Visualizzazione post con etichetta fantasie impertinenti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta fantasie impertinenti. Mostra tutti i post

Di competizioni e farmacie

Quando la farmacista ha detto quella parola, diarrea, in risposta al ragazzo giapponese che non riusciva ad esprimersi alla perfezione, lì nel centro di Valencia, tu in attesa della sua collega momentaneamente scomparsa hai accennato ad un sorriso, non per il povero giapponese, che non son cose per cui gioire, ma perché certe parole son più simpatiche d'altre e fan sempre un po' ridere, come cacca, pipì, solletico. Sarà che risvegliano il bambino che c'è in noi. Poi, quando dopo diversi altri gesti e verbi non coniugati e tante altre parole lanciate in aria con pronunce maldestre nella speranza di farsi capire, la farmacista al tuo lato finalmente indovina, eritema solare, dice, in una Valencia colpita dalla forte ondata di calore dell'anno 2015, mentre tu aspetti all'altra cassa la collega che ancora non si sa dov'è. Allora pensi, diarrea ed eritema, beh il giapponese non se la starà passando proprio benissimo. E siccome sei quasi obbligato a quel teatro, del samurai nipponico in cerca della traduzione risolutiva, e della farmacista valenciana dalle espressioni un po' crucciate, non puoi far a meno d'ascoltare l'ennesima richiesta, la più lunga, difficile da spiegare, complicata da capire, fin quando la ragazza quasi grida un Ah liberatorio, è la pillola del giorno dopo. Poraccio, pensi, il giapponese in vacanza in Spagna se la ricorderà per un pezzo quest'estate sicuramente non fortunatissima, d'improvviso l'osservi quasi con compassione e nascondi lo sguardo sui tuoi piedi, non sia mai che qualcuno potesse leggere i tuoi pensieri. Eppoi, ostaggio di quell'attesa imprevista, per la collega inghiottita da archivi di farmaci mutanti, pensi che sicuramente, senza dubbio alcuno, quei malori orientali avranno valso la vittoria giornaliera, forse anche quella mensile, alla farmacista che ha collezionato in un sol colpo diarrea, eritema e pillola. Chissà quanti punti, in quella competizione che sicuramente, senza dubbio alcuno, avranno tra loro i farmacisti, a chi becca il caso umano peggiore e accumula punti, per ogni malanno, per ogni prescrizione. Pensi, quel Ah liberatorio forse era anche esultanza, oramai padrona della vittoria schiacciante. Pensi, certo con la collega che scompare per tempi così lunghi però, la competizione non deve esser poi così impossibile. Ecco perché un farmacista non gioisce mai per una scatola di cerotti. O uno spazzolino. Un pacchetto di zigulì. (Si vendono ancora - ti domandi - le zigulì?). Son tutte cose che valgono quasi zero punti. Son tutte cose che non aiutano, nella scalata alla classifica generale.
E mentre certi pensieri s'intrecciano rapidamente con la loro chiarezza cristallina, e mentre il giapponese lascia la farmacia con il suo bottino di medicine risolutive ed un sorriso di pene già alleviate, mentre la farmacista annota i punti guadagnati sullo scontrino che userà come prova della sua vittoria, ecco che riemerge la collega dall'apnea in mondi alieni. E tu, quasi con un pizzico d'imbarazzo, nella consapevolezza di lasciar briciole di punti, chiedi il tuo collirio sottovoce, che una congiuntivite non varrà quasi nulla in classica, pensi, e con la coda dell'occhio vedi l'altra farmacista già gioire. Mi dispiace, mimi con lo sguardo, quando paghi senza dire una parola. Tranquillo non è grave, sembra dire la farmacista, nel consegnare il collirio a quel cliente quasi depresso.

Scrolling

Hai buttato il corpo sul sedile sbiadito del tram già in movimento, il sedile quello singolo che non deve dividere spazio e libertà con altri, quello più ambito, mentre un binario sporco d'autunno diceva all'altro "seguimi". Ma non s'incontreranno mai, nei loro monologhi paralleli di corse, frenate, vibrazioni e fughe. Non s'incontreranno nemmeno le foglie secche cadute dallo stesso albero quando saranno spazzate, raccolte, mescolate tra colori e forme, perderanno il ricordo d'origini e appartenenze e formeranno nuove società e materia. E scompariranno. Non s'incontreranno nemmeno i pensieri della coppia in fondo al tram se lei gli parla emozionata e lui affonda l'attenzione nello smartphone un po' rapace. Ma non si lasceranno, lui e lo smartphone, almeno fin quando l'applicazione non terminerà di vomitare nuova spazzatura all'apparenza sociale. Non terminerà, perché si chiama infinite scrolling e lei intanto troverà nel finestrino opaco la distrazione della città che fuori continua. Continueranno a giocare i binari frenetici anche quando il tram si fermerà al tuo destino, dovrai riprendere il corpo piacevolmente appesantito di nuove fantasie, alleggerito però dallo zen quotidiano d'immaginare storie sempre nuove, il tuo infinite scrolling a volte maldestro, e se lungo il tragitto a piedi troverai foglie secche ma separate, le avvicinerai disinvolto con un movimento veloce del piede, un po' complice ma a fin di bene. Loro, le foglie, sapranno il perché.

Battezzarsi a Bruxelles

Dovresti proporlo al sindaco di Bruxelles - e lo farai, conoscendoti - che si potrebbe organizzare un nuovo evento tra tradizione, turismo e quello spirito un po' simpatico un po' surrealista che spesso contraddistingue la città e la sua popolazione; dovresti proporlo come incentivo per le povere casse comunali ma soprattutto per il messaggio che porta con sé: essere figli di Bruxelles, liberi e scherzosi, felici; ci hai pensato quando su Skype tua madre ha sgranato gli occhi e continuava a domandarsi il perché, perché suo nipote non sarebbe stato battezzato, assolutamente no, le ripetevi con calma e raziocinio, perché non vuoi, perché non ha senso, perché non sarebbe giusto, perché sarà proprio lui, suo nipote, tuo figlio, un giorno, a scegliere cosa vorrà farne del concetto di religione, non tu, non sua nonna, sarà libero di scegliere, ma non si troverà nessuno schema già impacchettato, che sia cattolico, buddista o qualsiasi altra favola medievale; ci hai pensato quando ribadivi che simboli religiosi non entrano in casa tua e tantomeno nella tua famiglia, quella nuova, o almeno non così, incoscientemente: battezzare tuo figlio nel 2014 è un po' trascinarsi e passivamente accollargli contraddizioni, riti, automatismi non necessari; ed è lì che ci hai pensato, un po' per far contenta tua madre, in qualche modo, un po' per smorzare i toni e trovare un sorriso: battezzarsi a Bruxelles dovrebbe essere semplice e naturale, dovrebbe essere portar il proprio piccolo davanti al monumento del Manneken'pis, lì al centro in orari o secondo condizioni che aprano un varco tra la calca sempre costante di turisti, e bagnargli il capo con qualche spruzzo d'acqua che fuoriesce da quella simpatica fontanella, recitare qualcosa, anche senza senso purché in rima, e poi andare tutti a festeggiare, con il sorriso. Semplicemente.
Per chi (ancora) non conoscesse la simpatica fontanella.

L'insostenibile leggerezza delle porte

Quelli che per gentilezza non lasciano chiudere la porta alle proprie spalle, perché ti hanno intravisto con la coda dell'occhio, perché si sono volutamente girati per controllare se dietro avessero qualcuno, se potessero dispensare quella cortesia gratuita, anche se non ti conoscevano, anche se non ti avevano mai visto, e lo fanno con la tempistica esatta, calcolando le distanze e la velocità del tuo passo, senza lasciarti nella scomoda posizione di chi si sente forzato ad avanzare il passo solo perché era in effetti troppo lontano ancora dalla porta, senza dover rincorrere il suo gesto per il mero principio di dover accettare forzatamente quella gentilezza, ecco quelli che lo fanno bene quasi sincronizzandosi con la tua prossima venuta o, e spesso ancor più difficile ma non meno meritevoli, quelli che si accorgono della distanza, si accorgono che non ce la farai e che dovrai fare uno sforzo in più per dire grazie e trovarti la porta semiaperta con la mano, e che quindi lasciano che si chiuda, la porta, alle loro spalle, ti ignorano ma a fin di bene, evitano per trasformare una gentilezza in scortesia, una bestemmia a denti stretti mascherata da grazie forzato, ecco quelli che riescono in questa semplice eppure non sempre facile scelta, dell'aspettarti con la porta aperta o lasciare che si chiuda loro alle spalle, hanno una grande probabilità di risultarti simpatici. Gli altri, quelli che ti aspettano anche se sei palesemente troppo distante, o quelli che la lasciano chiudere alle proprie spalle anche se eri lì a pochi centimetri, sono gemelli separati dello stesso problema con il mondo e con se stessi. O forse soltanto un poco miopi.

Scintille postelettorali

Le facce dei manifesti elettorali, che rimangono lì appese dopo settimane dalle elezioni, con i loro sorrisi da vincenti, con i loro sorrisi da perdenti, con i sorrisi da abbiamo vinto tutti, ti continuano a fissare, quando il tram ci si ferma affianco, quando lo sguardo ti ci cade sopra, e ti continuano a sorridere, nonostante il sole inizi a mangiarne i colori, nonostante qualcuno abbia aggiunto baffi, occhi neri, firme strane e street art da interpretare, e ti continuano a promettere, come se oramai avessero vita propria, come se ci credessero davvero, in quelle parole decorate di loghi e punti esclamativi; qualcuno dovrebbe salvarle, le facce dei manifesti elettorali, un po' come per i nani da giardino, per cui esistono gruppi che si organizzano per liberarne cento in una notte e poi seminarli in parchi, spianate, boschi, così dovrebbero liberare quelle facce dei manifesti elettorali dalla condanna del tempo che li sbiadisce, che trasforma il sorriso in paralisi, la promessa in contraddizione, il colore del partito in controparte politica, o più semplicemente salvarle dai loro proprietari, da se stessi, e dall'ennesima perdita d'onestà, dovrebbero organizzarsi di notte e strapparli via da pareti, cartelli, esposizioni abusive, raggrupparne tutti i sorrisi, le parole, gli slogan, e formare una sola grande risata, un'enorme mosaico di lettere e garanzie per il futuro, per dare vita ad un'unica grande bugia. E poi darle fuoco.

Dell'Italia che uscì dall'Euro

Erano passati già diversi anni dall'uscita dell'Italia dall'Euro, ma ogni volta che arrivava all'aeroporto di Fiumicino non poteva non fermarsi alcuni secondi ad osservare quella mappa esposta così grande, così fieramente, dell'Europa d'un colore e dell'Italia d'un altro, anzi di un tricolore, e di tutta quella gente che ci si fermava davanti per una foto, con il sorriso, come se stessero davvero davanti ad un monumento storico importantissimo o ad un cambio epocale, un po' come con le mappe dell'evoluzione dell'Impero Romano, quelle che si intravedevano sulla destra quando dai Fori Romani si andava al Colosseo, anche lì ci fu chi in quegli anni aveva proposto di aggiungerne un'altra, dell'Italia fuori dall'Euro, ma proprio quelle mappe lo facevano tanto ridere, ogni volta che ci passava di fronte, perché ne mostravano l'espansione fino al culmine, ma non la caduta, ecco perché aggiungerci adesso quella dell'Italia fuori d'Euro sarebbe stata l'ennesima inconsistenza patriottica, ma l'Italia ne era piena, di quei controsensi lì, nel 2023. Come lo annoiava poi dover cambiare ad ogni arrivo i suoi euro in lira, nella nuova lira, se ne ricordava non appena usciva dall'aeroporto, non appena intravedeva quel monumento enorme, quello alla Nuova Lira, di quella donna che sola era riuscita a sconfiggere la crisi grazie all'unione nazionale, e subito metteva la mano nel portafogli per controllare se ne aveva abbastanza per la giornata, lui che viveva all'estero e usava quella moneta straniera, l'euro.

Nel taxi gli piaceva sempre domandare come andavano le cose al tassista, che non mancava mai di lamentarsi sebbene l'Italia della nuova lira attraversava uno dei suoi massimi splendori economici. Certo, i primi tempi dopo il cambio furono pieni d'incertezze e problematiche, ma non ci fu quell'inflazione sfrenata che i sostenitori dell'euro avevano previsto né il crollo dei mercati o le invasioni bibliche di cavallette; beh, non si ebbero neppure tutte le richezze e vantaggi promessi dai sostenitori dell'uscita dell'euro in effetti, ma il punto fu proprio quello: entrambe le parti ebbero torto e ragione, in quella scienza che non è puramente matematica, l'economia, ma spesso ha bisogno di previsioni, proiezioni, ipotesi e statistiche, e non tiene conto delle evoluzioni possibili, giochi di potere, accordi, interessi e politica, che si susseguirono incessanti, sempre all'ombra di un complotto gigantesco per molti, che nessuno ovviamente seppe mai formalizzare. Chiacchere da bar, le chiamava il tassista, mentre passava davanti ai resti del Colosseo, oramai quasi dimezzato dopo gli ultimi crolli per i mancati interventi: l'Italia era sì ricca, ricchissima, nel 2023, ma la ricchezza non migliorò molto il paese, anzi. Più ricchezza si trasformò repentinamente in equazioni d'assurdità italiche in più corruzione, più mafia, più casta. Le cose andavano sì meglio, molto meglio, ma si continuava a non investire nei beni culturali, nella ricerca, nella sanità: non bastano alcuni bilanci positivi per cambiare una cultura, gli aveva detto all'aeroporto il barista servendogli un espresso eccellente e barbottando qualcosa sul figlio dottorando, che aveva ricevuto richieste dall'estero ma che adesso aveva paura di partire, di diventare un cervello in fuga con tutto quello che all'epoca comportava. La campagna dell'odio contro i cervelli in rientro poi, fu qualcosa d'assurdo nel 2023: molti italiani all'estero decisero, in numero sempre crescente, di rientrare vista la nuova crescita economica e l'ottimismo che ne derivava, ma in patria non trovarono certo un buon clima né quelle condizioni di lavoro a cui erano abituati altrove. Da "vigliacchi", "traditori", da "è facile lasciare la nave quando affonda", passorono ad essere "opportunisti", quelli che "comodo rientrare quando le cose vanno bene", "dove siete stati mentre qui si soffriva", "ce l'abbiamo fatta anche senza di voi" e così via. Molti li odiavano in un clima surreale dove non mancarono episodi di teppismo in effetti, di squadrismo organizzato all'uscita degli aeroporti, d'interrogazioni parlamentari per evitargli di rientrare, di approfittare di quella nuova ricchezza. Ricchezza di danaro ma non di spirito.

L'Italia del 2023 era ricca, ricchissima, ma anche tanto razzista, contro gli immigrati, anche quelli europei, e contro gli italiani, quelli all'estero che rimanevano o tentavano di rientrare. Lampedusa, per esempio, fu prima messa in vendita per scrollarsi di dosso i problemi degli sbarchi, e poi dichiarata stato indipendente, per poterla sanzionare e dichiararle guerra ad ogni nuovo sbarco sulle coste siciliane. La ricchezza offriva soluzioni facili e la geniliatà, quella tanto ostentata ma mai misurata adeguadamente, scarseggiava o veniva inghiottita da propagande e chiacchiere. Di chiacchiere si riempivano i politici, soprattutto quelli che avevano gridato all'uscita dell'euro, ne erano usciti vincitori dopo la rinascita economica ma al contempo vuoti: non avevano altre idee in realtà, il loro grido era stato di pura ricerca di consensi, appiglio al vento di destra che scosse un po' tutto il continente ma che rimase poi insipido quando s'arrivò al bisogno di un programma ben strutturato ed efficace. Con dei vincitori del genere, le cose non potevano certo migliorare. Ma avevano vinto, e i vinti hanno sempre ragione, purtroppo. Questo pensava, mentre il tassista imprecava contro l'ennessimo blocco della polizia, non si poteva passare nei pressi dello stadio per l'ennessima manifestazione degli ultras, che chiedevano ancora una volta dichiarazioni di guerra a mezza Europa: l'uscita dall'euro col tempo risultò in molte relazioni disgregate, in un'isolazione sempre crescente del paese e di tutto ciò che lo riguardava, il campionato italiano di calcio per esempio, nel 2023, non aveva più accesso alla Champion League. C'erano i soldi, tanti, per comprare i migliori talenti stranieri sul mercato, che però non volevano andar a giocare in Italia senza l'accesso a quella competizione e in più in quel clima d'intolleranza e anarchia. Eppure, si continuava a dire che era il campionato di calcio più bello del mondo, secondo gli italiani. Così come il paese, il cibo, il clima, la moneta.

Lasci stare, continuo a piedi - disse al tassista. Con l'idea di fare due passi e arrivare a casa degli amici, lì a qualche isolato di distanza, ripensò a cosa era rimasto di quell'Italia che aveva lasciato, 30 anni prima, a cosa assomigliava quella giostra di ricchezza economica e problemi raddoppiati, quell'orgia d'interessi e odi, e perché continuava a sentirla nonostante tutto ancora un po' sua. Non ebbe il tempo di rimasticare quei pensieri però, quando la polizia lì nei pressi dello stadio lo fermò per un controllo e scoprì che era un italiano residente all'estero, quando iniziarono prima a ridergli in faccia, a dispreggiarlo, provocarlo in cerca d'un pretesto, quando poi lo portarono in un angolo per picchiarlo, bastonarlo, lasciarlo esamine a terra, quando morì senza il tempo di capire dov'era davvero, in quella terra natia, ricchissima, maledetta e straniera.

D'emigranti che non sanno il perché

E mentre mescolava quell'impasto d'esseri umani e aromi non sempre appetibili, un dio senza nome sapeva già che non tutti sarebbero venuti come in principio aveva pensato, il forno dell'evoluzione in fondo cambiava sempre un po' la ricetta e di generazione in generazione poi bruciacchiava qualche combinazione, ogni tanto, ma quel dio senza nome si giustificava nel nome di un equilibrio universale pur sempre mantenuto, in quella legge dei grandi numeri che qualcuno avrebbe poi intuito. Lasciava a riposare piccoli pani d'impasto, già ben lievitati col tempo d'intrecciarsi per bene, ne prendeva poi a caso uno e lo divideva per metà, in una mano riusciva a prendere abbastanza impasto da creare l'anima d'un nuovo essere umano e soffiarla via in quell'involucro che in terra avrebbe preso vita, nell'altra mano l'altra metà d'impasto e via, la vita correva veloce mentre il tempo lento l'affiancava. E soffiava, il dio senza nome, su una mano e sull'altra nella stessa direzione, e due nuove vite fiorivano lì, in quella regione dell'est, altre due ancora più giù e altre due appena prima di quelle montagne a sud. Poi, annoiato del soffiare sempre allo stesso modo o nello stesso verso, il dio senza nome iniziava a rompere il ritmo e quasi danzare, in un attimo d'euforia improvvisa, e così due manate dello stesso pane, due anime fino a poco prima un tutt'uno, venivano soffiate una ad ovest e l'altra a nord, una lì, su quell'isola lontana, e l'altra a mille chilometri più giù, in quella città già affollata. E in quei brevi momenti di squilibrio, quando il dio senza nome preferiva l'improvvisazione ai sui modi da catena di montaggio, succedeva che due anime con qualcosa in comune, due tranci della stessa massa, si dividevano finalmente su lunghe distanze, per prendere vita ma con una grossa mancanza. E succedeva pure che, tra un soffio a destra e l'altro a sinistra, alcune molliche dei due impasti, alcune briciole di quell'unico impasto originario, cadevano al centro, lì, su quella città nella vallata ad est, per non dar vita ad un altro essere umano, troppo poca la dose in questione, ma pur creare un qualcosa che ad occhi nudi sarebbe però sfuggito o almeno a chi non fosse della stessa pasta.

E succede poi, in quel mondo di vite e casualità, che alcuni decidono un giorno di cambiare, di spostarsi, d'emigrare. E c'è chi lo fa perché stufo delle condizioni attuali, c'è chi insoddisfatto cerca altrove nuovi stimoli e opportunità, chi si giustifica soltanto con la voglia d'avventura e chi vomita insulti e odi verso la terra natia che non l'ha saputo trattenere. Ognuno col suo motivo, ognuno con la sua storia da raccontare e le sue speranze da raffinare, di notte sotto un cielo sconosciuto, arriva in cerca di vita nuova con l'euforia e il dubbio del cambiamento che non può controllare. E alcuni, tra tutti quegli emigranti in fila all'aeroporto, ridono, si lamentano, soffrono, si migliorano, tornano, restano, ma non lo sanno, che tutto il resto eran solo scuse per connessioni neurali e sequenze di parole, che tutto il resto in realtà non contava e si partiva, ci si incontrava lontano, perché l'altra parte dell'impasto o quelle briciole comuni, l'altro pezzo da trovare, incontrare, baciare, non era lì dove s'era, era altrove. Succedeva così che il greco trovava la sua metà d'impasto bionda ed alta in Svezia o che un italiano incontrava il suo angelo spagnolo in Irlanda, perché le loro briciole eran cadute sul tavolo consumato di un pub. E così alla perenne domanda Perché vai via? non l'economia, non la politica, non la cultura né tanto meno l'avventura, la risposta sincera di tanti emigranti ignari e irrisoluti sarebbe stata, se solo avessero saputo di quella danza repentina del dio senza nome, Perché vado via? Vado via per amore.

E io dovrei credere a tutta questa storia!? - Esclamò sorridendo la ragazza francese, in quel bar di Londra parlando con quello sconosciuto.
Io penso che non ci siamo ritrovati qui per caso. - Rispose sicuro il ragazzo portoghese.
Non so che nome possa mai avere questa tua religione, non è meno buffa delle altre ma almeno mi ha fatto sorridere, mi hai convinto, andiamo a ballare insieme! - E lo prese per mano, mentre la musica nel bar si mescolava a parole e brindisi.
E poi - pensò il ragazzo portoghese, mentre veniva strattonato tra la folla euforica e rumori di bicchieri che si frantumavano - e poi dicono che le religioni sono inutili..

Del sonno accumulato

Iniziava così il messaggio pubblicitario di quel nuovo assurdo prodotto, se lo ricordava ancora distintamente, un po' perché lo faceva ridere con leggerezza, un po' perché in forme diverse aveva spesso pensato lo stesso, "Sonno, sai una cosa? Sei vanitoso - diceva quel messaggio - C'è davvero bisogno di far vedere a tutti che stiamo insieme? Su, toglimi quel color viola da sotto gli occhi, lasciami!". Era quell'ultima preghiera, quel lasciami!, a lasciarlo sempre interdetto o almeno così era nel ricordo di quei primi slogan commerciali, come se si potesse davvero comandare al sonno di lasciarci in pace. E così fu infatti, non appena entrarono in commercio quelle siringhe eccezionali, il sonno si estraeva come fosse una qualsiasi altra sostanza del corpo e ci lasciava magicamente attivi, senza sbadigli, senza pigrizia, rompendo di colpo il cordone ombelicale che sempre si trascinava dal cuscino alla colazione, dal bagno alla prima tazza di caffè; bastava poi alla sera iniettarselo di nuovo, quel sonno estratto, e tornare a quel torpore di palpebre appesantite e conciliazioni notturne. Prodigi della scienza moderna. Divenimmo così tutti drogati di tempo, nel 2123, a decidere con un prelievo e un'iniezione il nostro ritmo d'energie. Tempo, tempo, tempo, ne volevamo di più, lo volevamo all'istante, per poi sprecarlo in nuove mode e vacuità.

C'era chi in ufficio scappava in bagno i primi tempi, per succhiar via ancora un po' di sonno accumulato durante la mattinata, per non farsi vedere quasi fosse una colpa o soltanto perché quel nuovo gesto era ancora difficile da trasformare in abitudine. Scambiammo in fretta il caffè con l'ago, il sorso col prelievo, la camomilla con l'iniezione, e tutto divenne più facile, miracolosamente. Al miracolo non gridò il Vaticano però, condannando prontamente quella pratica innaturale e satanica, guadagnando qualche inutile titolone per una settimana. Non ci furono equivoci nemmeno secondo pubblicazioni scientifiche e campagne denigratorie contro quella siringa mortale, che col tempo - sostenevano - avrebbe accelerato il degrado del corpo umano, anche se furono presto tacciati di complottismo e presunte connessioni con lobby dei sonniferi e del caffè, in perdita drastica di mercato per quella concorrenza fascinosa. Tempo, tempo, tempo, ne volevamo usufruire il prima possibile, per quell'utopia contagiosa di far tutto e farlo presto.

E si contagiò come si contagiavano prima gli sbadigli oramai estinti, si contagiò veloce e col sorriso l'uso di quella siringa poderosa: c'era chi in fin di vita preferiva estrarre, prelevare, succhiare sonno il più possibile, posticipando poi le iniezioni, tentando di star sveglio il più possibile e prolungare in qualche modo la vita; così iniziarono a fare anche tanti anziani, perché la morte faceva paura e la si poteva allontanare un po' vivendo senza dormire, o almeno così pensavano; c'era chi le usava anche coi neonati, per sincronizzarli a ritmi e abitudini familiari ed averli facilmente al letto la sera ad orari precisi, un'iniezione e ninna nanna. Non tardarono ad aprirsi dibattiti legislativi sul prolungamento delle ore di lavoro, vista l'aumentata attività umana e il conseguente dispendio di risorse alimentari ed energetiche a livello globale, bisognava adeguare la società a quell'evoluzione, bisognava lavorare di più: per l'ennesima volta il progresso non aiutava l'uomo ma lo imprigionava sempre più ad una scrivania. Tempo, tempo, tempo, e c'era chi arrivava a buttare siringhe piene di sonno non consumato per la smania di fare non si sa cosa, si gettavano sogni così e progetti, speranze. Quante idee morivano in quel modo, all'ombra del dormiveglia scomparso, nel 2123.

Iniziarono poi a sorgere quei mercati neri del sonno, quel contrabbando di sonno altrui, per tutti coloro che rinnegavano il sonno e ne accumulavano in iniezioni. Il mondo aveva sempre avuto questa grande ricchezza, il sonno, ma nessuno prima lo aveva mai considerato abbastanza. C'era chi lo comprava come alternativa all'eutanasia; c'era chi lo preferiva come rimedio alla depressione; e c'erano poi quei partigiani silenziosi che non accettavano di vivere evoluzioni innaturali di società accelerate - proclamavano - e che decidevano quindi di viverla dormendo, in forma di protesta, acquistando sonno di contrabbando e passando le giornate a dormire, dormire, dormire, in cerca di ristoro in fughe oniriche da cui però molti non si svegliarono più. Così come gli altri iniziarono a svenire all'improvviso, dopo giorni interi senza iniezioni, svegli e produttivi, iniziarono a cadere esausti, come presi da un infarto, il corpo di colpo cedeva. Ma di nuovo s'associarono le cause di quegli eventi a disturbi già presenti, a condizioni di vita già precarie, ad abusi già documentati nel foglietto illustrativo, tra la voce delle combinazioni da evitare e quella degli effetti indesiderati.

"Sonno, sai una cosa? Sei vanitoso", diceva il messaggio che tanto lo faceva sorridere, a cui ripensava mentre stava lì con la siringa tra le mani, la siringa della sua amata. Aveva deciso di addormentarsi con il sonno di lei, perché la voleva vivere fino in fondo e perché voleva vivere i suoi sogni, affascinato da quelle dicerie sullo scambio di sogni, suoi sogni che rimanevano nel sonno, intrappolati in alcune siringhe e che alcuni s'erano ritrovati a sognare dopo averne acquistate di contrabbando, con il sonno altrui s'erano iniettati a sorpresa anche i sogni altrui. Quanti nonni svelavano in sogno numeri da giocarsi al lotto al nipote sbagliato, nel 2123. Ma a lui non sarebbe successo, non era una siringa del mercato nero, era quella della sua amatissima, anche se presa di nascosto, con la voglia morbosa d'amarla in ogni suo aspetto. Quando però s'iniettò quel sonno e nel sogno di lei la vide felicissima baciarsi con un altro, il cuore non resse il colpo, non si svegliò più.

Issimo

Eppoi all'improvviso scomparve il superlativo, nessuno seppe davvero spiegarlo perché scomparve addirittura dalle memorie, fu un fenomeno globale e irreversibile, da tutte le lingue del mondo era scomparso quel costrutto grammaticale tanto usato e abusato, da tutte le memorie del mondo era scomparso quel ricordo che terminava in issimo e di tutti i libri del mondo già stampati, già letti, già malamente quotati, non si riusciva a capire cosa volessero dire quegli issimi sporadici o quei più più più usati a spezie. La comunicazione non risentì della mancanza immediata o almeno non quanto potrebbe sembrare agli adulatori e ai superbi, alcuni riuscirono ad esprimere in modi diversi quell'istinto al confronto assoluto che ancora riusciva a manifestarsi tra parole e malintesi in forme come non c'è nessun altro che o non esiste nessun'altra che e così via; altri si aggrappavano tenacemente al superlativo relativo di minoranza, ma ne scoprivano presto i limiti, dovendo perdersi in elenchi infiniti di confronti binari o in affermazioni insipide e grammaticalmente scomposte. I discorsi di Benigni di colpo persero la maggior parte dei loro messaggi, non potendo più decantare il suo paese come il, o meglio non potendo più usare quella formula lì scomparsa, torcendosi in equilibri verbali e allungandosi in espressioni che non arrivavano più alle masse ma a pochi intenditori, già malati di issismo cronico indotto. L'innamorato s'ammutoliva quando al sussurrare cadeva nel silenzio nell'esprimere sentimenti adesso soffocati, ma trovava poi rimedio in un bacio, un abbraccio e il corpo rimpiazzava lesto i limiti di un alfabeto che non avrebbe comunque riassunto a dovere le proprie emozioni. La depressione, quella tristissima, quella bruttissima, lasciò di colpo il depresso davanti allo specchio e a domande finalmente costruttive e non più intrappolato in conclusioni sabbiose. Il politico perse di colpo il suo potere di propaganda dovendo trovare altre forme o addirittura scendere alla contraddizione e alla realtà dei fatti; e il giornalista ragionava dubbioso davanti alla tastiera in attesa perché non arrivava a titoloni da prima pagina a cui prima era abituato; e il tifoso ultrà strozzava il suo grido da stadio dovendo cercare tra aggettivi e ragioni quelle giuste per il suo coro e quindi tornare a quell'attività da tempo abbandonata, pensare. E la patria, la patria non sapeva più di che vestirsi, senza superlativi si scopriva nuda, labile al confronto, timorosa di classifiche in cui sì il superlativo era rimpiazzato da un posto, il primo, il secondo, l'ultimo, ma quel posto adesso era sorretto da dati e non orgogli viscerali d'ottuse ideologie.
Quando poi all'improvviso ritornò, il superlativo in tutte le lingue e tutte le memorie del mondo, l'uomo recuperò i suoi issimi ordinari, come se nulla fosse accaduto. E fu un giorno bruttissimo, il più brutto.

Di radici provvisorie

Le radici - esclamò quasi gridando - sono proprio le radici ciò che ci dà la forza, la salute e quindi la vita!, assorbono il giusto nutrimento dalla terra che le circonda e lo trasmettono a tutto il resto, ecco perché non si possono trascurare le radici, ecco perché non si possono ignorare le radici, ecco perché son così importanti, la cosa più importante, vitale, le ra-di-ci!
Ma cosa dici? - contestò immediatamente - I rami e le foglie sono la cosa più importante, catturano l'energia del sole e mantengono viva la pianta, si estendono in mondi nuovi cercando il modo di sopravvivere, interagiscono con animali e clima, rappresentano il presente ed il futuro!
Ma che schiocchezze sono queste? Ma cosa vai dicendo? Senza radici la pianta muore! Senza radici non c'è futuro!
E senza rami e foglie? - replicò - E senza il nuovo che viaggia, si estende, cerca la luce, vita nuova, vita diversa, la luce! Per questo fai bene ad andare figliolo, trasformati altrove, per questo va, va!
Il ragazzo rimase un po' interdetto, osservando quel teatrino improvviso sulla soglia della cucina, cercando di capirne messaggi e significati, casomai ce ne fossero, casomai servissero davvero.
Non stare a sentire queste idiozie, nipote mio! Rimani dove sono le tue radici, rimani dove la terra continua a darti il nutrimento di cui hai bisogno!
Ma è proprio quello il punto! - infierì nuovamente - Che non c'è più nutrimento per loro in questa terra, che le radici vanno ammuffendosi, o seccandosi, insomma muoiono, meglio che la pianta cerchi altrove la propria vita, meglio che i rami si muovino dove la luce li possa riscaldare!
Ammuffite? Secche? Ma lo vedi che dici una cosa e il suo contrario nella stessa frase! Se tutte le piante vanno via, lo sai che succede al terreno? Che frana al prossimo diluvio! Ci vogliono radici giovani per tener il terreno, mentre le vecchie oramai non hanno più forza, non ce la fanno più..
Il terreno! Il terreno! - diresse lo sguardo al soffitto quasi a cercarne una prova - Il terreno è oramai inquinato! Lo abbiamo contaminato per troppi anni, è impastato di cemento, rifiuti, veleno.. Guarda, guarda che bosco ne esce fuori per chi lo vede con occhi esterni! C'è sempre meno verde, ci son sempre più rami secchi e ragnatele... eppoi ci son quei mostri, quelle querce giganti che non si muovono, in mezzo al bosco, che succhiano il nutrimento agli altri e il resto non cresce o cresce male.. va, figliolo, va, va dove nuova luce possa riscaldare le tue foglie e intrecciare i tuoi rami, altre radici nasceranno, ne son sicuro, quella valigia è una margotta in fondo..
Se metti radici altrove, nipote mio, se metti radici altrove... - ancora un po' restio, ma oramai agli ultimi tentativi - poi non torni più.. Ma almeno, almeno non dimenticare quelle che avevi, che un po' rimangono con te, che t'hanno fatto crescere e nutrito finora, oggi sei quello che sei anche grazie a loro!
Non dimentico nonno - rispose il nipote, a tagliare corto ed annuire - non dimentico le radici. Afferrò la valigia con energia e si diresse alla porta. Il padre lo guardò in silenzio, masticando pensieri, per poi mugugnare: i frutti, i frutti che nasceranno da quei nuovi rami, avranno un retrogusto amaro, a volte, tu però manga giù, ti faran bene, ti faran crescere.
Non lo rivide più, o almeno non più lo stesso.

Il guardiano del museo

C'era una volta un museo, in un paese del sud Europa lì dove anche il più piccolo museo era già ricco di storia e tracce di passati ammirabili, e c'era un guardiano, in quel museo, che ogni notte girovagava per alcune zone della struttura, sempre le stesse, quelle che meglio conosceva, quelle che più gli piacevano; le altre zone non contenevano oggetti troppo preziosi, secondo il suo giudizio, e quindi non valeva la pena sorvegliarli e comunque nessuno si sarebbe mai sognato d'andar a rubare quelli e non i suoi preferiti, i migliori; oppure, in altre zone dove non andava quasi mai, c'erano opere famose, che aveva visto una volta, che pur decantava agli occhi degli altri, ma erano talmente lontane che - sempre per il suo alto giudizio - avrebbe corso il rischio di abbandonarne cento per verificarne una, diceva; oppure, erano lì, a pochi passi, erano importanti, ma proprio perché vicine non avevan bisogno di troppa cura, le avrebbe ammirate il giorno seguente, forse. Così, in quel museo di un paese pieno di musei, quel guardiano macinava metri e metri delle stesse sale, ogni notte, ripetendo lo stesso percorso nei suoi modi tradizionali e conservatori, apprezzando quadri, sculture, di cui spesso non sapeva nemmeno il nome o, se lo sapeva, ne ignorava la storia, il messaggio, l'autore, erano dettagli, gli bastava sapere che fossero importanti, ne continuava a vantare il valore, il prestigio, di musei così ce n'erano pochi, d'opere così non se ne trovavan in nessuna parte del mondo. Il mondo però lo lasciava fuori, agli altri, il mondo era tutto quello che esisteva fuori dal museo, fuori dai suoi percorsi conosciuti, e non valeva la pena visitarlo se quanto di più importante era già nel museo, se altrove avrebbe dovuto addirittura pagare e far file per operucce, oggettucci, nulla di minimamente comparabile al catalogo di quel museo, anzi, alle solite sale che sorvegliava di quel museo, per essere precisi.

Ed in quel museo così colmo di storia e ricchezza dell'umanità, ogni notte, durante i percorsi d'occhi sonnolenti e controlli approssimati, nascosto da occhi altrui che ne avrebbero compromesso le azioni, quel guardiano compiva un rito del tutto speciale: ogni volta sceglieva un'opera distinta, la più bella, la più originale, la più elaborata, e la sostituiva con un falso praticamente identico. Era abile, a farsi trovare falsi d'autore tra i tanti mercati neri che conosceva, attraverso conoscenze ed amicizie che già gli avevano aiutato a trovare quel lavoro, tramite altre conoscenze ed altre amicizie, mantenendo cautamente il segreto senza però evitare poi di vantarsi continuamente di quelle opere, del museo, come se tutto fosse ancora originale e invece con il tempo non lo era più. Non lo era più ma il mondo non lo sapeva e continuava a morire d'invidia, per non possedere quelle opere così preziose, quel museo così importante, doveva essere un mondo bruttissimo fuori, anche se dentro, di quelle opere così preziose, non rimanevano che copie, imitazioni, con il tempo il valore di quelle collezioni pregiate si sarebbe ridotto a zero, mentre altrove nuove opere e nuove correnti artistiche avrebbero arricchito altri musei, lì fuori nel mondo lontano, quello degli altri, ma più ripeteva le solite lodi più si dimenticava del suo operato e si convinceva lui stesso dell'alto valore ancora presente, intatto. E ogni notte, mentre il mondo continuava a morire d'invidia, quel guardiano cautamente rimpiazzava un quadro famoso con un falso, scappava poi lesto in bagno con l'originale ed iniziava morbosamente a farlo a pezzi eppoi a mangiarlo, con morsi selvaggi e continui, deglutirlo a singhiozzi ma con piacere, trasformando tutta quella bellezza antica in rigurgiti profondi e sonori, ultime grida di un patrimonio che scompariva, tra mascelle rigonfie e riflussi gastroesofagei.

Così, mentre altrove e nei dintorni s'invidiava e si lodava quell'eredità unica e preziosa, ma si lavorava nel frattempo anche a creare altre esposizioni, altre opere mirabili, in quel museo si distruggeva ricchezza, per sempre, quel guardiano convertiva un passato oramai già consumato in un presente desolato di falsità e rutti.

Del mangiare ed altre evoluzioni

Era la seconda volta che le mostrava quella scena, fissando lo schermo con morbosa attenzione, mentre i pixel disegnavano forme e immagini che si mescolavano a memorie e pensieri masticati, mal digeriti. Non gli piaceva, quella consapevolezza che il cervello stesse già interpretando a suo modo segnali visivi e conoscenze, non gli piaceva che ciò che avrebbe pensato di vedere non era la realtà in quanto tale ma soltanto la trasformazione celebrale di una realtà non più autentica, già personale. Pensava, come posso spiegarle quello che penso di questa scena se la vediamo già in modo diverso, ognuno attraverso i propri filtri neurali? E intanto la scena continuava, quell'uomo oramai sconosciuto ma un tempo famoso - dicevano, diceva suo nonno, famosissimo, diceva - prendeva di nuovo del cibo con le mani, lo alzava al cielo, rideva, se lo infilava nelle tasche. Disse: lo vedi? Forse anche noi faremmo così oggi, a distanza di così tanto tempo, da quando non mangiamo più cibo come ce lo mostrano ancora dipinti, libri, etichette colorate, da quando tutto è in pillole e per noi è già abitudine, normalità. Ma è così - gli rispose lei, con sguardo crucciato - per preservare la sostenibilità della specie sul pianeta, lo sai, ne abbiamo già parlato, è così perché in passato son stati incoscienti, han superato limiti e rotto equilibri, è così perché.. Lo so, lo so - la interruppe lui, con voce seccata - non voglio ripetere di nuovo questa storia, la conosco, la storia, e conosco il presente, fatto non più di piatti, posate, tavole bandite, ma pillole e sostenibilità, lo so, te le vendono anche bio, quelle pillole, come se contasse poi qualcosa, e intanto in posti a noi preclusi c'è ancora chi mangia cibo vero, son in pochi, perché costa troppo oramai, impossibile pagare quei prezzi, lo so, meglio qualche pillola, che poi è lo stesso, dicono, anzi è meglio, per il pianeta. Poi però - si alzò, avvicinandosi alla grande vetrata da cui si intravedeva poco il cielo coperto da grattacieli e traffico - quelli che continuano a parlarci di sostenibilità, di sopravvivenza della specie, di benessere del pianeta, credi davvero che continuino ad inghiottire pillole come noi?

Lei lo seguì con lo sguardo, la testa un po' abbassata, quasi a sentirsi colpevole per azioni non sue o come se il peso di quelle parole e delle colpe di società passate fosse presente sulle sue spalle, fragili, ancora più fragili nell'inarcarsi come reazione a quella discussione. Ma almeno - provò a rompere il silenzio, a richiamare la sua attenzione - ma almeno noi mangiamo le pillole, pensa a chi col teletrasporto si fa teletrasportare già sazio? Almeno noi abbiamo ancora un qualche contatto tra cibo e dita, tra bocca e nutrimento.. Contatto? - tuonò lui - Cibo? Ma poi, lascia stare il teletrasporto, lo so, se devono distruggerti in un luogo e ricrearti in un altro, tanto vale scegliere di farti ricreare già con lo stomaco sazio, come se nello stream di informazioni inviate, nel viaggio di terabyte trasmessi tra partenza ed arrivo, si inghiottisse una pillola digitale, guadagnando tempo, dicono.. Ma quale tempo? Il tempo d'inghiottire una pillola! Lascia stare, quell'opzione all'ingresso del teletrasporto è davvero aberrante..
Intanto il fermo immagine mostrava ancora quell'uomo con del cibo nelle tasche, ridere. Lo vedi - disse - lo vedi quel film? Te l'ho fatto rivedere perché paradossalmente lo faremmo anche noi, oggi, mangiare del cibo vero quasi fosse la cosa più preziosa del mondo, conservarne pezzi nelle tasche, celebrarlo dedicandogli una danza.. Sai come si chiamava quel cibo? Spaghetti, nome buffo lo so, ho dovuto cercare e confrontare immagini, non me lo ricordavo più. Sai come si chiamava quel film? Miseria e nobiltà. Non ti dice nulla? A me fa pensare, fa pensare che in fondo la nobiltà della nostra specie, di quest'intelletto superiore che vantiamo, si complementa ad una miseria intrinseca, quella del distruggere per sopravvivere.

Rimase qualche secondo a fissarla, mentre lei fissava quel fermo immagine, quasi potesse riprendere a muoversi da un momento all'altro e trasmettere quella scena per l'ennesima volta. Sul tavolo, a pochi metri da loro, la cena: un pacchetto di pillole bio, le migliori sul mercato, recitava la confezione. Le hai comprate addirittura bio, per stasera? - Chiese lui, con tono provocatorio. Sì - rispose lei, con voce affannata - volevo il meglio per il nostro anniversario, volevo che ci nutrissimo bene per celebrare il nostro amore, perché in fondo è bio anche quello, è naturale, è nostro.
Ma bio... - balbettò in risposta - ma bio non vuol dire senza scadenza.

Di Kindleiani ed altre evoluzioni

E il libro di cui mi parlavi, quanto ne hai letto finora? - chiese lei, incuriosita. Metà più o meno, penso - rispose con l'espressione un po' svogliata, come se non avesse importanza, come se non sapesse di preciso. Non sapeva, infatti, e subito richiamò gli sguardi attenti degli altri. Come a metà? A 43%, a 52%, vuoi dire? Non lo sai? - chiesero accavallandosi in voci e domande, chi con riso leggero, chi con naturale sconcerto. Ma lui davvero non conosceva la percentuale, stava leggendo un libro di carta, di quelli ancora veri, e si ricordava soltanto di aver lasciato il segnalibro a metà del libro, o giù di lì. Non rispose, come se non avesse capito le domande, come se non avesse percepito l'umore. Non mi dire, - continuò un altro - non mi dire che leggi ancora libri di.. di carta? E qualcuno gli fissò le mani, le dita, i polpastrelli, come se potessero in qualche modo portare con sè tracce di carta, tracce di parole toccate, salvate da qualche parte nel cloud della sua testa, condivise soltanto tra le reti sociali delle sue conversazioni private. Non c'era nulla, ovviamente, tra quelle mani voraci di pagine, o almeno nulla di diverso dalle altre, anche loro voraci ma abituate a superfici elettroniche, interazioni digitali di letture personali arricchite da commenti globali.
Oh, non ricominciamo con questa storia! - ribatté, contraendo la mano, quasi a nascondere le dita e qualche presunta colpa, - ce l'ho da tempo pur'io l'ereader e ne riconosco i tanti vantaggi, ma se ogni tanto ripesco un libro di carta non devo mica calcolarmi la percentuale di lettura con la calcolatrice! E smettetela di ridere, prima che ve lo sbatta in faccia, quel libro! Ma così non fece altro che generare altre risate generali, (persino lei rise, la intravide benissimo), come se un libro si potesse davvero lanciare contro qualcuno senza la paura di romperlo, mentre gli altri ripetevano le sue parole a canzonetta, come se esistesse ancora quell'altra cosa antiquata, quella che avrebbe usato per arrivare alla percentuale, addirittura a mano, con le stesse dita con cui aveva sfogliato e risfogliato, quell'oggetto che pure aveva uno schermo, anzi da anni prima dell'arrivo di cento rivoluzioni, ma che diventava sempre più raro, assorbito come funzione vocale o trasformato in letture a comandi celebrali. Qualcuno se ne ricordava pure il nome, tra le risate s'udì qualcosa, calcolatrice, dissero tra loro. Calcolatrice, pare si chiamasse pressappoco così.

Lo psicologo e l'emigrante

Entra mesto nello studio l'ennesimo emigrante senza sorriso,
stringe la mano appena per quei calli di valigie trascinate,
lo psicologo l'osserva attento e studia quel suo viso indeciso
e l'aria timorosa dagli occhi pieni di memorie mal masticate.

"Dottore, la prego m'aiuti! Son prigioniero all'estero!" quasi grida
"Ho sì un lavoro, ma ho più conoscenti che amici, il corpo diviso,
son in un limbo, vivo qui ma penso a casa, tutto diventa salita!".
Lo psicologo tace, osserva bene prima di tuonare all'improvviso:

"E sei uno stronzo!" colpisce l'emigrante dalla bocca impietrita
"Non c'è nessuna prigione, son compromessi che ti dan libertà,
adesso puoi scegliere, puoi tornare indietro o restare eremita,
puoi migliorare o modellare in modi nuovi e diversi la tua realtà!"

"Ma.. ma.. " balbetta il viaggiatore masticando quella risposta
"Ma.. se torno indietro lascio un lavoro e una posizione ambita
e non so cosa trovo a parte il cibo, il sole, il mare, la costa,
per questo mi sento prigioniero, manca quella qualità di vita!"

Lo psicologo tace e l'osserva quasi gli stesse per dar ragione:
"E sei uno stronzo!" colpisce di nuovo con l'ennesima batosta
"la qualità di vita è anche nel lavoro che ti dà soddisfazione
o ad avercene, almeno, e sotto quella tua patria scomposta

ecco che lento ti spogli di fronte alla diversità d'altre culture,
t'arricchisci, conosci gli altri e poi la tua personalità nascosta,
c'è qualità nel tuo viaggio, ma non mancano certo scottature!"
Cala il silenzio nello studio per quella visione mal corrisposta,

poi quasi sussurra l'emigrante oramai completamente onesto:
"Ma... ma dottore... capisco perfettamente queste congetture,
ma se non son felice, adesso, son stronzo anche per questo?"
Si scambiano uno sguardo, immobili quasi come due sculture,

poi lo psicologo lento riprende come avesse di tutto le prove:
"No che non sei stronzo! Ma non sei felice in questo contesto
perché ahimè non hai ancora trovato l'equilibrio nell'altrove,
ma se smetti di sentirti in prigione, se operi questo disinnesto

scoprirai un mondo meno grigio e potrai anche pensar al ritorno,
ma con consapevolezza, niente lamenti se non c'è sole e piove,
devi digerire bene quest'emozioni e poi calmo guardarti attorno,
ti scoprirai più libero e padrone, vedrai che qualcosa si smuove!"

L'emigrante finalmente sorride, forse capendo la preziosa lezione,
lo psicologo gli indica la porta con parole certo non di contorno:
"Ecco, son 100 euro. E non mi guardi con quell'aria da coglione!,
sarò stronzo ma questo studio, sa, è una prigione senza ritorno!".

L'amore ai tempi dei social network

Lei era lì, persa nel suo smartphone, quando la nonna la chiamò per mangiare uno dei soliti piatti spettacolari. Ma non toccava il piatto, la nonna, se non dopo la classica preghiera. Non toccava il piatto, la nipote, se non dopo l'upload su Instragram. Religioni. Più che mangiare quel piatto, la nipote aveva voglia di condividerne una foto su facebook e controllare un commento su Instagram e poi vedere i like e... per mangiare alla fine dovette riscaldarlo al microonde. La nonna non se ne accorse, occupata a capire cosa facessero i vicini di casa. Non sapeva, la nonna, che le zitelle pettegole non usavano più le tapparelle mezze abbassate per nutrirsi di fatti altrui, avevano la ricerca su facebook. Evoluzioni.
Lui era lì, nell'intimità del far cacca, assieme a trecento amici nello smartphone. Prima al bagno leggevano gli ingredienti dei detersivi per riempire il tempo. Adesso leggevano cose su uno smartphone, con la stessa attenzione. Ma in quel modo non perdeva neanche un secondo di connessioni sociali, aveva tutto sotto controllo, lo dicevano le notifiche di facebook. Poteva vedere cosa mangiava lei, aggiungere un like e scrivere cose carine, mentre faceva la cacca.
La vita era sul flusso di facebook, d'eventi, di foto, di stati d'animo. C'era chi lo apriva e aveva l'impressione di leggere Novella2000 mentre avrebbe forse preferito frammenti di Science e National Geographics. C'era chi lo apriva e doveva scavare per trovare notizie importanti, sommerso da vomiti digitali di creature affamate d'apparenza e commenti. C'era chi diventava una moderna facebook-star, una twitter-star, ma era davvero felice solo se appariva nella vecchia televisione. E c'era chi non usava facebook, ma veniva visto con sospetto e di lui nessuno si ricordava quando s'organizzava un evento. Perché una volta ricordavano tanto, ricordavano a memoria i numeri di telefono degli amici, poi li misero in uno smartphone, numeri ed amici, insieme a una parte del cervello. Era più facile così, senza quella parte, e avere tutti gli amici in tasca, sempre con sè. Anche quando si era soli, soprattutto quando si era soli, erano tutti a portata di smartphone. Anche quando si era con gli amici, intorno a un tavolo al bar, ognuno pensava agli altri amici, nello smartphone. Quando poi il router wireless s'interruppe per un guasto, nel bar di colpo si sentirono strani rumori: erano le voci delle persone. Non parlavano, si chiedevano soltanto cosa fosse successo alla rete. Per fortuna la maggior parte di loro aveva la tariffa flat dati e continuò a socializzare, nello smartphone. Gli altri si arresero, dovettero socializzare nella vita reale. Ma si erano detti così tante cose su whatsapp, facebook e gmail, che non seppero di che parlare. Lei cercava con qualche smorfia di mandargli un messaggio, un segnale, lui non capiva, troppo abituato alle facili notifiche di facebook. Lui avrebbe voluto rispondere con un'espressione del viso inequivocabile, ma lei non capiva, troppo abituata alle faccine della chat di parentesi e puntini. Ai #sischerza su twitter. La guardava ed era convinto che tutte quelle parole dolci, quelle immagini assieme, quei momenti speciali, fossero anche nel cuore di lei. E invece erano soltanto nei server di facebook. Il loro amore così era per gli altri e degli altri, in mezzo a dozzine d'altri aggiornamenti, dimenticato nel tempo d'un refresh.
Qualcuno tentò di avvertirli, ma non aveva un profilo facebook, non aveva molto seguito. Qualcuno tentò con un dito d'indicare la realtà, il cielo, la luna. Ma mentre il saggio indicava la vita, loro continuavano a fissare lo smartphone.

Passatempi metropolitani

Poi c'è questa regola che ti sei creato, in momenti di tedio universale, quando neanche il tuo riflesso nel vetro opaco richiama a mondi paralleli però fugaci e mentre nella metro non sei riuscito a fissare nessuno perché gli sguardi curiosi si son poi incrociati, con tutti, fino a dover soltanto decifrare in ritirata le macchie insospettabili di fango sulle punte delle scarpe mai lucidate; ed è una regola inamovibile che innesca un gioco segreto ad ogni uscita dal vagone della metro, ad ogni entrata, del non toccare mai la maniglia della porta, dell'aspettare che sia sempre qualcun altro a farlo prima di te, a farlo per te, e non per pigrizia o per l'indiscutibile assecondare di un'intima regola, ma per la ragione che nasconde, centenaria e indottrinata, questa regola che ti sei creato, che quella maniglia è sporca, incontestabilmente, perché lì, nella metro, perché alla portata di tutti, sporca sporchissima. E a causa o grazie a questa regola che ti sei creato, decidi ogni volta da che parte uscire in base alle probabilità che non sarai tu a dover tirare la maniglia della metro - o a pigiarne il bottone, a seconda dei modelli - fissando gli altri e prevedendone le mosse, in base ai passi, in base ai gesti, in base alle vicinanze. E ti sposti, a volte, anche di diversi metri, anche se eri appena al lato di un portellone della metro, soltanto perché c'è qualcuno che ti spianerà la strada un po' più a destra, aprirà il varco per te senza dover inquinare i tuoi polpastrelli e quindi rispettando quella maledettissima regola.
Troppo facile, quando la metro è affollata e c'è chi ha fretta di aprire, di entrare, di uscire, devi soltanto seguire i flussi, devi semplicemente assecondare l'onda. Diventa difficile, a volte, quando siete in pochi nel vagone e sei l'unico a dover scendere a quella fermata. Esiti, aspetti, ma poi ti arrendi. E perdi. Diventa imbarazzante, a volte, quando sei a pochi centimetri dal bottone intoccabile e hai fretta, sei in ritardo e sei tentato e c'è chi, proprio dietro di te, deve uscire e non aspetta altro che il tuo gesto, naturale, che però non farai, come immobilizzato, magari simulando una vibrazione del cellulare o spostando qualche passo come a indicare che non uscirai. Uscirai, invece, quando quella persona aprirà per sé, e per te, uscirai vincente.
E poco importa se qualche minuto prima avevi toccato per ore la tastiera dell'ufficio nido d'ogni insalata di batteri; e poco importa se poi estrai il cellulare e lo masturbi in qualsiasi momento, senza pulirlo mai (perché mai dovresti?); e poco importa se poi tagli del parmigiano a tavola, ne cade una scheggia a terra, sul pavimento di casa che non lavi da almeno due settimane - nel migliore dei casi - e che poi raccogli e mangi, buono il parmigiano, convinto che con un soffio ogni possibile germe sia andato via. Per magia. Non importa perché è soltanto una regola, una regola tua, che però a volte, quando siete soltanto in due davanti a quella maniglia inquinata, quando c'è quasi aria di Far West e non s'estrae la pistola ma al contrario vince chi mantiene il dito fermamente in tasca, hai quasi l'impressione che non sia soltanto tua, che gli altri lo sappiano e non siano pedine ma avversari. Ed è per questo che è ancora più bello, quando poi con leggiadra esperienza vinci.

Di quelli uguali

Poi ti ritrovi il collega belga alla tua scrivania, quello con cui non parli spesso perché d'un altro dipartimento, altro piano, altro business, ma l'osservi come fosse amico d'una vita proprio perché assomiglia ad un amico d'una vita, che lui ovviamente non conosce, non potrebbe, non dovrebbe, ma lo rappresenta, lì, inconsapevolmente, generando già un'altra chimica con te, che apre le porte ad un'empatia immeritata però piacevole. Succede la stessa cosa con l'amico greco, uguale, no, pensi, uguale uguale ad un amico calabrese che purtroppo vedi una volta l'anno, due se va bene, e ha la stessa postura, gli stessi gesti, il modo di parlare, solo che questo è greco, vive a Bruxelles, non conosce quel suo gemello italico che attraverso connessioni celebrali, tue, gli viene associato e rimane come una marca indelebile, tu vedi lui e pensi al tuo amico, tu ascolti lui e pensi al tuo amico, quando lo saluti e lo abbracci è come se salutassi e abbracciassi una parte del tuo amico. E ti viene da sorridere, a guardare quelli uguali. Anche per questo, ti sta un po' più simpatico, il ragazzo greco. E il collega belga. E l'amica spagnola. Ci son gemelli sparsi, per il mondo - allora pensi - che non si conoscono né condividono utero e allattamenti, eppure a volte si ripetono, si specchiano, davanti a te, in una mano sulla fronte, in un'espressione del viso, nel modo di camminare. E questi gemelli sparsi per il mondo non sono necessariamente dei doppelgangers, dei look-alike, non s'assomigliano se non in posture, manie, particolari che, se non fossi amico di uno dei due, probabilmente non noteresti. Sarà perché l'insieme di tutte le combinazioni di gesti possibili non può essere infinito, per noi attori umani, e allora succede che ci ripetiamo, casualmente, tra un paese e l'altro, come gemelli eterozigoti spinti dalle osservazioni fantasiose d'un appassionato di dettagli. O forse è soltanto il modo in cui il tuo cervello elabora la realtà, manipolando immagini presenti e memorie accavallate. Però ti piacerebbe un giorno riunirli tutti, questi gemelli sconosciuti tra loro, come se alla tua scrivania potesse venire il collega belga e l'amico del sud d'Italia, insieme, e muoversi in sincrono e non capire perché poi a quella scrivania c'è qualcuno che li guarda e ride, appagato dall'effetto che ne fa la visione, per un attimo, di quelli uguali insieme.

Daily fight

Questa era un po' che volevo disegnarla, è un periodo un po' così, 
incasinato, ma felice. Scrivo poco, ma sono vivo abbastanza.