ma dei suggerimenti, delle volontà, appunto, da tener in conto casomai ce ne fosse il bisogno. Non possono essere delle obbligazioni per vari motivi, perché si tratta di persone, perché con il tempo tanti fattori possono cambiare, perché dipende da tante altre variabili esterne. Il giudice di pace però il più delle volte cercherà di seguire il più possibile le volontà dei genitori. Nella dichiarazione si può lasciare una lista di persone, di tutori potenziali scelti, o una lista di persone che non si vorrebbe come tutore (esclusione). Le persone menzionate non devono necessariamente esserne al corrente, saranno contattate qualora ce ne fosse il bisogno, saranno liberi di declinare o magari non saranno nemmeno nelle condizioni di poter diventare un tutore legale, ed ecco perché si consiglia una lista e non una sola persona, ed ecco perché c'è il giudice di pace che interviene con i suoi criteri ed usa quella lista come presioze informazioni aggiuntive. Il tutto viene poi reso disponibile a livello nazionale in un registro speciale che tutti i giudici di pace consultanto in queste casistiche. Al notaio vanno giusto 200 e qualcosa euro, con la possibilità di aggiornare la dichiarazione in futuro, in qualsiasi momento.

Quindi, se ci succede qualcosa, almeno potremmo ancora contare qualcosa nel destino dei bambini. Perché, appunto, quando si hanno dei figli si pensa a loro anche dopo di noi.

Pink

Poi quando arriva la primavera Bruxelles si colora di chiazze rosa qua e là, di ciliegi giapponesi sparsi per la città a rallegrare l'umore di chi passeggia sotto un cielo grigio o a contorno di giornate all'improvviso estive, durante due, forse tre settimane al massimo, prima di dissolversi in fiumi di delicatissimi petali rosa su marciapiedi impuri.





Cose molto brussellesi

Della sicurezza sui cantieri aperti e delle norme della UE, a pochi passi dagli stessi uffici che le hanno redatte, etc. Ma quando riappare il sole a Bruxelles, ogni altra cosa passa in secondo piano.
Foto presa da qui. Foto scattata qui.

Tre storie brussellesi

Era un'altra la famosa Maison du People di Bruxelles: non l'affollato caffè che oggi troviamo al Parvis di Saint-Gilles, ma un edificio enorme d'art nouveau ideato da Horta sotto commissione del Partito dei Lavoratori Belgi dell'epoca e situato nei pressi di Sablon dal 1899, un'opera d'arte dell'architettura del tempo che combinava vetro, acciaio e mattoni in un esperimento unico per quei tempi. Un'opera poi demolita nel 1965 perché Bruxelles è così, pazza, nella foga di modernizzare tutto, sotto l'effetto di quella brussellizzazione divenuto poi dispregiativo nel gergo architetturale mondiale, nonostante petizioni di più di 700 architetti dell'epoca, nonostante lo sdegno comune, fu considerata old fashion con gli anni e rimpiazzata da un banalissimo edificio moderno. Bravi. Alcuni dei suoi resti si trovano oggi nella fermata del tram Horta, sopravvissuti allo sciacallaggio belga. Quale? Un'altra tipica storia di surrealismo belga: parti di decorazione art nouveau dell'edificio furono salvate per un'ipotetica esposizione e per ricostruirne frammenti altrove, ma furono lasciati prima a Tervuren al coperto, poi a Jette abbandonati nei campi, preda dell'ossidazione, di tempistiche altalenanti e cambi di progetti, d'incapacità viscerale d'amministrazioni inconcludenti. Bravissimi.


C'è un cinema enorme nascosto al Parvis di Saint-Gilles: e si chiama Aegidium, con grandi sale e scalinate in stile neo classico aperto nel lontano 1906, ci sarete passati mille volte davanti, ma dall'esterno è oramai solo una porta bianca, sporca, usurata, chiusa dal 1985 in attesa di lavori di ristrutturazione che passano da una società all'altra, tra l'amministrazione comunale che prova a trovar una soluzione e gli anni che accumulano polvere e tristezza. Dopo 30 anni forse si è accesa una luce e l'Aegidium potrebbe presto tornare a splendere. Ma in una città in cui le impalcature per rinnovare il Palazzo di Giustizia devono essere rinnovate perché troppo vecchie (perché i lavori durano - o sono bloccati - da 36 lunghissimi anni), la parola presto assume sempre connotazioni molto surrealiste. Vedremo.



La Galleria Inno del centro un tempo era d'art nouveau: e si chiamava À l'Innovation, sempre su rue Neuve, sempre ad opera di Victor Horta, inaugurata nel lontano 1901, ma tutto andò perduto nell'incendio più catastrofico della storia del paese, nel 1967, in cui morirono più di 250 persone e l'intero edificio andò distrutto. A mezzo secolo di distanza, le cause rimangono ancora incerte. Una foto, di una signora che si getta nel vuoto con la sua borsa, fa il giro del mondo e sembra quasi ricordarci quella del falling man delle Torri Gemelle. Per fortuna, lei, è ancora viva.

Europa, marzo 2018

In Olanda un nuovo partito, il Forum per la democrazia, inizia a prendere piede - ma con numeri ancora bassi - sostenendo apertamente il Nexit (uscita dalla UE), rigettando l'etichetta di populista, richiamando l'attenzione dei giovani con strategie moderne di comunicazione sui social network, inneggiando a parlare per la gente e per una maggiore democrazia diretta (vi ricorda vagamente qualche altro partito?). Un po' white nationalist, un po' xenofobo (ma non come il PVV, partito di Geert Wilders, amico di Salvini), vedremo se in futuro varrà ancora la pena parlarne. Intanto, perde membri per mancanza di democrazia interna (pur chiamandosi Forum per la democrazia, pur inneggiando alla democrazia diretta, poi internamente tutt'altro, ancora vagamente ricordando qualche altro partito.. ). Principianti.

In Polonia il governo conservatore di (estrema) destra discute, con grande appoggio della chiesa, una legge che abolirebbe l'aborto nel 96% dei casi coperti finora: insomma ciao aborto, bentornato medioevo. Già ai ferri corti con la UE per un tentativo di riforma giudiziaria (che ne comprometterebbe fortemente la separazione dei poteri), e tentativi recenti di negoziare e forse resa, dopo l'altra contestata legge sull'olocausto, adesso ci prova con l'aborto, per non farsi mancare nulla e ricordarci com'è bella la destra conservatrice. Frettolosi.

In Austria fa discutere la decisione del nuovo governo di (estrema) destra di non far entrare in vigore il divieto di fumo in bar e ristoranti, di fatto ricordandoci che alcuni progressi che viviamo quotidianamente sono scontati altrove, anche in un paese all'etichetta civilissimo come l'Austria, paradiso dei fumatori però. Ma il governo di destra intanto fa cose molto più gravi, come l'intervento di forza nelle gerarchie dei suoi servizi segreti in cui scompaiono documenti sulla lotta interna all'estrema destra. Promettenti.

In Ungheria il governo di (estrema) destra continua la sua marcia inarrestabile verso la radicalizzazione mentre Orban incita la folla contro una presunta invasione pianificata del paese, contro la UE che vuole cambiare la popolazione dell'Ungheria, sacrificandone la cultura (sì, il primo ministro di un paese membro della UE usa queste parole in un discorso pubblico), contro i flussi migratori che sono guidati da una rete mondiale - un impero, dice - che gestisce media e organizzazioni per sopraffare la loro amata patria. Intanto il presunto rivale di Orban alle prossime elezioni, Jobbik, è un partito xenofobo, antisemita, neo-nazi, ma che - hey - ultimamente sta moderando i toni e quindi anche la sinistra potrebbe considerare un'alleanza nella speranza di sconfiggere l'attuale governo alle prossime elezioni, tra un mese. Festaioli.

Due anni fa

C'è chi non prende più la metro, da due anni. Un terzo della città ne ha ancora paura, dicono. C'è chi preferisce avvolgersi nella rassicurante frustrazione del traffico mattutino della città più imbottigliata d'Europa pur d'evitare posti "sensibili", che di sensibile spesso hanno soltanto chi ci entra, chi ci esce, chi sospira. C'è chi addirittura è andato via, perché - dicevano - non si sentivano più al sicuro qui, come se altrove possano dare qualche garanzia di tranquillità, come se tutto l'equilibrio quotidianamente creato in anni a Bruxelles fosse svanito nel terrore degli attacchi. C'è anche chi quel terrore lo ha ingoiato dopo pochi giorni e la centrifuga inarrestabile di distrazioni e priorità ne ha facilitato la digestione, di notizie, aggiornamenti, lamenti. E c'è chi invece di quel giorno porta ferita ancora aperta, chi ha perso qualcuno, chi non c'è più, chi se lo porta sul corpo come una memoria che il tatto riporta mestamente agli altri sensi. Il senso del terrore, quello, lo hanno trasmesso un po' a tutti, per instanti, giorni, anni, ognuno col suo grado di permeabilità personale, anche solo nello sguardo sospetto quando entri nel vagone della metro e c'è una barba ambigua che richiama stereotipi e timori. Il timore che possa succedere di nuovo, che questa volta sia il tuo turno, che non ci sia abbastanza tempo per scappare. Scappare da un attacco o semplicemente scappare dalle tue paure. Il tempo ci aiuterà. Due anni però forse non bastano per tutti.

Perché i risultati del voto all'estero son così diversi - F.A.Q.

In Italia il M5S è stato il partito più votato, mentre all'estero ha trovato pochissimi consensi al confronto, come mai?

Difficile leggere nella mente di tutti gli italiani all'estero che han votato, ma si possono fare delle buone ipotesi. Se guardiamo i risultati del Brexit, il populismo (Leave) a Londra ha perso. Se guardiamo alle ultime elezioni francesi, il populismo (FN) a Parigi ha perso. Se guardiamo alle ultime elezioni americane, il populismo (Trump) a New York ha perso. Si nota un certo pattern? Laddove ci sia più apertura mentale, laddove ci sia il contatto con un'altra realtà, con maggiore diversità, propagande populiste trovano meno consensi. Slogan del tipo "prima gli italiani", usato moltissimo dalla Lega ma anche dalla Lombardi (M5S) - per esempio - nelle elezioni regionali del Lazio, non sono messaggi vincenti per chi nel quotidiano vive già in un villaggio globale. Se vale per cittadini della stessa nazionalità, ma nel confronto tra capitale e periferia, per chi vive all'estero probabilmente risulta ancora più accentuato.

Cosa vuoi dire, che gli italiani all'estero sono diversi dagli italiani in patria?

Sono probabilmente meno suscettibili al populismo, anche perché se gridi, se parli alla pancia, la pancia degli italiani all'estero è probabilmente meno "vuota": altrove hanno trovato un equilibrio che in patria non avevano, hanno trovato meritocrazia, sono riusciti a fare qualcosa, magari non sempre a realizzare i propri sogni ma qualcosa in più rispetto allo loro situazione in patria, sicuramente. Ecco, hanno forse perso quel rancore, quella rabbia, quella difesa che avevano contro il "sistema", e quindi parlare alla pancia non trova la stessa sintonia. Di nuovo, il populismo non attacca. Se poi vivi ogni giorno in un altro paese, in un'altra cultura, con un'altra lingua, e in ufficio ogni giorno sei confrontato con colleghi di quattro cinque nazionalità diverse, beh sei necessariamente un po' "diverso" dagli italiani in Italia, perché diverso è il contesto. Sei sicuramente più europeista perché l'Europa, quella unita, la vivi e ne vivi i vantaggi. Ancora, sei immune da certi messaggi (populisti).

E come mai lo stesso pattern non si è visto a Roma, la capitale?

Perché Roma non è Parigi né Londra né New York, potremmo dire. E in generale, perché l'Italia non ha ancora quella diversità culturale che altri paesi al mondo stanno vivendo già da anni (né la stessa brain gain, ma soltanto una continua crescente brain drain). Eppure, a Roma e Milano lo stesso pattern, o qualcosa di simile, si vede: a Roma il PD ha comunque preso di più rispetto al resto d'Italia, la Lega di meno. A Milano il populismo non ha insidiato il centro della città, rispetto alla periferia, e in generale il PD è andato molto meglio.

Non staremmo forzando un poco alcuni dati per far passare un certo messaggio?

Difficile dirlo, stiamo sicuramente cercando di leggere qualche relazione tra il voto all'estero e quello in Italia. C'è un dato di fatto, che il PD ha vinto all'estero e il M5S è quasi scomparso. Un altro dato che potremmo considerare è che stando ad alcuni studi il PD sarebbe diventato il partito dell'élite, e potremmo dire che gli italiani all'estero son in un certo senso più élite rispetto a quelli in patria, perché hanno trovato una stabilità, perché hanno un certo curriculum, perché hanno dato una svolta in un certo senso alla loro vita, altrove. Ma anche questo dato è stato abbastanza criticato. Ancora una volta, trovare correlazioni tra dati può essere un rischio, ma è anche vero che i giornali hanno gridato alla sconfitta del PD e la vittoria della Lega, ma è una mezza verità: il PD ne è uscito sconfitto rispetto alle precedenti elezioni (e la sua storia recente) e la Lega ne è uscita vittoriosa rispetto alle precedenti elezioni (e come coalizione), ma sono confronti, sono sconfitte (e vittorie) relative. I dati assoluti ci dicono che il primo e il secondo partito sono il M5S e il PD. Sotto questa luce, il voto all'estero non è una grossa contraddizione.

E Berlusconi?

Non scherziamo. Berlusconi all'estero non credo possa muovere masse, semmai lo abbia fatto. Se ad ogni uscita chiami Obama abbronzato, La Merkel culona inchiavabile, Schulz soldato nazista, beh non stai sfoggiando una grande italianità all'estero in cui identificarsi. Senza contare gli scandali, le polemiche, le vergogne degli anni passati e l'associazione oramai indelebile del personaggio nella stampa estera: un pagliaccio pericoloso. Insomma, non mi aspetterei mai un Berlusconi vincente nel 2018, né in Italia né tantomeno all'estero.

Va bene, Berlusconi No, populismo No, il PD come alternativa. Ma allora come mai in Irlanda gli italiani hanno dato quasi un 40% al M5S?

Ecco. Conferma che finora abbiamo cercato di analizzare dati ed umori, ma che non abbiamo la sfera di cristallo. Conferma anche che la Guinness a Dublino è veramente buona.

Bruxelles singhiozzando

E intanto continua ad evolvere a singhiozzi il tuo panorama urbano, Bruxelles, dopo quasi due anni di militari non sempre sorridenti in giro, con le loro armi da guerra tenute per scoraggiare un nemico spesso più che invisibile, a ricordarci una paura sottile a cui tristemente s'era fatta l'abitudine, lentamente, ogni giorno, dalla mattina tra gli sguardi assonnati delle metro fino alla ronda nella piazza serale affollata. Rimangono affollate le tue terrazze nonostante il freddo, la pioggia, tra i mille cantieri sempre aperti che deformano, trasformano, ritardano, mentre un sorso di birra innalza l'umore e troppi, ma troppi, poi singhiozzando l'abbassanno. Han deciso così d'abbassare il livello d'allerta e all'improvviso c'è chi li rivuole indietro, i militari giovanissimi a seminare i loro sguardi scrutatori, come se per assurdo adesso non se ne potesse far a meno, integrati in fretta nel paesaggio metropolitano già complesso e adottati con il tempo dai paurosi del nuovo attacco imminente. Non ci mancheranno. Ci mancherà il sole in quest'inverno tra i più grigi di sempre, mentre nuove creature urbane s'intravedono a ritmo di pedalate su e giù per le tue strade bagnate, son i ragazzi di Deliveroo, che tra uno sciopero e una consegna son oramai parte anche loro dei colori giornalieri brussellesi. Di Bruxelles ci raccontano nuove statistiche colorate, una città che non è una città, è in effetti una bellissima insalata, se in appena un milione di abitanti si mescolano 180 nazionalità diverse, dicono, sulle 197 che le Nazioni Unite riconoscono, e non son poche. Un grande villaggio globale. E se qualcuno si potrebbe spaventare per l'enorme numero di Mohamed, il nome più comune a Bruxelles tra i nuovi nati del 2017, ma era già così nel lontano 2009, ecco che il nome più comune per le neonate è Maria, seguito da Marie: la bilancia inattesa tra presunta dominazione araba e contrappeso simbolico occidentale, forse perché la seconda comunità di stranieri più grande qui è diventata quella rumena, o forse perché un nome è il manifesto, il simbolo delle origini per alcuni, e un suono, una diversità per altri. Anche noi, nel nostro piccolo, abbiam contribuito a questa diversità, da due mesi appena ne abbiamo aggiunto un altro in famiglia, un altro ingrediente mediterraneo in quest'insalata di accenti, feste, sfide ed emozioni.