Fugacemente importanti

Quindi, c'è questo flusso di ragazzi e meno ragazzi che da tempo ormai va via dall'Italia e ci sono statistiche, numeri e dati da sparare in titoloni e polemiche a seconda del messaggio o della voglia di protagonismo, e loro, i dati, non sono mai semplici numeri ma colonne, torte e grafici da mettere a confronto, illuminare sotto una luce diversa e leggere in un certo modo, il loro modo. Ed ecco che se una volta sono ragazzi dai piedi leggeri da lodare e romanzare, un'altra diventano lo strumento attraverso il quale criticare ed accusare, per trasformarsi poi in acclamati eroi salvatori della patria o addirittura in consulenti a distanza auspicando un ritorno di quell'investimento educativo e strutturale fatto come paese sui loro cervelli. Già, perché sono cervelli in fuga, dicono, e c'hanno tartassato con questa etichetta, trasformandola in stereotipo e dimenticando che spesso ci sono anche neuroni mancanti, abusando dell'espressione ma discriminando poi quando si arriva al punto cruciale: al governo, ai giornali, alla tanto decantata patria, non interessa molto dell'italiano emigrato a Londra e finito a far il cameriere né dell'altro andato ad Amsterdam impegnato in complessi calcoli da commercialista, tanto meno interessa loro dell'emigrata in America che fa la segretaria in carriera o dell'altro in Australia che si è aperto una gelateria, se pur con sforzi e sacrifici, con il pensiero alla casa lontana e qualche gusto amaro in gola. Certo, i loro wall su facebook magari son pieni di foto bellissime e si spera abbiano trovato tutti un equilibrio, un sorriso, altrove, ma sbagliano se si identificano anche loro nei cervelli in fuga, solo perché materialmente in fuga e coscienti possessori di un cervello. Siamo numeri, per i giornalisti in cerca del pezzo da riempire o in mano al politico che deve vendere la sua frase ad effetto. Niente più.

Poi però, quando si parla (ah, che bella utopia) di ripescare gli espatriati per creare una nuova classe politica e dirigente per ricostruire il paese o si pensa ad una rete di cervelli per sfruttare in qualche modo le capacità di italiani emigrati (diabolico genio italico), si parla di dati e percentuali e flussi in uscita ma in realtà si pensa a pochi ma buoni, ai cervelloni in fuga, quasi fosse una discriminazione sulle capacità acquisite altrove (e grazie a servizi e infrastrutture offerte altrove) o come se per la patria siano più importanti certi italiani all'estero e non gli altri, la massa, che pur serve per i periodici titoloni (e a niente più). Non ti esaltare allora, tu italiano all'estero, che leggi l'articolo sui cervelli in fuga, che leggi di progetti e ti senti quasi citato, lo condividi con gli amici, ne parli in pausa pranzo, perché il più delle volte si usa la categoria ma probabilmente tu non sei il target; lo so, ti si gonfia un po' il petto, è la patria che ti chiama - pensi - è la patria che ti accarezza, ma dietro la maschera di patria c'è il politico il turno o il giornalista frettoloso che non pensava a te in quella frase o nella parola in grassetto (e forse è meglio così). Né probabilmente i veri target sarebbero disposti a rompere equilibri e soddisfazioni create altrove e sacrificare tutto in nome della patria, come se bastasse qualche promessa o qualche cifra in più a fine mese per lasciar tutto e rientrare, eroi salvatori, geni incompresi ma finalmente accolti a braccia aperte. E che braccia.

10 commenti:

Anonimo ha detto...

io se penso ai "cervelli in fuga" mi limito a pensare a quei ricercatori che facevano la fame in italia e, andando all'estero, realizzano le loro aspirazioni. io sono laureato* e sono all'estero, ma se mi chiamano "cervello in fuga" mi viene da sorridere. mi pare che giusto oggi sul sito del fatto quotidiano c'era un articolo che era bene o male sulla stessa lunghezza d'onda.

Mazzimo Frascuorno

*tra l'altro laureato triennale e con un voto infimo, tutt'altro che un cervellone.

andima ha detto...

@Mazzimo
Esattamente, in meno di tre giorni ho visto troppi articoli e titoloni sui cervelli in fuga e non potevo non lasciare un commento.
Ti riferivi a questo articolo? Non lo avevo visto, grazie della segnalazione!

elle ha detto...

E di quelli in fuga, cervelli e non, cui non je ne puo' frega' de meno di tornare, non se ne parla? No, perché, voglio dire, non siamo mica pochi neanche noi. L'idea della patria che chiama e dell'emigrante che torna fa molto Germania anni '70. Ormai le cose sono cambiate, chi se ne va spesso lo fa anche per scelta, e non soltanto per necessita'.

andima ha detto...

@elle
parole sante. Se segui il link a "piedi leggeri" si parlava esattamente di questo, che molti sono semplicemente figli dei tempi e che se abbiamo lottato, per esempio, per un'Europa unita, poi non dovremmo meravigliarci se i giovani passano con tanta facilità i confini.

tt ha detto...

Ho dovuto rileggere un po' di volte l'articolo di Repubblica (che tu citi) sulle "Reti" di cervelli per constatare la totale assenza di senso critico che lo pervade.
La domanda che l'autore non si pone nemmeno è: ma PERCHE' il cervello in fuga, di qualsiasi calibro e mansione, dovrebbe avere interesse a condividere le sue conoscenze con l'Italia? Per quale ragione l'Italia si meriterebbe i frutti di qualcosa che non ha saputo coltivare? Come dire: carino, qui per te non c'è spazio, ma poi quando ottieni i risultati mandaceli mi raccomando! Ridicolo. La mia risposta è: Italia, se i talenti non li sai coltivare allora meriti di morire in povertà. Di denaro così come di idee. Col cavolo che usi la scorciatoia della Rete adesso.

elle ha detto...

ehi! ma tu sei campano e nato in Germania, proprio come me :)
nato dove? io nella città "eldorado" per molti giovani del sud degli anni '70, che inizia per W.

andima ha detto...

@Fra
io l'ho trovato diabolicamente truffaldino, in tre giorni ho letto diversi articoli sui cervelli in fuga e tra l'utopia di Di Vìco e l'assurdità di Terzi non potevo non esternare un commento. Tra l'altro non capisco questo bisogno periodico di pensare a quelli andati via invece di occuparsi di e curare chi è rimasto, li si vuole ripescare da fuori o li si vuole usare anche da remoto ma non si pensa a migliorare quello che c'è. E non migliorare per attirarli, magari anche quello, ma non come prima priorità; bisognerebbe migliorare quello che c'è per chi ci vive, questo dovrebbe essere il punto, e non sperare nella provvidenza degli eroi emigrati o tentare di sfruttare risultati ed esperienze ottenute altrove ma da remoto, di fatto chiedendo un doppio impiego, all'italiana insomma.

@elle
ahaha ma tu pensa, sì, io son nato nel sud ovest, proprio nei pressi della città delle tre terre, Basilea, tra Svizzera, Francia e Germania, a qualche km da lì nella zona tedesca, insomma era destino che dovessi sentirmi straniero ovunque :)
Poi siamo tornati nel Cilento e son rimasto l'unico della famiglia a non parlare tedesco, troppo piccolo per assimilarlo.. e adesso mi verrebbe proprio utile mannaggia... da settembre inizio il corso d'olandese! :/

elle ha detto...

Svizzera tedesca dunque? Anch'io ho il cruccio di non essere rimasta in Germania abbastanza a lungo da assimilare la lingua. L'ho studiata a scuola poi, ma non è la stessa cosa, ovviamente.
Buona fortuna con l'olandese!

andima ha detto...

@elle
precisamente a Lorrach, ma non vivevamo lì, vivevamo in un piccolo paese sul fiume Reno.
Prima o poi, mi dico sempre, studierò il tedesco, per riconciliarmi con il mio passato! :D Prima però, passo per l'olandese, visto che adesso è richiesto a lavoro e dopo 3 anni di scuola serale di francese sarà un gran bel cambio, prevedo sofferenza :D

andima ha detto...

un'altra discussione relativa a questo post la trovate qui su Linkedin, dove si è andati un po' fuori tema, ma neanche troppo.