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| Bruxelles, questa sconosciuta. |
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Tutto un equilibrio sopra il Whataboutism
Gli immigranti, la moneta, l'Europa; il ponte, i selfie, gli applausi; il consenso, le competenze, il programma; l'opposizione, le promesse, le bugie; la rete, i troll, la Russia: è tutto un equilibrio sopra il Whataboutism, quando parli di A e ti rispondono e perché allora, B? quando stai criticando l'ultima sparata di B e ti rispondono eh ma C faceva peggio, il pensiero dominante nella risposta di un dibattito che non c'è è demolire l'argomento altrui buttando il tutto altrove in pochi secondi, con il eh ma what about?, non sono neanche più monologhi paralleli, dove ognuno continua per la sua strada con paraocchi ingombranti e le sue tesi dalle fondamenta solidissime, non c'è nemmeno più il confronto infatti, c'è la demolizione a prescindere, conscia o culturale, dai talk show ai commenti di piattaforme asociali, condita nel migliore dei casi con un po' di strawman argument, è tutto un equilibrio sopra il qualsiasi cosa tu dica c'è chi ha fatto peggio e quindi ciccia, con disinvoltura. Non c'è tempo per i contenuti, gli approfondimenti, il debunking anche quello spicciolo a volte, che smonterebbe già la maggior parte della spazzatura vomitata a fiumi, c'è subito il prossimo what about già prontissimo da servire, veloce: condividi, mi piace, commenta e avanti. Papà perché hai risposto male a mamma? Eh ma what about tu con tuo fratello? E la cultura, le abitudini, la tolleranza, le assuefazioni vanno così. E pure il paese.
Non bisogna emigrare
Non bisogna emigrare, dice Di Maio, dice "Quella tragedia insegna che non dobbiamo far partire i nostri giovani", oppure dice "La riflessione che suscita in me Marcinelle è che non bisogna partire, non bisogna emigrare e dobbiamo lavorare a non far più emigrare i nostri giovani – ha detto – Il mio pensiero va a loro quando ripensiamo a tragedie come quelle". Non bisogna emigrare, perché 60 anni fa son morti tanti italiani, in altri tempi, in altri mondi, e la conclusione - brillantissima - è che non bisogna emigrare, non dobbiamo più far emigrare i nostri giovani, quelli disoccupati, quelli informatissimi grazie alla rete, quelli senza vaccini, quelli del sistema operativo Rousseau, quelli onesti, che più onesti non se ne trovano. In effetti, chi mai emigrebbere da un paese così, l'Italia dell'anno 2018, chi mai sarebbe così folle da lasciare un governo così competente e produttivo, chi mai farebbe all'improvviso la valigia per abbandonare il futuro grandioso che questa classe politica sta preparando con tanti sforzi incessanti. Anzi, iniziamo subito a diffondere il messaggio, voi tutti sostenitori del governo lega-stellato, restate dove siete, per carità, non emigrate, che appena mettete piede fuori fate guai, state tutti compatti, dovete crederci, li avete votati, keep the dream alive adesso, fino alla fine. Non bisogna emigrare. Vi prego, non lo fate.
Visto da qui
Sembra un paese barbaro, visto qui, l'Italia dell'anno 2018. Nei linguaggi e nei modi, nelle priorità e nei titoli, nei fatti di cronaca e le agende politiche, sembra un paese razzista, omofobo, in preda a rabbie primordiali e istinti d'un colpo liberati. Eccerto, che non tutti i paesi son perfetti, son tutti luoghi di compromessi bilanciati ed equilibri arrancanti, ma tra i suoi vicini, tra gli altri del club europeo tanto tartassato, non se ne trovano altri dove le stesse parole, gli stessi accenti o gli stessi fatti diventano così viscidi e retrogradi, almeno tra quei paesi che dovremmo prendere come esempi, a voler filtrare. Sì, pure in Spagna c'è la corruzione tanto amata, basta vedere gli ultimi risvolti di Rajoy, tanto per averne l'ennesima conferma. Sì, pure la Francia crea sceneggiate e polemiche intorno a Macron e le sue gesta. Sì, pure in Belgio la politica è spesso tragicamente comica, con un primo ministro da anni ostaggio di un partito indipendentista. Sì, il Regno Unito continua a divertirci con il teatro incessante del Brexit insensato. E potremmo continuare per ore, così, a consolarci sui difetti degli altri anche solo superficiali per giustificare o celare quelli propri sempre irrisolti. Ma i toni, le parole, i messaggi, le barbarie, non se ne trovano di simili tra giornali affollati e dichiarazioni impastate di politici e governanti. Anche a cercarne ogni giorno, non se ne contano così tante tutte insieme, non ci si ritrova ad un livello di assuefazione e tolleranza così profondo e spaventoso. Che a questo punto bisognerebbe dar ragione a quei gruppi di scettici moderni sempre con le dite calde sulla tastiera poco illuminata: lasciatela, quest'Europa, perché in fondo le distanze sono tante, prendete sotto braccetto altri paesi sulla stessa rotta, Ungheria e Polonia per citarne alcuni, e fate un'altra Visegrad pomposa o anche solo un gruppo su una rete sociale a piacere, di bot o di webeti affollata, che tanto le ufficialità son quasi le stesse oramai. E tu, italiano all'estero col pallino ancora indeciso del ritorno, non lo fare, chi te lo fa fare d'andare in mezzo ai barbari e rovinarti l'umore negli starnazzi quotidiani d'odio e propaganda. Non ci scommettere su quel paese, almeno per il momento, perché visto da qui fa tanta paura, visto da qui lo pensi, te lo ripeti, si sta meglio altrove.
Perché i risultati del voto all'estero son così diversi - F.A.Q.
In Italia il M5S è stato il partito più votato, mentre all'estero ha trovato pochissimi consensi al confronto, come mai?
Difficile leggere nella mente di tutti gli italiani all'estero che han votato, ma si possono fare delle buone ipotesi. Se guardiamo i risultati del Brexit, il populismo (Leave) a Londra ha perso. Se guardiamo alle ultime elezioni francesi, il populismo (FN) a Parigi ha perso. Se guardiamo alle ultime elezioni americane, il populismo (Trump) a New York ha perso. Si nota un certo pattern? Laddove ci sia più apertura mentale, laddove ci sia il contatto con un'altra realtà, con maggiore diversità, propagande populiste trovano meno consensi. Slogan del tipo "prima gli italiani", usato moltissimo dalla Lega ma anche dalla Lombardi (M5S) - per esempio - nelle elezioni regionali del Lazio, non sono messaggi vincenti per chi nel quotidiano vive già in un villaggio globale. Se vale per cittadini della stessa nazionalità, ma nel confronto tra capitale e periferia, per chi vive all'estero probabilmente risulta ancora più accentuato.
Cosa vuoi dire, che gli italiani all'estero sono diversi dagli italiani in patria?
Sono probabilmente meno suscettibili al populismo, anche perché se gridi, se parli alla pancia, la pancia degli italiani all'estero è probabilmente meno "vuota": altrove hanno trovato un equilibrio che in patria non avevano, hanno trovato meritocrazia, sono riusciti a fare qualcosa, magari non sempre a realizzare i propri sogni ma qualcosa in più rispetto allo loro situazione in patria, sicuramente. Ecco, hanno forse perso quel rancore, quella rabbia, quella difesa che avevano contro il "sistema", e quindi parlare alla pancia non trova la stessa sintonia. Di nuovo, il populismo non attacca. Se poi vivi ogni giorno in un altro paese, in un'altra cultura, con un'altra lingua, e in ufficio ogni giorno sei confrontato con colleghi di quattro cinque nazionalità diverse, beh sei necessariamente un po' "diverso" dagli italiani in Italia, perché diverso è il contesto. Sei sicuramente più europeista perché l'Europa, quella unita, la vivi e ne vivi i vantaggi. Ancora, sei immune da certi messaggi (populisti).
E come mai lo stesso pattern non si è visto a Roma, la capitale?
Perché Roma non è Parigi né Londra né New York, potremmo dire. E in generale, perché l'Italia non ha ancora quella diversità culturale che altri paesi al mondo stanno vivendo già da anni (né la stessa brain gain, ma soltanto una continua crescente brain drain). Eppure, a Roma e Milano lo stesso pattern, o qualcosa di simile, si vede: a Roma il PD ha comunque preso di più rispetto al resto d'Italia, la Lega di meno. A Milano il populismo non ha insidiato il centro della città, rispetto alla periferia, e in generale il PD è andato molto meglio.
Non staremmo forzando un poco alcuni dati per far passare un certo messaggio?
Difficile dirlo, stiamo sicuramente cercando di leggere qualche relazione tra il voto all'estero e quello in Italia. C'è un dato di fatto, che il PD ha vinto all'estero e il M5S è quasi scomparso. Un altro dato che potremmo considerare è che stando ad alcuni studi il PD sarebbe diventato il partito dell'élite, e potremmo dire che gli italiani all'estero son in un certo senso più élite rispetto a quelli in patria, perché hanno trovato una stabilità, perché hanno un certo curriculum, perché hanno dato una svolta in un certo senso alla loro vita, altrove. Ma anche questo dato è stato abbastanza criticato. Ancora una volta, trovare correlazioni tra dati può essere un rischio, ma è anche vero che i giornali hanno gridato alla sconfitta del PD e la vittoria della Lega, ma è una mezza verità: il PD ne è uscito sconfitto rispetto alle precedenti elezioni (e la sua storia recente) e la Lega ne è uscita vittoriosa rispetto alle precedenti elezioni (e come coalizione), ma sono confronti, sono sconfitte (e vittorie) relative. I dati assoluti ci dicono che il primo e il secondo partito sono il M5S e il PD. Sotto questa luce, il voto all'estero non è una grossa contraddizione.
E Berlusconi?
Non scherziamo. Berlusconi all'estero non credo possa muovere masse, semmai lo abbia fatto. Se ad ogni uscita chiami Obama abbronzato, La Merkel culona inchiavabile, Schulz soldato nazista, beh non stai sfoggiando una grande italianità all'estero in cui identificarsi. Senza contare gli scandali, le polemiche, le vergogne degli anni passati e l'associazione oramai indelebile del personaggio nella stampa estera: un pagliaccio pericoloso. Insomma, non mi aspetterei mai un Berlusconi vincente nel 2018, né in Italia né tantomeno all'estero.
Va bene, Berlusconi No, populismo No, il PD come alternativa. Ma allora come mai in Irlanda gli italiani hanno dato quasi un 40% al M5S?
Ecco. Conferma che finora abbiamo cercato di analizzare dati ed umori, ma che non abbiamo la sfera di cristallo. Conferma anche che la Guinness a Dublino è veramente buona.
Difficile leggere nella mente di tutti gli italiani all'estero che han votato, ma si possono fare delle buone ipotesi. Se guardiamo i risultati del Brexit, il populismo (Leave) a Londra ha perso. Se guardiamo alle ultime elezioni francesi, il populismo (FN) a Parigi ha perso. Se guardiamo alle ultime elezioni americane, il populismo (Trump) a New York ha perso. Si nota un certo pattern? Laddove ci sia più apertura mentale, laddove ci sia il contatto con un'altra realtà, con maggiore diversità, propagande populiste trovano meno consensi. Slogan del tipo "prima gli italiani", usato moltissimo dalla Lega ma anche dalla Lombardi (M5S) - per esempio - nelle elezioni regionali del Lazio, non sono messaggi vincenti per chi nel quotidiano vive già in un villaggio globale. Se vale per cittadini della stessa nazionalità, ma nel confronto tra capitale e periferia, per chi vive all'estero probabilmente risulta ancora più accentuato.
Cosa vuoi dire, che gli italiani all'estero sono diversi dagli italiani in patria?
Sono probabilmente meno suscettibili al populismo, anche perché se gridi, se parli alla pancia, la pancia degli italiani all'estero è probabilmente meno "vuota": altrove hanno trovato un equilibrio che in patria non avevano, hanno trovato meritocrazia, sono riusciti a fare qualcosa, magari non sempre a realizzare i propri sogni ma qualcosa in più rispetto allo loro situazione in patria, sicuramente. Ecco, hanno forse perso quel rancore, quella rabbia, quella difesa che avevano contro il "sistema", e quindi parlare alla pancia non trova la stessa sintonia. Di nuovo, il populismo non attacca. Se poi vivi ogni giorno in un altro paese, in un'altra cultura, con un'altra lingua, e in ufficio ogni giorno sei confrontato con colleghi di quattro cinque nazionalità diverse, beh sei necessariamente un po' "diverso" dagli italiani in Italia, perché diverso è il contesto. Sei sicuramente più europeista perché l'Europa, quella unita, la vivi e ne vivi i vantaggi. Ancora, sei immune da certi messaggi (populisti).
E come mai lo stesso pattern non si è visto a Roma, la capitale?
Perché Roma non è Parigi né Londra né New York, potremmo dire. E in generale, perché l'Italia non ha ancora quella diversità culturale che altri paesi al mondo stanno vivendo già da anni (né la stessa brain gain, ma soltanto una continua crescente brain drain). Eppure, a Roma e Milano lo stesso pattern, o qualcosa di simile, si vede: a Roma il PD ha comunque preso di più rispetto al resto d'Italia, la Lega di meno. A Milano il populismo non ha insidiato il centro della città, rispetto alla periferia, e in generale il PD è andato molto meglio.
Non staremmo forzando un poco alcuni dati per far passare un certo messaggio?
Difficile dirlo, stiamo sicuramente cercando di leggere qualche relazione tra il voto all'estero e quello in Italia. C'è un dato di fatto, che il PD ha vinto all'estero e il M5S è quasi scomparso. Un altro dato che potremmo considerare è che stando ad alcuni studi il PD sarebbe diventato il partito dell'élite, e potremmo dire che gli italiani all'estero son in un certo senso più élite rispetto a quelli in patria, perché hanno trovato una stabilità, perché hanno un certo curriculum, perché hanno dato una svolta in un certo senso alla loro vita, altrove. Ma anche questo dato è stato abbastanza criticato. Ancora una volta, trovare correlazioni tra dati può essere un rischio, ma è anche vero che i giornali hanno gridato alla sconfitta del PD e la vittoria della Lega, ma è una mezza verità: il PD ne è uscito sconfitto rispetto alle precedenti elezioni (e la sua storia recente) e la Lega ne è uscita vittoriosa rispetto alle precedenti elezioni (e come coalizione), ma sono confronti, sono sconfitte (e vittorie) relative. I dati assoluti ci dicono che il primo e il secondo partito sono il M5S e il PD. Sotto questa luce, il voto all'estero non è una grossa contraddizione.
E Berlusconi?
Non scherziamo. Berlusconi all'estero non credo possa muovere masse, semmai lo abbia fatto. Se ad ogni uscita chiami Obama abbronzato, La Merkel culona inchiavabile, Schulz soldato nazista, beh non stai sfoggiando una grande italianità all'estero in cui identificarsi. Senza contare gli scandali, le polemiche, le vergogne degli anni passati e l'associazione oramai indelebile del personaggio nella stampa estera: un pagliaccio pericoloso. Insomma, non mi aspetterei mai un Berlusconi vincente nel 2018, né in Italia né tantomeno all'estero.
Va bene, Berlusconi No, populismo No, il PD come alternativa. Ma allora come mai in Irlanda gli italiani hanno dato quasi un 40% al M5S?
Ecco. Conferma che finora abbiamo cercato di analizzare dati ed umori, ma che non abbiamo la sfera di cristallo. Conferma anche che la Guinness a Dublino è veramente buona.
Patologie di democrazie
Quando ti autoproclami voce del popolo e detentore del giusto, il corretto, il meglio, stai cadendo in quella patologia. Quando tutti gli altri sono malvagi, corrotti, collusi, il male, non sanno, non possono, non fanno il bene del popolo, ma tu sì, stai scivolando in quella patologia. Quando urli per farti sentire e giochi con le emozioni altrui, ti attacchi agli istinti, la rabbia, gli sfoghi, senza mai costruire con ragione e logica, stai diffondendo quella patologia. E siccome tu sei il detentore della verità del popolo, tu solo sai proteggere il popolo puro e immacolato, contro gli altri, l'élite insanguinata di potere, non ci può essere opposizione, non ci può essere dialogo, perché gli altri sono peggiori per ipotesi iniziale, perché sono, appunto, gli altri, e quindi impuri.
Quando la demagogia diventa la spina dorsale di discorsi e slogan e non puoi dire la verità se impopolare, non puoi prendere decisioni su temi importanti perché rischieresti di uscire da quel piccolissimo cerchio di purezza semplificata, quell'equilibrio sottile che devi portare avanti tra incoerenze e smentite, perché il popolo rimanga contento, perché il consenso continui a crescere, stai espandendo quella patologia. E siccome sei il detentore della verità del popolo, una volta al potere non potrai che far bene, e chiunque provi a dire il contrario o a far opposizione sarà quindi contro il popolo, non vorrà il bene del popolo. Che sia opposizione politica, stampa locale, stampa estera o addirittura magistratura, loro non sanno, non possono, non vogliono, loro non sono il popolo.
Il populismo, questa crescente patologia della democrazia, è tutto questo, da prima che esistesse la Lega, da prima che esistesse il MoVimento. Lo è per definizione, basta aprire un dizionario, un libro di storia, un motore di ricerca. Se tutti i suoi tratti si ritrovano nella strategia, nella comunicazione, nelle fondamenta di certi partiti, è perché son partiti populisti. Semplicemente. Di buono hanno solo il saper incanalare certi umori della società e renderli visibili a tutti. La presunta élite dovrebbe quindi prenderne atto e reagire, in qualche modo. Il resto, del populismo, è tutto fuorché buono, è l'anticamera del regime autoritario, è la via più breve alla dittatura, che certo non si ripeterà nelle nostre democrazie moderne, ma non dovrebbe essere questa la consolazione. Nobilitare in qualche modo il populismo vuol dire quindi accettare un regresso nel dibattito, nei modi, nei contenuti, vuol dire continuare a polarizzare la scena politica e sociale, tra puri e impuri, emozioni e logica, popolo e casta. Ignorarlo o semplicemente disprezzarlo non funziona, è sbagliato, soprattutto per la presunta élite, perché populista non è solo un aggettivo, una risposta, la chiusura ad un dibattito; è una minaccia, un avvertimento, e va letto, analizzato, per capire certi umori, per arginarlo, per tornare al progresso. Ecco, cara élite impura e malvagia, nazionale ed europea, fallo questo sforzo, quest'autocritica, quest'analisi di umori e polarizzazione. Reagisci. E salvaci.
Quando la demagogia diventa la spina dorsale di discorsi e slogan e non puoi dire la verità se impopolare, non puoi prendere decisioni su temi importanti perché rischieresti di uscire da quel piccolissimo cerchio di purezza semplificata, quell'equilibrio sottile che devi portare avanti tra incoerenze e smentite, perché il popolo rimanga contento, perché il consenso continui a crescere, stai espandendo quella patologia. E siccome sei il detentore della verità del popolo, una volta al potere non potrai che far bene, e chiunque provi a dire il contrario o a far opposizione sarà quindi contro il popolo, non vorrà il bene del popolo. Che sia opposizione politica, stampa locale, stampa estera o addirittura magistratura, loro non sanno, non possono, non vogliono, loro non sono il popolo.
Il populismo, questa crescente patologia della democrazia, è tutto questo, da prima che esistesse la Lega, da prima che esistesse il MoVimento. Lo è per definizione, basta aprire un dizionario, un libro di storia, un motore di ricerca. Se tutti i suoi tratti si ritrovano nella strategia, nella comunicazione, nelle fondamenta di certi partiti, è perché son partiti populisti. Semplicemente. Di buono hanno solo il saper incanalare certi umori della società e renderli visibili a tutti. La presunta élite dovrebbe quindi prenderne atto e reagire, in qualche modo. Il resto, del populismo, è tutto fuorché buono, è l'anticamera del regime autoritario, è la via più breve alla dittatura, che certo non si ripeterà nelle nostre democrazie moderne, ma non dovrebbe essere questa la consolazione. Nobilitare in qualche modo il populismo vuol dire quindi accettare un regresso nel dibattito, nei modi, nei contenuti, vuol dire continuare a polarizzare la scena politica e sociale, tra puri e impuri, emozioni e logica, popolo e casta. Ignorarlo o semplicemente disprezzarlo non funziona, è sbagliato, soprattutto per la presunta élite, perché populista non è solo un aggettivo, una risposta, la chiusura ad un dibattito; è una minaccia, un avvertimento, e va letto, analizzato, per capire certi umori, per arginarlo, per tornare al progresso. Ecco, cara élite impura e malvagia, nazionale ed europea, fallo questo sforzo, quest'autocritica, quest'analisi di umori e polarizzazione. Reagisci. E salvaci.
5 Stelle e l'Italia che peggiora
Doveva essere il movimento del cambiamento, di una politica nuova, moderna, migliore. E invece ha peggiorato tutto. Il Movimento cinque stelle e i suoi leader hanno sdoganato fino all'inverosimile negli anni l'insulto al rivale politico, alla stampa, la disinformazione, l'autodichiararsi onesti e puliti, migliori, il complottismo becero, la pancia la pancia la pancia senza costruire nulla. Nulla. Se vent'anni di Berlusconismo avevano già alzato la barra della tolleranza a livelli abbastanza allarmanti, con il Movimento la situazione non è certo migliorata. Anzi. Il movimento del cambiamento ha contribuito direttamente al peggioramento della qualità del dibattito politico e quindi del paese, senza fornire mai un'opposizione sana e ragionevole, non arrivando a rappresentare un'alternativa sensata e promettente.
Il movimento del nuovo ha da sempre mostrato un'incoerenza viscerale proprio perché amalgama senza filtro, perché la pancia vuole tutto e niente, va dai fascisti alle scie chimiche, si nutre di populismo e umori mattutini. Su temi importantissimi per la stabilità di un governo non c'è coerenza. In Europa è prima andato a braccetto con l'UKIP (il partito di Farage, del Brexit, del contro tutti) e poi ha provato un'alleanza con Alde (tra i partiti più pro-europei al Parlamento Europeo). La coerenza. Sull'Euro ogni settimana può cambiare rotta. Nel blog di Grillo hanno ospitato per mesi Bagnai, il mancato premio nobel all'economia da bar e la sua lotta contro l'Euro. Bagnai alla fine si candida con Salvini, lo sciacallo di cronaca nera che fa del populismo il suo pasto quotidiano. L'incoerenza, emblemma del politico italiano, è diventata la qualità migliore del movimento del non cambiamento.
In nessun paese occidentale degno di essere un riferimento il (presunto) capo di un partito invita all'hate speech come ha fatto Grillo per anni. Il caso della Boldrini e di cosa faresti in macchina con lei è di uno squallore disarmante. I giornalisti che andrebbero mangiati per il solo gusto di vomitarli è da paesi del terzo mondo. Ed incoerente per chi prima urlava sulle classifiche annuali di libertà di stampa e la posizione bassa dell'Italia. Il movimento moderno parla come i ciarlatani della preistoria. Che tutto sia nato con un Vaffa day poteva pure andar bene, ma che poi sia diventato uno sdoganamento quotidiano non ha scusanti, nell'alimentare orde di sghignazzi, insulti e commenti sgrammaticati dei grillini anonimi e i leoni da tastiera sociale.
La mancanza di trasparenza perenne tra un'azienda privata e un partito non li aiuta poi nell'autoproclamazione del meglio. Quelli che dovevano essere i guru del web lasciano basiti fin dall'inizio, fin dal nome del partito, con una cifra, il cinque, che se cerchi "movimento cinque stelle" e "movimento 5 stelle" trovi risultati e ranking differenti, insomma geni del SEO. Quelli che chiamano sistema operativo una piattaforma web. Quelli che non riescono a fornire prestazioni decenti alle migliaia di utenti ma che inneggiano alla democrazia diretta e al tutto online. Quelli che cadono su errori di sicurezza informatica da dilettanti. Quelli che come azienda privata incassano quote dai parlamentari del movimento, controllano voti segreti e preferenze, incassano dalle pubblicità sui vari blog e insomma si arricchiscono sulla pancia del popolo. Quelli che si passano la leadership del partito di padre in figlio, da Roberto a Davide. La democrazia diretta in salsa di monarchia. Il movimento del cambiamento ha condiviso con tutti il dilettantismo informatico, il guru-ismo da cv spicciolo. Ha riaffermato l'oligarchia e le trame di palazzo, quello di un'azienda privata.
E poi si contano gli indagati, gli impresentabili, le truffe, come in ogni altro partito italiano. Ma se ti autoproclami onesto e pulito, poi non puoi passarla liscia con le mani sporche quanto gli altri. Se vendi fuffa di candidati eccellenti strappati alla Merkel, che poi risultano essere staggisti alle prime armi, non sei il cambiamento per il meglio. Se proclami avere tra i tuoi candidati un cervello in fuga d'eccellenza, ma che poi lavorava all'università di Pretoria, sotto le prime 500 del mondo nel ranking delle università, con almeno una quindicina d'università italiane con posizioni molto più prestigiose, beh stai vendendo fumo. E potremmo continuare per ore tra esempi e casi vari.
Non sei il partito del cambiamento. Non sei il cambiamento. O lo sei, ma per il peggio. Non sei migliore degli altri e non sei nemmeno il meno peggio, in mezzo agli altri. Perché l'incoerenza, il dilettantismo e il megafono della pancia sono un pericolo. E intanto il paese peggiora.
Il movimento del nuovo ha da sempre mostrato un'incoerenza viscerale proprio perché amalgama senza filtro, perché la pancia vuole tutto e niente, va dai fascisti alle scie chimiche, si nutre di populismo e umori mattutini. Su temi importantissimi per la stabilità di un governo non c'è coerenza. In Europa è prima andato a braccetto con l'UKIP (il partito di Farage, del Brexit, del contro tutti) e poi ha provato un'alleanza con Alde (tra i partiti più pro-europei al Parlamento Europeo). La coerenza. Sull'Euro ogni settimana può cambiare rotta. Nel blog di Grillo hanno ospitato per mesi Bagnai, il mancato premio nobel all'economia da bar e la sua lotta contro l'Euro. Bagnai alla fine si candida con Salvini, lo sciacallo di cronaca nera che fa del populismo il suo pasto quotidiano. L'incoerenza, emblemma del politico italiano, è diventata la qualità migliore del movimento del non cambiamento.
In nessun paese occidentale degno di essere un riferimento il (presunto) capo di un partito invita all'hate speech come ha fatto Grillo per anni. Il caso della Boldrini e di cosa faresti in macchina con lei è di uno squallore disarmante. I giornalisti che andrebbero mangiati per il solo gusto di vomitarli è da paesi del terzo mondo. Ed incoerente per chi prima urlava sulle classifiche annuali di libertà di stampa e la posizione bassa dell'Italia. Il movimento moderno parla come i ciarlatani della preistoria. Che tutto sia nato con un Vaffa day poteva pure andar bene, ma che poi sia diventato uno sdoganamento quotidiano non ha scusanti, nell'alimentare orde di sghignazzi, insulti e commenti sgrammaticati dei grillini anonimi e i leoni da tastiera sociale.
La mancanza di trasparenza perenne tra un'azienda privata e un partito non li aiuta poi nell'autoproclamazione del meglio. Quelli che dovevano essere i guru del web lasciano basiti fin dall'inizio, fin dal nome del partito, con una cifra, il cinque, che se cerchi "movimento cinque stelle" e "movimento 5 stelle" trovi risultati e ranking differenti, insomma geni del SEO. Quelli che chiamano sistema operativo una piattaforma web. Quelli che non riescono a fornire prestazioni decenti alle migliaia di utenti ma che inneggiano alla democrazia diretta e al tutto online. Quelli che cadono su errori di sicurezza informatica da dilettanti. Quelli che come azienda privata incassano quote dai parlamentari del movimento, controllano voti segreti e preferenze, incassano dalle pubblicità sui vari blog e insomma si arricchiscono sulla pancia del popolo. Quelli che si passano la leadership del partito di padre in figlio, da Roberto a Davide. La democrazia diretta in salsa di monarchia. Il movimento del cambiamento ha condiviso con tutti il dilettantismo informatico, il guru-ismo da cv spicciolo. Ha riaffermato l'oligarchia e le trame di palazzo, quello di un'azienda privata.
E poi si contano gli indagati, gli impresentabili, le truffe, come in ogni altro partito italiano. Ma se ti autoproclami onesto e pulito, poi non puoi passarla liscia con le mani sporche quanto gli altri. Se vendi fuffa di candidati eccellenti strappati alla Merkel, che poi risultano essere staggisti alle prime armi, non sei il cambiamento per il meglio. Se proclami avere tra i tuoi candidati un cervello in fuga d'eccellenza, ma che poi lavorava all'università di Pretoria, sotto le prime 500 del mondo nel ranking delle università, con almeno una quindicina d'università italiane con posizioni molto più prestigiose, beh stai vendendo fumo. E potremmo continuare per ore tra esempi e casi vari.
Non sei il partito del cambiamento. Non sei il cambiamento. O lo sei, ma per il peggio. Non sei migliore degli altri e non sei nemmeno il meno peggio, in mezzo agli altri. Perché l'incoerenza, il dilettantismo e il megafono della pancia sono un pericolo. E intanto il paese peggiora.
La patria è una cazzata
Te ne accorgi mezzo distratto, perché oramai a certe cose neanche ci fai più caso, eppure quell'anniversario a doppia cifra è scappato via senza neanche lasciar traccia, perso e sommerso tra la centrifuga quotidiana d'impegni, automatismi, compromessi imperativi. Eppure. Son dieci anni che vivi altrove, all'estero, lo chiamavi. Sei partito una mattina di novembre del 2007, il solito biglietto low cost di Ryanair che ti portava a Dublino, da solo, con una valigia 8 chili più pesante del normale, per la bilancia dell'aeroporto, tu naive fino al midollo, per l'età e i sogni in testa poco ordinati, ci volevi mettere tutto in quella valigia, perché la paura di lasciar qualcosa d'inutilmente importante era troppa. E perché mettere nella valigia era più facile che mettere in testa. Trascinarsi dietro il mondo cotonato era più comodo e naturale che affrontare la paura delle incertezze. Eppure. Hai avuto la tua buona dose di shock culturale, hai superato prove, imparato cose, collezionato memorie, sguardi, amicizie leggere e non, mentre contavi ogni anno all'estero come una cicatrice in più da mostrare al prossimo incontro d'expats. E i ritorni, la nostalgia, la qualità di vita, la famiglia, la lontananza, il clima, il cibo, la lingua. Il bidet. Le hai passate tutte, quelle fasi metafisiche ed esistenziali dell'italiano all'estero, perché sì eri ancora italiano ed eri ancora all'estero. Eppoi la normalità ha confuso estero e patria, altrove e chissà. La patria, la patria, in tutte le sue salse, dalla politica carnevalesca alla ricetta religiosa del tiramisù, tra accenti smorzati e riferimenti ingrossati, in amplessi d'emozioni spesso estreme perché sentimenti e reazioni non si parlano, s'attaccano, ti consumano. La patria. Ti ha perseguitato in ragionamenti viscerali sull'essenza di un concetto, un pilastro, un altare, così fragile quando si desnuda altrove. E infatti non c'è più, la patria, né l'estero. Quello che rimane è qualcuno in un posto, con una cultura che evolve, si mescola, si confronta, interagisce e s'arricchisce. La patria è una cazzata, che come tante altre cazzate nella vita ci portiamo addosso come una medaglia importantissima, come una radice fondamentale e vitale che se non c'è oddio la terra intorno si sgretola, il terreno non regge ai cambiamenti, alle piogge, ai cambi di stagione, crolla tutto, ai confronti, crolla tutto, le frane, le alluvioni, allo sconosciuto, si sgretola, si sgretola. E poi invece non ce n'era bisogno, semplicemente. Non si sgretola un cazzo. Oppure, lascia che scivoli via tutto il superfluo. Ecco. Quello che rimane sei tu. Sei così poi tanto brutto senza questa cazzo di patria?
Di preistoria digitale a Bruxelles
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| Quando dopo email e telefonate al vento, provi a mandare un'altra email al Consolato italiano a Bruxelles e ricevi un errore che avevi addirittura dimenticato esistesse. Ah, la preistoria informatica, per l'Italia digitale. |
Quello che resta
Ci hai pensato quando tua moglie ti ha chiesto di togliere le molliche dalla tavola, ha chiesto come si dice questa cosa, sacudir el mantel, in italiano. E all'improvviso ti sei bloccato. Non lo sapevi più dire. Hai fatto ricorso al tuo dialetto, a quel scutuliare, probabilmente perché quell'espressione, di togliere le molliche dalla tavola, tra le mura domestiche l'hai sempre ascoltata in dialetto, fin dall'infanzia; o probabilmente perché spesso il dialetto è un rifugio, nell'intimità di ricordi che s'amplificano solo attraverso la pronuncia di certe parole. (Ma è un affacciarsi temporaneo da una finestra che poi chiudi senza troppa nostalgia). Scu-tu-lia-re, ti sei ripetuto, cercandone la controparte in italiano che non conoscevi più. Hai chiesto ad amici, di tradurti scutuliare il, volevi scrivere mesale, hai scritto mantello, scutuliare il mantello, direttamente dallo spagnolo; volevi dire tovaglia - e avresti fatto bene - ma non lo hai detto perché tovaglia, in spagnolo, vuol dire asciugamani e allora hai temuto l'ennesima trappola linguistica dei false friends. Ti hanno risposto scuotere, gli amici, scuotere la tovaglia, ma non andava bene, era ancora innaturale. Sbattere. Alla fine è uscito sbattere.
Ci hai pensato quando hai scritto ad un amico di aver trovato la suocera con le mani nella farina, ti sei fermato, ti sei corretto. O meglio, hai provato a correggerti, perché sapevi che non si usa la farina, in quell'espressione. Ma non sapevi quale altra sostanza, ingrediente, cosa andava al posto della farina. Di nuovo, qualcosa t'avvertiva dell'innaturalità di quel suono, di quella frase, ma si fermava lì sulla soglia di un dubbio a metà, tra frustrazione e rinuncia. Alla fine te l'han dovuto dire: marmellata, con le mani nella marmellata. E un Ah tra l'ovvio e la vittoria ha sbloccato l'ennesimo nodo neurale di connessioni culturali e linguistiche, senza però evitare che se ne creino altri, di nuovi, di risolti ma lasciati in un angolo buio per troppo tempo, di combinazioni di fatti, luoghi, proverbi, abitudini e memorie.
E ci hai pensato quando un amico a Bruxelles ha nominato in chissà quale contesto Jerry Calà. Aspetta, chi era? Hai esitato, guadagnandoti sguardi perplessi. Hai pensato fosse romagnolo, hai pensato fosse Umberto Smaila, hai pensato a film di Cristian De Sica, e poi una scintilla neuronale ha riaperto bauli polverosi di cultura impantanata e hai detto, come se lo avessi sempre saputo, No aspetta, libidine, doppia libidine, libidine coi fiocchi!
Siamo tutti esperimenti culturali, hai pensato, soprattutto quando si vive all'estero per un tempo abbastanza lungo, distaccati a sufficienza dalla cultura natia ed esposti, continuamente, ad altri balli d'alfabeti, modi di dire, fare, pensare. Ognuno insomma diventa un'isola culturale dove approdano in modo casuale influenze dall'altri mondi, si creano ponti su terre straniere, a volte lunghissimi e resi stabili solo dal tempo, dalla frequenza dei percorsi. Ma ahimè l'isola non basta per accogliere e trattenere, per arricchirsi e accumulare, e qualcosa si perde, nella silenziosa evoluzione del paesaggio, nel nuovo quotidiano che diventa abitudine. Però quello che resta vale la pena essere esplorato, rimescolato, vissuto, perché potrà sembrare un altro, un nuovo, un temporaneo, (una insalata?), ma quello che resta sei semplicemente tu.
Come molte cose
Di grazie che valevano la pena
Poi ti ritrovi a sorseggiare una birra artigianale belga al mercato del lunedì di place Maurice van Meenen, lì sotto il bellissimo municipio di Saint-Gilles, dove tra l'altro ti sei pure sposato, mentre la folla s'accalca, si muove, si mescola, chi con una birra, chi con un bicchiere di vino, chi in fila per una piadina romagnola, chi per un crepe marocchina, c'è una banda musicale di signori già abbastanza anziani che suona per il mero gusto di suonare e diffondere allegria, c'è il ragazzo francese delle crepe bretone che ti riconosce perché eri lì al mercato del venerdì di place des Chasseurs Ardennais dove normalmente lo ritrovavi ed eri lì al mercato del giovedì della place Victor Horta vicino Gare du Midi dove lo hai incontrato diverse volte per pranzo, lo dici alle persone in fila, che lui è un artista della crepe, non li conosci ma ci si conosce tutti lì, facciamo tutti parte del villaggio globale, non li conosci ma cosa importa poi, siamo in quella parte di Bruxelles dove troppe formalità non piacciono a nessuno. Poi, mentre brindi per la seconda birra artigianale e la banda passa, trombetta, sviolina, tamburella, ti accorgi che proprio a un metro da te, lì di fronte, con una birra in mano c'è Charles Piqué, sindaco di Saint-Gilles e ministro-presidente uscente della Regione di Bruxelles, non ci credi, ne sei convinto, è proprio lui, ne mostri la pagina wikipedia all'amico che non ti segue mentre determinato gli vai vicino, lo interrompi, ti presenti, che sei italiano ma che vivi a Bruxelles da più di 5 anni, che ti sei sposato proprio lì e che vivi nel suo comune da oramai più di 3 anni e che lo vuoi ringraziare, grazie signor sindaco, grazie davvero, per tutto quello fatto finora, per quello che seguirà, perché l'adori quell'atmosfera lì, perché sei felice ed è anche merito suo, ti chiede dove abiti, cosa fai, ha il sorriso dei manifesti elettorali, ti stringe la mano ma tu lo vorresti quasi abbracciare, grazie e scusate per l'interruzione, grazie e scusate per il disturbo, buona continuazione e per l'emozione o per le birre sbagli anche due accenti francesi e una coniugazione.
Poi, non dovresti pensarlo ma ti salta in testa la connessione, non dovresti far confronti ma tra un singhiozzo di malto e una memoria che risale a galla pensi a quando vivevi in Campania, all'ipotesi di un possibile incontro con il presidente della regione, quel tal Bassolino, pensi: lo avresti mai ringraziato? E no che non lo avresti fatto, ti ripeti, mentre l'immagine già viene archiviata e nuove chiacchiere, nuovi sorrisi s'accavallano nel mercato, mentre pensi che più che un grazie sarebbe stata un altro il saluto, molto più tipico e sincero, ma il passato non c'è più, ti ricordi, è il presente che merita attenzione.
Poi, non dovresti pensarlo ma ti salta in testa la connessione, non dovresti far confronti ma tra un singhiozzo di malto e una memoria che risale a galla pensi a quando vivevi in Campania, all'ipotesi di un possibile incontro con il presidente della regione, quel tal Bassolino, pensi: lo avresti mai ringraziato? E no che non lo avresti fatto, ti ripeti, mentre l'immagine già viene archiviata e nuove chiacchiere, nuovi sorrisi s'accavallano nel mercato, mentre pensi che più che un grazie sarebbe stata un altro il saluto, molto più tipico e sincero, ma il passato non c'è più, ti ricordi, è il presente che merita attenzione.
Dell'Italia che uscì dall'Euro
Erano passati già diversi anni dall'uscita dell'Italia dall'Euro, ma ogni volta che arrivava all'aeroporto di Fiumicino non poteva non fermarsi alcuni secondi ad osservare quella mappa esposta così grande, così fieramente, dell'Europa d'un colore e dell'Italia d'un altro, anzi di un tricolore, e di tutta quella gente che ci si fermava davanti per una foto, con il sorriso, come se stessero davvero davanti ad un monumento storico importantissimo o ad un cambio epocale, un po' come con le mappe dell'evoluzione dell'Impero Romano, quelle che si intravedevano sulla destra quando dai Fori Romani si andava al Colosseo, anche lì ci fu chi in quegli anni aveva proposto di aggiungerne un'altra, dell'Italia fuori dall'Euro, ma proprio quelle mappe lo facevano tanto ridere, ogni volta che ci passava di fronte, perché ne mostravano l'espansione fino al culmine, ma non la caduta, ecco perché aggiungerci adesso quella dell'Italia fuori d'Euro sarebbe stata l'ennesima inconsistenza patriottica, ma l'Italia ne era piena, di quei controsensi lì, nel 2023. Come lo annoiava poi dover cambiare ad ogni arrivo i suoi euro in lira, nella nuova lira, se ne ricordava non appena usciva dall'aeroporto, non appena intravedeva quel monumento enorme, quello alla Nuova Lira, di quella donna che sola era riuscita a sconfiggere la crisi grazie all'unione nazionale, e subito metteva la mano nel portafogli per controllare se ne aveva abbastanza per la giornata, lui che viveva all'estero e usava quella moneta straniera, l'euro.
Nel taxi gli piaceva sempre domandare come andavano le cose al tassista, che non mancava mai di lamentarsi sebbene l'Italia della nuova lira attraversava uno dei suoi massimi splendori economici. Certo, i primi tempi dopo il cambio furono pieni d'incertezze e problematiche, ma non ci fu quell'inflazione sfrenata che i sostenitori dell'euro avevano previsto né il crollo dei mercati o le invasioni bibliche di cavallette; beh, non si ebbero neppure tutte le richezze e vantaggi promessi dai sostenitori dell'uscita dell'euro in effetti, ma il punto fu proprio quello: entrambe le parti ebbero torto e ragione, in quella scienza che non è puramente matematica, l'economia, ma spesso ha bisogno di previsioni, proiezioni, ipotesi e statistiche, e non tiene conto delle evoluzioni possibili, giochi di potere, accordi, interessi e politica, che si susseguirono incessanti, sempre all'ombra di un complotto gigantesco per molti, che nessuno ovviamente seppe mai formalizzare. Chiacchere da bar, le chiamava il tassista, mentre passava davanti ai resti del Colosseo, oramai quasi dimezzato dopo gli ultimi crolli per i mancati interventi: l'Italia era sì ricca, ricchissima, nel 2023, ma la ricchezza non migliorò molto il paese, anzi. Più ricchezza si trasformò repentinamente in equazioni d'assurdità italiche in più corruzione, più mafia, più casta. Le cose andavano sì meglio, molto meglio, ma si continuava a non investire nei beni culturali, nella ricerca, nella sanità: non bastano alcuni bilanci positivi per cambiare una cultura, gli aveva detto all'aeroporto il barista servendogli un espresso eccellente e barbottando qualcosa sul figlio dottorando, che aveva ricevuto richieste dall'estero ma che adesso aveva paura di partire, di diventare un cervello in fuga con tutto quello che all'epoca comportava. La campagna dell'odio contro i cervelli in rientro poi, fu qualcosa d'assurdo nel 2023: molti italiani all'estero decisero, in numero sempre crescente, di rientrare vista la nuova crescita economica e l'ottimismo che ne derivava, ma in patria non trovarono certo un buon clima né quelle condizioni di lavoro a cui erano abituati altrove. Da "vigliacchi", "traditori", da "è facile lasciare la nave quando affonda", passorono ad essere "opportunisti", quelli che "comodo rientrare quando le cose vanno bene", "dove siete stati mentre qui si soffriva", "ce l'abbiamo fatta anche senza di voi" e così via. Molti li odiavano in un clima surreale dove non mancarono episodi di teppismo in effetti, di squadrismo organizzato all'uscita degli aeroporti, d'interrogazioni parlamentari per evitargli di rientrare, di approfittare di quella nuova ricchezza. Ricchezza di danaro ma non di spirito.
L'Italia del 2023 era ricca, ricchissima, ma anche tanto razzista, contro gli immigrati, anche quelli europei, e contro gli italiani, quelli all'estero che rimanevano o tentavano di rientrare. Lampedusa, per esempio, fu prima messa in vendita per scrollarsi di dosso i problemi degli sbarchi, e poi dichiarata stato indipendente, per poterla sanzionare e dichiararle guerra ad ogni nuovo sbarco sulle coste siciliane. La ricchezza offriva soluzioni facili e la geniliatà, quella tanto ostentata ma mai misurata adeguadamente, scarseggiava o veniva inghiottita da propagande e chiacchiere. Di chiacchiere si riempivano i politici, soprattutto quelli che avevano gridato all'uscita dell'euro, ne erano usciti vincitori dopo la rinascita economica ma al contempo vuoti: non avevano altre idee in realtà, il loro grido era stato di pura ricerca di consensi, appiglio al vento di destra che scosse un po' tutto il continente ma che rimase poi insipido quando s'arrivò al bisogno di un programma ben strutturato ed efficace. Con dei vincitori del genere, le cose non potevano certo migliorare. Ma avevano vinto, e i vinti hanno sempre ragione, purtroppo. Questo pensava, mentre il tassista imprecava contro l'ennessimo blocco della polizia, non si poteva passare nei pressi dello stadio per l'ennessima manifestazione degli ultras, che chiedevano ancora una volta dichiarazioni di guerra a mezza Europa: l'uscita dall'euro col tempo risultò in molte relazioni disgregate, in un'isolazione sempre crescente del paese e di tutto ciò che lo riguardava, il campionato italiano di calcio per esempio, nel 2023, non aveva più accesso alla Champion League. C'erano i soldi, tanti, per comprare i migliori talenti stranieri sul mercato, che però non volevano andar a giocare in Italia senza l'accesso a quella competizione e in più in quel clima d'intolleranza e anarchia. Eppure, si continuava a dire che era il campionato di calcio più bello del mondo, secondo gli italiani. Così come il paese, il cibo, il clima, la moneta.
Lasci stare, continuo a piedi - disse al tassista. Con l'idea di fare due passi e arrivare a casa degli amici, lì a qualche isolato di distanza, ripensò a cosa era rimasto di quell'Italia che aveva lasciato, 30 anni prima, a cosa assomigliava quella giostra di ricchezza economica e problemi raddoppiati, quell'orgia d'interessi e odi, e perché continuava a sentirla nonostante tutto ancora un po' sua. Non ebbe il tempo di rimasticare quei pensieri però, quando la polizia lì nei pressi dello stadio lo fermò per un controllo e scoprì che era un italiano residente all'estero, quando iniziarono prima a ridergli in faccia, a dispreggiarlo, provocarlo in cerca d'un pretesto, quando poi lo portarono in un angolo per picchiarlo, bastonarlo, lasciarlo esamine a terra, quando morì senza il tempo di capire dov'era davvero, in quella terra natia, ricchissima, maledetta e straniera.
Nel taxi gli piaceva sempre domandare come andavano le cose al tassista, che non mancava mai di lamentarsi sebbene l'Italia della nuova lira attraversava uno dei suoi massimi splendori economici. Certo, i primi tempi dopo il cambio furono pieni d'incertezze e problematiche, ma non ci fu quell'inflazione sfrenata che i sostenitori dell'euro avevano previsto né il crollo dei mercati o le invasioni bibliche di cavallette; beh, non si ebbero neppure tutte le richezze e vantaggi promessi dai sostenitori dell'uscita dell'euro in effetti, ma il punto fu proprio quello: entrambe le parti ebbero torto e ragione, in quella scienza che non è puramente matematica, l'economia, ma spesso ha bisogno di previsioni, proiezioni, ipotesi e statistiche, e non tiene conto delle evoluzioni possibili, giochi di potere, accordi, interessi e politica, che si susseguirono incessanti, sempre all'ombra di un complotto gigantesco per molti, che nessuno ovviamente seppe mai formalizzare. Chiacchere da bar, le chiamava il tassista, mentre passava davanti ai resti del Colosseo, oramai quasi dimezzato dopo gli ultimi crolli per i mancati interventi: l'Italia era sì ricca, ricchissima, nel 2023, ma la ricchezza non migliorò molto il paese, anzi. Più ricchezza si trasformò repentinamente in equazioni d'assurdità italiche in più corruzione, più mafia, più casta. Le cose andavano sì meglio, molto meglio, ma si continuava a non investire nei beni culturali, nella ricerca, nella sanità: non bastano alcuni bilanci positivi per cambiare una cultura, gli aveva detto all'aeroporto il barista servendogli un espresso eccellente e barbottando qualcosa sul figlio dottorando, che aveva ricevuto richieste dall'estero ma che adesso aveva paura di partire, di diventare un cervello in fuga con tutto quello che all'epoca comportava. La campagna dell'odio contro i cervelli in rientro poi, fu qualcosa d'assurdo nel 2023: molti italiani all'estero decisero, in numero sempre crescente, di rientrare vista la nuova crescita economica e l'ottimismo che ne derivava, ma in patria non trovarono certo un buon clima né quelle condizioni di lavoro a cui erano abituati altrove. Da "vigliacchi", "traditori", da "è facile lasciare la nave quando affonda", passorono ad essere "opportunisti", quelli che "comodo rientrare quando le cose vanno bene", "dove siete stati mentre qui si soffriva", "ce l'abbiamo fatta anche senza di voi" e così via. Molti li odiavano in un clima surreale dove non mancarono episodi di teppismo in effetti, di squadrismo organizzato all'uscita degli aeroporti, d'interrogazioni parlamentari per evitargli di rientrare, di approfittare di quella nuova ricchezza. Ricchezza di danaro ma non di spirito.
L'Italia del 2023 era ricca, ricchissima, ma anche tanto razzista, contro gli immigrati, anche quelli europei, e contro gli italiani, quelli all'estero che rimanevano o tentavano di rientrare. Lampedusa, per esempio, fu prima messa in vendita per scrollarsi di dosso i problemi degli sbarchi, e poi dichiarata stato indipendente, per poterla sanzionare e dichiararle guerra ad ogni nuovo sbarco sulle coste siciliane. La ricchezza offriva soluzioni facili e la geniliatà, quella tanto ostentata ma mai misurata adeguadamente, scarseggiava o veniva inghiottita da propagande e chiacchiere. Di chiacchiere si riempivano i politici, soprattutto quelli che avevano gridato all'uscita dell'euro, ne erano usciti vincitori dopo la rinascita economica ma al contempo vuoti: non avevano altre idee in realtà, il loro grido era stato di pura ricerca di consensi, appiglio al vento di destra che scosse un po' tutto il continente ma che rimase poi insipido quando s'arrivò al bisogno di un programma ben strutturato ed efficace. Con dei vincitori del genere, le cose non potevano certo migliorare. Ma avevano vinto, e i vinti hanno sempre ragione, purtroppo. Questo pensava, mentre il tassista imprecava contro l'ennessimo blocco della polizia, non si poteva passare nei pressi dello stadio per l'ennessima manifestazione degli ultras, che chiedevano ancora una volta dichiarazioni di guerra a mezza Europa: l'uscita dall'euro col tempo risultò in molte relazioni disgregate, in un'isolazione sempre crescente del paese e di tutto ciò che lo riguardava, il campionato italiano di calcio per esempio, nel 2023, non aveva più accesso alla Champion League. C'erano i soldi, tanti, per comprare i migliori talenti stranieri sul mercato, che però non volevano andar a giocare in Italia senza l'accesso a quella competizione e in più in quel clima d'intolleranza e anarchia. Eppure, si continuava a dire che era il campionato di calcio più bello del mondo, secondo gli italiani. Così come il paese, il cibo, il clima, la moneta.
Lasci stare, continuo a piedi - disse al tassista. Con l'idea di fare due passi e arrivare a casa degli amici, lì a qualche isolato di distanza, ripensò a cosa era rimasto di quell'Italia che aveva lasciato, 30 anni prima, a cosa assomigliava quella giostra di ricchezza economica e problemi raddoppiati, quell'orgia d'interessi e odi, e perché continuava a sentirla nonostante tutto ancora un po' sua. Non ebbe il tempo di rimasticare quei pensieri però, quando la polizia lì nei pressi dello stadio lo fermò per un controllo e scoprì che era un italiano residente all'estero, quando iniziarono prima a ridergli in faccia, a dispreggiarlo, provocarlo in cerca d'un pretesto, quando poi lo portarono in un angolo per picchiarlo, bastonarlo, lasciarlo esamine a terra, quando morì senza il tempo di capire dov'era davvero, in quella terra natia, ricchissima, maledetta e straniera.
Per colpa di pochi
Di tutte le conclusioni che cadono come sipario su conversazioni altrimenti infinite ma comunque dal sapore abbastanza insipido però innegabilmente necessarie, quel per colpa di pochi quando si parla di trattative con ultras, di disordini fuori dallo stadio, di calcio che muore per l'ennesima volta, di poliziotti uccisi durante scontri con manifestanti, di ragazzi uccisi durante arresti serali e quant'altro popola il panorama di titoloni ricorrenti, perché è isolato il caso ma non il tipo d'evento, pane per dibattiti televisivi inconcludenti, è spesso un gran colpo di spazzola, quel per colpa di pochi lava via ogni colpa, prende le distanze facilmente, santifica parenti e amici, puntando il dito sugli altri, sempre gli altri, ma pochi degli altri, perché per colpa di pochi la pagano tutti, ma tutti (o comunque non pochi) aiutano a creare una certa cultura, modi di fare, quelle abitudini, quel terreno (sociale, politico, storico, antropologico, alieno) dove certi personaggi crescono (o prendono la coscienza di poter fare certe cose, diventano, supportano, imitano, esplodono) o certe cose succedono (su diverse scale, con diversi attori e conseguenze, ma connesse da quell'humus nazionale). E diventa come un già, quel per colpa di pochi, di quei già che si spargono un po' ovunque come il sale, quando non si sa che dire, quando non si vuol continuare, quando lo si preferisce al silenzio. Sarebbe più onesto (ma non più produttivo) concludere invece con un e questo vogliamo, più collettivo e responsabile, meno vittimista e distante, soprattutto quando i casi non sono isolati, perché i pochi e i tutti non son completamente scissi e s'influenzano a vicenda nelle interconnessioni del terreno condiviso, concimato, arricchito, contaminato. E sì che il passo alla generalizzazione, maledetta, è veramente breve, una trappola a portata di parole, ma ridurre il tutto alla colpa di pochi che danneggiato tutti, beh non basta né aiuta. E non cambia quell'humus già ben impregnato.
Ah, esportare la cultura
E mi sembra anche giusto, che all'Istituto Italiano di Cultura si esporti giustamente una certa cultura. Coerenti, in fondo.
Come da ragazzini nei bagni della scuola
Ma caro ragazzo italiano che non posso far a meno di ascoltare, quando l'orecchio si sintonizza inevitabilmente su suoni che riconosce distinti, linguaggi che sa decifrare pur tra il rumore accentato della metro brussellese, te ne potrei fare una colpa del fatto che hai prontamente nominato La grande bellezza all'amico o conoscente straniero che pur si destreggiava in un italiano altalenante, mentre lui ti voleva invece parlare di 12 anni schiavo e tu non conoscevi il film né sapevi che faceva parte della famosa notte degli oscar, e relative premiazioni quindi; te ne potrei fare una colpa per quel sorriso da orgasmo repentino quando hai nominato La grande bellezza richiamando vittorie adolescenziali di chi ce l'ha più lungo nei bagni della scuola, solo perché quel film ha un nesso con te per semplici appartenenze nazionali ed ecco che automaticamente te ne fai ambasciatore, mentre l'amico o conoscente voleva in realtà parlare d'altro, ignorando lunghezze ostentate e doti inappropriate; te ne potrei fare una colpa, caro ragazzo italiano nella metro di Bruxelles, per quel sorriso da vantaggio acquisito al nominare il titolo di un film, come se ne avessi partecipato alla realizzazione, quasi se adesso, per magia, comparisse tra i tuoi segni particolari sulla carta d'identità, ma solo per qualche giorno, il tempo di vantarsene, il tempo di dimenticarsene, il tempo di ripescarlo alla prossima occasione e presentarlo sul banco di conversazioni doganali in cerca di bandiere da ostentare; e te ne potrei pure fare una colpa perché non conoscendo invece gli altri film, anzi proprio quelli che han ricevuto più premiazioni, confermeresti quell'atteggiamento tipico di chi filtra soltanto i dettagli che ne possono aumentare prestigio e ignora il resto, il contesto, gli atri, confermeresti quella gloria dei monumenti più belli del mondo che però non si son mai visitati, stan lì, vicino casa, son bellissimi, ma si lasciano ai turisti, o al degrado, o quell'altro del cibo più buono del mondo, tacciando il diverso per inferiore, inconfutabilmente.
Ecco, caro ragazzo italiano, non te ne posso fare una colpa però, perché sarebbero soltanto supposizioni personali o giochi di parole di chi vuole in realtà arrivare ad una conclusione ben precisa con il pretesto di una leva occasionale, come si fa spesso sulla rete come al bar, o in salotti di scimmie urlanti a riempire palinsesti televisivi; ma soprattutto non te ne posso fare una colpa perché quel sorriso, quell'emozione improvvisa per un proclamo illegittimo non è altro che una delle tante espressioni della patria che è in te, fatta spesso di superlativi assoluti e reazioni istintive, che all'estero più che mai ha il bisogno d'eiaculazioni celebrali appena sente odor di confronto, conflitto, identificazioni e orgogli improvvisi quanto fragili. Avrei voluto dirtelo però, che vivendo altrove un giorno - magari - ne avrai la consapevolezza, di quella patria che è in te, e tutto ti apparirà esattamente come quella scena, tra imbarazzante e simpatico, un po' ridicolo però spontaneo, quella scena dei ragazzini a misurarsi il pistolino nei bagni della scuola.
Ecco, caro ragazzo italiano, non te ne posso fare una colpa però, perché sarebbero soltanto supposizioni personali o giochi di parole di chi vuole in realtà arrivare ad una conclusione ben precisa con il pretesto di una leva occasionale, come si fa spesso sulla rete come al bar, o in salotti di scimmie urlanti a riempire palinsesti televisivi; ma soprattutto non te ne posso fare una colpa perché quel sorriso, quell'emozione improvvisa per un proclamo illegittimo non è altro che una delle tante espressioni della patria che è in te, fatta spesso di superlativi assoluti e reazioni istintive, che all'estero più che mai ha il bisogno d'eiaculazioni celebrali appena sente odor di confronto, conflitto, identificazioni e orgogli improvvisi quanto fragili. Avrei voluto dirtelo però, che vivendo altrove un giorno - magari - ne avrai la consapevolezza, di quella patria che è in te, e tutto ti apparirà esattamente come quella scena, tra imbarazzante e simpatico, un po' ridicolo però spontaneo, quella scena dei ragazzini a misurarsi il pistolino nei bagni della scuola.
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