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Ci vuole fortuna

Ci vuole anche fortuna, dicono, quando vai all'estero, quando magari dopo qualche anno ti confronti e hai raggiunto certi obiettivi, ci vuole, dicono, anche culo perché in un qualche modo si ha il bisogno di giustificare certe mancanze, a volte anche limiti, o soltanto trovare un appiglio, un buco nero in cui buttare qualsiasi rimorso o fallimento personale: non ho avuto fortuna. Un po' è quell'endemico malessere mediterraneo del rimandare a domani, dell'oggi no che son stanco, che non so come, che non c'ho i soldi, che domani il Signore ci aiuta e vedremo; un po' è quella malizia del camuffare altro sotto il mantello della fortuna, una spintarella, una raccomandazione, una conoscenza, che senza quella fortuna non si va avanti, non si raggiungono certi obiettivi; un po' è semplicemente sminuire e dimenticare, a volte anche scoraggiare, che senza fortuna non si fanno grandi cose. Eppure basterebbe ricordarsi di Seneca, pure lui mediterraneo ma di altri tempi, e il suo "la fortuna non esiste: esiste il momento in cui il talento incontra l'occasione" o, come dicono world wide "Luck is where opportunity meets preparation". Ecco, stampatevela questa frase, prima di andare all'estero ma anche prima di finire gli studi, ovunque sia il vostro destino, in terra natia o straniera, l'importante è essere preparati, avere conoscenze e capacità, le fondamenta insomma, come diceva Randy Paush "Fundamentals, fundamentals, fundamentals. You’ve got to get the fundamentals down because otherwise the fancy stuff isn’t going to work.". Ma non è abbastanza. La preparazione in una landa desolata diventa presto sterile. Ci vogliono le opportunità, per aumentare le chance di un incontro perfetto. E allora ecco perché spesso si emigra, perché tu che hai appena ottenuto un dottorato di ricerca in Italia hai sì la preparazione ma vai via, perché altrove ci sono altri fondi, altri progetti, altre ricerche, ecco, altre opportunità. Lì, la fortuna sarà quell'incontro, tra la tua preparazione e le opportunità a portata di mano. E tu, che hai studiato informatica per anni, hai coltivato questa passione viscerale, sei preparato, ma finisci a Roma con un contratto poco chiaro e i limiti culturali e strutturali di una carriera già segnata, vai via, perché altrove meritocrazia e - ancora - opportunità aumenteranno speranze e sorrisi. Perché, come diceva Viktor Frankl, uno che d'opportunità e fortuna  sapeva molto, "When we are no longer able to change a situation, we are challenged to change ourselves". E allora inizia il viaggio, per cambiarsi, per cambiare, verso altre opportunità. Ci vuole fortuna però, o soltanto la forza d'incontrarla.

Non bisogna emigrare

Non bisogna emigrare, dice Di Maio, dice "Quella tragedia insegna che non dobbiamo far partire i nostri giovani", oppure dice "La riflessione che suscita in me Marcinelle è che non bisogna partire, non bisogna emigrare e dobbiamo lavorare a non far più emigrare i nostri giovani – ha detto – Il mio pensiero va a loro quando ripensiamo a tragedie come quelle". Non bisogna emigrare, perché 60 anni fa son morti tanti italiani, in altri tempi, in altri mondi, e la conclusione - brillantissima - è che non bisogna emigrare, non dobbiamo più far emigrare i nostri giovani, quelli disoccupati, quelli informatissimi grazie alla rete, quelli senza vaccini, quelli del sistema operativo Rousseau, quelli onesti, che più onesti non se ne trovano. In effetti, chi mai emigrebbere da un paese così, l'Italia dell'anno 2018, chi mai sarebbe così folle da lasciare un governo così competente e produttivo, chi mai farebbe all'improvviso la valigia per abbandonare il futuro grandioso che questa classe politica sta preparando con tanti sforzi incessanti. Anzi, iniziamo subito a diffondere il messaggio, voi tutti sostenitori del governo lega-stellato, restate dove siete, per carità, non emigrate, che appena mettete piede fuori fate guai, state tutti compatti, dovete crederci, li avete votati, keep the dream alive adesso, fino alla fine. Non bisogna emigrare. Vi prego, non lo fate.

Se ci succede qualcosa

Mentre siete in macchina, tu e tua moglie, sul ring di Bruxelles, coi bambini altrove, ti chiedi: e se ci succede qualcosa, adesso, a entrambi? Ti rimane in testa per giorni, questo pensiero, e alla fine non rimane altro che parlarne con il notaio. Ecco, se voi che siete stranieri, che vivete in Belgio, senza famiglia a non meno di duemila e passa chilometri di distanza, tu italiano lei spagnola, due bambini non belgi, con passaporti italiani e spagnoli, residenti qui a Bruxelles, all'improvviso venite a mancare, cosa succede alla prole, chi decide, e come?

Né Spagna né Italia, sarà un giudice di pace belga a decidere, a scegliere i candidati per l'affidamento in base a dei criteri di ragionevolezza (famiglia, età, situazione economica, etc.). Se succede qualcosa, in tre casi, per morte, per stato vegetativo in ospedale (un coma), per scomparsa (dichiarati scomparsi, entrambi), allora il giudice di pace interviene, contatta le famiglie, via consolati nel nostro caso, ed esamina potenziali candidati, fino all'ufficiale tutela legale.

E allora ecco cosa possiamo fare noi, per il se succede qualcosa. Possiamo registrare tramite il notaio la nostra dichiarazione, le nostre volontà infatti, che non saranno degli obblighi per il giudice di pace, non possono, ma dei suggerimenti, delle volontà, appunto, da tener in conto casomai ce ne fosse il bisogno. Non possono essere delle obbligazioni per vari motivi, perché si tratta di persone, perché con il tempo tanti fattori possono cambiare, perché dipende da tante altre variabili esterne. Il giudice di pace però il più delle volte cercherà di seguire il più possibile le volontà dei genitori. Nella dichiarazione si può lasciare una lista di persone, di tutori potenziali scelti, o una lista di persone che non si vorrebbe come tutore (esclusione). Le persone menzionate non devono necessariamente esserne al corrente, saranno contattate qualora ce ne fosse il bisogno, saranno liberi di declinare o magari non saranno nemmeno nelle condizioni di poter diventare un tutore legale, ed ecco perché si consiglia una lista e non una sola persona, ed ecco perché c'è il giudice di pace che interviene con i suoi criteri ed usa quella lista come presioze informazioni aggiuntive. Il tutto viene poi reso disponibile a livello nazionale in un registro speciale che tutti i giudici di pace consultanto in queste casistiche. Al notaio vanno giusto 200 e qualcosa euro, con la possibilità di aggiornare la dichiarazione in futuro, in qualsiasi momento.

Quindi, se ci succede qualcosa, almeno potremmo ancora contare qualcosa nel destino dei bambini. Perché, appunto, quando si hanno dei figli si pensa a loro anche dopo di noi.

Perché i risultati del voto all'estero son così diversi - F.A.Q.

In Italia il M5S è stato il partito più votato, mentre all'estero ha trovato pochissimi consensi al confronto, come mai?

Difficile leggere nella mente di tutti gli italiani all'estero che han votato, ma si possono fare delle buone ipotesi. Se guardiamo i risultati del Brexit, il populismo (Leave) a Londra ha perso. Se guardiamo alle ultime elezioni francesi, il populismo (FN) a Parigi ha perso. Se guardiamo alle ultime elezioni americane, il populismo (Trump) a New York ha perso. Si nota un certo pattern? Laddove ci sia più apertura mentale, laddove ci sia il contatto con un'altra realtà, con maggiore diversità, propagande populiste trovano meno consensi. Slogan del tipo "prima gli italiani", usato moltissimo dalla Lega ma anche dalla Lombardi (M5S) - per esempio - nelle elezioni regionali del Lazio, non sono messaggi vincenti per chi nel quotidiano vive già in un villaggio globale. Se vale per cittadini della stessa nazionalità, ma nel confronto tra capitale e periferia, per chi vive all'estero probabilmente risulta ancora più accentuato.

Cosa vuoi dire, che gli italiani all'estero sono diversi dagli italiani in patria?

Sono probabilmente meno suscettibili al populismo, anche perché se gridi, se parli alla pancia, la pancia degli italiani all'estero è probabilmente meno "vuota": altrove hanno trovato un equilibrio che in patria non avevano, hanno trovato meritocrazia, sono riusciti a fare qualcosa, magari non sempre a realizzare i propri sogni ma qualcosa in più rispetto allo loro situazione in patria, sicuramente. Ecco, hanno forse perso quel rancore, quella rabbia, quella difesa che avevano contro il "sistema", e quindi parlare alla pancia non trova la stessa sintonia. Di nuovo, il populismo non attacca. Se poi vivi ogni giorno in un altro paese, in un'altra cultura, con un'altra lingua, e in ufficio ogni giorno sei confrontato con colleghi di quattro cinque nazionalità diverse, beh sei necessariamente un po' "diverso" dagli italiani in Italia, perché diverso è il contesto. Sei sicuramente più europeista perché l'Europa, quella unita, la vivi e ne vivi i vantaggi. Ancora, sei immune da certi messaggi (populisti).

E come mai lo stesso pattern non si è visto a Roma, la capitale?

Perché Roma non è Parigi né Londra né New York, potremmo dire. E in generale, perché l'Italia non ha ancora quella diversità culturale che altri paesi al mondo stanno vivendo già da anni (né la stessa brain gain, ma soltanto una continua crescente brain drain). Eppure, a Roma e Milano lo stesso pattern, o qualcosa di simile, si vede: a Roma il PD ha comunque preso di più rispetto al resto d'Italia, la Lega di meno. A Milano il populismo non ha insidiato il centro della città, rispetto alla periferia, e in generale il PD è andato molto meglio.

Non staremmo forzando un poco alcuni dati per far passare un certo messaggio?

Difficile dirlo, stiamo sicuramente cercando di leggere qualche relazione tra il voto all'estero e quello in Italia. C'è un dato di fatto, che il PD ha vinto all'estero e il M5S è quasi scomparso. Un altro dato che potremmo considerare è che stando ad alcuni studi il PD sarebbe diventato il partito dell'élite, e potremmo dire che gli italiani all'estero son in un certo senso più élite rispetto a quelli in patria, perché hanno trovato una stabilità, perché hanno un certo curriculum, perché hanno dato una svolta in un certo senso alla loro vita, altrove. Ma anche questo dato è stato abbastanza criticato. Ancora una volta, trovare correlazioni tra dati può essere un rischio, ma è anche vero che i giornali hanno gridato alla sconfitta del PD e la vittoria della Lega, ma è una mezza verità: il PD ne è uscito sconfitto rispetto alle precedenti elezioni (e la sua storia recente) e la Lega ne è uscita vittoriosa rispetto alle precedenti elezioni (e come coalizione), ma sono confronti, sono sconfitte (e vittorie) relative. I dati assoluti ci dicono che il primo e il secondo partito sono il M5S e il PD. Sotto questa luce, il voto all'estero non è una grossa contraddizione.

E Berlusconi?

Non scherziamo. Berlusconi all'estero non credo possa muovere masse, semmai lo abbia fatto. Se ad ogni uscita chiami Obama abbronzato, La Merkel culona inchiavabile, Schulz soldato nazista, beh non stai sfoggiando una grande italianità all'estero in cui identificarsi. Senza contare gli scandali, le polemiche, le vergogne degli anni passati e l'associazione oramai indelebile del personaggio nella stampa estera: un pagliaccio pericoloso. Insomma, non mi aspetterei mai un Berlusconi vincente nel 2018, né in Italia né tantomeno all'estero.

Va bene, Berlusconi No, populismo No, il PD come alternativa. Ma allora come mai in Irlanda gli italiani hanno dato quasi un 40% al M5S?

Ecco. Conferma che finora abbiamo cercato di analizzare dati ed umori, ma che non abbiamo la sfera di cristallo. Conferma anche che la Guinness a Dublino è veramente buona.

La patria è una cazzata

Te ne accorgi mezzo distratto, perché oramai a certe cose neanche ci fai più caso, eppure quell'anniversario a doppia cifra è scappato via senza neanche lasciar traccia, perso e sommerso tra la centrifuga quotidiana d'impegni, automatismi, compromessi imperativi. Eppure. Son dieci anni che vivi altrove, all'estero, lo chiamavi. Sei partito una mattina di novembre del 2007, il solito biglietto low cost di Ryanair che ti portava a Dublino, da solo, con una valigia 8 chili più pesante del normale, per la bilancia dell'aeroporto, tu naive fino al midollo, per l'età e i sogni in testa poco ordinati, ci volevi mettere tutto in quella valigia, perché la paura di lasciar qualcosa d'inutilmente importante era troppa. E perché mettere nella valigia era più facile che mettere in testa. Trascinarsi dietro il mondo cotonato era più comodo e naturale che affrontare la paura delle incertezze. Eppure. Hai avuto la tua buona dose di shock culturale, hai superato prove, imparato cose, collezionato memorie, sguardi, amicizie leggere e non, mentre contavi ogni anno all'estero come una cicatrice in più da mostrare al prossimo incontro d'expats. E i ritorni, la nostalgia, la qualità di vita, la famiglia, la lontananza, il clima, il cibo, la lingua. Il bidet. Le hai passate tutte, quelle fasi metafisiche ed esistenziali dell'italiano all'estero, perché sì eri ancora italiano ed eri ancora all'estero. Eppoi la normalità ha confuso estero e patria, altrove e chissà. La patria, la patria, in tutte le sue salse, dalla politica carnevalesca alla ricetta religiosa del tiramisù, tra accenti smorzati e riferimenti ingrossati, in amplessi d'emozioni spesso estreme perché sentimenti e reazioni non si parlano, s'attaccano, ti consumano. La patria. Ti ha perseguitato in ragionamenti viscerali sull'essenza di un concetto, un pilastro, un altare, così fragile quando si desnuda altrove. E infatti non c'è più, la patria, né l'estero. Quello che rimane è qualcuno in un posto, con una cultura che evolve, si mescola, si confronta, interagisce e s'arricchisce. La patria è una cazzata, che come tante altre cazzate nella vita ci portiamo addosso come una medaglia importantissima, come una radice fondamentale e vitale che se non c'è oddio la terra intorno si sgretola, il terreno non regge ai cambiamenti, alle piogge, ai cambi di stagione, crolla tutto, ai confronti, crolla tutto, le frane, le alluvioni, allo sconosciuto, si sgretola, si sgretola. E poi invece non ce n'era bisogno, semplicemente. Non si sgretola un cazzo. Oppure, lascia che scivoli via tutto il superfluo. Ecco. Quello che rimane sei tu. Sei così poi tanto brutto senza questa cazzo di patria?

Mentre vivi fuori

Quando vivi fuori, che sia all'estero o abbastanza lontano da casa da uscire da una bolla ed entrare in un'altra, dove fuori appunto è fuori dal tuo intorno e conoscenze, ecco ci son cose a cui non si pensa quasi mai, nonostante la loro importanza: se ti succede qualcosa, mentre vivi fuori. All'estero, come al solito, si applicano cose simili, ma nella cassa di risonanza della distanza e oltre i confini nazionali ci son giustamente alcune complicazioni, di lingua, di connessioni, di procedure. Se ti succede qualcosa, mentre vivi fuori, ci son cose che avresti potuto preparare, ci son cose che si possono fare col minimo sforzo e che, casomai, tornano utili se non a te almeno a chi avrà bisogno di avvicinarsi a te, velocemente.

Ecco quindi alcune cose che, quando vivi fuori, non sarebbe male preparare:

  • Condividi informazioni: il tuo indirizzo di casa, quello dell'ufficio, il tuo conto in banca, le coordinate, qualsiasi cosa che, se ti succede qualcosa, possa essere utile agli altri. Scrivi tutto in un'email o un documento condiviso sul cloud (Google Drive, Dropbox, per esempio) e condividilo con persone fidate (genitori, fratelli, migliori amici). Non condividere password o dati sensibili, il più delle volte non ce n'è bisogno. Non condividere solo le tue informazioni: anche quelle del tuo partner potrebbero tornare utili (se succede qualcosa a entrambi) o quelle su eventuali figli.
  • Identifica persone del luogo: un amico che parli la tua lingua natia e una delle lingue del lungo, possibilmente più di un amico, il suo numero di telefono, il suo indirizzo, l'email, va aggiunto poi a questo documento: se ti succede qualcosa, lui o lei potrebbero aiutare gli altri, soprattutto in difficoltà linguistiche o semplicemente perché conoscono te e il posto in cui vivi. Metterle al corrente della cosa non farebbe male. Certo, Facebook o altre reti sociali possono già facilitare il contatto di persone sul luogo a te vicine, ma selezionarle a priori potrebbe facilitare di molto le cose.
  • Programma notifiche automatiche: Google Inactivity Manager è un ottimo esempio: se non usi la tua email per un certo periodo (giorni, settimane, mesi?) un'email viene inviata automaticamente a una lista di contatti scelti da te e con un messaggio preparato da te. Non aiuta nell'immediato, perché potrebbe essere già passato del tempo nei casi peggiori, ma è un modo per condividere cose, la propria legacy, anche se scrivere quel messaggio non è sempre la cosa più facile del mondo. Qui puoi condividere password e dati sensibili, al limite.
  • Fai sapere dove sei: nel caso peggiore, le autorità locali si metteranno sicuramente in contatto con l'ambasciata italiana sul posto. Se sei iscritto all'AIRE, si potrebbe guadagnare un po' di tempo, ma anche in caso negativo a quel punto sta alle entità italiane mettersi in contatto e far da tramite. Servizi tipo Dove siamo nel mondo possono tornare utili, non solo per delle vacanze.
  • Tieni sempre tutto aggiornato: hai appena traslocato? L'amico prescelto ha lasciato il paese verso nuove avventure? Hai cambiato lavoro? Ecco, tutti i preparativi di cui sopra non servono a molto se non rimangono aggiornati.
Quando in famiglia o tra amici lontani si riceve un documento condiviso di questo tipo, è normale, scatta il panico, perché si pensa sempre al peggio. E invece certe cose vanno preparate proprio quando tutto è tranquillo.

Quello che resta

Ci hai pensato quando tua moglie ti ha chiesto di togliere le molliche dalla tavola, ha chiesto come si dice questa cosa, sacudir el mantel, in italiano. E all'improvviso ti sei bloccato. Non lo sapevi più dire. Hai fatto ricorso al tuo dialetto, a quel scutuliare, probabilmente perché quell'espressione, di togliere le molliche dalla tavola, tra le mura domestiche l'hai sempre ascoltata in dialetto, fin dall'infanzia; o probabilmente perché spesso il dialetto è un rifugio, nell'intimità di ricordi che s'amplificano solo attraverso la pronuncia di certe parole. (Ma è un affacciarsi temporaneo da una finestra che poi chiudi senza troppa nostalgia). Scu-tu-lia-re, ti sei ripetuto, cercandone la controparte in italiano che non conoscevi più. Hai chiesto ad amici, di tradurti scutuliare il, volevi scrivere mesale, hai scritto mantello, scutuliare il mantello, direttamente dallo spagnolo; volevi dire tovaglia - e avresti fatto bene - ma non lo hai detto perché tovaglia, in spagnolo, vuol dire asciugamani e allora hai temuto l'ennesima trappola linguistica dei false friends. Ti hanno risposto scuotere, gli amici, scuotere la tovaglia, ma non andava bene, era ancora innaturale. Sbattere. Alla fine è uscito sbattere.

Ci hai pensato quando hai scritto ad un amico di aver trovato la suocera con le mani nella farina, ti sei fermato, ti sei corretto. O meglio, hai provato a correggerti, perché sapevi che non si usa la farina, in quell'espressione. Ma non sapevi quale altra sostanza, ingrediente, cosa andava al posto della farina. Di nuovo, qualcosa t'avvertiva dell'innaturalità di quel suono, di quella frase, ma si fermava lì sulla soglia di un dubbio a metà, tra frustrazione e rinuncia. Alla fine te l'han dovuto dire: marmellata, con le mani nella marmellata. E un Ah tra l'ovvio e la vittoria ha sbloccato l'ennesimo nodo neurale di connessioni culturali e linguistiche, senza però evitare che se ne creino altri, di nuovi, di risolti ma lasciati in un angolo buio per troppo tempo, di combinazioni di fatti, luoghi, proverbi, abitudini e memorie.

E ci hai pensato quando un amico a Bruxelles ha nominato in chissà quale contesto Jerry Calà. Aspetta, chi era? Hai esitato, guadagnandoti sguardi perplessi. Hai pensato fosse romagnolo, hai pensato fosse Umberto Smaila, hai pensato a film di Cristian De Sica, e poi una scintilla neuronale ha riaperto bauli polverosi di cultura impantanata e hai detto, come se lo avessi sempre saputo, No aspetta, libidine, doppia libidine, libidine coi fiocchi!

Siamo tutti esperimenti culturali, hai pensato, soprattutto quando si vive all'estero per un tempo abbastanza lungo, distaccati a sufficienza dalla cultura natia ed esposti, continuamente, ad altri balli d'alfabeti, modi di dire, fare, pensare. Ognuno insomma diventa un'isola culturale dove approdano in modo casuale influenze dall'altri mondi, si creano ponti su terre straniere, a volte lunghissimi e resi stabili solo dal tempo, dalla frequenza dei percorsi. Ma ahimè l'isola non basta per accogliere e trattenere, per arricchirsi e accumulare, e qualcosa si perde, nella silenziosa evoluzione del paesaggio, nel nuovo quotidiano che diventa abitudine. Però quello che resta vale la pena essere esplorato, rimescolato, vissuto, perché potrà sembrare un altro, un nuovo, un temporaneo, (una insalata?), ma quello che resta sei semplicemente tu.

Questione di dosi

Se ti rivelassero all'improvviso che grazie a determinate condizioni avresti meno compromessi e più libertà, difficilmente ne saresti disturbato, posto che quelle determinate condizioni le vivi già e non puoi farne a meno. Sarebbe, a quel punto, più prendere coscienza di quei meno compromessi e più libertà, che davvero guadagnarli. Sarebbe, semplicemente, rendersene conto e compiacersene, di meno compromessi e più libertà che non si pensava di avere o non s'erano mai considerati. Addirittura, sarebbe rivalutare certe cose sotto la luce di meno compromessi e più libertà.

Due o tre giorni all'anno di nostalgia non valgono i restanti 360 giorni di meno compromessi e più libertà, così come due tre giorni di raffreddore non possono valer più di un anno di salute.

Quando vivi all'estero c'è un'entità che non è lì con te, che idillicamente dovremmo sempre aver con noi, vicino a noi o almeno non troppo lontano, e che si associa sempre alla nostalgia, anche nell'epoca di Skype e dei voli low cost. La sua mancanza viene spesso vista come una sofferenza, uno svantaggio, un lato negativo, perché così dice la cultura, perché così sussurrano le emozioni dei primi giorni o di alcuni pomeriggi di debolezza emozionale. Eppure basterebbe accorgersene, di quei meno compromessi e più libertà, e quegli umori grigi, quei luoghi comuni, quelle trappole culturali, quei modi di pensare, scricchiorelebbero davanti alla coscienza onesta delle cose. Quando vivi all'estero la lontananza della famiglia è - senza azzardare semplificazioni - meno compromessi e più libertà. Anche se le cose non vanno bene, se ci sono problemi, soprattutto in quei casi, son meno compromessi e più libertà. Perché la famiglia può - ma non sempre è - essere una cosa bellissima, la cosa più bella, ma a giuste dosi. Dosi che, grazie alla distanza, lasciano meno compromessi e più libertà. E non è poco.

Certo, forse dovrei evitare considerazioni di questo genere mentre la suocera è temporaneamente sotto lo stesso tetto.

Cose che a Bruxelles

- Una coppia di amici in dolce attesa si ritrova dal ginecologo in un attimo di scomodo silenzio quando viene chiesto loro se, siccome non hanno lavoro e non hanno assicurazione privata ospedaliera, vorrebbero comunque usufruire del suo servizio durante il parto, ma in nero, a meta' prezzo, con la condizione che quelle stesse parole non siano state mai pronunciate, che avrebbe negato di fronte a qualsiasi altra persona, che nessuno ha mai visto o sentito nulla. Prendere o lasciare.

- Un'altra coppia di amici compra appartamento nei pressi del centro di Bruxelles e parla con l'attuale proprietario quando, appartandosi, sotto voce, viene offerto loro di pagare una parte di 15mila euro in nero, per abbattere costi notarili e bancari, ovviamente in contanti e nessuno ha mai visto o sentito nulla. Pare sia un'abitudine, in quel mercato.

- Un amico riceve un'offerta anche abbastanza alta da un'azienda di consulenza per un lavoro in Commissione Europea, ma quando si trova di fronte il contratto si accorge che son due, uno registrato in Belgio e l'altro a Cipro. Sospettoso s'informa meglio in giro e pare che la stessa azienda, per altri consulenti in Commissione, si ritrovi spesso a non pagare mensualita', a ritardi imbarazzanti, a rinnovi contrattuali con triplo salto carpiato avvitato.

Ah, la trasparenza immacolata del nord Europa.

E sembra che in città ci sia qualcuno che non è finito mai in tivù

Ma che belli vederli all'opera, quegli italiani all'estero che creano, fanno cose, sperimentano, s'impegnano in attività nuove, s'uniscono ad altri ragazzi all'estero e fanno teatro, organizzano eventi, imparano a suonare uno strumento, finiscono in un concerto ma non come spettatori, si ritrovano a spolverare vecchi sogni e nuove sfide; ci son italiani all'estero che non avrebbero mai immaginato di ritrovarsi su un palco di teatro, alla cassa di un mercato biologico, alla riunione di un quartiere in transizione e tante altre attività completamente slegate dal lavoro che altrove han conquistato, soprattutto in quei casi, quando non c'è connessione alcuna con il cv memorizzato, con quello che facevano prima, con i progetti che avevano sull'aereo all'atterraggio, nelle chiacchiere che arricchivano di speranze con gli amici alla partenza; e lo fanno per socializzare, per crearsi un gruppo, per riaccendere un hobby, per assecondare un istinto o convinti dal compagno d'appartamento, coinvolti dal conoscente del corso serale di lingua, e lo fanno anche e probabilmente perché rotto un equilibrio, quello del mondo di prima, diventa più facile provare, si è maggiormente aperti a sfidarsi, a improvvisarsi, a contribuire, accompagnare. Son belli, quei ragazzi all'estero, quando gli vedi il sorriso della soddisfazione alla fine delle cose, un po' increduli un po' ritornati bambini, se altrove han ritrovato passioni, han riscoperto giochi, condiviso giocattoli, perché sono la prova della flessibilità umana, della sopravvivenza ma soprattutto di quella legge universale di Paul Eluard, di quel "creato, io creo, è l'unico equilibrio, è l'unica giustizia", e loro son belli perché appunto creano, creano cose e legami, con gli altri e anche tanto con se stessi.

Dell'Italia che uscì dall'Euro

Erano passati già diversi anni dall'uscita dell'Italia dall'Euro, ma ogni volta che arrivava all'aeroporto di Fiumicino non poteva non fermarsi alcuni secondi ad osservare quella mappa esposta così grande, così fieramente, dell'Europa d'un colore e dell'Italia d'un altro, anzi di un tricolore, e di tutta quella gente che ci si fermava davanti per una foto, con il sorriso, come se stessero davvero davanti ad un monumento storico importantissimo o ad un cambio epocale, un po' come con le mappe dell'evoluzione dell'Impero Romano, quelle che si intravedevano sulla destra quando dai Fori Romani si andava al Colosseo, anche lì ci fu chi in quegli anni aveva proposto di aggiungerne un'altra, dell'Italia fuori dall'Euro, ma proprio quelle mappe lo facevano tanto ridere, ogni volta che ci passava di fronte, perché ne mostravano l'espansione fino al culmine, ma non la caduta, ecco perché aggiungerci adesso quella dell'Italia fuori d'Euro sarebbe stata l'ennesima inconsistenza patriottica, ma l'Italia ne era piena, di quei controsensi lì, nel 2023. Come lo annoiava poi dover cambiare ad ogni arrivo i suoi euro in lira, nella nuova lira, se ne ricordava non appena usciva dall'aeroporto, non appena intravedeva quel monumento enorme, quello alla Nuova Lira, di quella donna che sola era riuscita a sconfiggere la crisi grazie all'unione nazionale, e subito metteva la mano nel portafogli per controllare se ne aveva abbastanza per la giornata, lui che viveva all'estero e usava quella moneta straniera, l'euro.

Nel taxi gli piaceva sempre domandare come andavano le cose al tassista, che non mancava mai di lamentarsi sebbene l'Italia della nuova lira attraversava uno dei suoi massimi splendori economici. Certo, i primi tempi dopo il cambio furono pieni d'incertezze e problematiche, ma non ci fu quell'inflazione sfrenata che i sostenitori dell'euro avevano previsto né il crollo dei mercati o le invasioni bibliche di cavallette; beh, non si ebbero neppure tutte le richezze e vantaggi promessi dai sostenitori dell'uscita dell'euro in effetti, ma il punto fu proprio quello: entrambe le parti ebbero torto e ragione, in quella scienza che non è puramente matematica, l'economia, ma spesso ha bisogno di previsioni, proiezioni, ipotesi e statistiche, e non tiene conto delle evoluzioni possibili, giochi di potere, accordi, interessi e politica, che si susseguirono incessanti, sempre all'ombra di un complotto gigantesco per molti, che nessuno ovviamente seppe mai formalizzare. Chiacchere da bar, le chiamava il tassista, mentre passava davanti ai resti del Colosseo, oramai quasi dimezzato dopo gli ultimi crolli per i mancati interventi: l'Italia era sì ricca, ricchissima, nel 2023, ma la ricchezza non migliorò molto il paese, anzi. Più ricchezza si trasformò repentinamente in equazioni d'assurdità italiche in più corruzione, più mafia, più casta. Le cose andavano sì meglio, molto meglio, ma si continuava a non investire nei beni culturali, nella ricerca, nella sanità: non bastano alcuni bilanci positivi per cambiare una cultura, gli aveva detto all'aeroporto il barista servendogli un espresso eccellente e barbottando qualcosa sul figlio dottorando, che aveva ricevuto richieste dall'estero ma che adesso aveva paura di partire, di diventare un cervello in fuga con tutto quello che all'epoca comportava. La campagna dell'odio contro i cervelli in rientro poi, fu qualcosa d'assurdo nel 2023: molti italiani all'estero decisero, in numero sempre crescente, di rientrare vista la nuova crescita economica e l'ottimismo che ne derivava, ma in patria non trovarono certo un buon clima né quelle condizioni di lavoro a cui erano abituati altrove. Da "vigliacchi", "traditori", da "è facile lasciare la nave quando affonda", passorono ad essere "opportunisti", quelli che "comodo rientrare quando le cose vanno bene", "dove siete stati mentre qui si soffriva", "ce l'abbiamo fatta anche senza di voi" e così via. Molti li odiavano in un clima surreale dove non mancarono episodi di teppismo in effetti, di squadrismo organizzato all'uscita degli aeroporti, d'interrogazioni parlamentari per evitargli di rientrare, di approfittare di quella nuova ricchezza. Ricchezza di danaro ma non di spirito.

L'Italia del 2023 era ricca, ricchissima, ma anche tanto razzista, contro gli immigrati, anche quelli europei, e contro gli italiani, quelli all'estero che rimanevano o tentavano di rientrare. Lampedusa, per esempio, fu prima messa in vendita per scrollarsi di dosso i problemi degli sbarchi, e poi dichiarata stato indipendente, per poterla sanzionare e dichiararle guerra ad ogni nuovo sbarco sulle coste siciliane. La ricchezza offriva soluzioni facili e la geniliatà, quella tanto ostentata ma mai misurata adeguadamente, scarseggiava o veniva inghiottita da propagande e chiacchiere. Di chiacchiere si riempivano i politici, soprattutto quelli che avevano gridato all'uscita dell'euro, ne erano usciti vincitori dopo la rinascita economica ma al contempo vuoti: non avevano altre idee in realtà, il loro grido era stato di pura ricerca di consensi, appiglio al vento di destra che scosse un po' tutto il continente ma che rimase poi insipido quando s'arrivò al bisogno di un programma ben strutturato ed efficace. Con dei vincitori del genere, le cose non potevano certo migliorare. Ma avevano vinto, e i vinti hanno sempre ragione, purtroppo. Questo pensava, mentre il tassista imprecava contro l'ennessimo blocco della polizia, non si poteva passare nei pressi dello stadio per l'ennessima manifestazione degli ultras, che chiedevano ancora una volta dichiarazioni di guerra a mezza Europa: l'uscita dall'euro col tempo risultò in molte relazioni disgregate, in un'isolazione sempre crescente del paese e di tutto ciò che lo riguardava, il campionato italiano di calcio per esempio, nel 2023, non aveva più accesso alla Champion League. C'erano i soldi, tanti, per comprare i migliori talenti stranieri sul mercato, che però non volevano andar a giocare in Italia senza l'accesso a quella competizione e in più in quel clima d'intolleranza e anarchia. Eppure, si continuava a dire che era il campionato di calcio più bello del mondo, secondo gli italiani. Così come il paese, il cibo, il clima, la moneta.

Lasci stare, continuo a piedi - disse al tassista. Con l'idea di fare due passi e arrivare a casa degli amici, lì a qualche isolato di distanza, ripensò a cosa era rimasto di quell'Italia che aveva lasciato, 30 anni prima, a cosa assomigliava quella giostra di ricchezza economica e problemi raddoppiati, quell'orgia d'interessi e odi, e perché continuava a sentirla nonostante tutto ancora un po' sua. Non ebbe il tempo di rimasticare quei pensieri però, quando la polizia lì nei pressi dello stadio lo fermò per un controllo e scoprì che era un italiano residente all'estero, quando iniziarono prima a ridergli in faccia, a dispreggiarlo, provocarlo in cerca d'un pretesto, quando poi lo portarono in un angolo per picchiarlo, bastonarlo, lasciarlo esamine a terra, quando morì senza il tempo di capire dov'era davvero, in quella terra natia, ricchissima, maledetta e straniera.

D'emigranti che non sanno il perché

E mentre mescolava quell'impasto d'esseri umani e aromi non sempre appetibili, un dio senza nome sapeva già che non tutti sarebbero venuti come in principio aveva pensato, il forno dell'evoluzione in fondo cambiava sempre un po' la ricetta e di generazione in generazione poi bruciacchiava qualche combinazione, ogni tanto, ma quel dio senza nome si giustificava nel nome di un equilibrio universale pur sempre mantenuto, in quella legge dei grandi numeri che qualcuno avrebbe poi intuito. Lasciava a riposare piccoli pani d'impasto, già ben lievitati col tempo d'intrecciarsi per bene, ne prendeva poi a caso uno e lo divideva per metà, in una mano riusciva a prendere abbastanza impasto da creare l'anima d'un nuovo essere umano e soffiarla via in quell'involucro che in terra avrebbe preso vita, nell'altra mano l'altra metà d'impasto e via, la vita correva veloce mentre il tempo lento l'affiancava. E soffiava, il dio senza nome, su una mano e sull'altra nella stessa direzione, e due nuove vite fiorivano lì, in quella regione dell'est, altre due ancora più giù e altre due appena prima di quelle montagne a sud. Poi, annoiato del soffiare sempre allo stesso modo o nello stesso verso, il dio senza nome iniziava a rompere il ritmo e quasi danzare, in un attimo d'euforia improvvisa, e così due manate dello stesso pane, due anime fino a poco prima un tutt'uno, venivano soffiate una ad ovest e l'altra a nord, una lì, su quell'isola lontana, e l'altra a mille chilometri più giù, in quella città già affollata. E in quei brevi momenti di squilibrio, quando il dio senza nome preferiva l'improvvisazione ai sui modi da catena di montaggio, succedeva che due anime con qualcosa in comune, due tranci della stessa massa, si dividevano finalmente su lunghe distanze, per prendere vita ma con una grossa mancanza. E succedeva pure che, tra un soffio a destra e l'altro a sinistra, alcune molliche dei due impasti, alcune briciole di quell'unico impasto originario, cadevano al centro, lì, su quella città nella vallata ad est, per non dar vita ad un altro essere umano, troppo poca la dose in questione, ma pur creare un qualcosa che ad occhi nudi sarebbe però sfuggito o almeno a chi non fosse della stessa pasta.

E succede poi, in quel mondo di vite e casualità, che alcuni decidono un giorno di cambiare, di spostarsi, d'emigrare. E c'è chi lo fa perché stufo delle condizioni attuali, c'è chi insoddisfatto cerca altrove nuovi stimoli e opportunità, chi si giustifica soltanto con la voglia d'avventura e chi vomita insulti e odi verso la terra natia che non l'ha saputo trattenere. Ognuno col suo motivo, ognuno con la sua storia da raccontare e le sue speranze da raffinare, di notte sotto un cielo sconosciuto, arriva in cerca di vita nuova con l'euforia e il dubbio del cambiamento che non può controllare. E alcuni, tra tutti quegli emigranti in fila all'aeroporto, ridono, si lamentano, soffrono, si migliorano, tornano, restano, ma non lo sanno, che tutto il resto eran solo scuse per connessioni neurali e sequenze di parole, che tutto il resto in realtà non contava e si partiva, ci si incontrava lontano, perché l'altra parte dell'impasto o quelle briciole comuni, l'altro pezzo da trovare, incontrare, baciare, non era lì dove s'era, era altrove. Succedeva così che il greco trovava la sua metà d'impasto bionda ed alta in Svezia o che un italiano incontrava il suo angelo spagnolo in Irlanda, perché le loro briciole eran cadute sul tavolo consumato di un pub. E così alla perenne domanda Perché vai via? non l'economia, non la politica, non la cultura né tanto meno l'avventura, la risposta sincera di tanti emigranti ignari e irrisoluti sarebbe stata, se solo avessero saputo di quella danza repentina del dio senza nome, Perché vado via? Vado via per amore.

E io dovrei credere a tutta questa storia!? - Esclamò sorridendo la ragazza francese, in quel bar di Londra parlando con quello sconosciuto.
Io penso che non ci siamo ritrovati qui per caso. - Rispose sicuro il ragazzo portoghese.
Non so che nome possa mai avere questa tua religione, non è meno buffa delle altre ma almeno mi ha fatto sorridere, mi hai convinto, andiamo a ballare insieme! - E lo prese per mano, mentre la musica nel bar si mescolava a parole e brindisi.
E poi - pensò il ragazzo portoghese, mentre veniva strattonato tra la folla euforica e rumori di bicchieri che si frantumavano - e poi dicono che le religioni sono inutili..

Ah, esportare la cultura

E mi sembra anche giusto, che all'Istituto Italiano di Cultura si esporti giustamente una certa cultura. Coerenti, in fondo.

Come da ragazzini nei bagni della scuola

Ma caro ragazzo italiano che non posso far a meno di ascoltare, quando l'orecchio si sintonizza inevitabilmente su suoni che riconosce distinti, linguaggi che sa decifrare pur tra il rumore accentato della metro brussellese, te ne potrei fare una colpa del fatto che hai prontamente nominato La grande bellezza all'amico o conoscente straniero che pur si destreggiava in un italiano altalenante, mentre lui ti voleva invece parlare di 12 anni schiavo e tu non conoscevi il film né sapevi che faceva parte della famosa notte degli oscar, e relative premiazioni quindi; te ne potrei fare una colpa per quel sorriso da orgasmo repentino quando hai nominato La grande bellezza richiamando vittorie adolescenziali di chi ce l'ha più lungo nei bagni della scuola, solo perché quel film ha un nesso con te per semplici appartenenze nazionali ed ecco che automaticamente te ne fai ambasciatore, mentre l'amico o conoscente voleva in realtà parlare d'altro, ignorando lunghezze ostentate e doti inappropriate; te ne potrei fare una colpa, caro ragazzo italiano nella metro di Bruxelles, per quel sorriso da vantaggio acquisito al nominare il titolo di un film, come se ne avessi partecipato alla realizzazione, quasi se adesso, per magia, comparisse tra i tuoi segni particolari sulla carta d'identità, ma solo per qualche giorno, il tempo di vantarsene, il tempo di dimenticarsene, il tempo di ripescarlo alla prossima occasione e presentarlo sul banco di conversazioni doganali in cerca di bandiere da ostentare; e te ne potrei pure fare una colpa perché non conoscendo invece gli altri film, anzi proprio quelli che han ricevuto più premiazioni, confermeresti quell'atteggiamento tipico di chi filtra soltanto i dettagli che ne possono aumentare prestigio e ignora il resto, il contesto, gli atri, confermeresti quella gloria dei monumenti più belli del mondo che però non si son mai visitati, stan lì, vicino casa, son bellissimi, ma si lasciano ai turisti, o al degrado, o quell'altro del cibo più buono del mondo, tacciando il diverso per inferiore, inconfutabilmente.
Ecco, caro ragazzo italiano, non te ne posso fare una colpa però, perché sarebbero soltanto supposizioni personali o giochi di parole di chi vuole in realtà arrivare ad una conclusione ben precisa con il pretesto di una leva occasionale, come si fa spesso sulla rete come al bar, o in salotti di scimmie urlanti a riempire palinsesti televisivi; ma soprattutto non te ne posso fare una colpa perché quel sorriso, quell'emozione improvvisa per un proclamo illegittimo non è altro che una delle tante espressioni della patria che è in te, fatta spesso di superlativi assoluti e reazioni istintive, che all'estero più che mai ha il bisogno d'eiaculazioni celebrali appena sente odor di confronto, conflitto, identificazioni e orgogli improvvisi quanto fragili. Avrei voluto dirtelo però, che vivendo altrove un giorno - magari - ne avrai la consapevolezza, di quella patria che è in te, e tutto ti apparirà esattamente come quella scena, tra imbarazzante e simpatico, un po' ridicolo però spontaneo, quella scena dei ragazzini a misurarsi il pistolino nei bagni della scuola.

Espulsi in Europa pur essendo europei, FAQ

Il caso di Silvia Guerra, italiana a Bruxelles espulsa da un paese comunitario, ha fatto un po' il buzz in rete perché - dicono - un cittadino un europeo non può essere espulso da un altro paese europeo, ma è vero?
Dicono, pensano e scrivono, (pseudo)giornalisti e commentatori d'impulso, ma pochi si documentano, questo è il male di gran parte del giornalismo da titoloni e anche di una parte della rete (questo blog compreso). No, non è vero che un cittadino europeo non può essere espulso da un paese comunitario. Sì, può essere espulso eccome, è tutto nero su bianco [link a pdf]. Succede, per esempio, anche a cittadini francesi in Belgio.

Ma come è possibile, che Europa è questa?
L'Europa reale, spesso diversa da quella idealizzata o da quella supposta, è quell'Europa che ancora consideriamo sotto "politica estera" ma che ci sorprende quando non si comporta come credevamo, quando non è abbastanza comunitaria, unita, e allo stesso tempo rinegghiamo quando s'intromette troppo negli affari nazionali. Vogliamo che sia l'Europa di tutti, ma non la nostra. Oppure, vogliamo che sia la nostra, ma non sempre. Per il momento è un'Europa in costruzione.

Quindi quali sono le regole da rispettare per un cittadino europeo in uno stato membro?
Non sono molte. Bisogna dichiarare la propria presenza dopo i primi 3 mesi per studio, lavoro o turismo, o dopo 6 mesi se in cerca di lavoro (da dimostrare, in qualche modo). Altrimenti? Si rischiano sanzioni, ma non l'espulsione. Questa è la mobilità nell'area Schengen: non ci sono controlli tra frontiere interne (non sei obbligato a mostrare la tua identità, ma devi sempre aver con te i documenti necessari, nel caso sia richiesto).

E dopo i tre o i sei mesi?
Dopo quel periodo possono prolungare la propria residenza tutti i lavoratori, dipendenti o indipendenti (o non lavoratori ma vittime di incidenti, registrati come alla ricerca di lavoro, studenti che abbiano risorse sufficienti al proprio sostentamento, perché sì, potrebbero altrimenti diventare un peso per il welfare del paese membro). Per disoccupati (o pensionati) bisogna inoltre dimostrare di potersi auto-sostenere ed essere coperti da un'assicurazione medica. E qui sorge il problema.

Quale problema?
Che se queste condizioni non sono rispettate o se si giudica che non siano ragionevoli (o addirittura in caso di ordine pubblico, pubblica sicurezza, motivi sanitari), il paese membro ha diritto ad esaminare il caso e procedere, qualora lo ritenesse opportuno, all'espulsione. Vale per tutti i paesi europei, quindi sì, un paese membro può espellere un cittadino europeo. Però attenzione: c'è un però..

Però?
L'espulsione non è un bando! Si può ritornare nel paese membro in qualsiasi momento, è un nostro diritto, ovviamente rispettando le condizioni di prima. Inoltre, dopo 5 anni di continua residenza legale, si può acquisire il diritto di residenza permanente e quindi non più soggetti alle condizioni di cui sopra (attenzione: si può però perdere questo diritto per un'assenza più lunga di 2 anni).

Questo cambia un po' il caso di Silvia Guerra quindi?
Lo cambia e non lo cambia. Lo cambia, perché sappiamo qualcosa in più, o meglio che l'Europa è diversa da quella immaginaria. Non lo cambia, perché di tutti gli articoli in rete si ripetevano 3-4 frasi sotto titoloni allarmanti e considerazioni imbarazzanti, nessuno forniva in realtà dettagli che potessero aiutare a capire di più (o giustificare certe affermazioni, in caso i dettagli non si potessero divulgare per motivi di privacy o legali). Di certo, questa storia non aumenta la nostra fiducia nella qualità di un certo tipo d'informazione. E buona Europa a tutti.