Molenbeek è uno dei 19 comuni di Bruxelles, etichettato da molti come il bronx della capitale nonché ghetto per la massiccia concentrazione d'immigrati d'origine magrebina. Qualche settimana fa il vice primo ministro belga, Reynder, durante un dibattito in senato e commentando una recente visita in Afghanistan, ridacchiava della precarietà del sistema stradale lì riscontrato, ma di come non sorprende dopo aver visto quello della Vallonia (sud del Belgio); da questa battuta e dal botta e risposta scaturito, si è arrivati ad un commento che ha riaperto un lungo dibattito: Avrei fatto meglio ad andare a Molenbeek, è più vicino ma è ugualmente all'estero. (Ma i belgi non veneravano il politically correct?).
Giovedì scorso succede l'imprevisto: una donna in niqab (il velo integrale, proibito in Belgio dal luglio scorso), è stata fermata a Molenbeek per un controllo (non il primo), rifiutatasi di mostrare la sua identità viene portata in caserma dove nasce una colluttazione che la manderà all'ospedale insieme ad uno degli agenti. Nel giro di pochi minuti si iniziano a diffondere sms reclutando fratelli musulmani in difesa di una donna in niqab aggredita da occidentali infedeli e la caserma di polizia viene presa letteralmente in ostaggio fino a mezzanotte. Scene da guerra civile.
Ed ecco riaperto l'eterno dibattito: l'integrazione a Bruxelles è un fallimento. Ne avevamo già parlato e davanti ad episodi di questa portata è difficile rimanere in silenzio. A Bruxelles vive una grossa comunità magrebina che in alcuni quartieri raggiunge concentrazioni altissime, tanto da portare all'attenzione dibattiti (poi divenuti legge) come quello sul burqa e statistiche come quella sull'ascesa del primo nome per neonati nella capitale, Mohammed. Al di là delle facili generalizzazioni e inutili propagande, la comunità fa indissolubilmente parte della società brussellese: molti di loro sono oramai belgi, il loro impiego massiccio nell'infrastruttura dei trasporti pubblici ed in tante altre attività quotidiane è una faccia indispensabile ed importante di Bruxelles che spesso viene facilmente dimenticata, la loro professione al culto musulmano ha fatto erigere numerose moschee che fanno oramai parte del panorama cittadino. Certo, non sono integrati perfettamente, né più né meno degli eurocrats (pseudo)anglofoni che vivono nel proprio micromondo surreale, con l'aggravante però di venire da strati meno prosperi della società (e quindi conseguente tasso di criminalità, mancanza d'educazione/istruzione, etc.) e la differenza religiosa. Queste benedette religioni.
Su queste aggravanti gioca un gruppo islamico estremista presente in Belgio, Sharia4Belgium (hanno anche un sito internet, roba per stomaci forti), accusato di aver creato i disordini di Molenbeek e da cui la comunità islamica prende le distanze, ricordando che non si è quasi battuto ciglio quando il porto di niqab è stato proibito in Belgio e sottolineando come in contraddizione si mobilitano per episodi del genere.
Sharia4Belgium ha rivendicato l'assalto alla caserma, ricordando che il loro obiettivo è d'imporre la sharia al paese (ricordate quando volevano attaccare l'Atomium?), avendo una religione superiore - affermano -, un sistema superiore, con dei valori superiori, appoggiandosi sulle statistiche che prevedono una maggioranza musulmana a Bruxelles per il 2030. Curioso che il loro portavoce sia nazionalizzato belga che però rischia di perdere la cittadinanza dopo già 10 condanne: se la perdesse, diventerebbe soltanto marocchino, con la possibilità quindi di essere estradato ed inviato in Marocco, dove - ma guarda un po' - la polizia lo aspetta per dei crimini pendenti. Il gruppo è perseguibile legalmente per incitazione all'odio, ma difficilmente verrà sciolto.
Fascisti, questi estremisti islamici (video
interessante) non sono altro che fascisti, né più né meno di un Breivik
o altri cavalieri della destra estrema, che a loro volta nascono come
lotta ai primi. La guerra dei cretini.
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A 44 gradi
A 44 gradi, a Marrakech, si beve del tipico tè bollente, alla menta, ma talmente bollente che il bicchiere scotta solo a toccarlo. Però rinfresca, il tè tipico alla menta, perché - dicono - il corpo reagisce a quel calore abbassando la propria temperatura. Rinfrescandoti, appunto. A 44 gradi, a Marrakech, sorseggi un tè bollente, bevanda nazionale nonché fortuna di mille e più dentisti per la quantità di zucchero contenuta, e hai paura a scottarti la lingua, desideri un bicchiere d'acqua ghiacciata, senza ghiaccio però, che c'è il rischio che sia fatto d'acqua di rubinetto e allora vai con la dissenteria. Delicati, noi europei. A 44 gradi, a Marrakech, non sarebbe simpatico passare tutta la giornata nella riad in compagnia della diarrea, che lei, la diarrea, dissipa le forze e porta via i pensieri, quelli più liquidi, quelli che scivolano da una frase all'altra, magari duri a dimenticare, che in un singhiozzo salgono come lapsus froidiani, spesso collante necessario tra discorsi accartocciati. Ce ne son tanti, di pensieri così. A 44 gradi, a Marrakech, desideri qualcosa con del ghiaccio, pensando all'imodium nella valigia e tastando il bicchiere di tè bollente, alla menta, il tè, e c'è una goccia di sudore che dalla fronte già si prepara al salto, quando il primo sorso scende e la gola reclama abitudini tradite. A 44 gradi, a Marrakech, ti rinfreschi, di colpo, sorseggiando tè bollente. E quasi non ci credi. E quasi ti vedi già quest'estate, lì, nel sud quello però delle origini, per la classica settimana di saluti veloci, abbracci necessari e chiacchiere già ripetute, però immancabili, però pittoresche, e ti vedi seduto lì, nella piazza delle origini, al tavolo quello degli incontri, e ordinare un tè, bollente, e guardare l'effetto che fa, non di nascosto, sulla faccia del cameriere, nelle smorfie degli amici, che sì, funziona, ve lo giuro, a 44 gradi, a Marrakech, no che non son folli quei marocchini, è il corpo, le reazioni, il ghiaccio e la diarrea. Insisterai, già ti vedi, per un tè, bollente. Insisterai, forse.
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