Dopo l'ennesima edizione di un tg1 da paura, dove la verità viene perfettamente mascherata marcando il tono su parole favorevoli agli interessi dei piani alti e si passa veloce sulle parti importanti di una sentenza che dovrebbe far riflettere per tematiche e conseguenze, mentre si lascia commentare proprio a Dell'Utri le vicende di oggi mostrando agli italiani una faccia totalmente filtrata e truccata della notizia, magari c'è chi dopo la lettura delle poche righe, dopo la stesura del copione, appena dopo la scrittura del palinsesto ha avuto un sussulto di vergogna, ha pensato a quanta menzogna trapelava da quel giornalismo di regime, ma quel sussulto sarà durato giusto un attimo, un secondo di coscienziosa penitenza che già vale tutta una assoluzione nella morale di chi pensa agli interessi personali, a non perdere il posto di lavoro, chinando il capo di fronte al potere, soggetti a comandi indiscutibili, dove l'etica di giornalista e l'ahimè utopico verismo verghiano devono piegarsi alla propaganda e all'immagine del partito, a voleri influenti ed accordi necessari.
Sulla bilancia di quei diffusori di mezze verità contano sicuramente tutto gli interessi personali, la carriera, il lavoro, lo stipendio, le amicizie importanti, le promesse ed i patti sottovoce; contano sicuramente nulla le immagini trasmesse al paese, le notizie diffuse all'ora di punta, entrando nelle case degli italiani e diffondendo in continuazione cronache ben assemblate per la grande macchina televisiva di finzione e consensi. Su quelle bilance pesa sicuramente tanto il proprio conto in banca e l'equilibrio del proprio micromondo, che rimanga immutato, che non cambi, che continui in quella struttura che se pur precaria riesce ad andare avanti e garantire interessi individuali; il resto, la morale, la verità, l'informazione ed il giusto per gli altri, è tutto troppo leggero per cambiare qualcosa, quella bilancia non si muove ed il risultato rimane immutato.
Ecco perché non ci sarà mai una rivoluzione in Italia, nonostante la coscienza delle cose, nonostante lo sdegno se pur corrotto da una lenta e innaturale assuefazione a fatti, vicende, pugnalate alla democrazia e alla pluralità di informazione: contano troppo gli interessi personali, pesa decisamente tantissimo il proprio micromondo, nel complesso egoistico delle necessità primarie, pensando a domani ma non troppo nel futuro, sulla bilancia del sorriso quotidiano conta stare bene oggi, nel punto in cui ci si trova; il bene del paese, la coerenza, la giustizia, sono cose troppo lontane, in questo distacco creato tra politica e cittadini, in questo baratro emerso tra bene comune e bene personale, la bilancia pende costantemente da un lato ed il paese è amaramente troppo leggero.
Quei belgi comunisti
Cosa succede quando la polizia non ci vede chiaro sull'operato di una commissione creata dalla Chiesa per indagare su reati della Chiesa (che già è tutto dire) ed interviene in modo diretto ed inatteso? Quando uno stato, quello laico per davvero, cerca di fare chiarezza senza badare a preghiere e richieste, ma intervenendo come sia giusto fare in modo legale e legittimo? Arriva subito la scomunica moderna, lo sdegno, lo stupore ed il rammarico, perché bisogna avere rispetto, perché i panni sporchi vanno lavati in famiglia senza intromissioni, in quell'organizzazione medioevale che cela e va avanti, nei suoi patti di potere con lo stato, ben armata di parole e fedeli. E la scomunica arriva in pieno stile berlusconiano, con attacco a denigrare e tirare in ballo addirittura regimi comunisti (e trasmesso in modo unilaterale dal tg di partito), come se tutta la morale cattolica fosse solo una favola da recitare e poi contraddire, come se tutta la grossa (e grassa) veste di parabole, samaritani e filastrocche fosse solo una pelle ben venduta a celare politica e potere.
Così da oggi anche i belgi sono comunisti per aver infranto il regno della Chiesa (e dell'omertà), cercando di chiarire possibili reati di occultamento di prove e coinvolgimenti, e per l'ennesima volta la Chiesa mostra le unghie e la sua faccia reale. Per fortuna non tutti gli stati ne sono succubi (o fraterni alleati nel gioco degli interessi individuali) e magari si potrebbe fare davvero chiarezza sui numerosi reati di pedofilia ed abusi in un paese tra i primi vittima di questi scandali. Quello che fa più paura invece è vedere centinaia di persone accorrere ogni domenica sotto la finestra dell'ultimo patriarca nella grande piazza dalle arcate che abbracciano e attendere impazienti, applaudire estasiati le sue parole quando è palese che nei fatti c'è falsità e contraddizione, non ci si può rispecchiare in quella figura e quelle mosse da statista, almeno fin tanto che si creda davvero e con coerenza in quella morale cattolica tanto ostentata ma che invece amaramente fallisce, puntualmente, inevitabilmente.
Così da oggi anche i belgi sono comunisti per aver infranto il regno della Chiesa (e dell'omertà), cercando di chiarire possibili reati di occultamento di prove e coinvolgimenti, e per l'ennesima volta la Chiesa mostra le unghie e la sua faccia reale. Per fortuna non tutti gli stati ne sono succubi (o fraterni alleati nel gioco degli interessi individuali) e magari si potrebbe fare davvero chiarezza sui numerosi reati di pedofilia ed abusi in un paese tra i primi vittima di questi scandali. Quello che fa più paura invece è vedere centinaia di persone accorrere ogni domenica sotto la finestra dell'ultimo patriarca nella grande piazza dalle arcate che abbracciano e attendere impazienti, applaudire estasiati le sue parole quando è palese che nei fatti c'è falsità e contraddizione, non ci si può rispecchiare in quella figura e quelle mosse da statista, almeno fin tanto che si creda davvero e con coerenza in quella morale cattolica tanto ostentata ma che invece amaramente fallisce, puntualmente, inevitabilmente.
la prochaine.. dans quatre ans
Quello che mi mancherà sicuramente tanto di questi mondiali di calcio non sono le partite, nemmeno i goal sperati e tanto meno le infinite chiacchiere e formazioni previste o migliorabili, ma l'atmosfera brussellese decisamente particolare. Guardando in diversi piccoli bar la nostra nazionale giocare, mi son sempre ritrovato circondato da persone del posto, belghe, con bandiere italiane al collo, un tricolore dipinto sulla faccia, la maglietta dell'Italia addosso come fosse seconda pelle a simboleggiare origini lontane ma non dimenticate: già, perché la presenza di belgi con origini italiane anche lontanissime diventa palese quando attorno ad un monitor, davanti ad una birra, ci si riunisce in un'unica passione. All'amichevole giocata proprio qui a Bruxelles contro il Messico, amaro preludio di quello che sarebbe stato il nostro destino calcistico a questi mondiali (lento, macchinoso e di scarsa qualità), ero già rimasto impressionato dalla mole di non italiani accorsi a tifare, cantare, supportare la nazionale dei nonni, dei padri, del marito o della moglie, la nazionale di quel paese che qui ha origini ben radicate e che non si vogliono cancellare affatto, nonostante oggi sia forse un altro paese, magari totalmente diverso o addirittura sconosciuto, perché l'incanto dell'immaginario basta e avanza a far battere cuori ed innalzare cori.
Quando il pub sotto casa ha esposto enormi bandiere tricolore proprio prima della partita contro il Paraguay, son rimasto sorpreso e ancor più sorpreso nel vedere l'intera famiglia belga che lo gestisce vestire tricolore, il bambino si approssimava più ad puffo per quando azzurro avesse addosso ed io mi sentivo quasi in imbarazzo, lì seduto senza una bandiera, una sciarpa, io che in quel pub non c'ero mai entrato, stupidamente snobbandolo perché non frequentato da ragazzi o preferendo piazze più affollate e conosciute, ma poco conta quando al goal ci si unisce tutti in un unico grande abbraccio, destinato a durare poco ma abbastanza per capire quanto forte sia l'attaccamento a quel paese o a quell'ideale di paese che si sarà creato nella loro mente lungo gli anni, magari raccontato da nonni che emigrarono qui con foto in bianco e nero e con la famosa valigia di cartone. E anche ieri, mentre tornavo a casa in bici da un piccolo bar al lato di Gare du Midi, attraverso una Bruxelles soleggiata e inaspettatamente estiva, ripensavo alla ragazza al tavolo a fianco, vestita d'una bandiera tricolore, che mi parlava italiano con il suo accento francese ed urlava più di me ad ogni azione mancata. Ad un certo punto avrei voluto che si vincesse, più per loro che per me, come se io ne avessi già avuto tanto, come se tutta quella grinta e quella passione non dovesse andar perduta e non lo sarà sicuramente, tra 4 anni, come mi ha detto il barista, dandomi una pacca sulla spalla per consolarmi e con un sorriso "la prochaine.. dans quattre ans!", mentre i colleghi francesi ridevano beati, per quel mal comune mezzo guaio, che almeno nel destino condiviso non son stati poi tanto peggiori e possono star tranquilli in ufficio che non ci saranno i soliti inutili confronti velati di nazionalismo e soddisfazione. Da stasera ad ogni modo si tifa Spagna.
Quando il pub sotto casa ha esposto enormi bandiere tricolore proprio prima della partita contro il Paraguay, son rimasto sorpreso e ancor più sorpreso nel vedere l'intera famiglia belga che lo gestisce vestire tricolore, il bambino si approssimava più ad puffo per quando azzurro avesse addosso ed io mi sentivo quasi in imbarazzo, lì seduto senza una bandiera, una sciarpa, io che in quel pub non c'ero mai entrato, stupidamente snobbandolo perché non frequentato da ragazzi o preferendo piazze più affollate e conosciute, ma poco conta quando al goal ci si unisce tutti in un unico grande abbraccio, destinato a durare poco ma abbastanza per capire quanto forte sia l'attaccamento a quel paese o a quell'ideale di paese che si sarà creato nella loro mente lungo gli anni, magari raccontato da nonni che emigrarono qui con foto in bianco e nero e con la famosa valigia di cartone. E anche ieri, mentre tornavo a casa in bici da un piccolo bar al lato di Gare du Midi, attraverso una Bruxelles soleggiata e inaspettatamente estiva, ripensavo alla ragazza al tavolo a fianco, vestita d'una bandiera tricolore, che mi parlava italiano con il suo accento francese ed urlava più di me ad ogni azione mancata. Ad un certo punto avrei voluto che si vincesse, più per loro che per me, come se io ne avessi già avuto tanto, come se tutta quella grinta e quella passione non dovesse andar perduta e non lo sarà sicuramente, tra 4 anni, come mi ha detto il barista, dandomi una pacca sulla spalla per consolarmi e con un sorriso "la prochaine.. dans quattre ans!", mentre i colleghi francesi ridevano beati, per quel mal comune mezzo guaio, che almeno nel destino condiviso non son stati poi tanto peggiori e possono star tranquilli in ufficio che non ci saranno i soliti inutili confronti velati di nazionalismo e soddisfazione. Da stasera ad ogni modo si tifa Spagna.
Gli italiani preferiscono la scarsa qualità
Più precisamente, gli italiani preferiscono il pressapochismo al perfezionismo. Questa potrebbe essere una delle conclusioni di una recente lettura, una pubblicazione dell'università di Oxford, trovata qualche settimana fa tramite una lettera su Italians. Mentre l'aereo si dirigeva verso Roma lo scorso giovedì, ho letto tutto con crescente curiosità, confermando più di una impressione. Corruzione, nepotismo, disservizio ed altri fenomeni italici potrebbero trovare alcune delle radici o almeno alcune spiegazioni nella teoria del L-world, tra concetti difficili da riassumere in poche righe ma che provo a riportare brevemente in un argomento sicuramente delicato da non rifiutare a priori e soprattutto senza nessuna difesa a spada tratta (se l'ho letto è per capire e condividere, non certo per attaccare).
Il lavoro di Diego Gambetta e Gloria Origgi, autori della pubblicazione, parte dalla percezione di un fenomeno durante esperienze con servizi pubblici e privati italiani, dove le persone sembrano promettere inizialmente di fornire servizi di alta qualità ma dove poi qualcosa va male (anche soltanto leggermente) e la qualità del prodotto finale è inferiore rispetto a quella promessa. Se dall'esterno (e dall'estero) tutto ciò potrebbe essere visto come un barare, imbrogliare, dall'interno si percepisce un adattamento ed anzi una fiducia in questo prodotto finale. Nel massimizzare i propri interessi personali, le persone preferiscono ricevere un prodotto scadente, di bassa qualità, se possono fare lo stesso in cambio e senza provare nessun imbarazzo. In questo modo si sviluppano una sorta di regole sociali in modo da sostenere questo equilibrio di preferenze quando si ha a che fare con intrusioni di alta qualità. Insomma, la cooperazione non è sempre per il meglio, ma finalizzata ai reciproci interessi individuali in modo da ottenere una mutuale soddisfazione in questa mediocrità tacitamente decisa. Troppo complicato? Mi spiego meglio.
Gli autori hanno speso la loro carriera accademica all'estero, interagendo con una centinaia di servizi professionali con compatrioti italiani e da questo insieme empirico di approcci nel 95% dei casi è accaduto qualcosa di storto, non catastroficamente sbagliato, ma comunque non previsto (tempistiche, formati, disagi, etc). Gambetta ed Origgi tentano di comprendere il come ed il perché di un tale fenomeno. Si stanno sbagliando? Si tratta di una irrazionalità collettiva o in qualche perversa via voluta? Come mai sembra che nulla funzioni bene e che molti standard tendano a peggiorare e non migliorare?
Prendiamo in esempio due persone che decidono uno scambio di servizi e che per semplicità si possano dividere in due tipi di qualità: alta (H) e bassa (L). La qualità alta H richiede un maggiore sforzo, maggior tempo di produzione, competenze ed organizzazione rispetto ad un prodotto di qualità bassa L. Le persone possono decidere di avere uno scambio HH (e cioè di ricevere un prodotto di qualità H e fornire un servizio di qualità H) o LL (aspettarsi un servizio di qualità L e fornire un servizio di qualità L). Ovviamente si parla in termini di accordo, quindi se pattuiscono un servizio LL ed il risultato è LL tutto va a buon fine: se ti prometto una macchina che va così così e ti vendo una macchina che va così così, allora son stato sincero e non ho tradito le tue aspettative. Il problema si pone quando qualcuno promette H e fornisce L: quando si promette di fornire qualcosa di qualità ma alla fine si è ritardo, si approssima, si cambia qualcosa, insomma non si rispetta l'accordo al 100%.
Dall'esperienza sembra però che entrambi promettano o vendano un servizio come H ma alla fine forniscano L con le conseguenze che: nessuno si lamenta; quando alla promessa di H, si ottiene L e ci si lamenta, l'altra parte (la L-party) sembra più scocciata che pronta a scusarsi; non si abbandona la retorica del pubblicizzarsi come H (H-rhetoric), continuando a promettere standard alti; si instaura una sorta di legame familiare e si diventa amici tra fornitori di L. Vi sembra un modello troppo astratto o siete già riusciti a fare associazioni con casistiche reali, esperienze personali? Se provate ad applicare questo modello ad istituzioni pubbliche, cosa vi viene in mente?
Quello che sembra strano è che indipendentemente dall'accordo di partenza, sembra ci sia una aspettativa tacita e scontata nel terminare in scambi LL. Sembra strano, il buon senso direbbe che ognuno voglia scambi LH nei propri interessi (fornire L con il minimo sforzo ma ricevere H), eppure c'è chi preferisce LL (LL dominance); preferisco ricevere una qualità bassa L in modo da poter a mia volta fornire L senza provare imbarazzo o imbarazzare gli altri e non avendo motivo di lamentarmi per il loro L. Insomma, si crea un equilibrio LL e non solo vogliamo pressapochismo per noi stessi, ma anche da gli altri. Assurdo o riscontrabile nel reale?
Mi fido del fatto che tu non manterrai la tua promessa perché voglio sentirmi libero di non mantenere la mia e non sentirmi in colpa se accade. Ci sono quindi due accordi: il primo ufficiale in cui si pubblicizza H, il secondo tacito in cui si scambia L. Non solo sono consentite mancanze di qualità, ma addirittura sono attese, previste! E se l'altra parte fornisce H, allora si rompe la fiducia. Così si viene a creare una sorta di selezione tra fornitori di L.
Ma come può nascere un tale equilibrio LL? Siamo nati come fornitori L? No, non possiamo essere nati fornitori L o essere predisposti a scambi LL, esiste ovunque la competizione e ad ogni modo esiste il piacere nel fornire H. Ma quando i premi e le punizioni per fornitori di H sono più bassi di quelli per L, allora ecco che gli scambi LL emergono. Anche gli individui che preferiscono H di natura tendono poi a scegliere L (o isolarsi come eccentrici, perfezionisti, o emigrare se falliscono nel avere riconoscimenti per il loro H). Scambi LL emergono quando il numero di HH è minore e quando (1) i premi hanno una sensibilità debole per l'alta qualità H (lavori super sicuri, salari piatti, crescita professionale con barriere, promozioni basate su amicizie personali e non sul merito); (2) le punizioni per la bassa qualità sono minime, hanno bassa probabilità o sono negoziabili. Insomma, quando il perdono domina sulla punizione!
Non tutto è però negativo. La tolleranza di L può anche essere vista come la padronanza di una certa flessibilità, accettando i limiti degli altri ed adattandosi ad essi, avvantaggiandosi di queste situazioni.
La pubblicazione riporta una frase di vita reale come "i costruttori italiani non sono mai puntuali come promettono, ma il lato positivo è che nemmeno si aspettano di essere pagati come promesso!". Questa tolleranza L può essere anche gradevole ed utile, almeno fin tanto che non siano coinvolte istituzioni pubbliche. Questa tolleranza L aiuta anche ad avere una certa esperienza dell'inatteso, interagire con imprevisti.
Volendo trovare una natura storica a questo fenomeno, è possibile pensare alle dominazioni di diverse popolazioni sul territorio italico ed un adattamento in risposta alle norme oppressive imposte dai colonizzatori di turno. Considerate come inaccettabili che siano economiche, morali o culturali, quelle regole venivano respinte o aggirate dall'abilità della popolazione dominata di fornire il servizio richiesto ed imbrogliare allo stesso tempo. Ma indipendentemente dalle sue origini, questa presenza di equilibrio LL risulta più dannoso che utile con il tempo, quando la flessibilità sfocia in lassismo, la tolleranza in pigrizia, la confusione nella mancanza di fiducia negli standard di educazione, politica, comunicazione.
Per concludere, ho cercato di sintetizzare traducendo ed aggiungendo alcune considerazioni personali, certo anche se alcuni tratti sembrano generalizzare eccessivamente e forse allontanarsi dall'esperienza personale o dal proprio buon senso, ho trovato molte affermazioni veritiere, realistiche, spesso anche amaramente buffe ed è interessante vedere come si possano inquadrare le cose secondo un modello ben preciso e studiato.
Migliorerebbero le cose se tutti decidessimo nell'impegno incondizionato di fornire sempre e comunque H, nonostante gli altri? O se almeno si abbandonasse la retorica di vendere H pur sapendo di produrre L? Quanto lottiamo ogni giorno di fronte ad uno scambio HL (rispettare la promessa di fornire alta qualità ma riceverne in cambio una bassa)? E' davvero tanto utopico sperare e sforzarsi di ottenere sempre scambi HH?
Di queste ed altre domande si affolla adesso la mente, tentando di capire quanto L-World ci sia davvero intorno a noi e come realmente interagiamo con scambi di questi tipi nelle esperienze quotidiane. E voi? Vi identificate come uno degli H-doers o un L-doer?
Il lavoro di Diego Gambetta e Gloria Origgi, autori della pubblicazione, parte dalla percezione di un fenomeno durante esperienze con servizi pubblici e privati italiani, dove le persone sembrano promettere inizialmente di fornire servizi di alta qualità ma dove poi qualcosa va male (anche soltanto leggermente) e la qualità del prodotto finale è inferiore rispetto a quella promessa. Se dall'esterno (e dall'estero) tutto ciò potrebbe essere visto come un barare, imbrogliare, dall'interno si percepisce un adattamento ed anzi una fiducia in questo prodotto finale. Nel massimizzare i propri interessi personali, le persone preferiscono ricevere un prodotto scadente, di bassa qualità, se possono fare lo stesso in cambio e senza provare nessun imbarazzo. In questo modo si sviluppano una sorta di regole sociali in modo da sostenere questo equilibrio di preferenze quando si ha a che fare con intrusioni di alta qualità. Insomma, la cooperazione non è sempre per il meglio, ma finalizzata ai reciproci interessi individuali in modo da ottenere una mutuale soddisfazione in questa mediocrità tacitamente decisa. Troppo complicato? Mi spiego meglio.
Gli autori hanno speso la loro carriera accademica all'estero, interagendo con una centinaia di servizi professionali con compatrioti italiani e da questo insieme empirico di approcci nel 95% dei casi è accaduto qualcosa di storto, non catastroficamente sbagliato, ma comunque non previsto (tempistiche, formati, disagi, etc). Gambetta ed Origgi tentano di comprendere il come ed il perché di un tale fenomeno. Si stanno sbagliando? Si tratta di una irrazionalità collettiva o in qualche perversa via voluta? Come mai sembra che nulla funzioni bene e che molti standard tendano a peggiorare e non migliorare?
Prendiamo in esempio due persone che decidono uno scambio di servizi e che per semplicità si possano dividere in due tipi di qualità: alta (H) e bassa (L). La qualità alta H richiede un maggiore sforzo, maggior tempo di produzione, competenze ed organizzazione rispetto ad un prodotto di qualità bassa L. Le persone possono decidere di avere uno scambio HH (e cioè di ricevere un prodotto di qualità H e fornire un servizio di qualità H) o LL (aspettarsi un servizio di qualità L e fornire un servizio di qualità L). Ovviamente si parla in termini di accordo, quindi se pattuiscono un servizio LL ed il risultato è LL tutto va a buon fine: se ti prometto una macchina che va così così e ti vendo una macchina che va così così, allora son stato sincero e non ho tradito le tue aspettative. Il problema si pone quando qualcuno promette H e fornisce L: quando si promette di fornire qualcosa di qualità ma alla fine si è ritardo, si approssima, si cambia qualcosa, insomma non si rispetta l'accordo al 100%.
Dall'esperienza sembra però che entrambi promettano o vendano un servizio come H ma alla fine forniscano L con le conseguenze che: nessuno si lamenta; quando alla promessa di H, si ottiene L e ci si lamenta, l'altra parte (la L-party) sembra più scocciata che pronta a scusarsi; non si abbandona la retorica del pubblicizzarsi come H (H-rhetoric), continuando a promettere standard alti; si instaura una sorta di legame familiare e si diventa amici tra fornitori di L. Vi sembra un modello troppo astratto o siete già riusciti a fare associazioni con casistiche reali, esperienze personali? Se provate ad applicare questo modello ad istituzioni pubbliche, cosa vi viene in mente?
Quello che sembra strano è che indipendentemente dall'accordo di partenza, sembra ci sia una aspettativa tacita e scontata nel terminare in scambi LL. Sembra strano, il buon senso direbbe che ognuno voglia scambi LH nei propri interessi (fornire L con il minimo sforzo ma ricevere H), eppure c'è chi preferisce LL (LL dominance); preferisco ricevere una qualità bassa L in modo da poter a mia volta fornire L senza provare imbarazzo o imbarazzare gli altri e non avendo motivo di lamentarmi per il loro L. Insomma, si crea un equilibrio LL e non solo vogliamo pressapochismo per noi stessi, ma anche da gli altri. Assurdo o riscontrabile nel reale?
Mi fido del fatto che tu non manterrai la tua promessa perché voglio sentirmi libero di non mantenere la mia e non sentirmi in colpa se accade. Ci sono quindi due accordi: il primo ufficiale in cui si pubblicizza H, il secondo tacito in cui si scambia L. Non solo sono consentite mancanze di qualità, ma addirittura sono attese, previste! E se l'altra parte fornisce H, allora si rompe la fiducia. Così si viene a creare una sorta di selezione tra fornitori di L.
Ma come può nascere un tale equilibrio LL? Siamo nati come fornitori L? No, non possiamo essere nati fornitori L o essere predisposti a scambi LL, esiste ovunque la competizione e ad ogni modo esiste il piacere nel fornire H. Ma quando i premi e le punizioni per fornitori di H sono più bassi di quelli per L, allora ecco che gli scambi LL emergono. Anche gli individui che preferiscono H di natura tendono poi a scegliere L (o isolarsi come eccentrici, perfezionisti, o emigrare se falliscono nel avere riconoscimenti per il loro H). Scambi LL emergono quando il numero di HH è minore e quando (1) i premi hanno una sensibilità debole per l'alta qualità H (lavori super sicuri, salari piatti, crescita professionale con barriere, promozioni basate su amicizie personali e non sul merito); (2) le punizioni per la bassa qualità sono minime, hanno bassa probabilità o sono negoziabili. Insomma, quando il perdono domina sulla punizione!
Non tutto è però negativo. La tolleranza di L può anche essere vista come la padronanza di una certa flessibilità, accettando i limiti degli altri ed adattandosi ad essi, avvantaggiandosi di queste situazioni.
La pubblicazione riporta una frase di vita reale come "i costruttori italiani non sono mai puntuali come promettono, ma il lato positivo è che nemmeno si aspettano di essere pagati come promesso!". Questa tolleranza L può essere anche gradevole ed utile, almeno fin tanto che non siano coinvolte istituzioni pubbliche. Questa tolleranza L aiuta anche ad avere una certa esperienza dell'inatteso, interagire con imprevisti.
Volendo trovare una natura storica a questo fenomeno, è possibile pensare alle dominazioni di diverse popolazioni sul territorio italico ed un adattamento in risposta alle norme oppressive imposte dai colonizzatori di turno. Considerate come inaccettabili che siano economiche, morali o culturali, quelle regole venivano respinte o aggirate dall'abilità della popolazione dominata di fornire il servizio richiesto ed imbrogliare allo stesso tempo. Ma indipendentemente dalle sue origini, questa presenza di equilibrio LL risulta più dannoso che utile con il tempo, quando la flessibilità sfocia in lassismo, la tolleranza in pigrizia, la confusione nella mancanza di fiducia negli standard di educazione, politica, comunicazione.
Per concludere, ho cercato di sintetizzare traducendo ed aggiungendo alcune considerazioni personali, certo anche se alcuni tratti sembrano generalizzare eccessivamente e forse allontanarsi dall'esperienza personale o dal proprio buon senso, ho trovato molte affermazioni veritiere, realistiche, spesso anche amaramente buffe ed è interessante vedere come si possano inquadrare le cose secondo un modello ben preciso e studiato.
Migliorerebbero le cose se tutti decidessimo nell'impegno incondizionato di fornire sempre e comunque H, nonostante gli altri? O se almeno si abbandonasse la retorica di vendere H pur sapendo di produrre L? Quanto lottiamo ogni giorno di fronte ad uno scambio HL (rispettare la promessa di fornire alta qualità ma riceverne in cambio una bassa)? E' davvero tanto utopico sperare e sforzarsi di ottenere sempre scambi HH?
Di queste ed altre domande si affolla adesso la mente, tentando di capire quanto L-World ci sia davvero intorno a noi e come realmente interagiamo con scambi di questi tipi nelle esperienze quotidiane. E voi? Vi identificate come uno degli H-doers o un L-doer?
La classifica dei falliti è la classifica della vergogna
Giorni fa è stata pubblicata la classifica degli stati falliti, gli stati messi peggio secondo indicatori politici, economici e sociali. Dalla classifica e dalla mappa riassuntiva, sembra chiara la situazione globale: tra i primi 20, 15 sono paesi africani e l'Africa è il continente più fallito. Da quando la classifica è nata nel 2005, tra le prime dieci posizioni si son sempre alternati soltanto 15 paesi, insomma i falliti non riescono ovviamente a rialzarsi mentre l'occidente storicamente ricco continua a dominare. Ma che c'è di nuovo in una classifica del genere? Cosa c'era da aspettarsi da un continente come l'Africa depredato e violentato durante anni di colonialismo e barbarie? Quanta falsità c'è in quell'indice che etichetta come fallimenti ma dovrebbe invece gridare alla vergogna?
Se dopo anni di conquiste alla ricerca di risorse naturali e sfruttamento umano si erigono poi governi fantocci mascherati da democrazie ed indipendenze o si lasciano interi territori in preda a guerre e lotte intestine in modo da continuare a controllare indirettamente impedendo crescita economica e sociale, il fallimento è locale o globale? Se pochi stati prosperano sulla povertà di un intero continente in un equilibrio sicuramente ingiusto e ben mascherato da aiuti umanitari e falsi sorrisi e strette di mano (quando basterebbe semplicemente estinguere un debito centenario simbolo del neocolonialismo) e la classifica sembra quasi perfettamente combaciare con la mappa del sud del mondo, che senso ha parlare di fallimenti quando la colpa non è di quei paesi nella top 10 dei falliti ma di chi continua a vivere nel benessere a loro spese?
Thomas Sankara, presidente del Burkina Faso per 4 anni e protagonista di una ricrescita economica senza precedenti nel suo paese, lo gridava apertamente perché credeva nello sviluppo africano e nella possibilità di migliorare le cose, quando affermava che
"quelli che ci hanno prestato denaro, sono gli stessi che ci avevano colonizzato, sono gli stessi che gestivano i nostri stati e le nostre economie. [...] Noi non c'entravamo niente con questo debito. Quindi non possiamo pagarlo. Il debito è ancora il neocolonialismo, con i colonizzatori trasformati in assistenti tecnici, anzi dovremmo invece dire "assassini tecnici". Sono loro che ci hanno proposto dei canali di finanziamento, dei "finanziatori". [...] Noi ci siamo indebitati per 50, 60 anni e più. Cioè siamo stati portati a compromettere i nostri popoli per 50 anni e più. Il debito nella sua forma attuale, controllata e dominata dall'imperialismo, è una riconquista dell'Africa sapientemente organizzata, in modo che la sua crescita e il suo sviluppo obbediscano a delle norme che ci sono completamente estranee.
[...] Facciamo in modo che il mercato africano sia il mercato degli africani. Produrre in Africa, trasformare in Africa, consumare in Africa. Produciamo quello di cui abbiamo bisogno e consumiamo quello che produciamo, invece di importarlo. Il Burkina Faso è venuto ad esporvi qui la cotonnade, prodotta in Burkina Faso, tessuta in Burkina Faso, cucita in Burkina Faso per vestire i burkinabé. Non c'è un solo filo che venga d'Europa o d'America. Non faccio una sfilata di moda ma vorrei semplicemente dire che dobbiamo accettare di vivere africano. E' il solo modo di vivere liberi e degni."
Era il 1987, alla conferenza per l'unità africana e quelle parole erano troppo scomode per i governi occidentali, troppo rivoluzionarie, avrebbero potuto cambiare e migliorare l'Africa a danno però degli sfruttatori in giacca in cravatta. E infatti appena qualche mese dopo Sankara fu assassinato, la storia ci racconta a causa di un colpo di stato interno e invece fu tutto manovrato dai salvatori americani per mano della CIA.
Quella classifica insomma dovrebbe cambiare nome e significato: i falliti non sono certo loro.
Se dopo anni di conquiste alla ricerca di risorse naturali e sfruttamento umano si erigono poi governi fantocci mascherati da democrazie ed indipendenze o si lasciano interi territori in preda a guerre e lotte intestine in modo da continuare a controllare indirettamente impedendo crescita economica e sociale, il fallimento è locale o globale? Se pochi stati prosperano sulla povertà di un intero continente in un equilibrio sicuramente ingiusto e ben mascherato da aiuti umanitari e falsi sorrisi e strette di mano (quando basterebbe semplicemente estinguere un debito centenario simbolo del neocolonialismo) e la classifica sembra quasi perfettamente combaciare con la mappa del sud del mondo, che senso ha parlare di fallimenti quando la colpa non è di quei paesi nella top 10 dei falliti ma di chi continua a vivere nel benessere a loro spese?
Thomas Sankara, presidente del Burkina Faso per 4 anni e protagonista di una ricrescita economica senza precedenti nel suo paese, lo gridava apertamente perché credeva nello sviluppo africano e nella possibilità di migliorare le cose, quando affermava che
"quelli che ci hanno prestato denaro, sono gli stessi che ci avevano colonizzato, sono gli stessi che gestivano i nostri stati e le nostre economie. [...] Noi non c'entravamo niente con questo debito. Quindi non possiamo pagarlo. Il debito è ancora il neocolonialismo, con i colonizzatori trasformati in assistenti tecnici, anzi dovremmo invece dire "assassini tecnici". Sono loro che ci hanno proposto dei canali di finanziamento, dei "finanziatori". [...] Noi ci siamo indebitati per 50, 60 anni e più. Cioè siamo stati portati a compromettere i nostri popoli per 50 anni e più. Il debito nella sua forma attuale, controllata e dominata dall'imperialismo, è una riconquista dell'Africa sapientemente organizzata, in modo che la sua crescita e il suo sviluppo obbediscano a delle norme che ci sono completamente estranee.
[...] Facciamo in modo che il mercato africano sia il mercato degli africani. Produrre in Africa, trasformare in Africa, consumare in Africa. Produciamo quello di cui abbiamo bisogno e consumiamo quello che produciamo, invece di importarlo. Il Burkina Faso è venuto ad esporvi qui la cotonnade, prodotta in Burkina Faso, tessuta in Burkina Faso, cucita in Burkina Faso per vestire i burkinabé. Non c'è un solo filo che venga d'Europa o d'America. Non faccio una sfilata di moda ma vorrei semplicemente dire che dobbiamo accettare di vivere africano. E' il solo modo di vivere liberi e degni."
Era il 1987, alla conferenza per l'unità africana e quelle parole erano troppo scomode per i governi occidentali, troppo rivoluzionarie, avrebbero potuto cambiare e migliorare l'Africa a danno però degli sfruttatori in giacca in cravatta. E infatti appena qualche mese dopo Sankara fu assassinato, la storia ci racconta a causa di un colpo di stato interno e invece fu tutto manovrato dai salvatori americani per mano della CIA.
Quella classifica insomma dovrebbe cambiare nome e significato: i falliti non sono certo loro.
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