Quelli che per gentilezza non lasciano chiudere la porta alle proprie spalle, perché ti hanno intravisto con la coda dell'occhio, perché si sono volutamente girati per controllare se dietro avessero qualcuno, se potessero dispensare quella cortesia gratuita, anche se non ti conoscevano, anche se non ti avevano mai visto, e lo fanno con la tempistica esatta, calcolando le distanze e la velocità del tuo passo, senza lasciarti nella scomoda posizione di chi si sente forzato ad avanzare il passo solo perché era in effetti troppo lontano ancora dalla porta, senza dover rincorrere il suo gesto per il mero principio di dover accettare forzatamente quella gentilezza, ecco quelli che lo fanno bene quasi sincronizzandosi con la tua prossima venuta o, e spesso ancor più difficile ma non meno meritevoli, quelli che si accorgono della distanza, si accorgono che non ce la farai e che dovrai fare uno sforzo in più per dire grazie e trovarti la porta semiaperta con la mano, e che quindi lasciano che si chiuda, la porta, alle loro spalle, ti ignorano ma a fin di bene, evitano per trasformare una gentilezza in scortesia, una bestemmia a denti stretti mascherata da grazie forzato, ecco quelli che riescono in questa semplice eppure non sempre facile scelta, dell'aspettarti con la porta aperta o lasciare che si chiuda loro alle spalle, hanno una grande probabilità di risultarti simpatici. Gli altri, quelli che ti aspettano anche se sei palesemente troppo distante, o quelli che la lasciano chiudere alle proprie spalle anche se eri lì a pochi centimetri, sono gemelli separati dello stesso problema con il mondo e con se stessi. O forse soltanto un poco miopi.
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Spaghetti boló
Ma non mi guardare a quel modo, caro collega fiammingo, quando mi arrivi al tavolo della mensa aziendale con quel sorriso malizioso e il tuo piatto di spaghetti boló, quella pietanza non più imitazione né tantomeno tentativo maldestro ma più probabilmente abitudine culinare di latitudini ravvicinate, non mi guardare così perché non troverai giudizio nel mio stereotipo d'italiano da buona forchetta e non credere che tra quegli spaghetti bianchi e quel pugno di sugo rosso insipito potrai mai rivedere i miei lineamenti del sud un poco scoloriti; appena inizi a tagliarli, quegli spaghetti bolò come fossero due blocchi monocolore di giallognolo e rosso, con coltello e forchetta, quasi fosse una lasagna, e mangiarli senza alcun criterio di giudizio su cosa sia la mantecatura né il tempo giusto di cottura, non troverai nella mia espressione né disagio né disgusto, perché ne sarò indifferente così come se in quel momento tu stessi mangiando qualsiasi piatto esotico di cui non conosco il nome né gli ingredienti né la sua versione originale, non troverai nessuna breccia nel mio orgoglio patriottico ridotto a briciole né avanzerò mai nessun diritto sui tuoi gusti e la qualità del piatto nonostante tutto. Però, non appena mi chiederei quella cosa, non appena la tua domanda punzecchierà la conversazione per sapere perché mai io non ne mangio mai, di spaghetti bolò, lì a mensa, a Bruxelles, sfodererò la super risposta oramai ben testata e con poche e semplici parole ti metterò spalle a muro e boccone in gola, avrò vinto, semplicemente, e abbasserai gli occhi meschino con una smorfia di smacco e l'inevitabile tortura di darmi ragione: ma tu - ti dirò con scioltezza - te la mangeresti mai una carbonnade fiamminga cucinata nella menza di un'azienda, a Napoli? Ecco.
Cose a cui non ti abitui
Poi ti ritrovi a supportare il Belgio nella sua prima partita di questo mondiale, in un'azienda molto belga che organizza per l'occasione un evento molto belga, maxischermo accompagnato da Jupiler e frites, birra belga e cibo nazionale belga, appunto, in un edificio in cui ci son quasi tremila dipendenti e quindi l'atmosfera è quella da stadio, di festa, d'attesa e sofferenza, e ti trovi a soffrire con loro, a gridare con loro, a riempirti di Jupiler con loro, a sudare con loro, a ingozzarti di frites con loro, a ridere con loro, e ti accorgi che tutto è davvero tanto tanto belga quando poi all'improvviso dopo la trasmissione del primo tempo con telecronaca francese, ecco che inizia quella della seconda parte, politicamente e rispettosamente in fiammingo.
Maledetto
Poi sei lì immerso in una lettura coinvolgente, mentre il treno sfreccia tagliando lungo una diagonale la città stordita da ondate di calore inattese, e i personaggi della trama ti si materializzano intorno, parlando con la voce dei tuoi pensieri concentrati, vestendosi della tua immaginazione contagiata, aiutati da parole e descrizioni che ti proteggono dai rumori meccanici del vagone ferroso, la musica di chi preferisce rompersi i timpani pur di condividere le proprie preferenze musicali, il paesaggio che periodicamente l'occhio controlla per non mancare la tua fermata, in automatismi oramai naturali. Esiste solo il libro, nel piacevole rapimento di paragrafi che si susseguono gustosi, pur non promettendo finali rivoluzionari e colpi di scena sconvolgenti, a volte è semplicemente la forza del linguaggio che ti trascina, conquistatore. Poi, quando il vagone sta per richiudere le sue porte dopo l'ennesima fermata disinteressata e le vibrazioni cigolanti passano veloci dalle pagine ai personaggi lì sospesi a mezz'aria, tra realtà e fantasia, ecco che il collega appena entrato ti saluta con la sua espressione felicissima, felicissimo d'aver trovato un compagno di viaggio per gli ultimi 10 minuti di tragitto. Maledetto. I tuoi denti orchestrano un sorriso d'occasione sibilando bestemmie in dialetti lontani, le mani chiudono il libro in uno sforzo di fatiche mitologiche mentre un pollice resiste cercando d'immolarsi a segnalibro disperato, manifestando la voglia di continuare, invano. Le parole del collega felicissimo ti attaccano veloci senza alcuna difesa, sotto bombardamenti di discorsi noiosissimi sul clima ti arrendi inerme a buone maniere indulgenti. Il collega parla e tu pensi che si dovrebbe aggiungere qualcosa a quei luoghi comuni, a quelle usanze, quelle espressioni secolari, come quando la mamma dice "non accettare caramelle dagli sconosciuti" così dovrebbe aggiungere "e non rompere le balle agli amici che leggono il Topolino, disturba solo quelli che giocano a calcetto"; il collega parla e tu pensi che si potrebbe aggiungere un nuovo comandamento a religioni quindi di colpo più efficaci, cose del tipo "undicesimo comandamento, non rompere le balle a chi sta già leggendo un libro"; il collega parla e tu vedi i cadaveri dei personaggi della tua lettura decomporsi repentini, intorno, svanire, mutarsi in fantasmi che alloggeranno in qualche parte del tuo cervello per tutto il giorno, fino al treno del ritorno, a meno che il tuo collega felicissimo non t'incrocerà all'uscita dell'ufficio, felice di andar ad attendere il treno con te e commentare ancora una volta il clima e le ferrovie e i già e i va beh che diventano colpi nell'aria come mani ad allontanare mosche. E invece non son mosche, ma i fantasmi dei personaggi del tuo libro, lì in un'agonia soffocante, in attesa di resurrezioni dolorose. E invece già. Va beh. Può darsi.
Cose sulla scrivania di un collega
Di quelli uguali
Poi ti ritrovi il collega belga alla tua scrivania, quello con cui non parli spesso perché d'un altro dipartimento, altro piano, altro business, ma l'osservi come fosse amico d'una vita proprio perché assomiglia ad un amico d'una vita, che lui ovviamente non conosce, non potrebbe, non dovrebbe, ma lo rappresenta, lì, inconsapevolmente, generando già un'altra chimica con te, che apre le porte ad un'empatia immeritata però piacevole. Succede la stessa cosa con l'amico greco, uguale, no, pensi, uguale uguale ad un amico calabrese che purtroppo vedi una volta l'anno, due se va bene, e ha la stessa postura, gli stessi gesti, il modo di parlare, solo che questo è greco, vive a Bruxelles, non conosce quel suo gemello italico che attraverso connessioni celebrali, tue, gli viene associato e rimane come una marca indelebile, tu vedi lui e pensi al tuo amico, tu ascolti lui e pensi al tuo amico, quando lo saluti e lo abbracci è come se salutassi e abbracciassi una parte del tuo amico. E ti viene da sorridere, a guardare quelli uguali. Anche per questo, ti sta un po' più simpatico, il ragazzo greco. E il collega belga. E l'amica spagnola. Ci son gemelli sparsi, per il mondo - allora pensi - che non si conoscono né condividono utero e allattamenti, eppure a volte si ripetono, si specchiano, davanti a te, in una mano sulla fronte, in un'espressione del viso, nel modo di camminare. E questi gemelli sparsi per il mondo non sono necessariamente dei doppelgangers, dei look-alike, non s'assomigliano se non in posture, manie, particolari che, se non fossi amico di uno dei due, probabilmente non noteresti. Sarà perché l'insieme di tutte le combinazioni di gesti possibili non può essere infinito, per noi attori umani, e allora succede che ci ripetiamo, casualmente, tra un paese e l'altro, come gemelli eterozigoti spinti dalle osservazioni fantasiose d'un appassionato di dettagli. O forse è soltanto il modo in cui il tuo cervello elabora la realtà, manipolando immagini presenti e memorie accavallate. Però ti piacerebbe un giorno riunirli tutti, questi gemelli sconosciuti tra loro, come se alla tua scrivania potesse venire il collega belga e l'amico del sud d'Italia, insieme, e muoversi in sincrono e non capire perché poi a quella scrivania c'è qualcuno che li guarda e ride, appagato dall'effetto che ne fa la visione, per un attimo, di quelli uguali insieme.
Pioggia spazzina
Quando Bruxelles inizia ad accogliere sempre un po' inattesa la prima neve dell'inverno e ci son quelli che si avvicinano alle finestre, quasi con meraviglia, come se fossero per alcuni instanti di nuovo bambini e quella fosse la prima neve in assoluto, mentre altri rimangono alle proprie scrivanie ingrigite o occupate ad occuparli nel lavoro che li assorbe, colpevoli un po' d'aver perso quel poco d'infanzia che li farebbe smuovere anche solo per un po', la neve non lo sa, non lo sa d'essere magia per alcuni e indifferenza per altri, mentre cade prima leggera e poi spinta da vento e quantità, coprendo lentamente ogni cosa con il suo manto di bianco e purezza stereotipata, iniziando a nascondere tracce di civiltà sovrana per imposizione, nascondendo tetti, marciapiedi, quartieri. Dura poco però, quell'accenno di meraviglia per quel colore inusuale, quanto basta a trasformare il bianco in traffico e lo stupore in freddo, non appena si accumula ai bordi delle strade per mescolarsi a ciò che poco prima nascondeva, prenderne il colore, indossarne l'aspetto per sembrare un ammasso di poltiglia grigia e nera, la neve non lo sa, di nuovo, che dalla poesia passa velocemente all'indifferenza, da magia a spazzatura, negli ingranaggi instancabili della città frenetica, che ritorna alla sua identità quotidiana non appena un giorno di pioggia arriva a ripulirne i panorami urbani e da quel sottile splendore dei riflessi sulla neve passa veloce al grigio d'un cielo uggioso, tra ombrelli affollati e schizzi di pantani a seminare sporchi risvegli.
Poi, quando alle 17:30 in ufficio qualcuno si volta alla finestra e s'accorge che c'è ancora luce, che toh, le giornate già si son allungate, come se tornasse per alcuni instanti di nuovo bambino e quella fosse la prima luce delle 17:30 in assoluto o addirittura il suo pensiero fosse già alla primavera, mentre altri rimangono alle proprie scrivanie ingrigite perché l'infanzia non c'è o è talmente occupata da dimenticar il proprio copione, la luce non lo sa, che adesso tocca a lei, cercare di non trasformarsi in poltiglia ai lati dei marciapiedi, ma non è facile ahimè, se i marciapiedi son umori dove passiamo ogni giorno impensieriti, soprattutto quando c'è chi non aspetta altro che una sua distrazione per imprecare lamenti ripetitivi, un po' vittime di testardaggini scoordinate e meteorologie sfasate, un po' perché forse nuvole e piogge sembra allevarle tra i pensieri, magari in attesa di qualcuno che gli presti un ombrello, un balcone sotto cui ripararsi, o un sorriso, anche lì, alla finestra dell'ufficio.
Poi, quando alle 17:30 in ufficio qualcuno si volta alla finestra e s'accorge che c'è ancora luce, che toh, le giornate già si son allungate, come se tornasse per alcuni instanti di nuovo bambino e quella fosse la prima luce delle 17:30 in assoluto o addirittura il suo pensiero fosse già alla primavera, mentre altri rimangono alle proprie scrivanie ingrigite perché l'infanzia non c'è o è talmente occupata da dimenticar il proprio copione, la luce non lo sa, che adesso tocca a lei, cercare di non trasformarsi in poltiglia ai lati dei marciapiedi, ma non è facile ahimè, se i marciapiedi son umori dove passiamo ogni giorno impensieriti, soprattutto quando c'è chi non aspetta altro che una sua distrazione per imprecare lamenti ripetitivi, un po' vittime di testardaggini scoordinate e meteorologie sfasate, un po' perché forse nuvole e piogge sembra allevarle tra i pensieri, magari in attesa di qualcuno che gli presti un ombrello, un balcone sotto cui ripararsi, o un sorriso, anche lì, alla finestra dell'ufficio.
Quando ti ricordano quello che sei
Eppoi si voltano tutti, simmetrici verso di te, tu in fondo al tavolo e scomposto in una smorfia dai sapori misti, tu che ti ritrovi spinto sul palcoscenico dell'attenzione a raccogliere sguardi che non promettono applausi, e come incalzati da uno scatto spontaneo però curiosi scoppiano in una risata, sonora, non appena durante le due ore settimanali di corso avanzato di francese, lì in azienda, nella grande sala al quarto piano, la professoressa nomina la parola mafia e inevitabilmente tu, forse non essenzialmente tu, unico italiano in quella stanza di belgi dall'accento rauco del nord, diventi ambasciatore involontario e destinazione impulsiva d'associazioni d'idee banali. Non è la prima volta - ti ricordi- né tanto meno sarà l'ultima - ti ripeti -, ma riesce difficile abituarsi a quell'idea, quella che si diverte a trovarti sempre impreparato, quando gli altri ti ricordano che sei italiano, irrimediabilmente, e che il Vitangelo Moscarda attraverso cui ognuno ti guarda, ti ascolta, ti ricorda, indossa stereotipi centenari d'esagerazioni e verità e tu, se è vero che non t'arrabbi quando si tratta di qualcosa di positivo, seppur gonfiato, che sia arte che sia cucina o soltanto il risultato di una partita di calcio, di cui non vuoi né potresti attribuirti meriti o legami, allora ugualmente non dovresti batter ciglio quando l'altra faccia della medaglia cade sul tavolo in un rumore metallico dalle eco divertenti, appena tutti in coro ridono e graffiano, per poi scusarsi, in poche parole convenzionali, come se ti potesse offendere, come se poi potesse essere vero, che tu, lì, sia la mafia piuttosto che l'arte o la corruzione piuttosto che la moda, come se tu fossi l'Italia tutta in un concentrato di carne e accenti, non lo sei, ma devi star al gioco dei cliché fatali, raccogliere il furore del pubblico sempre puntuale e lasciare lesto il palcoscenico in un inchino d'inamovibile leggerezza, magari riflettendo qualche sorriso che vorrebbe sussurrare non sono la mafia, anzi forse sono sempre meno italiano, eppoi sono io, tutto qui, ma che invece sarà riassunto in un sono italiano, sono la mafia, la torre di Pisa e pure la Nutella, l'ingresso è libero, prego, venghino siori e siore, venghino.
Eppoi tutti si voltano nuovamente verso la prof, il sipario si chiude veloce e il palcoscenico scompare, lì, in fondo al tavolo, al quarto piano, durante il corso settimanale di francese avanzato, e tu ti dimentichi, rapidamente, quello che sei negli altri, per continuare, solitario, a pensare d'essere soltanto te stesso, all'estero, in mezzo agli altri.
Eppoi tutti si voltano nuovamente verso la prof, il sipario si chiude veloce e il palcoscenico scompare, lì, in fondo al tavolo, al quarto piano, durante il corso settimanale di francese avanzato, e tu ti dimentichi, rapidamente, quello che sei negli altri, per continuare, solitario, a pensare d'essere soltanto te stesso, all'estero, in mezzo agli altri.
A me gli occhi
Ma carissimo collega che dici di non essere impegnato mentendo spudoratamente per infinita gentilezza o chissà per leggerezza macchiata d'incuranza sottile, se quando ti parlo continui a fissare ipnotizzato il tuo schermo opaco alla ricerca del senso di una vita insipida o intento a risolvere un qualche problema che ti affligge probabilmente da ore e contemporaneamente emetti monosillabi preistorici tentando invano di apparire concentrato anche sulle mie parole, dovresti saperlo che così facendo stai utilizzando in modo del tutto sbagliato la tua e la mia risorsa tempo, stimolandomi a mandarti una presentazione power-point fatta ad-hoc da fissare la prossima volta, una cosa semplice, una slide e pochi punti per sapere che 1. così facendo non troverai la soluzione al tuo problema perché nel frattempo ci sono io che disturbo la tua concentrazione 2. così facendo non risponderai correttamente alla mia domanda perché non mi stai ascoltando pienamente e c'è il tuo problema che disturba 3. stiamo perdendo tempo entrambi nei nostri monologhi paralleli quando basterebbe soltanto un po' di cooperazione spicciola 4. non sarei costretto a ripetere n volte lo stesso identico concetto quasi fosse la dimostrazione del teorema di Pitagora da te trasformata in quella dell'ultimo teorema di Fermat 5. quando qualcuno ti parla, in generale, non guardare altrove per un principio minimo d'educazione che sta tra il rispetto e l'empatia. Poi, sempre in quella slide fatta ad-hoc, ci sarebbe anche un altro punto, magari listato alla fine, meno importante forse perché rappresenta un vantaggio opinabile o una trascurabile consapevolezza, ma degno di nota nelle nostre interazioni quotidiane ahimè necessarie, 6. mi staresti anche meno sulle balle.
Ma io dico che la colpa è nostra
Altro tavolo, altra giostra. Questa volta ti ritrovi a mensa con 3 francesi, un bulgaro ed una belga, l'argomento del giorno sono le elezioni francesi, o meglio il ballottaggio tra Sarkozy ed Hollande, ed il voto non è per nulla segreto o meglio non più degli ingredienti del pasto del giorno: lo guardi, lo assaggi, lo mastichi meccanico e tra parole, espressioni e risposte già sai chi va per il cambiamento e chi si tiene il vecchio che avanza, anche se continui a fissare il pasto cercando di digerirlo silenzioso, ma alcuni bocconi diventano un po' pesanti, sebbene il peso dipenda dalla gravità dominante, quando si inizia con la solita storia della destra e della sinistra ed ecco che parole, accenti e risposte si colorano di rosso e nero, brutti poi quei colori, rossoneri, e c'è la propaganda sugli stranieri, quella sull'Europa, quella sulle frontiere, quella sulla crisi e quella sull'euro, ognuna con i suoi colori, ogni cosa a destra o a sinistra, e non puoi non pensare che è evidente che la gente è poco seria quando parla di sinistra o destra. Dopo addirittura un diverbio sulla definizione di socialismo e comunismo, il ragazzo francese si schizza del succo di kiwi sulla camicia, maldestro il cucchiaio o chi lo usa, anche il kiwi diventa di destra, povero, il kiwi, e allora osservi la banana sul tuo vassoio, che punta a sinistra, ma basta girarla di 180 gradi ed ecco che punta a destra, la stessa banana, lo stesso concetto giallo a ricordare le parole di padre Pizarro. Ma non basta né Gaber né Guzzanti, c'incateniamo a due contenitori secolari convinti di poter classificare tutta la realtà in due colori, a distrarci nell'inutile lotta d'accuse e ricostruzioni, mentre siamo noi, poi, a doverci vivere, tra le macerie.
Consoliamoci così
Poi ti ritrovi ad una tavolata di 9 persone, tutti spagnoli, tranne te, alla mensa aziendale, e l'argomento del giorno è facilmente prevedibile: il taglio dell'agenzia di rating alla Spagna, la disoccupazione alle stelle e la situazione da commentare. C'è chi inizia con l'elenco classico di difetti culturali, che loro, i difetti, non hanno probabilmente nazionalità ma messi insieme poi fanno una cultura. O uno stereotipo. C'è chi inizia con l'attacco alle banche, al sistema, all'Europa, che lei, l'Europa, non ha probabilmente nazionalità, e messi tutti insieme, i paesi membri, finiscono con evidenziare ciascuno la propria individualità. O i propri interessi. C'è chi inizia con la descrizione della bolla immobiliare, dei crediti e delle case, che loro, le case, non hanno sicuramente colpa, se non quella di rappresentare il santo gral dei fedeli del consumismo. E gli incassi di speculatori.
E mentre si vomitano parole tra accenti iberici e approcci mediterranei, sei lì a cercare di capire, partecipare con una smorfia o collezionare dubbi e punti esclamativi, quando qualcuno ricorda che almeno in finale di Europa League ci sono due squadre spagnole. Da lì in poi si parla soltanto di calcio, della Liga leader in Europa e di quanto son bravi, que viva españa e la gente canta con ardor. Com'è che si dice in spagnolo, finire a tarallucci e vino?
E mentre si vomitano parole tra accenti iberici e approcci mediterranei, sei lì a cercare di capire, partecipare con una smorfia o collezionare dubbi e punti esclamativi, quando qualcuno ricorda che almeno in finale di Europa League ci sono due squadre spagnole. Da lì in poi si parla soltanto di calcio, della Liga leader in Europa e di quanto son bravi, que viva españa e la gente canta con ardor. Com'è che si dice in spagnolo, finire a tarallucci e vino?
In una tazza di caffè
Il ragazzo maltese si presenta alla porta dell'ufficio con in mano l'oggetto tanto atteso, una caffettiera piccola ma pregiata, e non tutti capiscono il segnale, perché la macchinetta del caffè è il simbolo della setta creatasi in tempi arcani, e lui, il collega maltese, quasi non dice una parola, mentre tu lasci la scrivania d'impegni e finzioni insieme al ragazzo spagnolo, silenziosi. Poi alla prossima porta, di nuovo, la macchinetta del caffè quasi non si vede, ma gli occhi attenti capiscono il segnale, ed ecco che il ragazzo polacco e quello austriaco vi seguono. Nel corridoio in fila indiana, tutti dietro al ragazzo maltese, incomincia la processione con in testa il totem tanto venerato, l'oggetto che libera le papille gustative dalle torture degli intrugli vomitati dal distributore meccanico, lì, nell'atrio, il totem che diffonde quell'odore che sveglia olfatto e sorrisi persi tra le eco di tastiere stonate e monitor inerti.
Quasi senza dir una parola, i membri della setta giungono nella cucina al piano di sotto, dove ritrovano la ragazza belga e quella svedese. E il rito ha inizio. Il ragazzo maltese, proprietario dell'unica caffettiera in quell'ammasso di cemento e vetri, procede alla preparazione minuziosa del caffè e c'è sempre chi lo osserva con gli occhi da bambino, chi ne segue ogni gesto curioso, anche il più elementare, nell'attesa di ricevere la propria dose quotidiana di caffeina raffinata, felice di non rassegnarsi ai rumori metallici e al segnale poco poetico del distributore dell'atrio, ancora una volta. Tu in realtà non dovresti far parte della setta, perché il caffè non lo bevi quasi mai, da quando vivi all'estero, non perché intento a spogliarti d'italianità supposte, ma per la mancanza di un rito, in tanti anni, come quello a cui assisti in quel momento, mentre lei, la caffettiera, inizia a riscaldarsi non solo delle fiamme piccole però numerose del fornello, ma anche e soprattutto di quel momento sociale, di quella tribù quasi segreta di bisognosi di una pausa aromatizzata. Il collega maltese scambia con te qualche parola in italiano, prima di tornare alla sua lingua abituale, l'inglese, un po' per rispetto verso gli altri, un po' perché preferisce così, dice, nella paura di sbagliare. I suoi lineamenti arabi quasi ti confondono, lui che potrebbe essere italiano quanto te, proveniente da un'isola geograficamente più vicina anche di Lampedusa, ma con altra bandiera, altra cultura, altra patria, teoricamente molto più vicino a te della collega belga, eppure avvolto da una misteriosa ignoranza, l'ignoranza di chi ha vissuto anni senza mai dover saper nulla di quell'isola, quasi come se non esistesse, dove però si parla anche la tua lingua e c'è tutto un mondo di connessioni da scoprire.
Quando domandi della cremina, noti lo sguardo interrogativo dei membri della setta e ne decifri mancanze inammissibili. Veloce prendi un bicchiere di plastica e lo riempi di qualche cucchiaino di zucchero, aspetti paziente le prime gocce di nettare nero ed inizi a sbattere forte fino ad avere una crema che in effetti non riesce mai come volevi, ma poco importa, perché tutti son lì ad osservarti curiosi, intenti a scoprire cosa possa mai celarsi dietro quell'eccezione al rito. Quando sciogli un cucchiaino di crema nella tazza del ragazzo maltese, quasi ti guarda con ammirazione, con gli occhi di chi ha scoperto terra dopo mesi di navigazione sofferta, con l'espressione di chi ha ricevuto un gelato dopo ore di giochi al parco, quello strato sottile di schiuma marroncina che si crea sulla superficie del suo caffè, quasi fosse al bar italiano in un giorno di vacanza a Napoli, riempie di gioia il suo sorso ad occhi chiusi. Non è più caffè, è quasi amore.
La collega svedese sorride quasi condividendo un imbarazzo, che lei, quella scena, quegli occhi chiusi e un po' tutto quel rito, lo trova sì simpatico ma senza esagerazioni, altrimenti si rischia di cadere nel ridicolo, lascia intendere. Attenta però a sottovalutare una tazza di caffè, ragazza svedese, perché una tazza di caffè può essere anche amore, sai? Ti racconto una storia d'amore e caffè, ragazza svedese. C'era una volta un uomo che amava una donna, ma lei, la donna tanto desiderata, era sempre ostile, diremmo quasi amara. Ma l'uomo sapeva che dietro quelle ostilità c'era una dolcezza da scoprire, dello zucchero da assaporare. E proprio come tu adesso, ragazza svedese, stai girando quel cucchiaino per mescolare lo zucchero sul fondo della tazza, così quell'uomo sapeva bene che provando e riprovando, che continuando e perseverando, avrebbe trovato sotto quell'apparenza amara della dolcezza, anche in quella donna, e che lo zucchero sarebbe potuto arrivare finalmente alla sue labbra.
Ecco, ragazza svedese, perché non bisogna sminuire una tazza di caffè, che può essere un rito, una delizia o semplicemente dell'acqua nera. Poi, ti fermi un attimo e ci scopri una poesia, se c'è chi lo prepara con una caffettiera, chi ancora lavora alla cremina e chi poi ti racconta storie d'amore e caffè.
Quasi senza dir una parola, i membri della setta giungono nella cucina al piano di sotto, dove ritrovano la ragazza belga e quella svedese. E il rito ha inizio. Il ragazzo maltese, proprietario dell'unica caffettiera in quell'ammasso di cemento e vetri, procede alla preparazione minuziosa del caffè e c'è sempre chi lo osserva con gli occhi da bambino, chi ne segue ogni gesto curioso, anche il più elementare, nell'attesa di ricevere la propria dose quotidiana di caffeina raffinata, felice di non rassegnarsi ai rumori metallici e al segnale poco poetico del distributore dell'atrio, ancora una volta. Tu in realtà non dovresti far parte della setta, perché il caffè non lo bevi quasi mai, da quando vivi all'estero, non perché intento a spogliarti d'italianità supposte, ma per la mancanza di un rito, in tanti anni, come quello a cui assisti in quel momento, mentre lei, la caffettiera, inizia a riscaldarsi non solo delle fiamme piccole però numerose del fornello, ma anche e soprattutto di quel momento sociale, di quella tribù quasi segreta di bisognosi di una pausa aromatizzata. Il collega maltese scambia con te qualche parola in italiano, prima di tornare alla sua lingua abituale, l'inglese, un po' per rispetto verso gli altri, un po' perché preferisce così, dice, nella paura di sbagliare. I suoi lineamenti arabi quasi ti confondono, lui che potrebbe essere italiano quanto te, proveniente da un'isola geograficamente più vicina anche di Lampedusa, ma con altra bandiera, altra cultura, altra patria, teoricamente molto più vicino a te della collega belga, eppure avvolto da una misteriosa ignoranza, l'ignoranza di chi ha vissuto anni senza mai dover saper nulla di quell'isola, quasi come se non esistesse, dove però si parla anche la tua lingua e c'è tutto un mondo di connessioni da scoprire.
Quando domandi della cremina, noti lo sguardo interrogativo dei membri della setta e ne decifri mancanze inammissibili. Veloce prendi un bicchiere di plastica e lo riempi di qualche cucchiaino di zucchero, aspetti paziente le prime gocce di nettare nero ed inizi a sbattere forte fino ad avere una crema che in effetti non riesce mai come volevi, ma poco importa, perché tutti son lì ad osservarti curiosi, intenti a scoprire cosa possa mai celarsi dietro quell'eccezione al rito. Quando sciogli un cucchiaino di crema nella tazza del ragazzo maltese, quasi ti guarda con ammirazione, con gli occhi di chi ha scoperto terra dopo mesi di navigazione sofferta, con l'espressione di chi ha ricevuto un gelato dopo ore di giochi al parco, quello strato sottile di schiuma marroncina che si crea sulla superficie del suo caffè, quasi fosse al bar italiano in un giorno di vacanza a Napoli, riempie di gioia il suo sorso ad occhi chiusi. Non è più caffè, è quasi amore.
La collega svedese sorride quasi condividendo un imbarazzo, che lei, quella scena, quegli occhi chiusi e un po' tutto quel rito, lo trova sì simpatico ma senza esagerazioni, altrimenti si rischia di cadere nel ridicolo, lascia intendere. Attenta però a sottovalutare una tazza di caffè, ragazza svedese, perché una tazza di caffè può essere anche amore, sai? Ti racconto una storia d'amore e caffè, ragazza svedese. C'era una volta un uomo che amava una donna, ma lei, la donna tanto desiderata, era sempre ostile, diremmo quasi amara. Ma l'uomo sapeva che dietro quelle ostilità c'era una dolcezza da scoprire, dello zucchero da assaporare. E proprio come tu adesso, ragazza svedese, stai girando quel cucchiaino per mescolare lo zucchero sul fondo della tazza, così quell'uomo sapeva bene che provando e riprovando, che continuando e perseverando, avrebbe trovato sotto quell'apparenza amara della dolcezza, anche in quella donna, e che lo zucchero sarebbe potuto arrivare finalmente alla sue labbra.
Ecco, ragazza svedese, perché non bisogna sminuire una tazza di caffè, che può essere un rito, una delizia o semplicemente dell'acqua nera. Poi, ti fermi un attimo e ci scopri una poesia, se c'è chi lo prepara con una caffettiera, chi ancora lavora alla cremina e chi poi ti racconta storie d'amore e caffè.
La colonna
Per arrivare la mattina in ufficio c'è un percorso obbligato di badge e sorrisi, all'ingresso, devi usare il badge altrimenti non si entra. Poi però per arrivare davvero in ufficio, devi usare di nuovo il badge, per entrare nella colonna. La colonna è come un teletrasporto spaziale, all'apparenza, o forse semplicemente un body scanner, dove si entra obbligatoriamente, poi si attende qualche secondo e poi magicamente la porta si apre e si può andare a lavorare. Sarà che l'ente è civile e militare, sarà che se un folle entrasse qui potrebbe far danni con conseguenze disastrose in mezza Europa, sarà che tutto sembra più serio quando si passa per la colonna. Li hai contati, i secondi che si trascorrono nella colonna, hai contato 1, 2, 3, 4, e poi il rumore soavemente metallico scorre la porta davanti a te e sei libero di nuovo. Per 4 secondi, allora, sei intrappolato nella colonna, sei isolato, sei solo, attraverso il vetro vedi gente che cammina coordinata, chi si avvia alla propria scrivania per completare il corpo del ventunesimo secolo nelle terminazioni nervose fatte di tasti e click, chi ha bisogno del caffè in cui diluire quantità di sonno irrisolto o dimenticare un sogno ancora incompreso, chi scompare risucchiato da un ascensore che non lo avvicinerà sicuramente al paradiso. Nella colonna sei solo coi tuoi pensieri, per 4 secondi, c'è qualcuno che aspetta lì fuori per entrarvi, c'è qualcuno avanti che n'è appena uscito. A volte c'è traffico, per entrare nella colonna, ma per fortuna ce ne sono 4, di colonne, 4 bocche in attesa di solitudine. L'altro giorno però, ne era appena uscita una signora distinta, dalla colonna, entri tu, nella colonna, e c'era un profumo leggero e piacevole, 1, 2, 3, 4 e sei uscito col sorriso, dalla colonna. Hai pensato, la colonna può anche essere 4 secondi di sollievo, a volte. Carina, la colonna. Poi però ieri, appena entrato nella colonna, dal vetro vedi il signore che ne era appena uscito, con passo disinvolto, e ti accorgi subito che i 4 secondi da contare sarebbero stati troppi, lunghissimi, forse fatali, perché questa volta non era profumo leggero e piacevole, non era per nulla un profumo artificiale, ma qualcosa di più naturale, d'irrespirabile, ma la porta di vetro era già chiusa alle tue spalle, 1, e la porta davanti non si era ancora aperta, 2, e tu eri bloccato dentro, 3, e non potevi praticamente far nulla, solo trattenere il respiro mantenendo però un'espressione consona all'ambiente circostante, trasformare l'incredulità in resistenza e la solitudine in bestemmie, 4. Finalmente, libero. Maledetta, la colonna.
Sono cattivissimo
Nell'ufficio nuovo si parla poco, sarà l'ambiente formale, sarà che sei alla prima settimana, sarà il silenzio che viene dal corridoio entra a passi invisibili e si diffonde come camomilla tra le scrivanie. C'è un ragazzo ungherese, sempre il primo in ufficio la mattina, sempre in ufficio quando vai via la sera, che compone mosaici nell'aria con alcuni dei suoi tic. Se dovessi dargli un aggettivo, così, a primo acchito, nerd sarebbe il contenitore in cui metterlo, però sei alla prima settimana, allora magari ti sbagli. Magari. La mattina lo saluti con il sorriso, chiedendo come stia, cercando un approccio, perché sei alla prima settimana, e lui senza staccare gli occhi dal monitor risposte passivo, ad eco, buongiorno, buongiorno. Ma sarà che sei alla prima settimana, ti ripeti. Quando lo incontri alla macchinetta del caffè, per riempire la tua bottiglietta d'acqua, qualcosa la devi pur dire, quel silenzio del corridoio entra anche nel piccolo atrio della macchinetta e come se fosse allergico ti provoca prurito, ma qualcosa la si deve pur dire, di simpatico, e allora esclami un "It's Friday eh, the nicest day of the week, isn'it?" con un sorriso che è tutto un invito a parlare. Senza neanche staccare lo sguardo dalla macchinetta, come fosse il monitor del momento, perché ci deve essere sempre un monitor da fissare, il collega risponde "Everyday is the same man, everyday is nice at work". E ti spegne.
Va beh, ci hai provato. Però sei cattivo, perché non hai potuto far a meno di pensare a Robertino.
Va beh, ci hai provato. Però sei cattivo, perché non hai potuto far a meno di pensare a Robertino.
Cose che quando parli italiano
Capita spesso vedere che, per un motivo o per un altro, due connazionali parlino tra loro in una lingua a loro straniera e vedere come lei, la lingua straniera, sia fuori posto in quel momento, quasi fosse il doppiaggio maldestro di voci estranee. Così, per esempio, con il collega italiano può capitare di parlare in inglese in ufficio anche se non ci sia nessun terzo interlocutore, ma soltanto per educazione, se qualcuno fosse lì vicino e magari volesse intervenire, o addirittura a volte per abitudine, per poche parole tecniche d'uso quotidiano. O per distinguersi dai colleghi francesi. Capita anche però che se devi commentare il titolo di una notizia, qualcosa del paese comune o una stupidaggine che agli altri neanche importerebbe, beh a quel punto la si dica in italiano, tra italiani, come in olandese tra belgi del nord, anche se loro, i belgi del nord, sono a casa loro, a Bruxelles, più o meno. Cose naturali, insomma.
Così si crea una certa intimità, di parlare in una lingua che gli altri non possono capire e dire cose anche private senza che gli altri se ne possano rendere conto. Così si crea un certo scudo protettivo linguistico, che protegge i fatti tuoi, appunto, quando racconti qualcosa al collega italiano alla scrivania di fianco, nell'open space. Così capita che il collega prima di andar via l'altro pomeriggio, si avvicini alla tua scrivania e ti racconti di un problema di salute, di una visita dall'urologo e te lo dica in italiano, appunto, che son cose personali eppoi certi dettagli sarebbero anche macchinosi da spiegare in altre lingue, che loro, le altre lingue, si usano per altro, almeno fin tanto che poi non diventino al tua lingua, un giorno chissà. E capita che il collega non lo dica neanche a bassa voce, che tanto gli altri non capiscono, che tanto è abitudine da due anni dire certe cose in italiano, protetti dal super scudo linguistico, nell'intimità d'accenti meridionali. E capita che si inizi a parlare di visite dell'urologo, di esperienze personali, di dita che vanno in certi posti e che non è mai cosa piacevole. Tu per esempio gli racconti di quella volta che l'urologo si mise il guanto di lattice, fatale presagio, e lui, l'urologo, era come il saggio ma non puntava alla luna e tu, paziente turbato, non eri stolto ma continuavi a fissare il dito, pensando a dove sarebbe finito. Così passa una decina di minuti in discorsi d'ampio sfondo scientifico, un po' come il trapana e succhia di Bart ed altri racconti di un certo spessore medico. E capita pure che il collega, sempre prima di andar via, sempre sotto il super scudo, concluda con una battuta, sempre a tema, magari non elegantissima, e poi d'improvviso diventi rosso, rosso che quasi scoppia. Tu non capisci per un attimo, scuoti la testa ma lui niente. Rosso. Poi ti si bloccano gli occhi e vorresti scomparire, puff, di colpo, che proprio a un metro più in là c'è la collega nuova, quella da due giorni in ufficio, quella silenziosa che ancora si deve adattare, quella che quasi ci si dimentica di lei. Quella italiana.
Così si crea una certa intimità, di parlare in una lingua che gli altri non possono capire e dire cose anche private senza che gli altri se ne possano rendere conto. Così si crea un certo scudo protettivo linguistico, che protegge i fatti tuoi, appunto, quando racconti qualcosa al collega italiano alla scrivania di fianco, nell'open space. Così capita che il collega prima di andar via l'altro pomeriggio, si avvicini alla tua scrivania e ti racconti di un problema di salute, di una visita dall'urologo e te lo dica in italiano, appunto, che son cose personali eppoi certi dettagli sarebbero anche macchinosi da spiegare in altre lingue, che loro, le altre lingue, si usano per altro, almeno fin tanto che poi non diventino al tua lingua, un giorno chissà. E capita che il collega non lo dica neanche a bassa voce, che tanto gli altri non capiscono, che tanto è abitudine da due anni dire certe cose in italiano, protetti dal super scudo linguistico, nell'intimità d'accenti meridionali. E capita che si inizi a parlare di visite dell'urologo, di esperienze personali, di dita che vanno in certi posti e che non è mai cosa piacevole. Tu per esempio gli racconti di quella volta che l'urologo si mise il guanto di lattice, fatale presagio, e lui, l'urologo, era come il saggio ma non puntava alla luna e tu, paziente turbato, non eri stolto ma continuavi a fissare il dito, pensando a dove sarebbe finito. Così passa una decina di minuti in discorsi d'ampio sfondo scientifico, un po' come il trapana e succhia di Bart ed altri racconti di un certo spessore medico. E capita pure che il collega, sempre prima di andar via, sempre sotto il super scudo, concluda con una battuta, sempre a tema, magari non elegantissima, e poi d'improvviso diventi rosso, rosso che quasi scoppia. Tu non capisci per un attimo, scuoti la testa ma lui niente. Rosso. Poi ti si bloccano gli occhi e vorresti scomparire, puff, di colpo, che proprio a un metro più in là c'è la collega nuova, quella da due giorni in ufficio, quella silenziosa che ancora si deve adattare, quella che quasi ci si dimentica di lei. Quella italiana.
Semper eadem
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| C'è qualcosa che non va se a distanza di mesi si ripetono quasi sempre le stesse scene... |
Un classico
Mentre ci son tante cose da terminare e altre da incominciare e altre ancora che sono già lì, in attesa d'essere scoperte e farsi interrogare, l'ufficio risente un po' del periodo estivo anche se lei, l'estate, è altrove e non a nord, ma è venuta qui, prima, quando tu pensavi fosse primavera, e dimenticarla non aiuta, alimenta soltanto qualche lamento quotidiano e incentiva la voglia di vacanze, che loro, le vacanze servono anche per respirare l'estate altrove. E sei alla tua scrivania con la valigia già a lato, pronta ad esplodere al primo tocco e farti tremare, poi, quando salirà disinvolta sulla bilancia, all'aeroporto, e lei, la valigia, d'improvviso deciderà di pesare quei 200 grammi di troppo.
Quando il collega belga si avvicina per domandarti qualcosa, vede la valigia e allora Ah, allora parti! Dove vai? A casa?
tu: Sì, stasera dopo lavoro parto per l'Italia, vado al mio paese...
lui: E dov'è, fammi vedere su Google maps!
tu: Da qualche parte nel sud d'Italia, aspetta... - apri Google maps - ecco, è qui...
lui: Ah, sulla costa! Così vicino al mare! E nel sud!
tu: Eh... sì, sì...
lui: Dai, fammi vedere delle immagini, vai su Google images!
tu: Ma... va bene, aspetta - apri Google images - ecco, guarda...
lui: Ma... ma... cioè tu a casa hai la spiaggia, il sole, il mare, ma che ci fai qui in Belgio? Perché sei venuto qui a Bruxelles?
Un classico, sia Dublino che a Bruxelles. E tu sei lì, che vorresti quasi spiegargli l'equazione del sole e del lavoro, del sud e delle abitudini, che sì ti piace il sud, ma c'è tanto altro da scoprire, altrove, diversità da vedere e magari in parte assorbire, e vorresti dirgli tante cose, troppe, che alla fine non dici nulla, risolvi tutto in un eh che vuole dire tutto, per te, e niente per lui. E buone vacanze.
Quando il collega belga si avvicina per domandarti qualcosa, vede la valigia e allora Ah, allora parti! Dove vai? A casa?
tu: Sì, stasera dopo lavoro parto per l'Italia, vado al mio paese...
lui: E dov'è, fammi vedere su Google maps!
tu: Da qualche parte nel sud d'Italia, aspetta... - apri Google maps - ecco, è qui...
lui: Ah, sulla costa! Così vicino al mare! E nel sud!
tu: Eh... sì, sì...
lui: Dai, fammi vedere delle immagini, vai su Google images!
tu: Ma... va bene, aspetta - apri Google images - ecco, guarda...
lui: Ma... ma... cioè tu a casa hai la spiaggia, il sole, il mare, ma che ci fai qui in Belgio? Perché sei venuto qui a Bruxelles?
Un classico, sia Dublino che a Bruxelles. E tu sei lì, che vorresti quasi spiegargli l'equazione del sole e del lavoro, del sud e delle abitudini, che sì ti piace il sud, ma c'è tanto altro da scoprire, altrove, diversità da vedere e magari in parte assorbire, e vorresti dirgli tante cose, troppe, che alla fine non dici nulla, risolvi tutto in un eh che vuole dire tutto, per te, e niente per lui. E buone vacanze.
Ieri in ufficio
Ieri in ufficio stavi leggendo qualche brano in francese, che adesso che la scuola serale è terminata per la pausa estiva ne approfitti ogni tanto e chiedi qualcosa ai colleghi, e leggevi di analfabeti e illetterati (analphabètes et illetré), qualche foglio proposto durante i corsi dalla prof, ma che non avevi leggo per chissà quale motivo, che la prof consegna di tutto da leggere, spesso interessante, altre volte da individuarne il senso. E a un certo punto hai chiesto qualcosa al collega, più per stimolarti a praticare il francese che per fare una domanda vera e propria e infatti non dovevi farlo, perché poi ti sei ucciso.
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| Riassunto fedelissimo di suicidi quotidiani. Lo so, la mia calligrafia non è delle migliori, ma credo si capisca. |
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