martedì 30 novembre 2010

Ballando con Toto Cotugno, a Bruxelles

Così ti ritrovi sabato sera ad un party a casa di ragazzi dalla maggioranza tedeschi e d'improvviso la playlist spara a massimo volume una canzone che non ti saresti mai aspettato di ascoltare lì, per via delle circostanze, perché ci sono cose che sono decisamente fuori luogo, perché ogni cosa ha una collocazione ben precisa in natura e si tratta di equilibri sottilissimi, spesso quasi impercettibili, ma l'equilibrio è caos e allora ecco quelle parole: è Toto Cotugno - sì, proprio lui - che canta L'italiano, quella sorta di inno, di canto popolare, di ricordo della televisione della nonna, magari di un tormentone estivo quando di tormentoni ancora non si parlava. E mentre torni alla realtà perché magari la birra ti aveva un po' disorientato, vedi i ragazzi tedeschi ballare e cantare in coro, proprio quel coro "Lasciatemi cantare con la chitarra in mano, lasciatemi cantare.. sono un italiano", con un accento magari non italianissimo ma poco conta perché i ragazzi ridono felici, magari sono già sbronzi, magari la canzone piace davvero, magari l'han messa soltanto per farti piacere, pensando che ti sarebbe piaciuta.

E tu stai lì, un po' scioccato dalla cosa, paralizzato tra imbarazzo e incomprensione, ma i ragazzi ti invitano a ballare e non puoi voltare le spalle, non puoi fare come quelli che "no io la pasta la mangio soltanto da me" o "no, la pasta è buona soltanto in Italia", perché magari poi ti ritrovi a cena dall'amico straniero che ha cucinato la pasta proprio per farti piacere e non importa se l'ha fatta cuocere 28 minuti e magari s'è pure dimenticato di mettere il sale nell'acqua, è pasta, sì non sarà come quella di casa, non sarà pasta all'italiana, ma non puoi torcere il naso tra orgoglio e abitudini, soltanto perché sei italiano, soltanto perché la pasta è sacra, perché magari per un italiano è come l'ambrosia per degli dei e o la si mangia per bene o la si rifiuta categoricamente: ma no dai, l'amico l'ha fatta per te, prendi la forchetta e ingoia, tanto è talmente scotta che si scioglie in bocca.

Ed è lo stesso per Toto Cotugno, che non avresti mai ballato dalle tue parti, che se lo dici a qualche amico magari ti guarda con un sopracciglio inclinato e la bocca acchiappamosche, ma tra un Buongiorno Italia e un Buongiono Maria, tra un partigiano come Presidente e troppa America sui manifesti, i ragazzi sono sempre lì, in attesa che ti unisca al ballo. E magari gli emigrati italiani di una volta la cantavano ed esportavano così, come una ballata allegra e spensierata, cantando di quell'Italia lasciata con il cuore in gola, urlando l'orgoglio per quella patria che probabilmente si sentivano nel sangue come il sole sulla pelle; e così parallelamente, con meno sciovinismi e senza troppo folklore, ti ritrovi in un party a decenni di distanza ed i ragazzi tedeschi sono sempre là. E allora che fai? Beh, c'è poco da esitare, alla fine balli.

lunedì 29 novembre 2010

Wikileaks

Non tanto le importantissime rivelazioni che per la maggior parte hanno solo confermato cose che ben o male erano largamente risapute, almeno per il momento (di spionaggi, di festini e capi di stato permalosi, roba davvero inquietante.. che comunque dovrebbe far riflettere sulle associazioni di idee, ma in fondo è più un sunto di quanto detto finora tra blog e satira, in contraddizione alla propaganda quotidiana di Minzolini e company), quanto un particolare abbastanza rilevante dovrebbe farci riflettere: il New York Times americano, il The Guardian britannico, il Der Spiegel tedesco, Le Monde francese e El Paìs spagnolo sono stati contattati con anticipo per la diffusione a livello mondiale. Non manca qualcosa? Le pagine web dei giornali italiani ieri riportavano gli screenshot di quelli stranieri, erano costretti a copiare perché per quelli di Wikileaks erano di seconda fascia, ennesima conferma della considerazione all'estero della nostra stampa. Secondo voi, tra Belpietro e Feltri, chi ci sarà rimasto più male?

sabato 27 novembre 2010

I'll meet you in a cloud

Fa decisamente freddo e questa mattina la finestra era coperta d'un po' di neve,
sciolta poi in fretta sotto un sole inaspettato che rende decisamente più bella tutta Bruxelles.
Foto scattata qui.

venerdì 26 novembre 2010

E si va avanti

Sarò monotono e antipatico, ma volevo sottolineare una cosa: se in un paese normale una trasmissione in prima serata su una delle reti principali afferma ripetutamente che il presidente del consiglio ha avuto strette relazioni con la Mafia, io il giorno dopo mi aspetterei dalle testate principali del paese una tra le seguenti reazioni:

1. Titoloni riprendendo quelle affermazioni, gridando ai legami con la mafia, chiedendo spiegazioni, ponendo (lo so, fa ridere) domande.
2. Titoloni accusando quelle affermazioni, gridando allo scandalo, chiedendo spiegazioni su come una trasmissione possa dichiarare questo del primo ministro del paese.

Oggi ho visitato le pagine dei principali quotidiani nazionali, ho cercato un po' su Google: niente, niente di niente, se non ovviamente qualche blog e qualche sito di giornalismo partecipativo. Nessuna delle due reazioni, nessun titolone, nemmeno titolino, solo il silenzio. Perché? Perché non si è detto niente di nuovo in fondo - penso - e quelle cose si sapevano già, di Mangano, di Dell'Utri, di Berlusconi e della Mafia, non fa più notizia, è risaputo, è accettato. Ecco, lo so, ci sono notizie gravi da sottolineare, c'è una crisi globale da affrontare, etc., ma nel frattempo paradossalmente sembra si accetti che il presidente del consiglio in carica sia colluso con la mafia. E si va avanti.

Quasi meglio di un raggio di sole

E poi d'improvviso ecco che la pioggerellina mattutina inizia a perdere velocità e mutare forma e moto, lenta e uniforme a colorarsi di un bianco inatteso ed i ragazzi dell'ufficio avvicinarsi alla finestra e come bimbi ai primi fiocchi, ogni anno la stessa storia, ad osservare la prima neve come una magia di strani sospiri e non importa se si scioglierà veloce al tatto con l'asfalto sporco e trafficato, non importa se non è ancora di quella da colorare paesaggi, lasciare orme al passaggio, né tantomeno importa che quei bimbi siano cresciuti e non scenderebbero a lanciarsi palle di neve e sorrisi spontanei, per via del lavoro continuo da sbrigare, perché fuori non c'è un prato ma macchine e progresso, perché magari basta così, stare lì ad osservare i primi fiocchi invernali, come un incantesimo annuale per un fenomeno ogni volta immancabile e bastano pochi secondi, senza troppo pensare, semplicemente a perdersi per qualche attimo tra i fiocchi nuovi e perciò da osservare, per saziarsi della loro danza soffice e pacata, prima che diventino monotoni, prima che tutto si ricopra di bianco, da qui a qualche infreddolita settimana, e alla finestra non si affacci più nessuno, risucchiati inermi dallo schermo lampante e le scadenze accumulate.
Ed è sempre così la prima neve, quasi meglio di un raggio di sole, immersi nello stupore della sorpresa inattesa, senza pensare al freddo lì fuori, quello del fiato che crea nebbia ad ogni sospiro, come se stessimo ogni volta fumando pensieri, gli stessi che lasciamo sul vetro appannato adesso, perché troppo vicini ad osservare la neve.

mercoledì 24 novembre 2010

Selezioni aziendali (e razziali)

Così quando meno te lo aspetti scopri che ci sono selezioni nell'azienda in cui lavori che vanno ben oltre le semplici conoscenze tecniche e rivalutano molto quelle parole di qualche tempo fa in cui si esortava alla non importanza della propria provenienza.

io: Quindi sono stati preparati alcuni questionari per tastare un po' le conoscenze Java ai colloqui?
il manager: Sì, ma saranno utilizzati nei prossimi mesi, per il momento siamo ancora all'approccio classico.
io: Hm, va bene. Il nuovo ragazzo belga mi sembra in gamba.
il manager: Sì, si erano presentati altri due ragazzi prima di lui, ma li abbiamo scartati.
io: Come mai?
il manager: A dir la verità - e abbassa leggermente il tono di voce - non avevano origini europee, erano marocchini e... sai...
io: ...
il manager: Insomma, non li abbiamo presi per mantenere l'ambiente omogeneo, evitare contrasti troppo forti di cultura ed abitudini, per evitare di avere qualcuno diverso in ufficio che possa creare incomprensioni.
io: Ah... beh... ma siamo già abbastanza misti... - credevo - credevo...
il manager: 4 francesi, 2 italiani e 2 belgi? Ah già, e un cinese, ma praticamente è invisibile per quanto è timido.
io: Beh... è un po' silenzioso, è vero, ma è davvero un bravo ragazzo.

il manager: Certo, certo, nessun dubbio. - Si guarda l'orologio e già intuisco le prossime parole - Ah, senti, devo andare dal cliente. A dopo.

Quindi meglio europei, meglio simili, magari anche a scapito delle capacità e non importa se poi per una battuta (va bene, una battuta da nerd, lo so) devo stare a spiegare al collega francese chi sia James Gosling, nonostante vanti anni di esperienza in Java (che sarebbe un po' come capitarvi di dover spiegare Dio a un prete da diversi anni in attività, va bene, non dubito che possa accadere, sono d'accordo), insomma meglio così, per evitare incomprensioni con il diverso. Peccato che adesso quello che si sente un po' diverso rispetto a prima son io e anche alquanto pieno d'incomprensioni a dir il vero.

domenica 21 novembre 2010

I colori degli altri

L'altra sera mentre ancora non si sa perché s'era finiti in uno dei pub di Place du Luxemburg, d'improvviso ascolto alle mie spalle due ragazzi italiani urlare tra loro (urlare per via della musica assordante, che è un po' come bisbigliare in un silenzio profondo) ed uno dei due rompe i timpani dell'altro con un "guarda quella bionda con il ragazzo di colore" e allora mi volto anch'io, d'istinto ma distinto, a fissare quella bionda con un ragazzo di colore e siccome era davvero un sacco di tempo che non sentivo quell'espressione, ragazzo di colore, mi son fermato un attimo a fissare quei colori e alla mente m'è risalito subito un ricordo opaco (e quindi dai colori sfogati), di una poesia dei tempi credo del catechismo, una poesia in cui un bambino nero si rivolgeva ad un bambino bianco e faceva più o meno così:

"tu amico bianco, perché chiamare me di colore? io quando son nato ero nero, quando son cresciuto: nero, quando vado al sole: nero, quando malato: nero, quando spaventato: nero, quando morirò sarò ancora nero; ma tu, amico bianco, quando nato eri rosa, quando cresciuto: bianco, quando malato: giallo, quando abbronzato: rosso, quando spaventato: verde, quando morto sarai viola; allora, amico bianco, perché chiamare me di colore?"

E quella poetica domanda finale, di quel ricordo opaco, che qualcuno avrebbe riassunto in uno di quei già inconcludenti che spesso chiudono un discorso come risposta affermativa ma svogliata, mi girava tra la testa mentre fissavo i colori degli altri, tra le luci notturne del bar che nel frattempo cambiavano i colori a tutti, al ritmo di qualche combinazione musicale, pensando che di colori in fondo ne siam pieni, basterebbe soltanto fissarli quei colori: il tizio dell'ufficio a fianco, per esempio, spesso è davvero nero (pur essendo bianco) tra stress e nervosismo, per poi illuminarsi d'una luce gialla viva quando esplode in quel suo sorriso che richiama tutte le rughe a dilatarsi; il collega belga, invece, alla scrivania a sinistra è arancione delle sue lentiggini fiamminghe ma spesso si colora d'azzurro quando parla francese e non vuole; il vicino ugandese, pur essendo di pelle nera (e quindi di colore), lo percepisco in constante verde, sarà perché quando parla trasmette davvero tanta speranza o più semplicemente per il colore brillante degli occhi; e il signor Tony, al mercato del venerdì, è sempre d'un rosso splendente e non ne ho idea se sia vero, ma son sicuro che gli piaccia il vino, rosso. E in fondo siam in continuo arcobaleno, noi tutti, basterebbe soltanto guardarli un po' meglio, quei colori degli altri, e non fissarci soltanto sulla bionda con il ragazzo di colore.

sabato 20 novembre 2010

Kiss me at the Grand Place

Della bellissima Grand Place non bisogna lasciarsi scappare neanche un dettaglio.
Foto scattata qui.

giovedì 18 novembre 2010

Il buco della memoria

"E se tutti quanti accettavano la menzogna imposta dal Partito, se tutti i documenti raccontavano la stessa favola, ecco che la menzogna diventava un fatto storico, quindi vera. "Chi controlla il passato" diceva lo slogan del Partito "controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato." [..] La storia era un palinsesto che poteva essere raschiato e riscritto tutte le volte che si voleva. In nessun caso era possibile, una volta portata a termine l'opera, dimostrare che una qualsiasi falsificazione avesse avuto luogo. [..] In realtà, pensò Winston mentre rimetteva a posto le cifre fornite dal Ministero dell'Abbondanza, non si trattava neanche di falsificazione, ma solo della sostituzione di un'assurdità con un'altra.[..] Le statistiche, tanto nella loro versione originaria che in quella rettificata, erano un puro e semplice parto della fantasia. In molti casi ve le dovevate cavare dal cervello da soli. [..] Da qualche parte stavano i cervelli pensanti, rigorosamente anonimi, che coordinavano il tutto e fissavano le linee politiche che imponevano di preservare, falsificare o distruggere un determinato frammento del passato. [..] A quel punto la menzogna prescelta sarebbe passata nell'archivio permanente e sarebbe diventata verità. [..] Il Compagno Ogilvy, neanche immaginato fino a un'ora prima, era adesso realtà. Gli parve una cosa curiosa che si potessero creare i morti e non i vivi: il Compagno Ogilvy, che nel presente non era mai esistito, esisteva ora nel passato e, una volta che fosse caduto nell'oblio l'atto di falsificazione che lo riguardava, avrebbe posseduto la stessa concretezza, autentica e documentata, di Carlo Magno o Giulio Cesare."

Ecco, questo insieme di brani tratti da 1984, il celebre romanzo di George Orwell, riassume il concetto di quello che lui immaginava come il "buco della memoria", in quel mondo ambientato in un futuro non troppo lontano in cui il regime totalitario comunista controllava praticamente tutto, addirittura la modifica del passato, in una ristampa continua di tutti i testi esistenti in modo da allineare ogni cosa al pensiero del Grande Fratello.
Ecco, ovviamente il romanzo porta al limite alcune situazioni, ma non c'è bisogno di estremizzare così tanto quando è palese che il buco della memoria, nel suo piccolo, esiste ed è pratica comune d'ogni regime, dalla censura alla disinformazione. Se pensiamo alla riabilitazione mediatica della figura di Craxi, alle continue menzogne del tg1 di Minzolini, ai Mangano eroe, al problema immondizia, all'Aquila e alla crisi (ma potremmo andare avanti per ore) o all'ultimo caso, l'articolo di NewsWeek che criticava il fenomeno Berlusconi ed il maschilismo cronico della cultura italiana contemporanea, e che il tg2 ha trasformato in una lista di personaggi femminili stimati a livello internazionale (cioè esattamente l'opposto), beh ecco che l'assurdità inizia a colorarsi di realtà. Certo, ci sono i giornali, ci sono i  blog ed i link condivisi sui social network, ma quando soltanto una bassa percentuale della massa acquista quotidiani o si informa attraverso la rete, mentre il resto si ciba passivamente della propaganda presente e della memoria riciclata del passato, ecco che l'assurdità inizia a dipingersi di realtà, perché, per esempio, chi informerà quei milioni di telespettatori che il servizio del tg2 era pura finzione? Nessuno. I miei genitori, i miei amici, crederanno a me, il ragazzo venuto dall'estero che vuole fare la morale o torna soltanto a lamentarsi, o alla madre televisione che inventa, produce e diffonde?

E ancora più demoralizzante è il buco della memoria personale, oramai comune, come se avessimo un dimenticatoio a presa rapida, ed uno scandalo dura pochi giorni, il tempo di qualche titolone sui giornali, di qualche chiacchiera al bar o una battuta di Crozza a Ballarò, poi il giorno dopo ognuno immerso nella propria vita, nella propria macina temporale, priorità e necessità, il resto è dimenticato perché meno importante e tutto continua immutato in una staticità quasi irreale.

"[..] A quanto pareva, vi erano state anche manifestazioni di ringraziamento al Grande Fratello per aver aumentato la razione settimanale di cioccolato, portandola a venti grammi. Ma se appena ieri, pensò Winston, avevano annunciato che la razione di cioccolato doveva essere abbassata a venti grammi! Possibile che potessero mandare giù una balla simile a distanza di ventiquattr'ore? Sì, era possibile."

mercoledì 17 novembre 2010

No, scusa, io non bacio

Ti è mai capitato di andare in confusione nel salutare una persona di un altro paese, sconosciuta o amica?

Allora ricapitoliamo: tu inizi da sinistra, io inizio da destra ed ecco che non ci incontriamo, forse era meglio una mano, lui abitualmente fa soltanto guancia a guancia e sembra una cosa maldestra mentre lui bacia davvero, forse anche troppo, non so, sarà anche sincero, ma l'ho fatto anch'io ed era talmente sudato che... eppoi il tutto si ripete una sola volta, sono sincero, no, due, no un attimo, tre, non ci credo, questa è una svolta, ma davvero, anche quattro, ma soltanto tra donne, bacio dannato! No anche tra uomini, ma soltanto tra amici, no anche come saluto alla presentazione, no era meglio soltanto una stretta di mano, aspetta dovevi fare più attenzione, si è offeso, come si è offeso? Avrà frainteso, non si aspettava un bacio da uno sconosciuto, ti ha guardato in modo strano, avrà pensato che sei ottuso o magari un maniaco; no aspetta, sei partito dal lato sbagliato, un attimo, gesto profano! Che quasi ci baciavamo sulle labbra, oddio ci mancava solo questo, mi scusi, non volevo, troppo lesto, è che nel mio paese questa è la maniera, mi sono perso, no, nessun incesto, un attimo, mamma che faccia di cera! Come ne ho mancato uno? Ma da noi sono solo due! Ah, scusi, ecco il terzo, come c'è rimasta male? Sì, è rimasta sospesa in aria in attesa del quarto, con gli occhi chiusi ed il collo al cielo, non hai concluso il saluto che quasi le prendeva un infarto, lo so, che eccesso di zelo!
Vabbè ci rinuncio, no dai, scusate io non bacio. Come non baci? Aspetto, sto fermo e aspetto gli altri.

domenica 14 novembre 2010

Tre anni altrove (o anche all'estero)

Curioso compiere tre anni all'estero (un anno e mezzo in Irlanda ed un anno e mezzo in Belgio) su un treno, proprio mentre si attraversa un altro confine, qui al ritorno da qualche giorno tra Strasburgo e Metz (la città gialla), per andare poi a Lussemburgo ed infine rientrare a casa, per ora a Bruxelles. Sarà che tre anni non son stato all'estero, ma semplicemente altrove, altrove da abitudini, conoscenze, familiarità. E capisci, dopo tre anni fuori, quante contraddizioni, quante assurdità esistono sugli emigranti, le nazioni, stereotipi e propagande. Capisci, per esempio, che non ha senso la situazione del collega cinese, sposato con una connazionale che al momento vive in Francia, ma distanti a causa di un visto, per lui, che non riesce ad ottenere, avendo già trascorso due anni in quel paese, un po' di tempo fa. Già, le nazioni, quante burocrazie e quanti limiti, hanno poco senso quando ci si sposta soltanto da un luogo ad un altro e non dal mio paese al tuo paese. Perché tuo?

Capisci che gli altri come te, gli altri immigrati italiani in giro, hanno diversi modi di interagire, di mescolarsi e di confondersi con gli altri e da loro puoi imparare, puoi distinguerti, evitarli o ricercarli, ma senza cadere nell'illusione di una patria altrove che non c'è. Capisci che tutti quei ragazzi italiani emigrati in paesi migliori, tutti quei sorridenti emigranti del nuovo millennio che si manifestano orgogliosi di non vivere più in Italia e d'essere approdati in qualcosa di migliore, ecco spesso sono falsi (probabimente, magari, sì, sì, ovviamente non tutti), sono falsi inconsciamente quando son orgogliosi del paese civile di destinazione (che sia Svezia, che sia Irlanda, che sia qui oppure là), loro che a quel miglioramento sociale non hanno mai partecipato attivamente e che lo contrastano a quello che han lasciato, che non hanno tentato di migliorare attivamente, e sono gli stessi che poi guarderebbero in modo strano quelli che invece son orgogliosi di quello stesso paese d'origine, probabilmente per eventi, primati e monumenti cui a loro volta non hanno mai partecipato attivamente. Perché allora quegli orgogli?

Sarà che quando si ama un luogo, se ne vuole far parte in todo, cultura, storia e soprattutto pregi, ma nessun luogo è un paradiso, se non agli occhi dei propri compromessi, quegli stessi che spesso causano una fuga, un abbandono o la ramificazione di radici sempre più profonde ed inamovibili. Capisci, dopo tre anni fuori, che il viaggio più importante non è attraverso terre, isole e mari, ma dentro di te, perché andando altrove ci si impara a conoscere internamente attraverso il diverso, affrontando esperienze altrimenti rare se non addirittura impossibili tra le quattro mura amiche o nello stesso paese ma tra le solite destinazioni lavorative, che sia Roma, che sia Milano, che sia laggiù o l'altra ancora; perché all'estero poi, quel fuori è fuori dalle proprie abitudini, fuori dalle proprie conoscenze, fuori dal proprio ordinario e allora ci si mette alla prova, in un continuo confronto, tra errori ed esperienze, vittorie e lacrime, in situazioni sicuramente nuove, che sia parlare una lingua straniera o ritrovarsi in un gruppo di ragazzi ed essere l'unico italiano, che sia scontrarsi con culture lontane, spesso sconosciute, o imbattersi nello stereotipo di te nella mentre altrui, soltanto per la tua provenienza, soltanto per essere nato in un luogo e non in un altro, aver assimilato una cultura e non un'altra. Ma non c'è nulla di già scritto, la patria non è mica nel sangue. Ecco, sapevate che un neonato di 30.000 anni fa (sì proprio tanto tempo fa) trasportato qui, nella nostra società globalizzata, dalle caverne al mouse, crescerebbe esattamente allo stesso modo di un suo coetaneo contemporaneo, perché il cervello umano non si è evoluto poi tanto e si adatterebbe in maniera completa al nuovo intorno che nuovo non sarebbe per chi vi crescerebbe dal principio?

Cosa significa? Significa che non è tanto il nascere in un luogo né l'identità dei propri genitori né tantomeno qualcosa di mistico che possa essere nel sangue, ma è il crescere, ricevere un'educazione e assimilare una certa cultura fin da piccoli: è questo che ci rende italiani piuttosto che egiziani piuttosto che canadesi. La patria è soltanto una educazione. Allora io non sono italiano, ma sono soltanto cresciuto in Italia ed ho assimilato la cultura italiana; se fossi cresciuto in Portagallo, avrei assimilato un'altra cultura, altre abitudini e modi di vedere le cose, indipendentemente dal luogo di nascita, dai genitori, dai nonni e dal primo pianto infantile. Semplicemente. E il fatto d'essere nato in Germania da genitori italiani, esser cresciuto poi in Campania, vivere adesso in Belgio con una ragazza spagnola venendo insieme da Dublino, ecco tra le quattro lingue che ogni giorno devo utilizzare per comunicare e condividere un pensiero, capisco quanto quell'idea di patria, di nazione, d'orgoglio d'origini o di destinazioni, quanto tutto ciò sia spesso soltanto un'inutile barriera. Certo il mio aspetto, i miei lineamenti ed i colori, saranno spesso un facile biglietto di visita, ma soltanto per l'apparenza. Se a km di distanza si capisce già che son italiano o alla prima vocale italiana che son campano, o alla prima jota spagnola, suono nasale francese o vocale aspirata inglese si capisce che non son madrelingua, che son straniero, c'è sempre quel bisogno di associazione per gli altri e di identità per noi. Eppure la patria non è in noi, di base siamo tutti uguali: il bambino di 30.000 anni fa, io e voi, potremmo esser cresciuti tutti in un altro paese e identificarci oggi in quella nuova patria, per poi capire che patria è soltanto un'appartenenza, un'etichetta che riassume genericamente pezzi di noi, un'idea politica di propaganda, un contenitore di irrazionalità, d'odi e d'orgogli, una educazione da identificare e capire, nelle origini e nei suoi limiti. Solo così, senza rigetti né crisi d'identità, potremmo intendere che non esistono stranieri, nessun emigrante né immigrato, ma soltanto spostamenti da un luogo ad un altro, condividendo culture senza giusto né sbagliato, ma soltanto un diverso da conoscere ed interpretare; e allora l'estero sarà altrove. Tutto qui.

Tanti, troppi pensieri in 3 anni, lo so. Ma forse (e probabilmente) devo capire ancora tanto e allora 3 anni non son poi abbastanza: niente panico però, non c'è fretta né superbia, c'è solo un viaggio da continuare, fuori e dentro di me. Ah, e grazie tante per la compagnia, davvero.

martedì 9 novembre 2010

E' molto meglio essere felici


L'intervento di ieri sera di Vendola a Vieni via con me.

domenica 7 novembre 2010

Quante società multietniche fallite

Qualche settimana fa la Merkel si è lasciata andare in una dichiarazione insolita che ha lasciato un po' stupiti i media tedeschi e non solo: il modello multietnico tedesco è fallito. Fallito perché le maggiori comunità di immigrati (come per esempio quella turca) non tendono ad integrarsi con la cultura ed i valori tedeschi, fallito perché si pensava ad ondate temporanee e a ritorni nei paesi natali (ma davvero pensavano ai ritorni?). La cosa divertente però è che gli stranieri sono ancora benvenuti, perché fondamentali in alcune tipologie di lavori, perché c'è sempre bisogno di manodopera per incrementare la produttività di alcuni settori, perché la popolazione locale non basta o non risulta abbastanza per determinati impieghi.
Beh, probabilmente alla Merkel sarà anche sfuggito che gli immigranti non sono poi mica androidi, che terminato il lavoro (magari sottopagato? magari estenuante?) non si rinchiudono in un armadio in attesa del giorno dopo ma tornano a casa poi, dove c'è una famiglia, dove si parla la propria lingua, si mangiano i sapori di casa e fondamentalmente si tende a mantenere la stessa cultura, in maniera naturale. I problemi di integrazione ci possono essere, è chiaro, a partire dalla lingua, ma richiedono sicuramente tempo e non poco, probabilmente almeno tre generazioni per una integrazione quasi del tutto completa. Se domani mio figlio nascesse in Belgio, sarebbe belga ma soltanto dal punto di vista burocratico; frequentando poi scuole nel territorio e creando relazioni sociali, inizierebbe ad essere belga anche nella cultura, ad integrarsi naturalmente; suo figlio, a sua volta, sarebbe ancora più belga, ma non si può pretendere una integrazione immediata, forzata, ai primi che arrivano e a cui si da il benvenuto per i lavori più umili, si destinano a ghetti e zone degradate (perché sì, il ghetto nasce come necessità di ritrovare la propria comunità, spesso vincolati da fattori economici, ma anche perché si preferisce tenere lontano il diverso ostacolandone magari l'avvicinamento), ma si sbandiera al fallimento appena ci si accorge di una mancata integrazione. Poi, è ovvio, senza cifre, senza statistiche o analisi ben dichiarate, affermazioni di quel tipo rischiano di essere soltanto del facile populismo o, per altri, un'abile manovra politica nel richiamare alcuni umori della gente in vista di nuovi necessari consensi.

Peccato che appena qualche mese fa, eravamo tutti a celebrare l'impresa mondiale della nazionale tedesca multietnica, di giovani ed immigrati, che poteva puntare a vincere il torneo e che comunque lanciava un messaggio chiaro di integrazione e coesione. E invece è un fallimento. Peccato che appena qualche settimana prima il presidente tedesco richiamava all'unificazione ribadendo d'essere presidente anche delle minoranze, distaccandosi in un certo modo dalle correnti recenti in Europa di razzismo e xenofobia. E invece è un fallimento.

Ed è un fallimento anche in Belgio, perché la stessa affermazione viene poi ripresa anche dall'attuale (e temporaneo ma all'infinito) primo ministro belga, che si trova d'accordo con la Merkel: le politiche di integrazione non hanno funzionato come previsto. Beh, sì, a Bruxelles per esempio si possono incontrare comunità di mezzo mondo, ognuna con la sua fetta di città caratterizzata (o, se volete, ghettizzata), e l'integrazione spesso non sembra essere avvenuta o soltanto in parte. Ma probabilmente M. Leterme non pensava agli americani della base NATO che vivono in città, lavorano in un pezzo d'America ben isolato, mandano i figli a scuole americane, hanno ospedali americani e anche dopo 4 anni balbettano ancora le classiche frasi di francese da turista. E probabilmente non pensava neanche alle migliaia di impiegati della commissione europea che popolano un quartiere che di belga ha poco se non negli edifici d'art nouveau che pur vengono distrutti per far spazio a scrivanie e meeting.
Il fallimento lo si attribuisce alle classi più disagiate, per le quali l'integrazione è resa ancora più difficile da fattori economici, culturali, religiosi, sommati a pregiudizi e facili stereotipi di cronache nere e terrorismo.

Io ho provato ad immaginarmela una Bruxelles senza quegli immigrati da fallimento, ma ne vien fuori quasi una catastrofe, perché una società multietnica non può fallire, mentre si arricchisce di diversità e bellezza, si mischia in qualcosa di non sempre facile, non sempre quiete e pacifico, ma che alla lunga trova il suo equilibrio tra integrazione, condivisione e scoperte. Perché integrazione non può essere soltanto assimilare ed adattarsi, non può essere soltanto un processo unilaterale, ma anche partecipativo in modo attivo, condividendo e diffondendo parte delle proprie origini, arricchendo la società di quella multi-etnicità che no, non può essere un fallimento.

venerdì 5 novembre 2010

Era meglio aprire la Gazzetta

Mentre il sonno ancora tenta d'insinuarsi tra gli occhi arrossiti ed i pensieri pigri della mattina e mentre la clean&build del sistema prende minuti e minuti di console alla scrivania dell'ufficio che si riempie lentamente (l'ufficio, non la scrivania), inizio a leggere qualcosa su internet e cado sul tormentone inevitabile di bunga bunga, maggiorenni e istinti istituzionali in salsa di viagra.
il collega sbircione: Hey! Ma che fai? Guardi le ragazze su internet? In ufficio? Il collega francese mi guarda con aria un po' sconvolta, come se non avesse mai visto due gambe rasate e una scollatura sporgente.
io: No, ma... è politica!
il collega sbircione: Ahahahahaha, sì, sì, è politica... AahahahaHahahaha!! E ride diabolicamente, che quasi gli prende un colpo.
io: No, no, ma ti giuro, è politica, guarda... è politica davvero...
il collega sbircione: Ahahahahahahaha sì sì, ah, questi italiani... quante se ne inventano pur di guardare donnine!
io: No, guarda, è politica davvero...
il collega sbircione: Eheheheh sì sì, tranquillo, non dico niente al manager, tranquillo. Ah, questi italiani!
io: Ma... è... davvero...

E mentre il collega si allontana, voltandosi due, tre volte con un sorriso tra complice e comprensione (che poi, quale comprensione?), la console annuncia soddisfatta che la build è fallita. Vabbé, la lancio di nuovo, ma questa volta apro la Gazzetta, che è meglio.

mercoledì 3 novembre 2010

When autumn came

Nello sconfinato Bois de la Cambre, bellissimo parco brussellese, c'è tutto
un autunno da scoprire. Foto scattata qui.

martedì 2 novembre 2010

Io mi annullo, lui ci annulla, noi ci annulliamo

Meglio appassionati di belle ragazze che gay. Eccola, l'ultima perla del nostro premier, all'inizio pensavo fosse una delle sue solite battute per distogliere l'attenzione dei media, che puntualmente ci cascano sempre, poi però mi è servita come spunto di riflessione per capire qualcos'altro. Penso a Capezzone o al direttore di Chi o quanti altri funzionari e servi del cavaliere che sono omosessuali e a queste battute non battono ciglio, ma anzi continuano nella fedeltà sfacciata, ad ogni costo; il capo in azienda li offende pubblicamente o offende pubblicamente la categoria a cui appartengono o la classe sociale o la tendenza sessuale, ma si continua ad essere zerbini; il capo in azienda offende i loro colleghi ma loro continuano ad essere zerbini; il capo dell'azienda offende pubblicamente chi dovrebbero rappresentare o chi dovrebbero difendere (si pensi per un attimo alla Carfagna, al suo ruolo ufficiale), ma si continua a fare gli zerbini, magari in una smorfia, una dichiarazione di poche parole, era solo una battuta, chi non capisce è di sinistra e se mio figlio stasera a casa mi chiederà cosa voleva dire il capo della mia azienda, gli dirò di non farci caso, che non sono d'accordo, che non è giusto, anche se poi in contemporanea la tv trasmetterà un'intervista in cui gli dichiaro solidarietà ed amore eterno.
Ecco, allora il problema non è il capo dell'azienda, perché a 73 anni cambierà poco e deve salvarsi dalla legge, non può dimettersi, non ha via d'uscita se non quella di giocare alle battute e cercare di andare avanti, sperando che anche questa volta gli italiani dimentichino in fretta; il problema sono gli altri, gli zerbini, gli alleati ed i compagni di partito, che non hanno rispetto verso se stessi e verso gli altri, per una poltrona redditizia ed una fetta piccolissima di potere, perché sanno che senza il capo non sono nulla e pur di non annullarsi preferiscono annullare il proprio orgoglio e la propria autostima. Ecco, è più triste l'immagine di un capo che ha bisogno di simili uomini per andare avanti o quella che li riunisce tutti, quegli uomini, sorridenti e consenzienti nonostante tutto?

lunedì 1 novembre 2010

Halloween brussellese

Ad un certo punto ieri, verso le sette di sera, suona il campanello, che praticamente non suona quasi mai o almeno non senza preavviso telefonico e allora io guardo la mia ragazza che di riflesso guarda me e mi domanda:
lei: "Aspettavi visite?".
io: "No, e tu?".
lei: "No".
io: "Vabbé, vado a rispondere".

Prendo il citofono e lancio un francesissimo "Oui?" [Sì]
al citofono: "Bonbon s'il vous plaît!" [Dolcetti per cortesia!] Con una voce dolce e innocente di ragazzini in cerca di dolcetti. Stavano lì, giù, alla porta di casa, sicuramente vestiti da mostriciattoli, in attesa di delizie. E io che credevo che certe cose accadessero soltanto nei film americani!

io: "Titti, ci sono ancora cioccolatini?"
lei: "Sì, credo di sì, perché? Ma chi ha citofonato?"
io: "Perfetto. E i denti finti da vampiro dove sono?"
lei: "Eh???!"
io: "C'è sangue fresco giù, non me lo posso far scappare!"

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