Mentre tornavo a casa passeggiando con la testa altrove, mi son ritrovato di fronte la solita casa ricoperta di verde, dove i rampicanti e l'edera fan da padroni sulla facciata che sicuramente non conosce sole da svariati anni, ma il solito manto questa volta si era trasformato meravigliosamente colorandosi di tonalità stagionali da lasciare tutti i passanti a bocca aperta e anche i pensieri, quelli altrove, son tornati (alcuni in tregua) per ammirare il piccolo siparietto in un vicolo anonimo di Bruxelles.
Mancava solo il sole
Tre ore di treno e da Bruxelles si raggiunge Amsterdam, poche ore d'aereo e da Dublino arrivano due amici, e allora basta poco a colorare di simpatia un fine settimana sicuramente da ricordare, non esclusivamente per i soliti motivi che spingono tanti giovani nella capitale della trasgressione, ma essenzialmente per ritrovare sorrisi e condividerli, per riabbracciare ricordi e darne contorni, per scomparire in una battuta o abbandonare la mente in un bicchiere lasciando scivolare il mantello di stress alle spalle più leggere; e allora poco importa se ha piovuto per ore ed ore ed ore, perché il clima diventa secondario quando il resto e' a dir poco ottimale e perder tempo nel lamento per qualcosa che non si può cambiare sarebbe un po' tonto un po' banale.
E poi venti minuti di treno e si arriva a Zaandijk e come attraversando un varco temporale, si ritrova un pezzetto di Olanda d'altri tempi, fatta di pace, mulini e semplicità; si dimenticano le follie e le stranezze della moderna capitale, passati veloci dal finestrino del treno poco affollato, per immergersi in paesaggi da cartolina, entrarci dentro ed esplorare.
E poi venti minuti di treno e si arriva a Zaandijk e come attraversando un varco temporale, si ritrova un pezzetto di Olanda d'altri tempi, fatta di pace, mulini e semplicità; si dimenticano le follie e le stranezze della moderna capitale, passati veloci dal finestrino del treno poco affollato, per immergersi in paesaggi da cartolina, entrarci dentro ed esplorare.
Il mio collega cinese
Il mio collega cinese parla sempre poco, si muove di rado dalla scrivania ma e' sempre il primo ad alzarsi per andare a mensa, come un orologio alle 11:45, mentre io ed il collega francese cerchiamo di perder tempo per non andare a mangiare all'ora dei nonni.
Il mio collega cinese non ama le critiche alla Cina e quando un altro collega quasi offese alcuni trattamenti barbari per ragazzi malati di internet, lui si e' irritato un po', improvvisamente, come non si era mai visto, come si fosse svestito della timidezza e di quell'educazione silenziosa, come fosse diventato per un attimo un altro, cercando di far capire che l'immagine che l'Europa ha della sua patria non e' la vera Cina e che nessuno a quel tavolo, tranne lui, sapeva cosa fosse la vera Cina. A quel punto teste basse, occhi nel piatto, mascelle a masticare, di quei momenti tra panico e pentimento, fastidio ed imbarazzo. E la verità chissà dove si perde nelle distanze e le omissioni.
Il mio collega cinese fa poche domande, da' poche risposte e va matto per la senape. A mensa e' possibile prendere una bustina di senape gratuitamente, la seconda pero' si paga. A me la senape non piace tanto, ma un giorno ne ho preso una bustina per poi darla a lui. Aveva gli occhi di un bambino nel ricevere la sorpresa inattesa, l'euforia del nuovo pacco da scartare per la senape aggiuntiva da usare sulle frites e quando ha detto thanks aveva davvero un bel sorriso. Dopo qualche giorno me lo ha chiesto esplicitamente, di prendere la senape per lui, ed a quello sforzo immenso nel superare le barriere di una timidezza probabilmente caratteriale ho risposto con un bel sorriso.
Il mio collega cinese ha il completo elegante nell'armadio dell'ufficio e se c'è un meeting con il cliente, va un attimo in bagno e si cambia e cosi' il vestito e' li' da più di 5 mesi, muto sorvegliante delle scartoffie, dei documenti, di qualche spillatrice. Una notte probabilmente il completo si impiccherà con la cravatta, ucciso dalla solitudine e dal ragno che lascerà la tela per innamorarsi altrove.
Il mio collega cinese e' in Europa da 4 anni ma e' tornato a casa solo due volte, e' figlio unico perché, dice, e' nato nell'anno in cui il governo cinese inizio' a limitare le nascite, ma si può eludere la super tassa sul secondo figlio, mi dice, se il primo non e' sanissimo o se entrambi i genitori sono figli unici.
Il mio collega cinese oggi ha voluto rallegrare tutti, portando un cofanetto con dolcetti tipici della sua regione natale. Tutti noi golosi ci siam avventati su quei pezzettini marroni ricoperti di palline colorate, ma al primo morso le facce più strambe si son incrociate, capite, trattenute, quando masticando quei pezzetti di manzo freddo ricoperto di piccantissime spezie ognuno ha avvertito un urgentissimo bisogno d'acqua. Alla fine tutti a riderci su mentre lui, il mio collega cinese, ne prendeva in mano due, tre pezzetti e a bocca piena e chiusa, rispondeva ai sorrisi con una curva accennata.
Mi sta simpatico, il mio collega cinese, ed e' tutto un mondo da scoprire, che non so, e allora ogni giorno gli domando qualcosa, senza troppo rivoluzionare i suoi silenzi, senza invaderne gli spazi, pagando il pedaggio alla frontiera con una bustina di senape e un sorriso.
Il mio collega cinese non ama le critiche alla Cina e quando un altro collega quasi offese alcuni trattamenti barbari per ragazzi malati di internet, lui si e' irritato un po', improvvisamente, come non si era mai visto, come si fosse svestito della timidezza e di quell'educazione silenziosa, come fosse diventato per un attimo un altro, cercando di far capire che l'immagine che l'Europa ha della sua patria non e' la vera Cina e che nessuno a quel tavolo, tranne lui, sapeva cosa fosse la vera Cina. A quel punto teste basse, occhi nel piatto, mascelle a masticare, di quei momenti tra panico e pentimento, fastidio ed imbarazzo. E la verità chissà dove si perde nelle distanze e le omissioni.
Il mio collega cinese fa poche domande, da' poche risposte e va matto per la senape. A mensa e' possibile prendere una bustina di senape gratuitamente, la seconda pero' si paga. A me la senape non piace tanto, ma un giorno ne ho preso una bustina per poi darla a lui. Aveva gli occhi di un bambino nel ricevere la sorpresa inattesa, l'euforia del nuovo pacco da scartare per la senape aggiuntiva da usare sulle frites e quando ha detto thanks aveva davvero un bel sorriso. Dopo qualche giorno me lo ha chiesto esplicitamente, di prendere la senape per lui, ed a quello sforzo immenso nel superare le barriere di una timidezza probabilmente caratteriale ho risposto con un bel sorriso.
Il mio collega cinese ha il completo elegante nell'armadio dell'ufficio e se c'è un meeting con il cliente, va un attimo in bagno e si cambia e cosi' il vestito e' li' da più di 5 mesi, muto sorvegliante delle scartoffie, dei documenti, di qualche spillatrice. Una notte probabilmente il completo si impiccherà con la cravatta, ucciso dalla solitudine e dal ragno che lascerà la tela per innamorarsi altrove.
Il mio collega cinese e' in Europa da 4 anni ma e' tornato a casa solo due volte, e' figlio unico perché, dice, e' nato nell'anno in cui il governo cinese inizio' a limitare le nascite, ma si può eludere la super tassa sul secondo figlio, mi dice, se il primo non e' sanissimo o se entrambi i genitori sono figli unici.
Il mio collega cinese oggi ha voluto rallegrare tutti, portando un cofanetto con dolcetti tipici della sua regione natale. Tutti noi golosi ci siam avventati su quei pezzettini marroni ricoperti di palline colorate, ma al primo morso le facce più strambe si son incrociate, capite, trattenute, quando masticando quei pezzetti di manzo freddo ricoperto di piccantissime spezie ognuno ha avvertito un urgentissimo bisogno d'acqua. Alla fine tutti a riderci su mentre lui, il mio collega cinese, ne prendeva in mano due, tre pezzetti e a bocca piena e chiusa, rispondeva ai sorrisi con una curva accennata.
Mi sta simpatico, il mio collega cinese, ed e' tutto un mondo da scoprire, che non so, e allora ogni giorno gli domando qualcosa, senza troppo rivoluzionare i suoi silenzi, senza invaderne gli spazi, pagando il pedaggio alla frontiera con una bustina di senape e un sorriso.
Mentre tu stavi lì sospeso
Girando intorno al filo che forzato ti sosteneva senza lasciarti all'inevitabile forza gravitazione, tu te ne stavi lì sospeso, con l'espressione immobile e pensante legata ad associazioni d'immagini e ricordi, tu maestro di mille pensieri, della forma e della vita, dondolavi su tante teste in festa, mentre qualcuno rideva, altri silenziosi ascoltavano il cantante in azione, senza prestar attenzione a te che intanto li' sopra t'agitavi, continuamente.
Cosi' mentre alla libreria Piola tanti connazionali riuniti dal sangue, dalla lingua e la patria lontana, sorseggiavano vino ascoltando qualche discorso sulla presentazione di un libro e della fuga di cervelli (ennesimo manifesto di parole lette, rilette, vomitate ma sempre ahimè attuali), io ti fissavo danzare nell'aria, appeso cosi', a guardarci tutti, poi darci le spalle, poi tornare a guardarci (chissà che mal di testa), chissà quanti giudizi, niente maschere o forse a ciascuno la sua, forse di italiani all'estero a sentirsi diversi perché scappati ma poi riunitisi di nuovo nel ricreare un piccolo pezzetto di Italia a Bruxelles, forse soltanto per un bicchiere di vino, per una chiacchierata amica ad uno sconosciuto pero' connazionale, un incontro veloce, uno scontro col piattino degli stuzzichini a macchiarti la giacca, qualche affronto a lingue straniere adattate.
E mentre alla libreria Piola qui a Bruxelles un menestrello intonava canzoni sui festini del premier, sulle badanti, su Mentana, poi su Vespa, proprio oggi che si annunciava il nuovo brano di Battiato sugli eventi recenti del paese infilzato (ma niente lontanamente paragonabile alle parole del Rino Gaetano mai troppo ricordato), tu preferivi girare intorno a quel filo, intonare la tua danza particolare, ignorarli tutti o guardarli a 360, farmi compagnia mentre mi alienavo come di consueto, tra gli applausi, le risate, il nuovo sorso al vino della casa che scendeva male perché cattivo.
Poi uno strattone, ecco dobbiamo andare: io vado via con il nuovo mantello di pensieri, tu rimani lì sospeso ancora un po', magari torno, forse no, in fondo Piola e' a cinque minuti da casa, sarebbe bello farti vedere il libro che scrissi quando tu eri droga, sarebbe bello star sospeso lì con te per un po', ma forse già lo so e di mal di testa adesso proprio non mi va.
Cosi' mentre alla libreria Piola tanti connazionali riuniti dal sangue, dalla lingua e la patria lontana, sorseggiavano vino ascoltando qualche discorso sulla presentazione di un libro e della fuga di cervelli (ennesimo manifesto di parole lette, rilette, vomitate ma sempre ahimè attuali), io ti fissavo danzare nell'aria, appeso cosi', a guardarci tutti, poi darci le spalle, poi tornare a guardarci (chissà che mal di testa), chissà quanti giudizi, niente maschere o forse a ciascuno la sua, forse di italiani all'estero a sentirsi diversi perché scappati ma poi riunitisi di nuovo nel ricreare un piccolo pezzetto di Italia a Bruxelles, forse soltanto per un bicchiere di vino, per una chiacchierata amica ad uno sconosciuto pero' connazionale, un incontro veloce, uno scontro col piattino degli stuzzichini a macchiarti la giacca, qualche affronto a lingue straniere adattate.
E mentre alla libreria Piola qui a Bruxelles un menestrello intonava canzoni sui festini del premier, sulle badanti, su Mentana, poi su Vespa, proprio oggi che si annunciava il nuovo brano di Battiato sugli eventi recenti del paese infilzato (ma niente lontanamente paragonabile alle parole del Rino Gaetano mai troppo ricordato), tu preferivi girare intorno a quel filo, intonare la tua danza particolare, ignorarli tutti o guardarli a 360, farmi compagnia mentre mi alienavo come di consueto, tra gli applausi, le risate, il nuovo sorso al vino della casa che scendeva male perché cattivo.
Poi uno strattone, ecco dobbiamo andare: io vado via con il nuovo mantello di pensieri, tu rimani lì sospeso ancora un po', magari torno, forse no, in fondo Piola e' a cinque minuti da casa, sarebbe bello farti vedere il libro che scrissi quando tu eri droga, sarebbe bello star sospeso lì con te per un po', ma forse già lo so e di mal di testa adesso proprio non mi va.
Quando saro' un immigrato in Italia
Quando passeggio per le strade di Bruxelles, vedere ragazze indossare lo chador e' cosa comunissima e trovarsi seduti al loro fianco nella metro, nel tram, nel bus, non influenza e non condiziona le possibili smorfie della giornata. Quando al corso serale di francese chiacchiero con Fadi', ragazzo di Baghdad, troviamo sempre un pretesto per ridere, su qualsiasi cosa, senza malizie, senza paure, come se i chilometri che dividono le proprie origini non esistessero o al meno non fossero cosi' tanti da lasciare che l'orizzonte ne nasconda l'una all'altra. Quando qualche settimana fa siamo andati a cena dal nostro vicino africano, abbiam passato quattro ore ad assaggiare cibi ugandesi, raccontarci impressioni sul Belgio, commentare le sue vacanze in Italia, creando nell'aria fotografie simpatiche e sorridenti, tal volta nostalgiche. E quando i fine settimana vado a bere con i miei amici francesi, la mente spesso si lancia in qualche connessione celebrale, ricordando serate dublinesi con amici spagnoli, australiani, chiacchiere infinite con colleghi polacchi ed irlandesi che continuano ancora oggi in tante piacevoli email fatte di risate ma soprattutto di voler sapere se tutto va bene.
E va tutto bene.
Sarà la naturale ed incosciente solidarietà tra immigrati in un paese straniero, sarà la mancanza di pregiudizi o soltanto la volontà di conoscere gli altri, spogliarsi delle associazioni culturali e delle tante notizie che informano, sconvolgono, allertano, ma al tempo stesso inquinano immagini di mondi spesso sconosciuti, saranno tante cose intrecciate in un equilibrio magari delicato, che si va rafforzando con il tempo, le esperienze, viaggiando e lasciando che gli occhi scoprano gli altri e continuino a conoscersi attraverso gli altri, ma l'assenza d'odio, questo clima di benessere sociale, fan sicuramente bene all'umore e alla condivisione di sorrisi.
Quando pero' vedo scene come queste e ascolto parole cosi' dure e assurde, mi domando se mai un giorno sarò anch'io un immigrato in Italia.
E va tutto bene.
Sarà la naturale ed incosciente solidarietà tra immigrati in un paese straniero, sarà la mancanza di pregiudizi o soltanto la volontà di conoscere gli altri, spogliarsi delle associazioni culturali e delle tante notizie che informano, sconvolgono, allertano, ma al tempo stesso inquinano immagini di mondi spesso sconosciuti, saranno tante cose intrecciate in un equilibrio magari delicato, che si va rafforzando con il tempo, le esperienze, viaggiando e lasciando che gli occhi scoprano gli altri e continuino a conoscersi attraverso gli altri, ma l'assenza d'odio, questo clima di benessere sociale, fan sicuramente bene all'umore e alla condivisione di sorrisi.
Quando pero' vedo scene come queste e ascolto parole cosi' dure e assurde, mi domando se mai un giorno sarò anch'io un immigrato in Italia.
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