giovedì 21 marzo 2013

Dietro a un tricolore

Poi ti ritrovi nel sud della Germania durante il fine settimana, in una terra natia che però non ha che confuse memorie nella mappa delle associazioni d'appartenenza, a tavola in un ristorante italiano di proprietario cilentano, ti ci ha portato tuo zio, convinto di farti piacere, come se ti potessi riconoscere nel menu di parole tedesche e decorazioni stereotipate, come se avessi bisogno di un cameriere dai lineamenti turchi per sentirti meno straniero nella città natale, a riepilogare durante il pranzo nomi di parenti e stati di salute ma anche, e con curiosità, episodi passati d'emigrazioni difficoltose, quelle sì, della valigia di cartone, dei viaggi interminabili in treno all'impiedi, dei letti sempre caldi e l'immancabile desiderio di ritorno. Non c'è mai odio, nelle parole d'emigranti invecchiati, come se il tempo addolcisse anche la rabbia più radicata o trasformasse in rughe le delusioni più ricorrenti, fino a confonderle con le pieghe di un sorriso.

Quando entri con fare sospetto nella camera di tuo cugino, nato e cresciuto lì, in quella che per lui sì è terra natia ma che probabilmente non sente sua, a giudicare dal tricolore appeso al muro, protagonista nella stanza, ti accorgi subito che c'è un pezzo di patria incompleta. No, non ti emozionare, tu nazionalista da bar felice di quei colori né tu millantatore di paesi più belli del mondo inebriato dalle sviolinate di Benigni, perché quel tricolore è sì la bandiera dell'Italia ma non è, lì, l'Italia. Mentre tuo cugino lacera senza sosta il suono di parole con accenti sbagliati e non smette di bastonare la lingua italiana ad ogni imperfetto - per non parlare dei periodi ipotetici - lo sguardo ti ricade sul tricolore alla parete, che lì no, non è l'Italia del 2013 ma quella idealizzata dai genitori emigranti, quella immaginata da racconti paterni di memorie lontane o ricostruita in vacanze annuali ripetute come le ricette di piatti tramandati, sempre ottimi al palato però immuni a cambiamenti, esperimenti, evoluzioni. E tuo cugino lotterebbe a sangue per quel tricolore, probabilmente, anche se non potrebbe parlarne senza cadere in luoghi comuni e mancanze banali, non saprebbe descrivere l'Italia di oggi né elencare più di due nomi di chi l'ha fatta grande nel passato o piccola nel presente. Sai benissimo che, se i suoi genitori fossero stati greci, per esempio, quella bandiera avrebbe colori distinti ma immutato amore, perché, appunto, quel tricolore non è l'Italia in quanto tale, ma soltanto il sogno di una patria mancata, trasmessa fin da bambino ad ogni carezza e sviluppatasi in contrasto alla patria degli altri, quella tedesca dei compagni di scuola, quella straniera dei programmi in tv, quella che non riuscirà mai a sentire totalmente sua (ma sarebbe, poi, sua davvero?) perché nel terreno degli affetti e degli orgogli trapiantati ci son sempre state anche radici italiche, a metà strada tra un'integrazione ostacolata e una diversità compiaciuta.

Mentre lasciavi per l'ennesima volta quella terra, nei pressi di Basilea, dove basta alzarsi sulla punta dei piedi per scorgere la Francia, lì a destra, e la Germania, lì alle spalle, e la Svizzera, davanti a te, crocevia d'esperimenti europei, ripensavi a quel tricolore appeso in camera, a quel cordone ombelicale come un pezzo di cultura perpetuato, e alla patria, quella con cui ci vestono da piccoli, quella che invece ci piace indossare, quella che gli altri ti attribuiscono naturalmente e quella che, a volte, si scorge nelle vetrine un po' ammaliati. E no, non sempre è la stessa. Per fortuna.

6 comments:

totentanz ha detto...

Post da incorniciare. Di mio, ci aggiungo la particolarità che questa venerazione per l'Italia imbalsamata della generazione precedente è propria solo degli emigrati italiani in Germania e nord Europa. Le generazioni dalla seconda in poi in tutti gli altri paesi mi sembrano molto più inglesizzate, americanizzate, francesizzate ecc.

andima ha detto...

@totentanz
E' un pattern che ritrovo spesso, nelle generazioni precedenti, anche d'altre nazionalità. Un mesetto fa son stato ad un compleanno di un'amica spagnola, ops, belga, nata da genitori spagnoli, ops, belgi, ma nati da genitori spagnoli. Insomma, solo i nonni erano spagnoli nati in Spagna, poi i genitori e poi lei, tutti nati in Belgio, quindi siamo già alla seconda generazione nata qui, eppure lei insiste nel considerarsi spagnola ed i genitori mi dicevano "alla pensione ritorno in Spagna", e sottolineo "ritorno", loro in realtà non c'hanno mai vissuto in Spagna, sono nati qui in Belgio, ma quel "ritorno" parla chiaro, per loro è come se avessero vissuto già in Spagna, è come se non fossero nati in Belgio, è come se fossero sempre stati di passaggio in Belgio, e lo stesso identico sentimento è stato trasmesso alla figlia. Ecco, io credo che le nuove generazioni, seppur figlie di emigranti, possano velocizzare questa fase o almeno non avere quella "patria mancata" così marcata, grazie al mondo globalizzato in cui viviamo, ad Internet, ai voli low cost, alle città multiculturali, ma poi dipende sempre dall'educazione, da quella "patria indotta", la mia amica spagnola, ops belga, ne è un esempio chiarissimo.
Immagino in Germania tu ne possa incontrare moltissimi di questi casi, in Belgio idem. Quando 3 anni fa ci fu l'amichevole Messico - Italia, giocata qui a Bruxelles, lo stadio era praticamente azzurro, ma sforzando l'orecchio si ascoltava in maggioranza dialetto strettissimo calabrese, campano, siciliano, con accento francese: la maggioranza era fatta di figli o nipoti d'emigranti, sapevano poco o niente dell'Italia di oggi, ma baciavano quel tricolore come fosse il sole (che non hanno in Belgio, e qui la metafora nasconde anche un altro sentimento, quello del sottolineare gli aspetti positivi della "patria mancata" che nel paese "ospitante" mancano, ovviamente quelli negativi si dimenticano.. se son nati qui ci sarà pur un motivo.. ).

elle ha detto...

Son d'accordo con questo tuo commento, Andima.
Per noi e per le future generazioni è e sarà molto diverso.
Un episodio al riguardo: un annetto fa ero in macchina e stavo per parcheggiare. Ad un certo punto vedo dei fari abbaglianti puntati verso di me e capisco che mi stanno facendo segno di fermarmi. Erano degli italiani che vivono qua da trent'anni (ancor prima avevano vissuto in Brasile) che avevano visto la targa italiana e prontamente mi avevano fermata. Subito erano scattati inviti a cena e cose così (ci diedero il loro numero, ma chi li ha mai chiamati?)
Quanti di noi lo farebbero oggi con i "paesani"?
Per quanto mi riguarda, anzi, evito :)
E non so se sia un male, un bene o semplicemente il frutto dei nostri tempi multiculturali e globalizzati, che danno più spazio alle esperienze fuori -sia fisiche che virtuali- e quindi ti aprono la mente verso il nuovo, ma che d'altra parte non prediligono tantissimo i rapporti personali veri.
Se le nuove generazioni si sentiranno italiane saranno sicuramente più al passo con l'Italia dei nostri tempi, altrimenti semplicemente saranno figli del mondo.
Nel mio caso non mi ci sento neanch'io legata in questa maniera statica al mio Paese, figuriamoci come potrei trasmettere questo sentimento ai miei figli...

andima ha detto...

@elle
"Nel mio caso non mi ci sento neanch'io legata in questa maniera statica al mio Paese, figuriamoci come potrei trasmettere questo sentimento ai miei figli..."

bingo! Saranno i tempi, il cambiamento culturale o semplicemente siamo noi a vederla così, ma il punto è proprio questo: trasmetti quello che senti, inevitabilmente. E in più, aggiungerei, forse un tempo non c'era neanche tanta consapevolezza di quanto l'educazione potesse avere un impatto sui propri figli, oggi girano libri sugli argomenti, articoli sul tema un po' ovunque, video su TED, su Youtube, insomma, la divulgazione scientifica gioca anch'essa un certo ruolo, siamo sicuramente più coscienti (lo spero), spesso in overflow d'informazioni, magari, sicuramente non sarà facile, ma credo si possa trasmettere una certa diversità-buona senza dover necessariamente creare Eldorado inesistenti o sentimenti d'appartenenza così forti.

sandrokhan80 ha detto...

Post veramente da incorniciare .... era ora di introdurre nel tuo blog questo tema perché troppo presente per un italiano che decide di viaggiare o vivere all'estero.
L'impatto con la diaspora italiana è sempre sconcertante e lo è ancora di più se te stesso ci sei dentro fino al collo .... e la cosa è tutt'altro che rara, specie se risiedi nella metà inferiore dello stivale.
Alcune volte penso come è strano essere italiani .... vai in un paese estero ma trovi il 90% della tua famiglia! Elabori l'esperienza emotiva del contatto con la diaspora italiana con vero sconcerto .... a me talora sembrava di ripercorrere tutte le fasi freudiane come sulle montagne russe (fase di negazione - dissociazione - idealizzazione - identificazione - razionalizzazione ... etc). Può capire solo chi l'ha provato!
Davvero difficile conciliare questo dualismo tra l' 'estero della disapora' dei tui cari e 'il tuo estero' dei voli low-cost che in un'ora stai a casa, della dimensione europea del lavoro, dell'antitesi della valigia di cartone che vai fuori con una laurea, spesso a prendere un master o specializzazione. Insomma ... in te scorre il conflitto tra la vecchia/nuova Europa .... tra l'EMIGRARE in maiuscolo e "emigrare" in minuscolo e tra vigolette (che non sei sicuro di poter propriamente usare quel verbo!).
Sei a Bruxelles, Londra o Monaco e conosci una marea di giovani polacchi, portoghesi, inglesi .... ma anche altri italiani che non hanno nessuno all'estero. Tantissime delle cose di cui parli nel tuo blog sono esperienze comuni con loro .... sono sentimenti che appartengono alla nuova Europa. Poi ci sono tanti italiani, molti greci, turchi e pochi altri che vivono anche le conseguenze emotive della diaspora (e dico "diaspora" in senso letterale: non 2-3 zii all'estero ... ma migrazioni in stile biblico come quella italo-belga o dei turchi in Germania!).
La domanda infine è: quanto può essere diversa la vita all'estero se vi si trova il 90% della tua famiglia? Meglio girare a largo ed andare in un altro estero?

andima ha detto...

@sandrokhan80
"che non sei sicuro di poter propriamente usare quel verbo!" verissimo, spesso sono caduto in riflessioni esasperanti e forse anche un po' di vittimismo sul problema dell'emigrante e i sentimenti associati, ma se confrontato con flussi migratori passati, beh il "cervelli in fuga" moderno non è emigrazione o perlomeno è facilitato in modo impressionante dall'avanzamento scientifico e strutturale delle nostre società.
Sulla domanda finale, beh non è facile rispondere, dipende dai legami con quella famiglia, io, personalmente, andrei altrove:) ma ognuno i propri compromessi, si sa;)