mercoledì 31 marzo 2010

That's why they love art

Piccioni mattinieri appassionati d'arte in Place Ambiorix. Foto scattata qui.

martedì 30 marzo 2010

Sulla meritocrazia all'estero

Che si scappi dall'Italia perché stanchi di un sistema clientelare, di uno stagnamento lavorativo, di gratificazioni e meriti che magari non arrivano nonostante tempo e sforzi, stufi di appartenenze lobbistiche, nepotismo, caste in tutte le salse o qualsiasi altro motivo relativo o correlato a certi umori e si vede l'estero come la salvezza, la svolta, il cambiamento necessario e rivoluzionario, o che si decida semplicemente di provare altrove, senza troppi complotti e pessimismo, ma per cento mille altre motivazioni personali e non politiche, ugualmente covando l'idea della meritocrazia come traguardo raggiunto oltre frontiera, e' bene riflettere su due punti fondamentali. (Dopo questo periodo cosi' lungo senza punti, ora fate un respiro).
Ci sono due cose banali ma concrete su cui e' possibile riflettere quando si parla di meritocrazia all'estero. Se in alcuni paesi stranieri il merito e' di fatto il metro di giudizio utilizzato, lo e' per i residenti, per i locali e potrebbe esserlo anche per gli stranieri, ma ovviamente a qualità di meriti (stiamo parlando di meritocrazia, no?). Le due differenze fondamentali non sono culturali, razziali o qualsiasi altro tipo di discriminazione a cui si possa pensare: si tratta semplicemente di condizioni di base, quali la padronanza della lingua straniera ed il concetto di straniero di passaggio.

Mi spiego meglio? Ci provo. Se per alcune posizioni lavorative la dialettica e la padronanza della lingua sono qualità fondamentali per interagire con un cliente, per capire e farsi capire da un team per esempio, e' ovvio che lo straniero si troverà in difficoltà ed un locale sarà più meritevole a parità di altre prerogative. Sicuramente non vale per qualsiasi lavoro e nazione, ma non si può sempre pretendere meritocrazia o accusare di discriminazione se non si parla in maniera corretta e fluente la lingua che ci ospita. Parlare una lingua e' un merito, certamente i locali lo avranno per nascita e partiranno in vantaggio da quel punto di vista, ma con studio, dedizione e pratica e' possibile colmare il gap.
Altro punto e' il concetto di passaggio: siete uno straniero, magari rimarrete in quella nazione uno, due anni, per poi tornare in patria o provare altrove o magari no, rimarrete li' per sempre, ma ciò potrebbe essere una incognita naturale per il vostro datore di lavoro nel caso si parli di una posizione aziendale importante o di un progetto a lungo termine. Se questo ultimo concetto magari fa un po' a cazzotti con la parola meritocrazia, spesso pero' rispecchia molto la realtà e, di nuovo, un locale si trova in maniera naturale in vantaggio da questo punto di vista. La durata della permanenza non e' sicuramente un merito, ma può influire nell'ambito lavorativo e nelle speranze che possono riporre in voi; da questo punto di vista, la fiducia che trasmettete diventa un merito. Conosco un ragazzo che al primo colloquio a Dublino, alla domanda "Quanto tempo pensi di fermarti in Irlanda" rispose con molta leggerezza "un annetto". Ovviamente non fu assunto ed imparo' la lezione. Certo, non c'è bisogno di certe esperienze, ma sicuramente e' consigliabile mentire (nel caso si programmi davvero di andar via nel futuro prossimo) sui propri progetti futuri con colleghi o superiori o lasciare tutto sul vago.

Riassumendo, se si va in cerca di meritocrazia all'estero e' giusto puntare al massimo, ma per bilanciare i propri meriti con quelli degli altri e' sicuramente necessario colmare alcune differenze, prime tra tutte la lingua e la fiducia che si trasmette. Io sono giunto a queste considerazioni dopo due anni e mezzo all'estero avendo ascoltato tantissime storie di lavoro e non, magari mi sbaglio, magari ho bisogno di maggiore informazioni a riguardo, se vi va di condividere la vostra opinione, come sempre i commenti sono la via migliore.

sabato 27 marzo 2010

Hey, let me pee in peace

Zinneke Pis in azione in una stradina di Bruxelles. Foto scattata qui.

mercoledì 24 marzo 2010

Shada, integrata discriminata

Shada è una ragazza marocchina, o meglio, Shada adesso è belga, ma di origini marocchine. I suoi lineamenti non mentono, non nascondono le sue radici etniche ed il taglio degli occhi, la forma del naso, il colore della pelle non possono in alcun modo camuffare le apparenze. Neanche lei vuole, o meglio alcune volte accade che vorrebbe e vi spiegherò perché.
Shada è cresciuta sin da piccola nel Belgio del nord, nelle Fiandre fatte di immense pianure affollate di biciclette; è cresciuta in Europa ed è cresciuta occidentalizzata, la sua integrazione è stata naturale e Shada non porta il velo, non si copre il viso ed i suoi capelli cadono soffici sulla nuca e sulle spalle. Poi da qualche anno Shada ha deciso di spostarsi a Bruxelles, ma subito si è scontrata con il problema della lingua: lei ragazza belga del nord che parla perfettamente nederlandese, deve migliorare il suo francese balbettante, magari dalla grammatica non perfetta e dall'accento stonato (il francese è musicale, mu-si-ca-le, non si stanca mai di dire la prof). Così Shada è arrivata nella mia classe del corso serale di francese, vogliosa di accelerare l'apprendimento e migliorare la sua integrazione a Bruxelles. La prof è una continua macchina di domande, soprattutto con i nuovi arrivati, per invogliare a parlare, a rompere il ghiaccio con il resto della classe, per grattare qualche timidezza iniziale (dice lei) ma anche perché le piace sapere, conoscere i propri alunni, curiosa e spesso troppo gossippara (dico io). Shada si presenta e ci parla un po' di lei, poi tra una domanda e l'altra, ci racconta che non tutta Bruxelles le piace, che evita di andare in alcune zone, soprattutto dove ci son troppi marocchini. Incalzata dalle interrogazioni della prof, Shada ci dice che ha un'amica in un quartiere di Bruxelles ma non vuole, non può andare più a trovarla: quando passeggia per certe stradine, I suoi connazionali riconoscono la identità comune, qualche ragazzo le chiede da dove venga, come si chiami e soprattutto perché non porti il velo. Finché non iniziano ad insultarla. E allora Shada è costretta ad evitare quel quartiere, anche se vorrebbe, lei vorrebbe visitare la sua amica, andare in qualche negozietto, rivedere frammenti della sua cultura di origine. Ma non può, lei perfettamente integrata, viene discriminata perché troppo integrata e gli altri, che cercano di integrarsi, discriminano chi cammina, parla, respira con la stessa loro identità ma con dentro una straniera.

lunedì 22 marzo 2010

Un milione

Un milione. Forse a contarle sono davvero un milione le bugie che la scena politica degli ultimi anni ha cercato di diffondere e spesso, sfortunatamente, passare come verità inconfutabili. Forse le hanno sempre dette, da ogni polo, cercando la via più breve al consenso, alla vittoria, alla prescrizione. Un milione. Perché non si parla più di promesse elettorali dell'abbassare le tasse, di sondaggi farlocchi o altre bestemmie in politichese, non si mente sulle promesse ma sui fatti, si passa dall'ipotesi che magari può anche avere un alone di follia, di bugia, di presupposto sbagliato, alla realtà truccata e messa in scena. Quando le intercettazioni provarono che il signor B era in dolce compagnia sul lettore di Putin ma a Napolitano aveva rimandato un appuntamento per motivi di salute, la menzogna fu più comica che tragica, ma invece di ridere bisognava sdegnarsi. Perché e' vitale per la democrazia e l'informazione del paese smascherare certe follie, come il miracolo dell'Aquila che ricostruzione record non e' o il ritornello che in Italia la crisi non esiste, senza dimenticare viaggi in Libia con frecce tricolore per affari privati, mafiosi che diventano stallieri, manifesti taroccati col photoshop, finte librerie come sfondi ad interviste e quant'altro si possa tirar fuori dalla politica che diventa una televisione, una macchina di finzione. Poi e' ovvio, si apre il delirio quando addirittura si promette di sconfiggere il cancro (ma ce lo auguriamo con tutto il cuore) o si trasforma vergognosamente un eroe nazionale in tarocco, e la lista sarebbe davvero lunga, lunga un milione. Ovviamente i complici sono tanti, sono un milione, dagli editoriali dei TG all'incapacità dell'opposizione di trasformare queste bugie in armi e ahimè i complici siamo anche noi perché spesso sappiamo ma non reagiamo, preferiamo il falso perché e' il meno peggio o perché dall'altro lato non e' poi migliore, perché magari mai a sinistra anche se a destra siamo tutti marionette, forse perché ci consoliamo con l'ignavia impossibilita' di cambiare le cose  o semplicemente perché noi cercheremmo di fare lo stesso e allora diventa un falso giusto, concesso, approvato. C'era un milione di persone in piazza a Roma, spudoratamente falso, ma senza batter ciglio, si mente come fosse naturale, come se chi ascolta non avesse percezione della realtà, come fossero pulcini a beccare mangime e la bugia più grande e' proprio nel nome, dove un popolo truffato, e' un popolo libero e il popolo della libertà e' il popolo a cui si mente. Siamo sicuri che questo e' amore? Un milione di baci.

domenica 21 marzo 2010

Here we boss you

Particolare del Parlamento Europeo a Bruxelles. Foto scattata qui.

venerdì 19 marzo 2010

Traffic in the sky

Traffico aereo a Bruxelles. Foto scattata qui.

giovedì 18 marzo 2010

La bellezza della diversità

Ieri sera al corso di francese l'ennesimo test in laboratorio, cuffie per ciascuno, registratore, brano da ascoltare per rispondere a dei quesiti, pausa, play, indietro, play, pausa, indietro e cosi' via. Al ritorno in classe la prof si e' assentata per un po' andando a fare qualche fotocopia, mentre tutti tornavano ai loro posti, chi sorridente, chi spensierato, chi stanco e sbadigliante perché dopo una giornata di lavoro stare li' attenti e svegli spesso non e' facile. Daniel, compagno di classe del Ghana, si e' fermato poco dopo la porta, si e' accasciato a terra a mo' di indiano, ai piedi della sedia di Teresina, ragazza albanese, e tutti un po' sorpresi un po' curiosi ad assistere alla simpatica scenetta.
- Che c'è? - Gli domanda in inglese la ragazza, sempre socievole con tutti.
- Sto giù, ho quasi voglia di piangere, non ho capito nulla in laboratorio e penso non imparerò mai il francese!
- Ma dai, e' solo un test, migliorerai, non ti preoccupare - Gli si rivolge la ragazza russa.
- Si', ma non ce la faccio. Non capisco perché abbiamo bisogno di tutte queste lingue!
- Significa diversità, e' una cosa buona, magari non e' facile, ma il mondo e' fatto di diversità ed e' giusto che sia cosi' - Gli risponde nuovamente la ragazza albanese.
- Hai ragione, lo so, ma io parlo già sette lingue!
- Sette? - Non voleva crederci, il ragazzo peruviano, e tutti gli altri con lui.
- Ma allora la tua mente dovrebbe essere allenata ad apprendere nuove lingue! - Esclamo io.
- Si', parlo sette lingue, in Ghana abbiamo 49 lingue, tutte diverse tra loro - stupore generale - ma quella ufficiale e' l'inglese, la lingua dei coloni..
- 49??? - Più di uno, ovviamente increduli.
- Ma scusa, sono dialetti mica lingue?
- E quale e' la differenza tra una lingua e un dialetto? Come fai a dire che la lingua che parla il mio popolo e' un dialetto o una lingua? Soltanto in base a della burocrazia che la rende ufficiale oppure no? - Qualche secondo di silenzio - Io parlo sette lingue, ma solo l'inglese mi e' utile qui... ma non e' abbastanza, mi serve anche il francese. Tu sei italiano - indicando me - e tu spagnolo - indicando il ragazzo al mio fianco - se la commessa di un negozio non parla inglese ne' la vostra lingua, voi potete urlare ad alta voce alla richiesta di qualcuno che la parli e probabilmente lo troverete, io parlo sei lingue a parte l'inglese, ma e' sicuramente impossibile trovare qualcuno che le parli e allora sono qui... ma con il francese ho troppe difficoltà...
Dopo qualche secondo di silenzio Teresina lo rassicura - Ecco vedi, l'unica soluzione e' studiare, non ti scoraggiare, vedrai che parlerai francese un giorno, devi soltanto impegnarti.


Poi i tacchi in lontananza della prof hanno riportato l'ordine in classe ed ognuno al proprio posto, ma io avrei continuato volentieri ad avere quella conversazione di gruppo, di paesi cosi' lontani, realtà cosi' diverse da sembrare spesso assurde, di ragazzi e ragazze ognuno con la propria cultura, i propri punti di vista da condividere e confrontare. Non sapevo nulla del Ghana, ho dovuto addirittura trovarlo sul mappamondo, ma tornato a casa ho iniziato a leggere qualcosa, ho trovato informazioni sulle lingue parlate, scoperto che se ne contano anche 100 ancora attive, al cui paragone il Belgio e le sue diversità linguistiche diventano poca roba, fino all'amarezza per la solita guerra coloniale e gli scempi dell'Europa nella storia.
Ieri sera Daniel e Teresina non hanno fatto altro che confermare quanto la diversità che ci circonda sia un patrimonio immenso e basta uscire fuori, iniziare a parlare con qualcuno, per arricchirsi, alzare il naso appena al di la' dell'orizzonte conosciuto e come per magia iniziare a scoprire nuovi mondi, nuove terre fatte di conoscenze, senza aver fretta ne' scoraggiarsi se qualcosa e' cosi' tanto diverso, magari difficile da imparare, da capire, da decifrare, ci vuole tempo e ci vogliono soprattutto gli altri.

mercoledì 17 marzo 2010

Metro soundtrack

C'e' live music nella metro di Bruxelles. Foto scattata (più' o meno) qui.

martedì 16 marzo 2010

L'importanza del non dimenticare il passato

Recentemente in Belgio c'è una certa polemica riguardante i festeggiamenti dell'anniversario della indipendenza del paese dall'allora regno d'Olanda. L'evento sarà a luglio e qualche affermazione fuori coro arriva relativamente ad un'altra indipendenza, quella della Repubblica Democratica del Congo, antica colonia belga e scenario storico di invasioni, massacri e guerre civili. Già, perché se pur con numeri non ufficiali (ma il comparire in certe tabelle e' già di per se una vergogna), il re che guido' il colonialismo belga (Leopoldo II) annovera diversi milioni di vittime nell'intento di creare un suo giardino privato in terra africana ed arricchire il proprio reame, con annesse rivolte sedate, mutilazioni, saccheggio di risorse e ricchezze naturali, noncuranza dei più semplici diritti umani, fino a totalizzare circa 10 milioni di congolesi morti a causa di scontri armati e sfruttamento.

Ma la memoria belga non sembra ricordare molto bene tali avvenimenti o almeno tende a dimenticarli. Specialmente nella mente di alcuni politici, quando affermano che non vorrebbero mai delle delegazioni congolesi presenti alle celebrazioni dell'indipendenza belga, perché sarebbe assurdo affiancare la propria milizia a saccheggiatori, assassini e stupratori. Beh, va bene che dopo il colonialismo, il Congo per quasi 50 anni e' stato poi teatro di conflitti interni, guerre civili (e prede di corporazioni europee ed americane che continuavano ad investire e sfruttare le ricchezze di quelle terre), terminando poi in storia recente della più devastante guerra africana per numero di vittime, e che magari quelle milizie non sono tra le più pure e lodevoli, ma certi appellativi, certe responsabilità delle conseguenze, una certa coscienza del passato non bisognerebbe mai perderla, anche perché tutt'oggi il Belgio rimane il maggior importatore di prodotti del Congo.

Forse fa parte del politichese, dimenticarsi del passato, e forse e' cosi' in tutte le latitudini. Sara' per questo che spesso esponenti politici cambiano partiti cosi' come partner in una danza complessa o si lanciano in affermazioni senza freni che magari non si possono ben apprezzare nel filtro televisivo, perché la televisione non ha memoria, ma che grazie alla rete e' facile ritrovare, confrontare, scavare nella notizie ed informarsi.
Succede anche da noi, sarebbero migliaia gli esempi, e succede sempre più spesso. Forse succede anche a noi, nel nostro piccolo, nella politica delle nostre relazioni sociali, quando non ci accorgiamo della violenza di una parola appena detta e dei fantasmi delle eco passate, certo pero' ai politici non farebbe male pensarci un po' meglio, magari quel famoso conta fino a 10 sarebbe già un gran bel miglioramento.

domenica 14 marzo 2010

Parlare italiano, con le mani

La mia ragazza sta imparando l'italiano, studiando su alcuni libri, tra i quali il famoso metodo Assimil. Nel libro ci son tante vignette che ironizzano su usi e costumi di ogni popolo, ed in una di queste si mostra come parlare italiano con le mani: per chiedere se su un treno ci sia un vagone ristorante, il tizio qui sotto muove la mano con il classico gesto che ovviamente solo un cafone userebbe in una situazione del genere. Ce lo dicono tutti, noi parliamo con le mani. Mi son fatto una risata quando lei ha imitato il tutto, poi pero' ho dovuto spiegarle che va bene scherzare e provare ad immedesimarsi in un popolo, ma quella mano cosi' e' meglio non usarla in tutte le situazioni, soprattutto le più formali, anzi... e' meglio non impararla, almeno per il momento.

venerdì 12 marzo 2010

Non intolleranza, ma difesa

Su Le soir di ieri si legge di una vicenda (poi ripresa praticamente uguale sul metro di oggi) di lingue e nazionalismi: ad Halle, paese reso noto dalle cronache recenti per il tragico incidente ferroviario, non sono graditi nomi di locali pubblici in francese. Un programma televisivo belga assegna a diversi concorrenti di un reality la gestione di un ristorante ed al termine della trasmissione una coppia vince l'attività commerciale. I concorrenti di Halle pero' hanno deciso un nome, "Les Deux", che non e' piaciuto alla comunità della cittadina, dove e' stato deciso da alcuni anni l'obbligo di nomi soltanto fiamminghi, per conservare il proprio carattere e tradizioni.
Il tutto viene giustificato dalle autorità locali come salvaguardia della propria storia e difesa dall'aumento sempre maggiore di francesizzazione degli ultimi anni; e soprattutto affermando "che non e' certamente una espressione di intolleranza fiamminga". Non tolleranza, ma difesa.
Dall'altro fronte, quello francofono, c'è un dibattito sempre aperto sull'importanza della identità vallona, sull'identificazione di Namur come capitale della Vallonia, per resistere alle pressioni della parte nord del paese, le Fiandre, forte di una recente economia più solida e fiorente.

E a Bruxelles? Bruxelles e' geograficamente nella parte nord ma costituisce in realtà una sorta di terra di mezzo a maggioranza francofona, dove questi umori, questi nazionalismi, queste presunte intolleranze e legittime difese delle tradizioni devono convivere nell'idea di una capitale che dovrebbe rappresentare tutte le sfaccettature del paese. Quando questa mattina ho chiesto al mio collega belga (del nord) di commentare l'articolo, ha subito chiuso con "eh, e' una lunga storia". Eppure io volevo capire se davvero c'era del politichese dietro quella non intolleranza e se quella difesa era soltanto la giustificazione ad un nazionalismo radicato o una protezione da minacce reali.

Ed e' davvero una lunga storia, che si può ripercorrere attraverso la storia linguistica della capitale. Bisogna partire addirittura dal medioevo, quando a Bruxelles si parlava la lingua dei commerci dell'epoca, il latino, ed il nederlandese (essendo nel nord) mentre al sud si parlava francese per le vicinanze geografiche alla Francia. Con il dominio spagnolo poi (1531), il nederlandese divenne una lingua anti-cattolica ed il francese fu privilegiato nelle corti e nella vita politica della città. Questa emarginazione relego' il nederlandese a lingua di strada in concomitanza con il declino delle repubbliche del nord, lingua del ceto povero (il che vuol dire parlata dalla maggioranza) diversa dal francese dei ceti ricchi (una minoranza). Tale stato fu rafforzato con la dominazione successiva (1794), quella francese, sotto il motto "una nazione, una lingua" (indovinate quale lingua) e con l'utopia di forzare il passaggio al francese (ma come poteva una maggioranza povera iniziare a parlare da un giorno all'altro una lingua cosi' differente?).
Nelle case pero' si continuava a parlare nederlandese fino al declino di Napoleone e l'avanzata del regno d'Olanda (1815), sotto il quale tale lingua riconquisto' Bruxelles (mentre nel sud del Belgio si continuava a parlare francese). Con la rivoluzione belga (1830) che porta l'indipendenza dall'Olanda si hanno nuovi cambiamenti linguistici: una forte massa di francofoni si sposta nella capitale in una situazione già alquanto complessa, ma la città rimane a maggioranza nederlandofona.

Il sommo Baudelaire riassunse il tutto con: "a Bruxelles, la gente in realtà non parla francese, ma fa finta di non saper parlare fiammingo. Per loro e' buon gusto. La prova pero' che in realtà si parla fiammingo è che abbaiano ordini ai loro dipendenti, in fiammingo".

Seguono anni complessi. Onde migratorie vengono dal nord povero e a Bruxelles per differenziarsi molti iniziano a parlare francese, la lingua superiore, e le nuove generazioni crescono adattandosi a tale lingua. Con il tempo il francese perde questo valore di superiorità ma diventa ovviamente lo strumento unico per un progresso sociale. Solo nel 1921 il governo riconosce il principio territoriale, secondo il quale si accetta il nederlandese al nord, il francese al sud, Bruxelles come terra bilingue.
Nel 1960 si identificano i bordi linguistici che circondano la capitale ed alcune città passano da una amministrazione ad un'altra in base al linguaggio ufficiale scelto. Ma dopo la seconda guerra mondiale il declino economico del sud e la rinascita del nord mette nuovamente in primo piano il nederlandese, almeno fin quando la comunità economica europea prende sede a Bruxelles e molti stranieri iniziano ad immigrare prediligendo il francese come lingua da apprendere.

Le preoccupazioni politiche di molti partiti del nord sono sulla scomparsa della lingua da Bruxelles. Minoranze francesi che vivono nelle Fiandre chiedono la ratifica della convenzione sulla protezione delle minoranze' nazionali, che in Belgio non e' stata ancora totalmente approvata. Tale convenzione consentirebbe il diritto di usare anche il francese nel nord del paese nella comunicazione con le autorità, nelle scuole, etc. Ma le Fiandre non vogliono, non riconoscono i francofoni del nord come una minoranza e sono preoccupati della scomparsa della propria lingua.
Ed ecco come quell'articolo su un programma televisivo e le preferenze di un comune belga si collocano in uno scenario di difesa, più che di intolleranza, e all'ombra di certe affermazioni c'è una lunga storia di equilibri mai raggiunti, di culture differenti che tentano di vivere in armonia sullo stesso pezzettino di terra in un paese tanto piccolo quanto inversamente complesso.

mercoledì 10 marzo 2010

Scippo in diretta a Bruxelles

E cosi' stamattina mentre percorrevo il lunghissimo corridoio ovest di Gare du Midi ancora un po' assonnato e infreddolito, dirigendomi verso l'ufficio, la scrivania e le altre cose innaturali, all'improvviso vedo un ragazzo urtare un signore e poi correre velocissimo verso una delle uscite. Il signore con le mani in aria urlava qualcosa di incomprensibile, nei pressi di una delle vetrine della piccola galleria commerciale. Subito un altro ragazzo e' uscito da quel negozio iniziando l'inseguimento del primo, visibilmente già lontano. Poi pero' proprio alla curva della galleria, a pochi metri da una delle uscite, ecco che spuntano due della vigilanza che probabilmente passeggiavano durante uno dei soliti giri di ricognizione all'interno della stazione. La corsa si ferma in un placcaggio al volo.
Alcuni passanti si fermano a fissare la scena, mentre tutto si risolve con i vigilanti che portano da parte il ragazzo. Io un po' stordito mi dirigo verso l'edificio a fianco e l'ascensore che inghiottendomi mi porterà all'ufficio.

Scippo in diretta. Già altre volte mi era capitato di vedere in Gare du Midi i vigilanti trascinare qualcuno in modo non del tutto gentile, chi piangendo, chi con la testa bassa, chi ridendo; ma qualcosa in diretta mai. Da diversi mesi tutta la stazione e' tappezzata di una campagna pubblicitaria per sensibilizzare i passanti ad eventuali spiacevoli inconvenienti e posso confermare (usando questa fermata della metro due volte al giorno) che la presenza dei vigilanti e' costante e massiccia, ma ovviamente non sempre può bastare.
Gare du Midi e' tra le stazioni più grandi di Bruxelles, qui arrivano gli Eurostar da Parigi, Londra ed altre capitali europee, qui c'è l'incontro di due linee della metro e tre linee di tram, qui l'autobus porta tutti i turisti atterrati all'aeroporto di Charleroi: insomma, un gran via vai di gente, constante, e qualcuno prova sempre ad approfittarne, come probabilmente in tutte le grandi stazioni di città europee. Bruxelles non fa certo eccezione.

Se vi capita quindi di passare di fronte a questi simpatici manifesti, creati con stile brussellese (città di fumetti), non fermatevi soltanto alla goffaggine dei personaggi, ma controllate eventuali zaini aperti, valigie o quant'altro non vorreste vi venga scippato lasciandovi un souvenir di Bruxelles sicuramente particolare.

lunedì 8 marzo 2010

Charity translation

A Bruxelles esiste un servizio alquanto lodevole: assistenza sanitaria per tutti coloro sprovvisti di un regolare permesso di soggiorno, perché la salute non dovrebbe avere ne' dogane ne' burocrazia. Tempo fa in metro fui attratto dalla pubblicità di questa associazione, ed allora pensai subito che cosi' dovrebbe essere ovunque. Da una mia osservazione sulla mancanza di contenuti nel sito web dell'associazione e da un commento di bacco a riguardo, ne usci' fuori l'idea di inviare una email per segnalare la cosa, a quel punto son entrato in contatto con i gestori del servizio che dopo uno scambio di email mi han chiarito che non avevano fondi sufficienti per coprire ulteriori spese. Lo scambio di email non si e' fermato e cosi' dopo un bladibla mi son offerto di tradurre gratuitamente del testo in caso se ne avesse la necessita'. Dopo mesi di silenzio, ecco che mi arriva il materiale: si tratta di due pagine di informazioni da tradurre dal francese (o dal nederlandese, per chi volesse) all'inglese ed allo spagnolo.

E allora ecco l'idea: non solo perché il mio francese dopo 6 mesi di classe serale non e' ancora per nulla ottimale, ma anche perché mi piaceva l'idea di condividere con qualcun altro la possibilità di aiutare un servizio cosi' importante, ho pensato ad una traduzione collaborativa, una charity translation a cui tutti possono partecipare.
Qui e' disponibile il testo da tradurre: e' un documento condiviso in modo pubblico, tutti lo posso editare, non c'è bisogno di accesso Google o di account. Se volete partecipare, basta scegliere un colore (per organizzare il lavoro) per il testo per cui si volesse contribuire con una traduzione ed iniziare:) Potete tradurre dal francese all'inglese, dal francese allo spagnolo, migliorare soltanto le eventuali traduzioni in inglese, controllare per errori e cosi' via: insomma, si può contribuire in tanti modi diversi. Le traduzioni o qualsiasi appunto, vanno inserite alla fine del documento.
Alcuni ragazzi sono già al lavoro: io, un mio collega francese, un'amica lituana, un'amica irlandese (che controllerà poi la correttezza dell'inglese), la mia ragazza spagnola (che controllerà poi la correttezza dello spagnolo). Abbiamo 10 giorni di tempo, ma sono sicuro che ne basteranno molti di meno. Ovviamente all'invio della traduzione, descriverò i nomi di tutti coloro che hanno partecipato.
Beh? Non sarebbe bello sapere che magari qualche immigrato in difficoltà ma senza permesso e bisognoso d'aiuto possa arrivare ad usufruire di questo servizio, perché no, anche grazie alla vostra traduzione?

P.s. Il documento e' pubblico per agevolare l'accesso a tutti, per cui chiedo davvero la cortesia a tutti i perditempo e buontemponi di astenersi dall'ostacolare in alcun modo il lavoro degli altri. Grazie:)

sabato 6 marzo 2010

Uno 007 accanto a te

Giovedì all'uscito dall'ufficio, c'è il sole tanto atteso, ancora un'oretta di luce, sara' la primavera che sta arrivando, finalmente un'oretta di luce naturale prima che tutto si colori di piccole luci artificiali su un sfondo di scuro e palazzi, una passeggiata, poi la metro verso casa. Nella metro c'è gente come sempre, ti stringono alla porta, sento il fiato di qualcuno su una mano e lo zaino di un altro verso il gomito e poi d'improvviso mi ritrovo questo signore, baffi biondissimi, quasi d'un colore innaturale, un po' calvo, mi ricorda a tratti mio zio, con un giaccone fino al mento, nonostante il caldo della metro a stare mille nello spazio di venti. E incomincia a parlare verso il collo del suo giaccone, in un francese velocissimo, mentre con gli occhi cerca di intravedere qualcuno o qualcosa tra la giungla di braccia e teste che coprono l'orizzonte del vagone, mi guarda in faccia e poi cerca di schivarmi per capire qualche situazione a me ignota, probabilmente mi bestemmia addosso proprio perché di fronte al suo obiettivo, ma di spazio non ce n'è e io piccolo piccolo non so farmi. Il suo francese e' troppo veloce, capisco poche parole, dice o almeno credo abbia detto qualcosa come "l'ho visto, adesso e' vicino alla porta", poi "stai pronto a breve tutti escono, siamo vicini alla fermata" e poi "ecco, stiamo per uscire" e all'apertura del portellone della metro schizza via veloce, io non posso non seguirlo nel capire che succede, sono troppo curioso, c'è un altro uomo a pochi metri, alzano una mano, un segnale, ed iniziano a correre verso qualcuno o qualcosa. In molti si voltano straniti, io rimango immobile ad osservare, altri continuano il tragitto indifferenti verso le scale mobili e l'uscita. E quando esco anch'io, a Schuman, proprio ai piedi del palazzo Berlaymont, sede della commissione europea, c'è solo il casino di una carovana di auto diplomatiche e motorette della polizia, sirene e vigili, gente ferma ai margini del marciapiede mentre tutto sfreccia veloce. Nelle macchine non so chi ci sia e a noi comuni mortali non e' concesso sapere, dei tanti congressi, delle tante agende impegnatissime della vita politica di Bruxelles, di sicurezza, di complotti, di attentati o prevenzioni, nuovi ordini mondiali e futuri di un superstato europeo, ti ritrovi come dentro un film, che sia un puzzle troppo complicato da capire o soltanto un'immaginazione tanto facile a creare, non lo sai, e forse nella metro giovedì sera c'era uno (o un?) 007 accanto a te.

giovedì 4 marzo 2010

Consigli sparsi per cercare lavoro a Bruxelles

Se avete in mente di cercare lavoro in una determinata città e' bene conoscerne almeno le caratteristiche principali prima di iniziare l'avventura. Per quanto riguarda Bruxelles, e' sicuramente importante conoscerne le diversità linguistiche: nelle varie offerte di lavoro, troverete nella maggior parte dei casi francese e nederlandese come lingue richieste, o almeno una delle due più l'inglese. Se magari non sarà espressamente listato tra i requisiti del candidato, probabilmente vi sarà chiesto durante il colloquio, tutto dipende ovviamente dal tipo e dalla posizione di lavoro: per una commessa le due lingue principali saranno certamente obbligatorie, per un impiegato presso un ufficio che relaziona soltanto con la commissione europea, l'inglese sarà l'unica lingua richiesta. Data la presenza di numerosissime aziende che, per consulenza o altro, lavorano in stretto contatto con la commissione europea, esistono diverse offerte di lavoro per chi non parli francese o nederlandese. Inoltre, dato l'ampio panorama di cultura internazionale, esistono anche aziende che non hanno nessuna relazione con uffici e dipartimenti della commissione europea, ma ciò nonostante assumono anche soltanto grazie all'inglese: ovviamente dipende dal valore del curriculum proposto e dal vostro grado di apprendimento del francese (ma anche no) nel futuro (probabilmente nessuno mai vi chiederà di imparare il nederlandese, ma non prendetelo come assioma).
Se parlate francese ed inglese, non dovreste avere problemi linguistici; se parlate soltanto il francese, potrebbero chiedervi anche l'uso dell'inglese, tutto dipende dal ruolo e dall'azienda; se parlate soltanto l'inglese, molte proposte di lavoro saranno irraggiungibili, ma molte porte saranno ancora aperte.

Nel cercare lavoro, dovreste sicuramente conoscere qualcosa sulla tassazione belga e sui possibili salari, che in generale non sono altissimi eccetto due casistiche: lavorare presso la commissione europea o ottenere lo special tax status (RSI). Descrivere come provare ad entrare nella commissione europea ed ulteriori informazioni a riguardo non e' lo scopo di questo post e magari l'argomento sarà trattato in dettaglio in futuro, ma non ora.
Le tasse in Belgio sono tra le più alte d'Europa, tanto da poter avere una tassazione del 45%, da tenere in considerazione nel momento in cui venga fatta una proposta formale di lavoro. E' possibile pero' ottenere una tassazione del 20% con lo special tax status e quindi, a parità di lordo, ottenere un netto ovviamente maggiore. Tale regime fiscale e' applicabile per tutti i cittadini europei emigrati in Belgio con determinate caratteristiche, valido soltanto per il primo impiego (quindi bisogna esser prudenti nella scelta del primo lavoro, cambiare lavoro significherà poi avere una tassazione doppia) e senza limiti di tempo (fin tanto che si rimane nella stessa azienda). Non viene applicato per tutte le posizione di lavoro e non tutte le aziende ne sono a conoscenza (nel caso non abbiano mai assunto stranieri, mi e' capitato durante i primi colloqui in Belgio), e' sempre consigliato quindi chiedere se per il lavoro desiderato sia possibile beneficiare del RSI. Questa speciale tassazione spesso e' il motivo che spinge molti stranieri a trasferirsi a Bruxelles, pensate soltanto ai cugini francesi, che grazie alla lingua comune ed alla vicinanza geografica possono approfittare di notevoli vantaggi senza stravolgere più di tanto le proprie abitudini. Perché esiste questo speciale regime fiscale? Il governo belga tende a favorire l'ingresso nel paese di stranieri altamente qualificati (ragion per cui,ottenerlo dipende molto dalla posizione di lavoro e dal curriculum).

In Belgio esistono inoltre due mensilità aggiuntive durante l'anno (se volete, paragonabili un po' a tredicesima e quattordicesima): la prima a luglio, calcolata in base alle ore di lavoro dell'anno precedente, la seconda a dicembre, calcolata in base alle ore di lavoro dell'anno corrente. Cosa significa questa differenza? Se per esempio iniziate a lavorare a maggio, la prima mensilità aggiuntiva sarà nulla, mentre la seconda sarà parziale; ovviamente l'anno seguente, la prima sarà parziale, la seconda totale.
Discorso analogo per le vacanze. Le vacanze vengono calcolate in base alle ore di lavoro dell'anno precedente. Che significa? Il primo anno non si hanno ferie pagate, eccetto ovviamente quelle che si possono maturano durante l'anno, come recupero di ore (RTT) ed altro. Una settimana lavorativa in Belgio non può eccedere le 39 ore di lavoro.
Moltissime aziende infine offrono come benefit di base un'auto aziendale, assicurazione medica ospedaliera (della sanità belga ne parlerò nei prossimi post) e buoni pasto. Molto usuale e' anche il flexi-time, permettendo di arrivare in ufficio dalle 8 alle 10 di mattina.

Al momento la disoccupazione in Belgio e' del 8%, alquanto stabile da circa un anno, e gli stipendi medi sembrano ben collocarsi nelle statistiche europee anche se i salari della commissione europea (altissimi rispetto alla media) potrebbero falsare un po' alcune considerazioni. Bruxelles non e' una città dal costo della vita molto elevato: vita notturna, trasporti, affitti e vitto son molto più economici se confrontati a molte altre capitali europee; l'ambiente e' incredibilmente internazionale e variegato e (per i più nostalgici) l'Italia e' molto presente come quantità di immigrati, prodotti, eventi.

Per terminare, vi descrivo sommariamente la mia esperienza personale nel cercare lavoro a Bruxelles: un esempio reale può essere utile per qualche altro spunto. Ho impiegato circa un mese prima di trovare lavoro a Bruxelles, costantemente quasi ogni sera alla ricerca su internet, vivevo a Dublino ed ho dovuto fare tutto a distanza. Per il campo informatico, ho impiegato quasi esclusivamente monster.be; mi son inscritto a molte altre piattaforme che listano proposte di lavoro, ma con pochi risultati se confrontati al primo. All'epoca non sapevo mettere due parole francesi in sequenza e mi scoraggiai molto nel vedere la maggior parte delle offerte per francese e nederlandese, ma sapevo che solo con l'inglese c'era possibilità di trovar lavoro e cosi' applicai per diverse offerte interessanti. In un mese ho ricevuto almeno una decina di telefonate, colloqui conoscitivi generali, tre dei quali si son trasformati in proposte concrete, due delle quali han pagato volo e spese per il colloquio di persona qui a Bruxelles. La prima azienda non conosceva nulla sul RSI, le altri . Ed alla fine, eccomi qua.

Se ho scritto strafalcioni, se avete qualche osservazione, domanda o se volete condividere la vostra esperienza nella ricerca di lavoro a Bruxelles, come sempre i commenti sono il miglior modo per arricchire i contenuti ed aiutare il lettore. Per il resto, in bocca al lupo a tutti coloro che hanno intenzione di iniziare la ricerca!


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