venerdì 9 novembre 2012

Quando ti ricordano quello che sei

Eppoi si voltano tutti, simmetrici verso di te, tu in fondo al tavolo e scomposto in una smorfia dai sapori misti, tu che ti ritrovi spinto sul palcoscenico dell'attenzione a raccogliere sguardi che non promettono applausi, e come incalzati da uno scatto spontaneo però curiosi scoppiano in una risata, sonora, non appena durante le due ore settimanali di corso avanzato di francese, lì in azienda, nella grande sala al quarto piano, la professoressa nomina la parola mafia e inevitabilmente tu, forse non essenzialmente tu, unico italiano in quella stanza di belgi dall'accento rauco del nord, diventi ambasciatore involontario e destinazione impulsiva d'associazioni d'idee banali. Non è la prima volta - ti ricordi- né tanto meno sarà l'ultima - ti ripeti -, ma riesce difficile abituarsi a quell'idea, quella che si diverte a trovarti sempre impreparato, quando gli altri ti ricordano che sei italiano, irrimediabilmente, e che il Vitangelo Moscarda attraverso cui ognuno ti guarda, ti ascolta, ti ricorda, indossa stereotipi centenari d'esagerazioni e verità e tu, se è vero che non t'arrabbi quando si tratta di qualcosa di positivo, seppur gonfiato, che sia arte che sia cucina o soltanto il risultato di una partita di calcio, di cui non vuoi né potresti attribuirti meriti o legami, allora ugualmente non dovresti batter ciglio quando l'altra faccia della medaglia cade sul tavolo in un rumore metallico dalle eco divertenti, appena tutti in coro ridono e graffiano, per poi scusarsi, in poche parole convenzionali, come se ti potesse offendere, come se poi potesse essere vero, che tu, lì, sia la mafia piuttosto che l'arte o la corruzione piuttosto che la moda, come se tu fossi l'Italia tutta in un concentrato di carne e accenti, non lo sei, ma devi star al gioco dei cliché fatali, raccogliere il furore del pubblico sempre puntuale e lasciare lesto il palcoscenico in un inchino d'inamovibile leggerezza, magari riflettendo qualche sorriso che vorrebbe sussurrare non sono la mafia, anzi forse sono sempre meno italiano, eppoi sono io, tutto qui, ma che invece sarà riassunto in un sono italiano, sono la mafia, la torre di Pisa e pure la Nutella, l'ingresso è libero, prego, venghino siori e siore, venghino.
Eppoi tutti si voltano nuovamente verso la prof, il sipario si chiude veloce e il palcoscenico scompare, lì, in fondo al tavolo, al quarto piano, durante il corso settimanale di francese avanzato, e tu ti dimentichi, rapidamente, quello che sei negli altri, per continuare, solitario, a pensare d'essere soltanto te stesso, all'estero, in mezzo agli altri.

8 comments:

Sabina ha detto...

Mi viene in mente solo un'immagine: lo specchio.
Loro - ovvero gli altri, indipendentemente dal fatto che siano internazionalmente diversi da te - ti vedono in un modo, ti leggono come l'incarnazione di un pensiero, di un'idea radicata in loro, nelle loro impressioni.
Tu invece ti vedi, per quello che sei o per quello che non sei. Ma di clichés e idee preconcette, ne fai volentieri a meno...

sandrokhan80 ha detto...

L'italiano è costretto in una strana, complicata trama di clichés come nessun altro nel mondo occidentale. Si va dallo stigma per la mafia e la corruzione, all'ammirazione per una cultura millenaria.
Puoi correre il rischio di essere imbarazzato ed orgoglioso a corrente alternata, anche da questo ti rendi conto di come l'Italia non sia un paese propriamente "normale"! Alla fine la tentazione di predersi solo il "buono" dello stereotipo dell'italiano c'è sempre .... ma meglio essere se stessi come dice la vignetta di "Portugal" (bellissimo tra l'altro!!!)

lisa ha detto...

I clichés esistono in tutto il mondo...anche noi italiani abbiamo i nostri luoghi comuni sugli altri. Fa parte di ogni cultura...che poi sia vero o meno non lo so. Ma se di una cosa dobbiamo vergognarci, ce ne sono tante altre di cui dobbiamo essere orgogliosi. Alla fine, per chi ci indica solo come "quelli della mafia" possiamo rispondere che siamo anche "quelli che la mafia l'hanno sconfitta una volta e vogliono farlo ancora".

gattosolitario ha detto...

Io spesso ignoro questi commenti. Ultimamente ho iniziato a dire che dire ad un italiano di essere mafioso è come dire ad un tedesco di essere nazista. A questo punto cade il silenzio freddo per qualche secondo, poi in genere abbassano gli occhi e chiedono scusa. Secondo me dovremmo diffondere questa cosa. Provateci :)

Gaia Saviotti ha detto...

Io invece, che non sono una personcina per niente diplomatica, ho cominciato a rispondere male e la gente ha iniziato ad imbarazzarsi: da lì in poi, l'italiana mafia-pizza-mandolino ha fatto un po' meno ridere e la gente ha imparato a trattenersi.

Però è vero, uno se lo porta stampato in fronte il marchio made in Italy e forse la gente non pensa che, se poi vivi altrove, in fondo è anche un po' perché questo marchio non lo vuoi più così evidente... Qui in Perú, all'italiana si è aggiunta anche l'etichetta di "gringa" che non è occultabile, dato il colore chiaro di pelle, occhi e capelli...

andima ha detto...

@Sabina
ne faremmo volentieri tutti a meno, probabilmente, o almeno fin tanto che si trattino di cliché negativi, ma a quel punto bisognerebbe ripudiare anche quelli positivi, altrimenti non c'è coerenza. Bisogna invece viverci, perché impossibili da eliminare, e decidere con quale smorfia assorbirli.

@sandrokhan80
esattamente, hai detto benissimo, anche da questi cose ti rendi conto di quante contraddizioni ci sono in un solo paese.

p.s. Portugal l'ho ricevuto in regalo per il compleanno e l'ho quasi finito di leggere, bellissimo. Poi ho anche "Tre ombre", sempre di Cyril Pedrosa, sempre come regalo, ma in olandese.. regalo un po' bastardo un po' d'augurio..

@lisa
quando l'abbiamo sconfitta la mafia? E lo vogliamo veramente fare ancora, cioè "noi" chi? Punto non facile e da qui potremmo parlarne per ore, secondo me.

@gatto
Anche io l'ho ignorato, anche se poi scrivendoci un post non si direbbe, lo so, ma oramai li ignoro commenti come quelli, però la scena m'è rimasta impressa (e allora non l'ho ignorato, è vero). A volte gioco anche io con i cliché, ovviamente ci sono luoghi e modi, confidenze e situazioni che lo permettono, questa volta però volevo sottolineare proprio questo: se ignori i cliché negativi, devi ignorare anche quelli positivi, altrimenti è troppo facile.

@Gaia
Rispondere male non so quanto possa aiutare, ovviamente dipende sempre da situazioni/gradi di conoscenze/modi. Dici benissimo che se magari si vive fuori è perché quel marchio un po' lo si rigetta (ma non generalizzerei, posso elencarne molti che fuori canterebbero l'inno di Mameli a squarcia gola appena possibile, e spesso fanno tenerezza), ma alcune associazioni sono automatiche, se sei italiano e si toccano alcuni punti, zack, sei tu l'ambasciatore designato, lo facciamo anche noi, sicuramente, e sempre automaticamente, e non è facile in entrambe le direzioni. Vivere all'estero è anche questo, tra le mille cose, ognuna con il proprio peso e priorità, ovviamente.

Steff ha detto...

Ho appena scoperto il tuo blog :) grazie d esserci
Stefania partita da bologna a bruxelles 6 anni fa :)

andima ha detto...

@Steff
6 anni? Ma allora sei più che brussellese oramai :) io tra qualche settimana compio i 4 qui a Bruxelles, ma la prospettiva e' di restarti ancora a lungo!