venerdì 12 marzo 2010

Non intolleranza, ma difesa

Su Le soir di ieri si legge di una vicenda (poi ripresa praticamente uguale sul metro di oggi) di lingue e nazionalismi: ad Halle, paese reso noto dalle cronache recenti per il tragico incidente ferroviario, non sono graditi nomi di locali pubblici in francese. Un programma televisivo belga assegna a diversi concorrenti di un reality la gestione di un ristorante ed al termine della trasmissione una coppia vince l'attività commerciale. I concorrenti di Halle pero' hanno deciso un nome, "Les Deux", che non e' piaciuto alla comunità della cittadina, dove e' stato deciso da alcuni anni l'obbligo di nomi soltanto fiamminghi, per conservare il proprio carattere e tradizioni.
Il tutto viene giustificato dalle autorità locali come salvaguardia della propria storia e difesa dall'aumento sempre maggiore di francesizzazione degli ultimi anni; e soprattutto affermando "che non e' certamente una espressione di intolleranza fiamminga". Non tolleranza, ma difesa.
Dall'altro fronte, quello francofono, c'è un dibattito sempre aperto sull'importanza della identità vallona, sull'identificazione di Namur come capitale della Vallonia, per resistere alle pressioni della parte nord del paese, le Fiandre, forte di una recente economia più solida e fiorente.

E a Bruxelles? Bruxelles e' geograficamente nella parte nord ma costituisce in realtà una sorta di terra di mezzo a maggioranza francofona, dove questi umori, questi nazionalismi, queste presunte intolleranze e legittime difese delle tradizioni devono convivere nell'idea di una capitale che dovrebbe rappresentare tutte le sfaccettature del paese. Quando questa mattina ho chiesto al mio collega belga (del nord) di commentare l'articolo, ha subito chiuso con "eh, e' una lunga storia". Eppure io volevo capire se davvero c'era del politichese dietro quella non intolleranza e se quella difesa era soltanto la giustificazione ad un nazionalismo radicato o una protezione da minacce reali.

Ed e' davvero una lunga storia, che si può ripercorrere attraverso la storia linguistica della capitale. Bisogna partire addirittura dal medioevo, quando a Bruxelles si parlava la lingua dei commerci dell'epoca, il latino, ed il nederlandese (essendo nel nord) mentre al sud si parlava francese per le vicinanze geografiche alla Francia. Con il dominio spagnolo poi (1531), il nederlandese divenne una lingua anti-cattolica ed il francese fu privilegiato nelle corti e nella vita politica della città. Questa emarginazione relego' il nederlandese a lingua di strada in concomitanza con il declino delle repubbliche del nord, lingua del ceto povero (il che vuol dire parlata dalla maggioranza) diversa dal francese dei ceti ricchi (una minoranza). Tale stato fu rafforzato con la dominazione successiva (1794), quella francese, sotto il motto "una nazione, una lingua" (indovinate quale lingua) e con l'utopia di forzare il passaggio al francese (ma come poteva una maggioranza povera iniziare a parlare da un giorno all'altro una lingua cosi' differente?).
Nelle case pero' si continuava a parlare nederlandese fino al declino di Napoleone e l'avanzata del regno d'Olanda (1815), sotto il quale tale lingua riconquisto' Bruxelles (mentre nel sud del Belgio si continuava a parlare francese). Con la rivoluzione belga (1830) che porta l'indipendenza dall'Olanda si hanno nuovi cambiamenti linguistici: una forte massa di francofoni si sposta nella capitale in una situazione già alquanto complessa, ma la città rimane a maggioranza nederlandofona.

Il sommo Baudelaire riassunse il tutto con: "a Bruxelles, la gente in realtà non parla francese, ma fa finta di non saper parlare fiammingo. Per loro e' buon gusto. La prova pero' che in realtà si parla fiammingo è che abbaiano ordini ai loro dipendenti, in fiammingo".

Seguono anni complessi. Onde migratorie vengono dal nord povero e a Bruxelles per differenziarsi molti iniziano a parlare francese, la lingua superiore, e le nuove generazioni crescono adattandosi a tale lingua. Con il tempo il francese perde questo valore di superiorità ma diventa ovviamente lo strumento unico per un progresso sociale. Solo nel 1921 il governo riconosce il principio territoriale, secondo il quale si accetta il nederlandese al nord, il francese al sud, Bruxelles come terra bilingue.
Nel 1960 si identificano i bordi linguistici che circondano la capitale ed alcune città passano da una amministrazione ad un'altra in base al linguaggio ufficiale scelto. Ma dopo la seconda guerra mondiale il declino economico del sud e la rinascita del nord mette nuovamente in primo piano il nederlandese, almeno fin quando la comunità economica europea prende sede a Bruxelles e molti stranieri iniziano ad immigrare prediligendo il francese come lingua da apprendere.

Le preoccupazioni politiche di molti partiti del nord sono sulla scomparsa della lingua da Bruxelles. Minoranze francesi che vivono nelle Fiandre chiedono la ratifica della convenzione sulla protezione delle minoranze' nazionali, che in Belgio non e' stata ancora totalmente approvata. Tale convenzione consentirebbe il diritto di usare anche il francese nel nord del paese nella comunicazione con le autorità, nelle scuole, etc. Ma le Fiandre non vogliono, non riconoscono i francofoni del nord come una minoranza e sono preoccupati della scomparsa della propria lingua.
Ed ecco come quell'articolo su un programma televisivo e le preferenze di un comune belga si collocano in uno scenario di difesa, più che di intolleranza, e all'ombra di certe affermazioni c'è una lunga storia di equilibri mai raggiunti, di culture differenti che tentano di vivere in armonia sullo stesso pezzettino di terra in un paese tanto piccolo quanto inversamente complesso.

4 comments:

pedro ha detto...

andima, devo essere sincero, non ho un giudizio positivo sul belgio.
non ci sono mai stato, quindi sono assolutamente ignorante in materia.

ma gli italiani emigrati seppelliti nelle miniere, le prime notizie di pedofilia (che vennero dal belgio), questa asfissiante altissima densità di abitanti per mq, l'astio continuo tra fiandre e vallonia, bruxelles 'capitale' della eu, il colonialismo 'buono'...sono fattori che mi portano a provare antipatia verso questa nazione.

andima ha detto...

pedro
beh se non ci sei mai stato, spero che il giudizio non positivo non ti sia venuto solo leggendo questo blog!:)

gli italiani seppelliti nelle miniere, beh e' stata una tragedia, ma non accuserei l'intera nazione o le generazioni/governo corrente, gli episodi di pedofilia oramai stanno scoppiando in tutte le nazioni di Europa, la densità di abitanti per metro quadrato dovrebbe impressionarti a Parigi (10 milioni in una capitale), non certo a Bruxelles! Il colonialismo "buono" e' stato fatto da un re senza scrupoli ma non giudicherei un popolo da uno dei suoi personaggi peggiori (sarebbe come giudicare oggi i tedeschi pensando ad Hitler, avrebbe senso?), capitale d'Europa e' un appellativo dato dagli altri, non credo che qui abbiano avuto tanta superbia da auto definirsi cosi', per quanto ne ho capito i brussellesi non amano molto tutti quegli uffici e auto diplomatiche che tra l'altro han distrutto interi quartieri per erigere soltanto uffici cambiando il volto di mezza città, l'astio tra fiandre e vallonia.. beh non so fin a che punto sia astio, sicuramente anche qui ci sono i partiti estremi, nazionalisti, ma e' vero che cercano di vivere in equilibrio, non tutto e' facile, ovvio, e non ho neanche tantissime info per darti un'idea precisa, mi sto informando solo di recente su questa questione sicuramente molto complessa come avrai potuto capire da quel pezzetto di storia che ho riportato.

insomma, questo per rispondere ai tuoi punti che sommati ti portano ad una antipatia verso il Belgio. Ti sta ancora antipatica adesso?:)

pedro ha detto...

di meno, devo ammetterlo ;)

ognuno credo giudichi gli altri (si lo so, non si dovrebbe, anche il mio amato bob marley diceva 'don't judge', ma chi non lo fa?) per degli schemi mentali e per delle idee che si fa su episodi, anche singoli.

ammetto comunque la mia ignoranza, ma non provo alcun astio.

sugli immigrati italiani, ci sarebbe molto da dire.
vero e proprio esempio di uomo=merce, tipo gli schiavi.
l'italia prendeva un tot per ogni lavorante che scavava nelle miniere belghe.
bruttissimo esempio di come va il mondo.

andima ha detto...

si' pedro, sicuramente ci sarebbe molto da dire su quella vicenda, dove i due governi raggiunsero patti alquanto criticabili. Oggi cose del genere non succederebbero mai, almeno in Europa, e questo e' sicuramente progresso.

Oggi gli scenari sono differenti, ma conoscere la storia e' il modo migliore per capire meglio il presente. Se mi chiedi una opinione sul Belgio ora, l'idea che mi son fatto e' di una nazione molto complessa (per la questione delle lingue e del nord/sud), molto liberale (probabilmente per la recente conquista di indipendenza, un po' come la Spagna post franchista), e ricca di storie da raccontare. Bruxelles poi amplifica il tutto, perche' incrocio per mille anime di passaggio.

Io non faccio il tifo per Belgio, non voglio convincerti a dire che Bruxelles sia migliore rispetto ad altre citta', cerco solo di raccontare quello che mi capita di osservare, come dice il titolo del blog, pensieri sparsi durante la mia avventura brussellese. Poi il lettore avra' una sua idea, magari da condividere, magari da tener per se', magari da invogliare a leggere altrove per confrontare, conoscere, verificare. Penso che questi siano i limiti/pregi di un blog.