I giovani in fuga che t'ignorano

Dunque, cervelli in fuga dall'Irlanda, cervelli in fuga dall'Inghilterra, cervelli in fuga dal Belgio e dalla Spagna e per l'ennesima volta il titolone è anche sui cervelli in fuga dall'Italia. Chiaramente si scappa anche dalle destinazioni di chi scappa, in quello che potrebbe essere un apparente circolo e invece il punto più importante è proprio l'assenza di quel richiamo italico, la mancanza di un brain gain rispetto al continuo brain drain (fuga dei cervelli, appunto). I giovani in fuga del 2013, queste generazioni di laureati e professionisti dai voli low-cost e smartphone nel taschino, si scambiano città ed alfabeti e si muovono come pedine nel grande gioco della globalizzazione, ma t'ignorano - cara Italia - perché anche nella fuga c'è cervello. Se c'è chi scappa da Dublino, da Londra o da Bruxelles, c'è anche chi da Roma, da Napoli, da Milano è prontissimo a prenderne il posto, bilanciando in qualche modo la reperibilità di persone qualificate da piazzare sul mercato. Una simpatica giostra d'emigranti, insomma. Giostra però che non gira molto quando si tratta del bel paese, dove son migliaia quelli che scappano ma pochissimi quelli che li rimpiazzano ed è su questo che dovrebbero battere i titolini da giornale o le affermazioni del politico fugacemente attento al tema: se l'attenzione si concentrasse su come attirare talenti stranieri invece di proporre - per esempio - temporanee agevolazioni fiscali o altri sterili stratagemmi da controesodo, di conseguenza si ridurrebbe anche la fuga interna e probabilmente aumenterebbero i ritorni di quelli già partiti, senza tralasciare l'apporto poliedrico di competenze e diversità straniera. Se la tigre celtica irlandese offriva agevolazioni fiscali per nuove aziende, per esempio, e in Belgio si può ottenere una tassazione molto ridotta per stranieri (qualificati) al primo impiego, per dirne un'altra, forse un motivo ci sarà. Senza elencare poi fondi alla ricerca, approccio al lavoro, qualità dei rapporti professionali. Certo, più facile gridare alla perdita dei propri figli che proporre soluzioni per mancanze strutturali, tradizionalismi culturali ed interessi a mantenere lo status quo del paese più bello del mondo (meno bello per chi parte o per chi lo considera unicamente meta turistica), ma se invece di martellare sul fenomeno dei cervelli in fuga, della brain drain, si ponesse di continuo l'accento sull'inesistente brain gain, avremmo di colpo un discorso più costruttivo e produttivo. E anche un po' divertente e tanto, tanto utopico, lo so.

Restez chez vous

C'è un video di qualche giorno fa che parla tanto di Bruxelles, invitando gli stranieri a restare a casa loro, perché la città ha raggiunto il punto di saturazione, perché non può più accogliere degnamente altri immigranti, perché è razzista, sporca, povera, eppoi - addirittura - perché piove sempre, i treni son sempre in ritardo e - qui si arriva al dunque - si mangia tanta carne di porco, il cui grasso è usato anche per fare i dolci e quindi, se per qualche ragione si ha la fobia di quel tipo di carne, meglio non venire a Bruxelles. Il video purtroppo non è un pesce d'aprile (o ne usa il pretesto per diffondere il suo chiaro messaggio) ed è ad opera del Vlaams Belang, un gruppo estremista fiammingo che potrebbe essere accostato alla Lega per spirito di separatismo e un po' di folklorismo e di cui non varrebbe nemmeno la pena parlare, se non fosse che appena qualche anno fa raggiungeva il 34% tra i fiamminghi a Bruxelles, il 24% nel nord del Belgio (con quasi 40% ad Anversa), per poi essersi quasi dissolto o in parte assorbito dal N-VA, il gruppo che due anni fa vinse le elezioni in Belgio ma che poi, al termine della famosa crisi di governo, si è ritrovato all'opposizione.
Che il boom migratorio e demografico a Bruxelles potesse generare sentimenti e reazioni di questo tipo, era probabilmente prevedibile, soprattutto quando fenomeni moderni s'intrecciano con diatribe locali tra nord e sud che spesso spingono l'ennesimo titolone di giornale sulla possibilità di sfaldamento del paese. E basta leggere qualche commento sui maggiori siti di informazione belgi - che non rappresentano la totalità del paese, ma è pur sempre un campione statistico - a notizie di cronaca e statistiche, per trovare spunti di razzismo, islamofobia e quel malessere tipico di chi accusa l'immigrato, sempre e comunque, o che se ne serve platealmente come capro espiatorio per la soddisfazione di uno sfogo quotidiano. No, non bisogna fare i tacchini, e riassumere tutto in un i belgi son razzisti: i belgi son abituati a dimensioni moderate, a considerare megalopoli quel villaggio globale che è Bruxelles, a coltivare un menefreghismo un po' innocuo un po' mediterraneo del nord Europa, il famoso jemenfoutisme, che però poi viene ripreso e ampliato da qualche forestiero, connesso maldestramente a qualche statistica sulla quinta capitale più pericolosa d'Europa e qualche culmine di tensione come quello di Molenbeek di qualche mese fa, ed ecco che il populismo fa breccia e coltiva intolleranza, che se rimane ai livelli di video di questo genere - alla stregua di un pesce d'aprile - non dovrebbe preoccupare, ma che è bene non ignorare, perché la crisi è un'ottima cassa di risonanza per certi sentimenti e perché, nonostante la gara al prossimo fallimento e le vampate di identità territoriali e protagonismi sterili, ci sarebbe anche un'Europa da costruire, soprattutto a Bruxelles.