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Shall we be Europeans?

Direttamente da Anversa, una no profit che prova a trasformare la bandiera europea in brand, con materiali fair trade, prodotti in Europa. Ottima qualità, posso garantire. 

Cose molto brussellesi

Della sicurezza sui cantieri aperti e delle norme della UE, a pochi passi dagli stessi uffici che le hanno redatte, etc. Ma quando riappare il sole a Bruxelles, ogni altra cosa passa in secondo piano.
Foto presa da qui. Foto scattata qui.

Cose che a Bruxelles

- Una coppia di amici in dolce attesa si ritrova dal ginecologo in un attimo di scomodo silenzio quando viene chiesto loro se, siccome non hanno lavoro e non hanno assicurazione privata ospedaliera, vorrebbero comunque usufruire del suo servizio durante il parto, ma in nero, a meta' prezzo, con la condizione che quelle stesse parole non siano state mai pronunciate, che avrebbe negato di fronte a qualsiasi altra persona, che nessuno ha mai visto o sentito nulla. Prendere o lasciare.

- Un'altra coppia di amici compra appartamento nei pressi del centro di Bruxelles e parla con l'attuale proprietario quando, appartandosi, sotto voce, viene offerto loro di pagare una parte di 15mila euro in nero, per abbattere costi notarili e bancari, ovviamente in contanti e nessuno ha mai visto o sentito nulla. Pare sia un'abitudine, in quel mercato.

- Un amico riceve un'offerta anche abbastanza alta da un'azienda di consulenza per un lavoro in Commissione Europea, ma quando si trova di fronte il contratto si accorge che son due, uno registrato in Belgio e l'altro a Cipro. Sospettoso s'informa meglio in giro e pare che la stessa azienda, per altri consulenti in Commissione, si ritrovi spesso a non pagare mensualita', a ritardi imbarazzanti, a rinnovi contrattuali con triplo salto carpiato avvitato.

Ah, la trasparenza immacolata del nord Europa.

Sogni di mezza estate

Le piogge d'agosto che non danno pace nei paesi del nord Europa ballano sulle tele degli ombrelli e si ripetono, nel loro ritmo d'accompagnatrici tenaci, per risuonare nei pensieri della gente e trasformarsi in lamenti sociali e imprecazioni liberatrici, come se fossero una novità, come se fossero un'eccezione. Non lo sono, le piogge d'agosto nelle capitali del nord Europa, se si guardano le statistiche, se si guardano i dati e le abitudini, che dovrebbero guidare certe conclusioni, che dovrebbero definire cos'è la normalità. Ma la normalità si confonde nelle percezioni di chi è abituato ad altri cieli, di chi ha nella mente altre immagini programmate, altre aspettative radicalizzate. E invece poi i dati dicono che, per esempio, a Parigi agosto è il mese dell'anno con più pioggia (in media):
E che anche a Lussemburgo agosto è il mese con più pioggia:
E indovinate a Dublino qual è il mese con più pioggia dell'anno? Agosto, a pari merito con dicembre:
E non è che i cugini britannici se la passino poi tanto meglio, a Londra per esempio agosto è solo il secondo mese di quest'ambita classifica, dopo dicembre:
A questo punto quasi ci si sente rincuorati quando si nota che a Bruxelles agosto è solo il quarto, se non fosse che il primo è luglio...
Certo, più pioggia (come quantità) non sempre significa più giorni di pioggia (wet days, nei grafici, per cui agosto in media scenderebbe al terzo posto), ma le due statistiche insieme (e che coppia) sicuramente non fan pensare a cieli estivi di sole e leggerezza. E' la natura, nient'altro, che al nord Europa preferisce un'estate differente nei suoi meccanismi d'equilibri e ricicli. Lamentarsene equivarrebbe quindi a lamentarsi della mancanza di angurie a dicembre, per esempio. Ma la nostra natura di figli di stereotipi stagionali (e commerciali) o d'abitudini adolescenziali d'altri colori mal s'adatta a latitudini nordiche d'aspettative intolleranti e compromessi in continua digestione. E piove, di gocce e lamenti.

Di grazie che valevano la pena

Poi ti ritrovi a sorseggiare una birra artigianale belga al mercato del lunedì di place Maurice van Meenen, lì sotto il bellissimo municipio di Saint-Gilles, dove tra l'altro ti sei pure sposato, mentre la folla s'accalca, si muove, si mescola, chi con una birra, chi con un bicchiere di vino, chi in fila per una piadina romagnola, chi per un crepe marocchina, c'è una banda musicale di signori già abbastanza anziani che suona per il mero gusto di suonare e diffondere allegria, c'è il ragazzo francese delle crepe bretone che ti riconosce perché eri lì al mercato del venerdì di place des Chasseurs Ardennais dove normalmente lo ritrovavi ed eri lì al mercato del giovedì della place Victor Horta vicino Gare du Midi dove lo hai incontrato diverse volte per pranzo, lo dici alle persone in fila, che lui è un artista della crepe, non li conosci ma ci si conosce tutti lì, facciamo tutti parte del villaggio globale, non li conosci ma cosa importa poi, siamo in quella parte di Bruxelles dove troppe formalità non piacciono a nessuno. Poi, mentre brindi per la seconda birra artigianale e la banda passa, trombetta, sviolina, tamburella, ti accorgi che proprio a un metro da te, lì di fronte, con una birra in mano c'è Charles Piqué, sindaco di Saint-Gilles e ministro-presidente uscente della Regione di Bruxelles, non ci credi, ne sei convinto, è proprio lui, ne mostri la pagina wikipedia all'amico che non ti segue mentre determinato gli vai vicino, lo interrompi, ti presenti, che sei italiano ma che vivi a Bruxelles da più di 5 anni, che ti sei sposato proprio lì e che vivi nel suo comune da oramai più di 3 anni e che lo vuoi ringraziare, grazie signor sindaco, grazie davvero, per tutto quello fatto finora, per quello che seguirà, perché l'adori quell'atmosfera lì, perché sei felice ed è anche merito suo, ti chiede dove abiti, cosa fai, ha il sorriso dei manifesti elettorali, ti stringe la mano ma tu lo vorresti quasi abbracciare, grazie e scusate per l'interruzione, grazie e scusate per il disturbo, buona continuazione e per l'emozione o per le birre sbagli anche due accenti francesi e una coniugazione.
Poi, non dovresti pensarlo ma ti salta in testa la connessione, non dovresti far confronti ma tra un singhiozzo di malto e una memoria che risale a galla pensi a quando vivevi in Campania, all'ipotesi di un possibile incontro con il presidente della regione, quel tal Bassolino, pensi: lo avresti mai ringraziato? E no che non lo avresti fatto, ti ripeti, mentre l'immagine già viene archiviata e nuove chiacchiere, nuovi sorrisi s'accavallano nel mercato, mentre pensi che più che un grazie sarebbe stata un altro il saluto, molto più tipico e sincero, ma il passato non c'è più, ti ricordi, è il presente che merita attenzione.

Spaghetti boló

Ma non mi guardare a quel modo, caro collega fiammingo, quando mi arrivi al tavolo della mensa aziendale con quel sorriso malizioso e il tuo piatto di spaghetti boló, quella pietanza non più imitazione né tantomeno tentativo maldestro ma più probabilmente abitudine culinare di latitudini ravvicinate, non mi guardare così perché non troverai giudizio nel mio stereotipo d'italiano da buona forchetta e non credere che tra quegli spaghetti bianchi e quel pugno di sugo rosso insipito potrai mai rivedere i miei lineamenti del sud un poco scoloriti; appena inizi a tagliarli, quegli spaghetti bolò come fossero due blocchi monocolore di giallognolo e rosso, con coltello e forchetta, quasi fosse una lasagna, e mangiarli senza alcun criterio di giudizio su cosa sia la mantecatura né il tempo giusto di cottura, non troverai nella mia espressione né disagio né disgusto, perché ne sarò indifferente così come se in quel momento tu stessi mangiando qualsiasi piatto esotico di cui non conosco il nome né gli ingredienti né la sua versione originale, non troverai nessuna breccia nel mio orgoglio patriottico ridotto a briciole né avanzerò mai nessun diritto sui tuoi gusti e la qualità del piatto nonostante tutto. Però, non appena mi chiederei quella cosa, non appena la tua domanda punzecchierà la conversazione per sapere perché mai io non ne mangio mai, di spaghetti bolò, lì a mensa, a Bruxelles, sfodererò la super risposta oramai ben testata e con poche e semplici parole ti metterò spalle a muro e boccone in gola, avrò vinto, semplicemente, e abbasserai gli occhi meschino con una smorfia di smacco e l'inevitabile tortura di darmi ragione: ma tu - ti dirò con scioltezza - te la mangeresti mai una carbonnade fiamminga cucinata nella menza di un'azienda, a Napoli? Ecco.

Cose a cui non ti abitui

Poi ti ritrovi a supportare il Belgio nella sua prima partita di questo mondiale, in un'azienda molto belga che organizza per l'occasione un evento molto belga, maxischermo accompagnato da Jupiler e frites, birra belga e cibo nazionale belga, appunto, in un edificio in cui ci son quasi tremila dipendenti e quindi l'atmosfera è quella da stadio, di festa, d'attesa e sofferenza, e ti trovi a soffrire con loro, a gridare con loro, a riempirti di Jupiler con loro, a sudare con loro, a ingozzarti di frites con loro, a ridere con loro, e ti accorgi che tutto è davvero tanto tanto belga quando poi all'improvviso dopo la trasmissione del primo tempo con telecronaca francese, ecco che inizia quella della seconda parte, politicamente e rispettosamente in fiammingo.

Male non farà

Ma quanto sono belli questi belgi quando li vedi parlare della squadra di calcio, delle previsioni, il calendario, il girone, i possibili cammini fino alla finale, quanto sono belle quelle speranze che colorano i loro discorsi alla macchinetta del caffè, tra le curve di sorrisi che nascono spontanei e si caricano nell'attesa della prima partita, quanto sono belle quelle prime volte come questa all'avere una squadra addirittura candidata alla vittoria finale, dovrebbero vincerlo, il mondiale, perché sarebbe una gran bella festa, perché tutte quelle speranze hanno pur bisogno d'esplodere insieme, lo hanno già vinto, il mondiale, nella simpatia e l'euforia, nel politically correct di chi ancora insiste nel non dover emozionarsi troppo, nell'abbandono a quell'estenuante politically correct quando c'è chi dice che ci crede, che è la volta buona, ha steso la bandiera del Belgio alla finestra, ha ricoperto dei colori nazionali gli specchietti dell'auto, li ha estesi al guardaroba del figlio; quanto sono belli questi belgi che s'innamorano del calcio e magari ritrovano identità nazionali spesso dubbiose, che coltivano adesso generazioni di ragazzini che ricorderanno il mondiale con tutte le emozioni che verranno, di gioie e sofferenze, e forse è proprio quello il vero motivo dei mondiali, d'unire e appassionare, sperare e festeggiare, non lo è nella realtà degli interessi privati, leciti e non, discutibili e non, ma loro, i belgi, quest'anno, con questa squadra, non lo sanno, se lo dimenticano, lo rimandano, lo riassumono in un eh, se ne fregano, e continuano a sognare.

D'italiani all'estero che poi espellono

Cara Silvia Guerra di cui ho letto la storia sicuramente non comune o almeno non comune se associata alla nazionalità italiana o almeno fa più rumore in questi casi, nella nostra sfera sociale di segnalazioni e stupori, perché chissà quante storie simili accadono ad altre comunità ogni giorno a Bruxelles e la vita va avanti, indifferentemente, ma non sto qui a far moralismi da letterine di natale, nonostante il periodo e le scene cinematografiche che fanno tanto calore familiare e propaganda corale di pace, certo avrei voluto approfondire la tua storia, ma di venti articoli in giro si riportano sempre le stesse quattro righe per partire poi con l'insalata spesso insensata di polemica e conclusioni sull'Europa, sull'importanza dell'Italia, il rispetto e l'onore, lo vedi?, è un popolo inguaribilmente mafioso anche nelle conclusioni, perché - dicono, scrivono, commentano - all'Italia non si devono fare certi dispetti, l'ennesimo schiaffo, se la prendono con il primo ministro belga, di origini italiane e addirittura d'emigranti, come se poi contasse qualcosa, questa connessione sanguigna e d'empatia, ma non sto qui a far moralismi da sermoni di Gramellini, ecco vedi? Internet è un grande bar, sei già piena di punti esclamativi sulla pagina dei grillini, ci riempiamo poi troppo spesso la bocca d'Europa Europa Europa, solo quando è il nostro paese ad essere chiamato in causa, solo quando pretendiamo Europa, più Europa, e invece l'Europa, quella che vogliamo (o quella che ci piacerebbe fosse, ma che lo facciano gli altri), è ancora un progetto lontano, nel mondo alla fine dell'anno 2013. Ecco, cara Silvia Guerra di cui ho pure assistito ad uno spettacolo in un venerdì uggioso alla Piola Libri qui a Bruxelles, ti auguro di risolvere la questione, nel rispetto delle regole del gioco ovviamente, che siano belghe o europee, e non te lo auguro perché è quasi natale né perché sei italiana, ma semplicemente perché a Bruxelles avevi iniziato una nuova vita e d'improvviso l'hai quasi persa, quella rinascita, te l'hanno espulsa. Ecco, comunque vada, non lasciare che espellano anche la tua voglia di ricominciare.

Piccola guida ai mini furti brussellesi

Succede a chi si trova a Bruxelles per un fine settimana di vacanza e porterà con sè il souvenir poco gradevole per coltivare poi stereotipi e racconti di città malfamate; succede a chi si trova di passaggio durante un viaggio di lavoro a lottare anche con imprevisti mai listati in agende già ben impegnate; succede anche a chi ci vive, a Bruxelles, e la vive quotidianamente, in tutti i suoi aspetti, tanti, diversi, controversi. Succede che qualcuno ti ruba qualcosa, via la borsa, il cellulare o il portatile, ed allora ecco qui una lista di tecniche provenienti da storie vere, di amici e conoscenti, accadute a Bruxelles, ancora e ancora.

Il benvenuto alla stazione: siete appena arrivati a Gare Central o a Gare du Midi, con lo zaino sullo spalle e la testa nell'aria a cercare sul tabellone il vostro treno o qualsiasi altra informazione necessaria, e lì, nella tasca dello zaino, appena dentro la sacca, c'è il portatile dalla sagoma in bella vista. E scompare, all'improvviso. Consiglio: nelle stazioni, muovete sempre lo zaino dalle spalle al torso, sotto il vostro controllo.
Il volantino di troia: siete lì ad una terrazza a godervi una birra, la piazzetta popolosa, impegnati in qualche chiacchiera, il cellulare lì poggiato sul tavolo, pensate in bella vista, e invece arriva qualcuno che lascia un volantino, uno dei tanti, volantini sempre da ignorare, lo poggia sul tavolo, anzi sul cellulare, che magicamente poi scompare. Consiglio: attenti al cellulare sul tavolo, soprattutto dopo la terza birra.
L'amore non è cieco: sei lì nel vagone della metro affollata verso la tua prossima destinazione urbana e a fianco c'è questa coppia che si bacia, si bacia tanto, ma proprio tanto, e giustamente ti giri dall'altro lato, per non guardare, perché sarebbe scortese, perché non ti interessa, perché non sei al cinema, e intanto uno dei due ti sta mettendo la mano nella giacca, nella borsa, nei pantaloni, e ciao cellulare. Consiglio: stai lontano dagli ormoni nella metro.
L'odore che colpisce: sei lì di nuovo nella metro sempre affollata e a fianco c'è il barbone puzzone che non si muove, rimane intorno, non c'è spazio per andar altrove, e siccome puzza tanto tu guardi altrove, per respirare, per sopravvivere, per sopportare, mentre magari una mano ti entra nella borsa, nella giacca, nei pantaloni e ciao portafogli. Consiglio: se qualcosa puzza, tappati il naso ma non gli occhi.
La telefonata che non salva la vita: sei lì che passeggi per Avenue Louise, a guardare vetrine inutili, e all'improvviso ti ferma qualcuno anche ben vestito, ti chiede una cortesia, una telefonata, due minuti, ha il cellulare scarico, è importante, non sai che fare, ti senti al sicuro, nulla di male, lo vuoi aiutare, e poi via a razzo, scappa con il tuo cellulare tra le mani. Consiglio: anche il tuo cellulare è sempre scarico, che spiacevole coincidenza.

Quindi Bruxelles è pericolosa? Beh, non più di altre capitali europee, dove la gente non è meno distratta, sfortunata, sovrappensiero della gente di Bruxelles però. Occhi aperti dunque, ma senza paranoie, cercando giusto di non abbandonare troppo la testa tra le nuvole di Magritte.

Le Soir, un giornale (online) serissimo

Ti capita spesso, soprattutto dopo aver deciso di non leggere più quotidiani italiani o almeno non con quella frequenza morbosa e quotidiana di un tempo, pur continuandoti a sorprendere della staticità dei contenuti e della situazione, sempre irrisolta tra una destra carnevalesca e criminale e una sinistra disintegrata e anonima, di rimanere interdetto davanti ai criteri di selezione delle notizie che la versione online de Le Soir, tra i principali giornali belgi, riserva ai suoi lettori. Il dilemma è sempre lo stesso, se i contenuti e l'ordine d'importanza siano scelti in base alle aspettative dei belgi o se la politica della redazione tenda ad influenzarle, quelle aspettative, più che seguirle. Certo è che trovare come notizia principale, con il maggior spazio riservato, in alto a sinistra, il punteggio della partita di calcio di due squadre dai palmares quasi vuoti, se non nei confini nazionali, e subito dopo gli ultimi aggiornamenti sulle importantissime nuove funzionalità di un aggeggio Apple, e subito a seguire l'ancora più importante articolo sulla Liga spagnola, per dover poi relegare al quarto articolo le dichiarazioni del ministro degli interni belga sulla situazione in Siria o addirittura scavalcato da quello che succede in Francia, perché la politica francese è quasi più importante di quella nazionale, o l'ennesimo gossip sulla famiglia reale, insomma ti lascia abbastanza l'amaro in bocca, se pensavi di trovarti di fronte ad un giornale serio, a qualcosa di meglio dei tanto martoriati periodici italiani, che quasi inizi a rivalutare, perché mai lascerebbero tanto spazio al calcio o alla tecnologia di tendenza.
In questa schermata, per esercizio, provate a trovare una notizia importante, una.
Né riesci a giustificarlo con una possibile mancanza di notizie, in un paese sì di appena undici milioni di abitanti dove però la politica estera, soprattutto quella europea, qui in Belgio è di casa, ospitandone gli organi decisionali maggiori, che dovrebbero avere sicuramente maggior rilevanza, soprattutto di questi tempi, rispetto agli infortuni di Messi o le applicazioni per iPhone. E invece no.
La vitale diretta sul nuovo iPhone va giustamente in primissima pagina.

Ti domandi allora se sia il giornale o l'aspettativa del lettore, se dipenda dalla crescente euforia per il calcio nell'esplosione di una generazione di fenomeni per il Belgio, dalle vendite altissime di prodotti Apple, dai sostenitori sempre in crescita del calcio spagnolo, dall'influenza linguistica del mondo francese, dalla marea di micro notizie che girano intorno al re e la sua famiglia, ecco, ce ne sarebbero di punti utili per qualche giustificazione, ma non abbastanza se poi trovi Cristiano Ronaldo prima di Obama o Parigi che oscura Bruxelles.
Da notare nessuna squadra belga coinvolta, ma vanno in primissima. Bravi.

Fuggi altrove, sembra migliorare, e invece poi ti accorgi che cambia poco.

Ma cosa diavolo...

Cose che ti trovi nella buca della posta di casa, a Bruxelles, e quasi ti prende un colpo. Nella spazzatura e a lavarsi le mani.

Di una bellezza un po' disarmante

Cose che davvero non t'aspettavi durante un matrimonio civile in Belgio, il tuo, è d'ascoltare dopo il solito discorso in francese d'obblighi e responsabilità, poi frasi in italiano e spagnolo dall'assessore di uno dei comuni di Bruxelles, perché Bruxelles è così con le lingue, ti sorprende sempre e non t'abitui, e ringraziarvi perché portatori d'ulteriore diversità lì dove già più di 140 nazionalità distinte vivono in sufficiente armonia, eccolo l'ombelico del mondo, di romanzi e leggende nessuno avrebbe mai pensato che potesse trovarsi lì nel nord Europa e chiamarsi poi Saint Gilles, tra i comuni più poveri di tutto il Belgio eppure ricco, di culture, di gente, di storie, eppoi lasciarsi andare in considerazioni personali, lui belga ma di moglie spagnola, nella cornice d'un municipio esteticamente bellissimo, ad accogliere la vostra identità, farvi dimenticare d'essere stranieri, a trasmettere serenità e consapevolezze, in espressioni e osservazioni che valgono più di qualsiasi predica religiosa, per te contento di non essere in una chiesa e piegarti a tradizioni di false credenze e obblighi d'aspettative, d'appartenenze, appartieni di più a quel sorriso belga che regala fiori a lei e ti stringe la mano quasi fossi un figlio, uno in più, contribuendo a rendere speciale un evento che porti con te come fosse nuova pelle, trasformando in momento di ispirazione e sorpresa qualcosa che sarebbe dovuto essere soltanto burocrazia ed impegno. Poi ti domandano cosa ti abbia fatto mai innamorare di Bruxelles e si aspettano risposte brevi, di poche parole. Di poche parole sarà questo blog, per il prossimo mese, perché si va via per un po'. Queste pagine virtuali, nel frattempo, si trasformano in fotoblog brussellese, giusto per spezzare l'altrimenti monotona composizione di pixel già digeriti. A presto.
L'ombelico del mondo. Foto scattata qui.

E come ogni mercoledì

E come ogni mercoledì arriva il paniere bio Gasap, puntuale, da oramai 2 anni. Prodotti belgi, freschissimi, ogni volta stringendo la mano direttamente all'agricoltore, che oramai conosciamo personalmente. Si aiuta l'economica locale e si mangia sano. E i sapori son quelli d'altri tempi.

Come si vive a Bruxelles?

È una domanda che viene posta spesso, da chi ha in programma un trasferimento a Bruxelles, ed è una domanda a cui non è facile rispondere, perché ognuno vive la propria Bruxelles, con le proprie aspettative, compromessi, abitudini, con il proprio carattere ed il proprio bagaglio culturale, esperienze lavorative, connessioni sociali. C'è una Bruxelles per tutti, ma non è detto che tutti la trovino.

Chi si lamenta di Bruxelles cade sempre su almeno uno dei classici argomenti:
- la città è sporca: vero, soprattutto in centro, i trasporti, le strade. Dipende molto dalle zone che si frequentano, ma il primo impatto è sempre un po' impressionante, più che altro per le attese e lo stereotipo di città del nord pulita e perfetta.
- la burocrazia è assurda: vero, ma è il Belgio in quanto stato ad essere complesso, spesso surreale, incastrato in un politicamente corretto perenne tra francofoni e fiamminghi e nella decentralizzazione di diversi poteri. L'Europa, seppur qui rappresentata con istituzioni e bandiere, è ancora un progetto molto lontano e la burocrazia e le tempistiche che affronterete ve lo confermeranno.
- la città è un continuo cantiere: vero, ma dovrebbe essere una cosa positiva, vuol dire che le cose si muovono, cambiano, si adattano. Ovviamente anche qui i cantieri durano tanto, spesso troppo, e nel frattempo bisogna conviverci.
- la microcriminalità impazza: vero secondo le statistiche recenti, e sono molti gli amici o conoscenti che hanno subito almeno una volta uno scippo, un finestrino della macchina sfondato, un furto in appartamento. Bisogna fare attenzione, anche nelle strade più alla moda potrebbero sempre strapparvi il telefono dalle mani e scappare. È una delle conseguenze negative del boom demografico degli ultimi anni. Per fortuna non riguarda tutti, personalmente in 4 anni non ho nulla da denunciare e non mi sono mai sentito in pericolo.
- il traffico è asfissiante: vero secondo le statistiche, che riportano Bruxelles tra le città più imbottigliate d'Europa, ma probabilmente vi riguarderebbe solo nel caso in cui doveste prendere il ring ogni giorno. I problemi di parcheggio poi sono quelli tipici di ogni città. E bisogna abituarsi alla santa precedenza a destra, sempre.
- il cielo è sempre grigio: siamo nel nord Europa, di cosa ci meravigliamo? Sebbene se ne parli sempre però, la pioggia non la fa da padrona, a Bruxelles piove relativamente poco. Il cielo però ha spesso quel grigiore che può influire sul morale. Quando i cambiamenti climatici porteranno il sole perpetuo anche qui, ci si lamenterà del troppo caldo (che rende la città appiccicosa e maleodorante, per la sua alta umidità e per la naturale inadeguatezza infrastrutturale).
- i belgi sono razzisti: chi lo dice è un tacchino, tutto qui.

Chi invece elogia la città vi parlerà sicuramente di almeno uno dei suoi punti forti:
- Bruxelles è viva: festival, concerti, manifestazioni d'ogni genere sono all'ordine del giorno: le mille organizzazioni europee ed internazionali, il mix culturale e le varie comunità della città generano una maratona continua d'eventi, di iniziative, per ogni tipo di pubblico. Annoiarsi è davvero difficile.
- Bruxelles è internazionale: probabilmente non ci sono altre città in Europa dalle stesse dimensioni e lo stesso livello internazionale di Bruxelles, un concentrato di multiculturalismo dovuto sì alla presenza delle istituzioni europee, ma anche alla NATO, al passato coloniale in Congo, alla lingua che richiama molti dai paesi nord africani, alla posizione geografica vantaggiosa, creando una torre di babele, un mix incredibile ed una diversità apprezzata da molti come ricchezza unica.
- Bruxelles è mediterranea: sebbene situata nel nord Europa, la città ha molto di mediterraneo, con i suoi pro e contro ovviamente. Ma i suoi mercatini multicolore, le sue piazze popolose, le terrazze incuranti del tempo e la vita che s'incontra per strada, ricordano a tutti gli effetti altre latitudini.
- Bruxelles è un villaggio: le dimensioni ridotte ed il sottoinsieme di città che alla fine ci si ritrova a frequentare, rendono Bruxelles un villaggio dove incontrerete spesso per strade facce conosciute, amici, colleghi, aiutandovi a sentire più parte del tessuto urbano, riducendo tempistiche di spostamenti ed incontri, sapendo di essere sempre a non più di 10 minuti di taxi da casa.
- Bruxelles è verde: più di 30 parchi sparsi per tutta la città (tra le più verdi d'Europa), molti spesso da scoprire, polmoni urbani che accolgono sportivi, lettori, famiglie, eventi ed attività, che si trasformano in spiagge estive e perfetti luoghi d'incontro per socializzare e ricaricarsi.
- Bruxelles offre opportunità: tantissime, grazie alle istituzioni ed enti, aziende internazionali presenti. Ma c'è anche tanta competitività, di persone qualificate che arrivano da tutta Europa pronte a farsi valere. Bisogna essere preparati e motivati. E provarci.
- Bruxelles è al centro di tutto: a metà strada tra Parigi ed Amsterdam, tra Londra e Francoforte, tutto è a poche ore di treno o di macchina, offrendo fughe rilassanti a portata di fine settimana.

Difficile descrivere tutto ed in modo verghiano. Nessuno vi dirà mai come voi vivrete in una città, perché nessun altro è voi. Chi valora o si ritrova in diversi punti forti, dimentica, si adatta, assorbe più facilmente quelli lamentabili; chi invece cade nella spirale dei lamenti, ignora, sminuisce, critica quelli positivi o semplicemente non li ritiene abbastanza consistenti per giustificare la propria permanenza. Come in tutte le città, sono scelte, tutta questione di compromessi e bilanciamenti personali. E siccome la vostra felicità dipende soprattutto dal posto in cui vivete, compromessi e bilanciamenti sono vitali per il vostro sorriso.
Ah, e Bruxelles è anche italiana, tanto, forse troppo, punto forte per alcuni o lamento per altri, l'importante è non prendere troppo sul serio la propria nazionalità. Soprattutto a Bruxelles.

Quando parli con un fiammingo

Ci son due cose essenziali da non trascurare, quando parli con un fiammingo (e probabilmente anche quando parli con un tedesco, un danese, uno svedese), che saltano all'occhio quando ne inizi a studiare la lingua e quindi la cultura, cose che nell'evoluzione di un popolo s'influenzano a vicenda, inevitabilmente. La prima, all'apparenza banale, è che il linguaggio è molto più diretto rispetto a lingue latine, rispetto anche alla tua quindi, e non ci sono troppe giravolte intorno ad un concetto o formule esasperatamente lunghe in ambiti formali: meglio andare al sodo, brevemente, senza ambiguità né altalene linguistiche. Può sembrare a volte troppo diretto, quasi sgarbato per alcuni, e invece è semplicemente la lingua (e le abitudini che poi si trasmettono alle altre lingue parlate). Attenti però a non cadere nell'errore del tacchino, nel concludere che la lingua sia meno espressiva, meno ricca, soltanto perché meno pomposa: ogni lingua ha una propria espressività, perfetta per la cultura che ne è indissolubilmente associata, ed in grado di comunicare tutto quello di cui si ha bisogno. Capita spesso, per esempio, d'incontrare italiani all'estero elogiare l'italiano perché mille volte più espressivo dell'inglese, confondendo però per inglese quel 20% d'inglese che si conosce: la tua lingua madre sarà sempre più espressiva delle altre, per te, perché è tua e perché sei cresciuto nella cultura che combacia con essa.

La seconda cosa da non trascurare, quando si parla con un fiammingo, è che spesso il verbo o la negazione possono comparire alla fine della frase, in costrutti linguistici a noi ovviamente non familiari, e proprio a causa o grazie a questa struttura interrompere qualcuno mentre parla più che intollerabile diventa insensato: se il verbo è alla fine e m'interrompi alla terza parola, hai solo il 30% delle informazioni necessarie, non puoi sapere cosa sto per dirti, mentre in una lingua latina probabilmente avresti già il verbo e con esso l'80% del significato. Certo interrompere non è mai cosa gradita, ma in certe lingue diventa ancora più difficile da giustificare. E abituati a certe lingue, anche parlandone altre rimane l'abitudine a non essere interrotto (o non tollerarlo come in altre).

Per questo, se vi trovate a Bruxelles per un colloquio e di fronte avete un fiammingo - e ve ne accorgerete facilmente, non solo dall'aspetto, ma anche dall'accento nel parlare inglese (o francese) - meglio non interrompere, mai. E meglio non girar troppo intorno alle domande, dando risposte veloci e precise. Un fiammingo, per esempio, avrebbe scritto questo post con la metà delle parole. O anche meno.

Equilibri necessari


E dopo un mese d'estate inattesa, proprio lì dove s'andava al mare qualche
fine settimana fa, ecco che la natura riporta i suoi equilibri, in modo maestoso.
A Knokke, sulla costa belga.

E mentre s'incoronava un nuovo re in Belgio

C'era anche chi in direzione contraria se ne scappava al mare.
Confermando che ai fiamminghi della monarchia (francofona) non interessa poi molto.
Foto scattata qui, più o meno.