Il cappotto
Tutto l'inverno così, raccogliendo passivamente freddo, pioggia e odori urbani di metro e sedili, inzuppandosi di città, di quella scura di giornate uggiose e di quella sporca di spazi ristretti tra foreste di braccia e code e attese, la ritrovi tra il collo e in altri parti del tuo cappotto, dopo mesi di onorato servigio, quella puzza che spesso risveglia sensi in tonalità di disgusto e apnee, è quel misto d'odori forti che riconosci in alcuni angoli del vagone della metro, indicativo del passaggio di qualche senza tetto, di qualcuno dal sudore impregnato, d'insalate di presenze umane che lasciano il segno non per marcare il territorio ma per inevitabili frammenti che si perdono, nei crocevia metropolitani in cui spesso si sopravvive. E te lo ritrovi sul cappotto o n'è soltanto il presentimento, la percezione, quasi fosse il presagio d'intensità maggiori, quasi potesse infettare, attraversare i tessuti spessi del cappotto e attaccarsi a quelli epidermici; quell'odore di città, che brutto dipinto ne uscirebbe se si limitasse a raccoglierne solo quello per descriverla, eppure le appartiene, tanto che te lo ritrovi addosso, l'odore di città, di metro, di autobus, di treni, di pioggia e smog, di bar, di traffico, di persone, dovrebbe essere altra poesia, dovrebbe riempirsi di colori e voci e diversità, e invece sul cappotto si trasforma in acidi aromi; dovrebbe essere una fragranza da esporre in vetrina tra marketing abilmente addobbato e frasi ingrassate ad effetto, il profumo di Bruxelles, e invece non c'è poesia quando l'effluvio ha il sentore di quella cosa, anche quella, soprattutto quella è ciò che veramente ti fa storcere il naso e si ferma amara in gola, perché un po' fa paura. La povertà. Ma bastano poche ore in una lavanderia vicino casa e pochi euro alla consegna ed il cappotto torna come nuovo, al profumo di lavanda, per dormire fino al prossimo inverno ed assorbire poi nuovamente la città, in tutti i suoi gusti, anche quelli più forti, con il cinico sollievo di poter dimenticare tutto in un lavaggio a secco e la consapevolezza però che quella cosa è lì e per tanti altri non va via.
Come da ragazzini nei bagni della scuola
Ma caro ragazzo italiano che non posso far a meno di ascoltare, quando l'orecchio si sintonizza inevitabilmente su suoni che riconosce distinti, linguaggi che sa decifrare pur tra il rumore accentato della metro brussellese, te ne potrei fare una colpa del fatto che hai prontamente nominato La grande bellezza all'amico o conoscente straniero che pur si destreggiava in un italiano altalenante, mentre lui ti voleva invece parlare di 12 anni schiavo e tu non conoscevi il film né sapevi che faceva parte della famosa notte degli oscar, e relative premiazioni quindi; te ne potrei fare una colpa per quel sorriso da orgasmo repentino quando hai nominato La grande bellezza richiamando vittorie adolescenziali di chi ce l'ha più lungo nei bagni della scuola, solo perché quel film ha un nesso con te per semplici appartenenze nazionali ed ecco che automaticamente te ne fai ambasciatore, mentre l'amico o conoscente voleva in realtà parlare d'altro, ignorando lunghezze ostentate e doti inappropriate; te ne potrei fare una colpa, caro ragazzo italiano nella metro di Bruxelles, per quel sorriso da vantaggio acquisito al nominare il titolo di un film, come se ne avessi partecipato alla realizzazione, quasi se adesso, per magia, comparisse tra i tuoi segni particolari sulla carta d'identità, ma solo per qualche giorno, il tempo di vantarsene, il tempo di dimenticarsene, il tempo di ripescarlo alla prossima occasione e presentarlo sul banco di conversazioni doganali in cerca di bandiere da ostentare; e te ne potrei pure fare una colpa perché non conoscendo invece gli altri film, anzi proprio quelli che han ricevuto più premiazioni, confermeresti quell'atteggiamento tipico di chi filtra soltanto i dettagli che ne possono aumentare prestigio e ignora il resto, il contesto, gli atri, confermeresti quella gloria dei monumenti più belli del mondo che però non si son mai visitati, stan lì, vicino casa, son bellissimi, ma si lasciano ai turisti, o al degrado, o quell'altro del cibo più buono del mondo, tacciando il diverso per inferiore, inconfutabilmente.
Ecco, caro ragazzo italiano, non te ne posso fare una colpa però, perché sarebbero soltanto supposizioni personali o giochi di parole di chi vuole in realtà arrivare ad una conclusione ben precisa con il pretesto di una leva occasionale, come si fa spesso sulla rete come al bar, o in salotti di scimmie urlanti a riempire palinsesti televisivi; ma soprattutto non te ne posso fare una colpa perché quel sorriso, quell'emozione improvvisa per un proclamo illegittimo non è altro che una delle tante espressioni della patria che è in te, fatta spesso di superlativi assoluti e reazioni istintive, che all'estero più che mai ha il bisogno d'eiaculazioni celebrali appena sente odor di confronto, conflitto, identificazioni e orgogli improvvisi quanto fragili. Avrei voluto dirtelo però, che vivendo altrove un giorno - magari - ne avrai la consapevolezza, di quella patria che è in te, e tutto ti apparirà esattamente come quella scena, tra imbarazzante e simpatico, un po' ridicolo però spontaneo, quella scena dei ragazzini a misurarsi il pistolino nei bagni della scuola.
Ecco, caro ragazzo italiano, non te ne posso fare una colpa però, perché sarebbero soltanto supposizioni personali o giochi di parole di chi vuole in realtà arrivare ad una conclusione ben precisa con il pretesto di una leva occasionale, come si fa spesso sulla rete come al bar, o in salotti di scimmie urlanti a riempire palinsesti televisivi; ma soprattutto non te ne posso fare una colpa perché quel sorriso, quell'emozione improvvisa per un proclamo illegittimo non è altro che una delle tante espressioni della patria che è in te, fatta spesso di superlativi assoluti e reazioni istintive, che all'estero più che mai ha il bisogno d'eiaculazioni celebrali appena sente odor di confronto, conflitto, identificazioni e orgogli improvvisi quanto fragili. Avrei voluto dirtelo però, che vivendo altrove un giorno - magari - ne avrai la consapevolezza, di quella patria che è in te, e tutto ti apparirà esattamente come quella scena, tra imbarazzante e simpatico, un po' ridicolo però spontaneo, quella scena dei ragazzini a misurarsi il pistolino nei bagni della scuola.
Bruxelles è casa
Qualcuno che gli italiani a Bruxelles arrivano prima o poi a conoscere, almeno di vista.
Il guardiano del museo
C'era una volta un museo, in un paese del sud Europa lì dove anche il più piccolo museo era già ricco di storia e tracce di passati ammirabili, e c'era un guardiano, in quel museo, che ogni notte girovagava per alcune zone della struttura, sempre le stesse, quelle che meglio conosceva, quelle che più gli piacevano; le altre zone non contenevano oggetti troppo preziosi, secondo il suo giudizio, e quindi non valeva la pena sorvegliarli e comunque nessuno si sarebbe mai sognato d'andar a rubare quelli e non i suoi preferiti, i migliori; oppure, in altre zone dove non andava quasi mai, c'erano opere famose, che aveva visto una volta, che pur decantava agli occhi degli altri, ma erano talmente lontane che - sempre per il suo alto giudizio - avrebbe corso il rischio di abbandonarne cento per verificarne una, diceva; oppure, erano lì, a pochi passi, erano importanti, ma proprio perché vicine non avevan bisogno di troppa cura, le avrebbe ammirate il giorno seguente, forse. Così, in quel museo di un paese pieno di musei, quel guardiano macinava metri e metri delle stesse sale, ogni notte, ripetendo lo stesso percorso nei suoi modi tradizionali e conservatori, apprezzando quadri, sculture, di cui spesso non sapeva nemmeno il nome o, se lo sapeva, ne ignorava la storia, il messaggio, l'autore, erano dettagli, gli bastava sapere che fossero importanti, ne continuava a vantare il valore, il prestigio, di musei così ce n'erano pochi, d'opere così non se ne trovavan in nessuna parte del mondo. Il mondo però lo lasciava fuori, agli altri, il mondo era tutto quello che esisteva fuori dal museo, fuori dai suoi percorsi conosciuti, e non valeva la pena visitarlo se quanto di più importante era già nel museo, se altrove avrebbe dovuto addirittura pagare e far file per operucce, oggettucci, nulla di minimamente comparabile al catalogo di quel museo, anzi, alle solite sale che sorvegliava di quel museo, per essere precisi.
Ed in quel museo così colmo di storia e ricchezza dell'umanità, ogni notte, durante i percorsi d'occhi sonnolenti e controlli approssimati, nascosto da occhi altrui che ne avrebbero compromesso le azioni, quel guardiano compiva un rito del tutto speciale: ogni volta sceglieva un'opera distinta, la più bella, la più originale, la più elaborata, e la sostituiva con un falso praticamente identico. Era abile, a farsi trovare falsi d'autore tra i tanti mercati neri che conosceva, attraverso conoscenze ed amicizie che già gli avevano aiutato a trovare quel lavoro, tramite altre conoscenze ed altre amicizie, mantenendo cautamente il segreto senza però evitare poi di vantarsi continuamente di quelle opere, del museo, come se tutto fosse ancora originale e invece con il tempo non lo era più. Non lo era più ma il mondo non lo sapeva e continuava a morire d'invidia, per non possedere quelle opere così preziose, quel museo così importante, doveva essere un mondo bruttissimo fuori, anche se dentro, di quelle opere così preziose, non rimanevano che copie, imitazioni, con il tempo il valore di quelle collezioni pregiate si sarebbe ridotto a zero, mentre altrove nuove opere e nuove correnti artistiche avrebbero arricchito altri musei, lì fuori nel mondo lontano, quello degli altri, ma più ripeteva le solite lodi più si dimenticava del suo operato e si convinceva lui stesso dell'alto valore ancora presente, intatto. E ogni notte, mentre il mondo continuava a morire d'invidia, quel guardiano cautamente rimpiazzava un quadro famoso con un falso, scappava poi lesto in bagno con l'originale ed iniziava morbosamente a farlo a pezzi eppoi a mangiarlo, con morsi selvaggi e continui, deglutirlo a singhiozzi ma con piacere, trasformando tutta quella bellezza antica in rigurgiti profondi e sonori, ultime grida di un patrimonio che scompariva, tra mascelle rigonfie e riflussi gastroesofagei.
Così, mentre altrove e nei dintorni s'invidiava e si lodava quell'eredità unica e preziosa, ma si lavorava nel frattempo anche a creare altre esposizioni, altre opere mirabili, in quel museo si distruggeva ricchezza, per sempre, quel guardiano convertiva un passato oramai già consumato in un presente desolato di falsità e rutti.
Ed in quel museo così colmo di storia e ricchezza dell'umanità, ogni notte, durante i percorsi d'occhi sonnolenti e controlli approssimati, nascosto da occhi altrui che ne avrebbero compromesso le azioni, quel guardiano compiva un rito del tutto speciale: ogni volta sceglieva un'opera distinta, la più bella, la più originale, la più elaborata, e la sostituiva con un falso praticamente identico. Era abile, a farsi trovare falsi d'autore tra i tanti mercati neri che conosceva, attraverso conoscenze ed amicizie che già gli avevano aiutato a trovare quel lavoro, tramite altre conoscenze ed altre amicizie, mantenendo cautamente il segreto senza però evitare poi di vantarsi continuamente di quelle opere, del museo, come se tutto fosse ancora originale e invece con il tempo non lo era più. Non lo era più ma il mondo non lo sapeva e continuava a morire d'invidia, per non possedere quelle opere così preziose, quel museo così importante, doveva essere un mondo bruttissimo fuori, anche se dentro, di quelle opere così preziose, non rimanevano che copie, imitazioni, con il tempo il valore di quelle collezioni pregiate si sarebbe ridotto a zero, mentre altrove nuove opere e nuove correnti artistiche avrebbero arricchito altri musei, lì fuori nel mondo lontano, quello degli altri, ma più ripeteva le solite lodi più si dimenticava del suo operato e si convinceva lui stesso dell'alto valore ancora presente, intatto. E ogni notte, mentre il mondo continuava a morire d'invidia, quel guardiano cautamente rimpiazzava un quadro famoso con un falso, scappava poi lesto in bagno con l'originale ed iniziava morbosamente a farlo a pezzi eppoi a mangiarlo, con morsi selvaggi e continui, deglutirlo a singhiozzi ma con piacere, trasformando tutta quella bellezza antica in rigurgiti profondi e sonori, ultime grida di un patrimonio che scompariva, tra mascelle rigonfie e riflussi gastroesofagei.
Così, mentre altrove e nei dintorni s'invidiava e si lodava quell'eredità unica e preziosa, ma si lavorava nel frattempo anche a creare altre esposizioni, altre opere mirabili, in quel museo si distruggeva ricchezza, per sempre, quel guardiano convertiva un passato oramai già consumato in un presente desolato di falsità e rutti.
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