domenica 17 febbraio 2013

Quando all'estero sei un tacchino

Ma tu, ragazzo appena sbarcato dalla nave dei dubbi e delle speranze, qui sull'isola della lingua straniera e della cultura differente, con la tua valigia digitale imbottita di radici ed il curriculum in formati tridimensionali che potrebbe bloccarsi in un nodo, della cravatta, al primo colloquio in alfabeti non tuoi, lo sai che potresti facilmente trasformarti in un tacchino? Sebbene l'estero possa sembrarti al principio un po' il paese dei balocchi, in preda alle emozioni del cambiamento, ubriacandoti di novità inattese ed avventure sociali, difficilmente ti trasformerai in asino come pinocchio perché ci sarà tanto da fare per vincere la tua scommessa personale e trovare un equilibrio altrove, riuscire a metter in ordine priorità e compromessi e finalmente arrivare ad un sorriso sereno. Però potresti inavvertitamente trasformati in tacchino, quello di Russell.
Già, perché nei tuoi processi logici quotidiani l'induzione sarà il metodo razionale tra i più naturali, quello di raccogliere esperienze, collezionare conoscenze, eppoi dal particolare all'universale sfornare leggi cosmiche sul nuovo intorno che ti circonda, generalizzando. Se un collega belga mangia broccoli a colazione (non lo fanno, è un esempio) e l'amico belga di un tuo conoscente mangia broccoli a colazione, al telefono la sera dirai a tua madre che sì, i belgi, tutti, mangiano broccoli a colazione. Dal particolare all'universale. Certo, usavi l'induzione magari anche in patria, ma all'estero le possibili generalizzazioni ed errori nascosti potrebbero moltiplicarsi facilmente, perché è qualcosa di nuovo, una cultura che non conosci, una città che ti scappa tra le mani, una nuova lingua da padroneggiare, un lavoro da trovare, l'appartamento, le conoscenze, un te stesso da riscoprire attraverso un'esperienza che no, non capirai mai fino in fondo leggendo pagine di wikipedia, risposte su un forum o commenti su un blog: poi tocca alla vita reale, se ci vuoi provare davvero. E poi corri il rischio di diventare un tacchino, quello di Russell, quello che per tutto l'anno aveva ricevuto il mangime alle 9 di mattina e allora, dal particolare alll'universale, ecco che per tutta la vita avrebbe ricevuto la colazione alle 9 di mattina - pensava - fin quando poi il giorno del ringraziamento viene ucciso, per essere servito a tavola, e la sua legge universale cade, si dimostra falsa.

Introspezioni di un migrante.
Però tranquillo, siamo tutti un po' tacchini, probabilmente, soprattutto quando si sente in giro che i belgi, per esempio, non esistono, soltanto perché per un expat è naturale vivere con altri expat, è naturale conoscere altri emigranti e non persone del luogo, per via di abitudini e bisogni (corsi di lingue, per dirne una, in cui difficilmente trovereste qualcuno del luogo, beh, almeno fuori da Belgio, diciamo), per reti sociali già create (quante persone conoscete di Roma che a Roma escono con stranieri? Nessuna? Vuol mica dire che a Roma non ci vivono stranieri, no?), per facilità d'interazione (da expat ti troverai facilmente nel tuo circolo di gente che parla globish, l'inglese degli stranieri, in cui un locale potrebbe essere escluso o che troverebbe poco interessante). Siamo ancora tacchini quando, sempre dal particolare all'universale, diciamo che i belgi, per esempio, son razzisti, sempre collegandoci alla legge universale precedente, solo perché non escono con noi, non li vediamo, si nascondono, ci evitano, e invece no, hanno semplicemente già la loro vita da risolvere, che esisteva prima del nostro arrivo e continua ad esistere nonostante noi. Siamo ancora tacchini quando dal menu turistico di un ristorante in una stradina di una città, poi pretendiamo di conoscere la cultura culinaria di un paese e confrontarla, denigrarla, perché la nostra è migliore, perché la nostra è più salutare, e non perché alla nostra siamo abituati, fin da piccoli, tutto qui.

Probabilmente aveva ragione Popper, quando diceva che l'induzione dovrebbe essere usata per distruggere e non per creare, per trovare controesempi e non per generare l'ennesimo stereotipo personale, anche perché nell'induzione c'è già inconsciamente la sovrapposizione dei nostri schemi mentali alla realtà osservata, ma è difficile evitare d'indurre, ad ogni osservazione, soprattutto all'estero, soprattutto all'inizio, soprattutto in preda allo shock culturale. E allora? E allora tu, ragazzo appena sbarcato con la voglia matta di scoprire il mondo e la generalizzazione facile lì sempre sulla punta della lingua, puoi provare a frenare un po' la fretta del giudizio, magari ingoiando un po' di politicamente corretto o semplicemente raccontare il particolare: l'altro, l'universale, proviamo a lasciarlo agli altri. Poi, quando hai tempo, puoi anche studiarli, gli altri.

2 comments:

sandrokhan80 ha detto...

Il ragionamento induttivo è quello dell'intolleranza, del razzismo ... uno dei meccanismi elementari della stupidità umana. Se uno è una personcina a modo il tutto porta ad una battuta di cattivo gusto e poco più. Se invece si tratta di una persona più cattiva e pericolosa .... beh, puo fomentare i tacchini e costruirci sopra una solida carriera politica!



andima ha detto...

@sandrokhan80
attento però a trasformare il tutto in un'equazione induzione=intolleranza o induzione=razzismo, insomma non applicare troppo l'induzione all'induzione :) soprattutto se influenzato da campagne elettorali del momento;), il pericolo dell'induzione è appunto la generalizzazione, ma è facile caderci soprattutto in ambienti estranei, tacchino lo son stato anch'io, spesso, ai miei esordi all'estero e se mi rileggo il blog son sicuro che troverei diversi post che potrei taggare con "io sono un tacchino" (tag che probabilmente creo a breve). L'induzione ha senso quando il campione considerato è abbastanza vasto (e qui entriamo nella statistica) o se la ripetizione di esperimenti conferma alcuni risultati (qui entriamo nella scienza), ovvio che applicata ad una cultura può riservare diversi tranelli, ma è una trappola in cui cadono in molti senza accorgersene, lo ammetto. L'importante è averne la coscienza e rimediare, ecco, un tacchino cosciente rimane sempre meglio di un pollo, secondo me;)