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Quello che resta

Ci hai pensato quando tua moglie ti ha chiesto di togliere le molliche dalla tavola, ha chiesto come si dice questa cosa, sacudir el mantel, in italiano. E all'improvviso ti sei bloccato. Non lo sapevi più dire. Hai fatto ricorso al tuo dialetto, a quel scutuliare, probabilmente perché quell'espressione, di togliere le molliche dalla tavola, tra le mura domestiche l'hai sempre ascoltata in dialetto, fin dall'infanzia; o probabilmente perché spesso il dialetto è un rifugio, nell'intimità di ricordi che s'amplificano solo attraverso la pronuncia di certe parole. (Ma è un affacciarsi temporaneo da una finestra che poi chiudi senza troppa nostalgia). Scu-tu-lia-re, ti sei ripetuto, cercandone la controparte in italiano che non conoscevi più. Hai chiesto ad amici, di tradurti scutuliare il, volevi scrivere mesale, hai scritto mantello, scutuliare il mantello, direttamente dallo spagnolo; volevi dire tovaglia - e avresti fatto bene - ma non lo hai detto perché tovaglia, in spagnolo, vuol dire asciugamani e allora hai temuto l'ennesima trappola linguistica dei false friends. Ti hanno risposto scuotere, gli amici, scuotere la tovaglia, ma non andava bene, era ancora innaturale. Sbattere. Alla fine è uscito sbattere.

Ci hai pensato quando hai scritto ad un amico di aver trovato la suocera con le mani nella farina, ti sei fermato, ti sei corretto. O meglio, hai provato a correggerti, perché sapevi che non si usa la farina, in quell'espressione. Ma non sapevi quale altra sostanza, ingrediente, cosa andava al posto della farina. Di nuovo, qualcosa t'avvertiva dell'innaturalità di quel suono, di quella frase, ma si fermava lì sulla soglia di un dubbio a metà, tra frustrazione e rinuncia. Alla fine te l'han dovuto dire: marmellata, con le mani nella marmellata. E un Ah tra l'ovvio e la vittoria ha sbloccato l'ennesimo nodo neurale di connessioni culturali e linguistiche, senza però evitare che se ne creino altri, di nuovi, di risolti ma lasciati in un angolo buio per troppo tempo, di combinazioni di fatti, luoghi, proverbi, abitudini e memorie.

E ci hai pensato quando un amico a Bruxelles ha nominato in chissà quale contesto Jerry Calà. Aspetta, chi era? Hai esitato, guadagnandoti sguardi perplessi. Hai pensato fosse romagnolo, hai pensato fosse Umberto Smaila, hai pensato a film di Cristian De Sica, e poi una scintilla neuronale ha riaperto bauli polverosi di cultura impantanata e hai detto, come se lo avessi sempre saputo, No aspetta, libidine, doppia libidine, libidine coi fiocchi!

Siamo tutti esperimenti culturali, hai pensato, soprattutto quando si vive all'estero per un tempo abbastanza lungo, distaccati a sufficienza dalla cultura natia ed esposti, continuamente, ad altri balli d'alfabeti, modi di dire, fare, pensare. Ognuno insomma diventa un'isola culturale dove approdano in modo casuale influenze dall'altri mondi, si creano ponti su terre straniere, a volte lunghissimi e resi stabili solo dal tempo, dalla frequenza dei percorsi. Ma ahimè l'isola non basta per accogliere e trattenere, per arricchirsi e accumulare, e qualcosa si perde, nella silenziosa evoluzione del paesaggio, nel nuovo quotidiano che diventa abitudine. Però quello che resta vale la pena essere esplorato, rimescolato, vissuto, perché potrà sembrare un altro, un nuovo, un temporaneo, (una insalata?), ma quello che resta sei semplicemente tu.

Di neonati e scarafaggi

Te lo sei ripetuto spesso, mentre il ventre di tua moglie si trasformava magicamente e l'attesa s'indolciva di progetti e preparativi. Te lo sei ripetuto soprattutto quando vedevi i bambini degli altri, piccolissimi, fragilissimi, tanto issimi. Hai cercato anche di spiegarlo a tua moglie, cercando di trovare i momenti giusti, dove la simpatia potesse incontrare il raziocinio condito di delicatezza, che di fronte alla creatura appena nata, di fronte al risultato di quel lungo percorso di vita, bisognava restare oggettivi su alcuni aspetti, lucidi, senza lasciarsi trasportare dai soliti sentimentalismi cinematografici, senza cadere in schemi di frasi ripetute e contrazioni del viso già viste, osservate, immaginate. Ma lei non capiva. Pensavi capisse. Ma lei non capiva, non capiva perché continuassi a ripetere che i bambini appena nati, quel dono divino che arriva ad irradiare la vita di coppia con sorrisi, luce e tanti pannolini, appena nati son quasi sempre brutti, alcuni bruttissimi, ma per un principio di sopravvivenza della specie non lo ammetteremmo mai, non lo capiamo, non lo vediamo. Quando un amico ti mostra la foto di suo figlio appena nato, lo pensi subito, che brutto, ma rispondi con qualche aggettivo molto coccolone per la gioia del papà e lo svincolo dall'imbarazzo. La sincerità spesso deve sacrificarsi in nome dell'ordine sociale, del quieto vivere, della pigrizia del dover dar poi spiegazioni troppo lunghe e che comunque sai già non verrebbero capite. La pigrizia spesso è alla base della pace nel mondo. Che i neonati siano quasi sempre brutti per te è quasi un dato di fatto e hai cercato più volte di spiegare quella frase a tua moglie, quel ogni scarrafone è bello a mamma soja, ma già solo l'accostamento di uno scarafaggio, sia pure con una metafora, ad un neonato no, non le piaceva. Le hai fatto ascoltare la canzone, ma un po' il dialetto non facile da capire per lei, un po' la premessa che ne aveva già inquinato l'ascolto, non hanno cambiato il suo sguardo crucciato.

Poi è nato vostro figlio. E lei ha detto che è bellissimo, con gli occhi lucidi dall'emozione, tu pure eri emozionato, ovviamente, ma brutto era brutto, lì ancora macchiato di sangue, con la pelle dal colore ancora violaceo, rugoso, gli occhi gonfi per il parto e il pianto liberatorio. Non hai detto che era brutto, per non rovinare il momento idilliaco, ma non hai detto neanche che fosse bellissimo. Hai annuito, convinto che l'emozione giustificasse anche la mancanza di parole. Eppoi pensavi a tante altre cose, alla salute, a lei, a lui, alle infermiere, al da farsi. Due giorni dopo era già bellissimo, non volevi staccargli gli occhi di dosso. Una settimana dopo era il più bello del mondo, non smettevi di mandare foto ai tuoi amici. Un mese dopo hai rivisto le foto di quando aveva due giorni, di quando aveva una settimana, e paragonandolo al bambino del presente sì, era più brutto. Quello del presente però era bellissimo. Hai mostrato la foto a tua moglie, di quando aveva tre o quattro giorni, sperando che ammettesse che sì, non era poi questo neonato bellissimo che gli occhi di genitori vedevano in quel momento. Era ancora bellissimo invece, per lei. Le hai ripetuto che giustamente, ogni scarafaggio è bello agli occhi di sua madre. Ti ha licenziato con un gesto un po' stizzito della mano ed è tornata alle sue faccende, mentre tu fissavi la foto sul cellulare continuando a ripetere che bisognava essere oggettivi, uscire dal ruolo di genitori e provare a vederlo con freddezza. Ieri hai proposto di portarlo a provini per pubblicità per bambini, perché a nove mesi è troppo bello, è il bambino più bello del mondo, convintissimo che non avrebbero mai potuto negarlo, rifiutarlo. Lei hai detto che forse esageravi un po'.

Di grazie che valevano la pena

Poi ti ritrovi a sorseggiare una birra artigianale belga al mercato del lunedì di place Maurice van Meenen, lì sotto il bellissimo municipio di Saint-Gilles, dove tra l'altro ti sei pure sposato, mentre la folla s'accalca, si muove, si mescola, chi con una birra, chi con un bicchiere di vino, chi in fila per una piadina romagnola, chi per un crepe marocchina, c'è una banda musicale di signori già abbastanza anziani che suona per il mero gusto di suonare e diffondere allegria, c'è il ragazzo francese delle crepe bretone che ti riconosce perché eri lì al mercato del venerdì di place des Chasseurs Ardennais dove normalmente lo ritrovavi ed eri lì al mercato del giovedì della place Victor Horta vicino Gare du Midi dove lo hai incontrato diverse volte per pranzo, lo dici alle persone in fila, che lui è un artista della crepe, non li conosci ma ci si conosce tutti lì, facciamo tutti parte del villaggio globale, non li conosci ma cosa importa poi, siamo in quella parte di Bruxelles dove troppe formalità non piacciono a nessuno. Poi, mentre brindi per la seconda birra artigianale e la banda passa, trombetta, sviolina, tamburella, ti accorgi che proprio a un metro da te, lì di fronte, con una birra in mano c'è Charles Piqué, sindaco di Saint-Gilles e ministro-presidente uscente della Regione di Bruxelles, non ci credi, ne sei convinto, è proprio lui, ne mostri la pagina wikipedia all'amico che non ti segue mentre determinato gli vai vicino, lo interrompi, ti presenti, che sei italiano ma che vivi a Bruxelles da più di 5 anni, che ti sei sposato proprio lì e che vivi nel suo comune da oramai più di 3 anni e che lo vuoi ringraziare, grazie signor sindaco, grazie davvero, per tutto quello fatto finora, per quello che seguirà, perché l'adori quell'atmosfera lì, perché sei felice ed è anche merito suo, ti chiede dove abiti, cosa fai, ha il sorriso dei manifesti elettorali, ti stringe la mano ma tu lo vorresti quasi abbracciare, grazie e scusate per l'interruzione, grazie e scusate per il disturbo, buona continuazione e per l'emozione o per le birre sbagli anche due accenti francesi e una coniugazione.
Poi, non dovresti pensarlo ma ti salta in testa la connessione, non dovresti far confronti ma tra un singhiozzo di malto e una memoria che risale a galla pensi a quando vivevi in Campania, all'ipotesi di un possibile incontro con il presidente della regione, quel tal Bassolino, pensi: lo avresti mai ringraziato? E no che non lo avresti fatto, ti ripeti, mentre l'immagine già viene archiviata e nuove chiacchiere, nuovi sorrisi s'accavallano nel mercato, mentre pensi che più che un grazie sarebbe stata un altro il saluto, molto più tipico e sincero, ma il passato non c'è più, ti ricordi, è il presente che merita attenzione.

Del mangiare ed altre evoluzioni

Era la seconda volta che le mostrava quella scena, fissando lo schermo con morbosa attenzione, mentre i pixel disegnavano forme e immagini che si mescolavano a memorie e pensieri masticati, mal digeriti. Non gli piaceva, quella consapevolezza che il cervello stesse già interpretando a suo modo segnali visivi e conoscenze, non gli piaceva che ciò che avrebbe pensato di vedere non era la realtà in quanto tale ma soltanto la trasformazione celebrale di una realtà non più autentica, già personale. Pensava, come posso spiegarle quello che penso di questa scena se la vediamo già in modo diverso, ognuno attraverso i propri filtri neurali? E intanto la scena continuava, quell'uomo oramai sconosciuto ma un tempo famoso - dicevano, diceva suo nonno, famosissimo, diceva - prendeva di nuovo del cibo con le mani, lo alzava al cielo, rideva, se lo infilava nelle tasche. Disse: lo vedi? Forse anche noi faremmo così oggi, a distanza di così tanto tempo, da quando non mangiamo più cibo come ce lo mostrano ancora dipinti, libri, etichette colorate, da quando tutto è in pillole e per noi è già abitudine, normalità. Ma è così - gli rispose lei, con sguardo crucciato - per preservare la sostenibilità della specie sul pianeta, lo sai, ne abbiamo già parlato, è così perché in passato son stati incoscienti, han superato limiti e rotto equilibri, è così perché.. Lo so, lo so - la interruppe lui, con voce seccata - non voglio ripetere di nuovo questa storia, la conosco, la storia, e conosco il presente, fatto non più di piatti, posate, tavole bandite, ma pillole e sostenibilità, lo so, te le vendono anche bio, quelle pillole, come se contasse poi qualcosa, e intanto in posti a noi preclusi c'è ancora chi mangia cibo vero, son in pochi, perché costa troppo oramai, impossibile pagare quei prezzi, lo so, meglio qualche pillola, che poi è lo stesso, dicono, anzi è meglio, per il pianeta. Poi però - si alzò, avvicinandosi alla grande vetrata da cui si intravedeva poco il cielo coperto da grattacieli e traffico - quelli che continuano a parlarci di sostenibilità, di sopravvivenza della specie, di benessere del pianeta, credi davvero che continuino ad inghiottire pillole come noi?

Lei lo seguì con lo sguardo, la testa un po' abbassata, quasi a sentirsi colpevole per azioni non sue o come se il peso di quelle parole e delle colpe di società passate fosse presente sulle sue spalle, fragili, ancora più fragili nell'inarcarsi come reazione a quella discussione. Ma almeno - provò a rompere il silenzio, a richiamare la sua attenzione - ma almeno noi mangiamo le pillole, pensa a chi col teletrasporto si fa teletrasportare già sazio? Almeno noi abbiamo ancora un qualche contatto tra cibo e dita, tra bocca e nutrimento.. Contatto? - tuonò lui - Cibo? Ma poi, lascia stare il teletrasporto, lo so, se devono distruggerti in un luogo e ricrearti in un altro, tanto vale scegliere di farti ricreare già con lo stomaco sazio, come se nello stream di informazioni inviate, nel viaggio di terabyte trasmessi tra partenza ed arrivo, si inghiottisse una pillola digitale, guadagnando tempo, dicono.. Ma quale tempo? Il tempo d'inghiottire una pillola! Lascia stare, quell'opzione all'ingresso del teletrasporto è davvero aberrante..
Intanto il fermo immagine mostrava ancora quell'uomo con del cibo nelle tasche, ridere. Lo vedi - disse - lo vedi quel film? Te l'ho fatto rivedere perché paradossalmente lo faremmo anche noi, oggi, mangiare del cibo vero quasi fosse la cosa più preziosa del mondo, conservarne pezzi nelle tasche, celebrarlo dedicandogli una danza.. Sai come si chiamava quel cibo? Spaghetti, nome buffo lo so, ho dovuto cercare e confrontare immagini, non me lo ricordavo più. Sai come si chiamava quel film? Miseria e nobiltà. Non ti dice nulla? A me fa pensare, fa pensare che in fondo la nobiltà della nostra specie, di quest'intelletto superiore che vantiamo, si complementa ad una miseria intrinseca, quella del distruggere per sopravvivere.

Rimase qualche secondo a fissarla, mentre lei fissava quel fermo immagine, quasi potesse riprendere a muoversi da un momento all'altro e trasmettere quella scena per l'ennesima volta. Sul tavolo, a pochi metri da loro, la cena: un pacchetto di pillole bio, le migliori sul mercato, recitava la confezione. Le hai comprate addirittura bio, per stasera? - Chiese lui, con tono provocatorio. Sì - rispose lei, con voce affannata - volevo il meglio per il nostro anniversario, volevo che ci nutrissimo bene per celebrare il nostro amore, perché in fondo è bio anche quello, è naturale, è nostro.
Ma bio... - balbettò in risposta - ma bio non vuol dire senza scadenza.

Prodotti tipici

"nemmeno la macchinetta per il caffè, cioè lo strumento di produzione, è di casa nostra. I prodotti nascono da una collaborazione internazionale. Che ci piaccia o no. L’importante è saperlo, ci vogliono nuove regole, è certo, ma tant’è, meglio conoscere la fisiologia della filiera perché spesso è la nostra ignoranza della fisiologia a produrre il danno. Metti la pizza. È in corso di registrazione la dizione: specialità tradizionale garantita (pizza napoletana STG). Questa etichettatura avrà un vantaggio economico? Davvero il prodotto certificato è realizzato con materia locale? Ma veramente? Per ottenere la pizza napoletana (che sia STG o meno) di così eccellenti qualità, è necessario impiegare la farina Manitoba, ottenuta da grani selezionati dall’antica cultivar canadese Manitoba. Ciò significa che per ogni pizza paghiamo le royalties ai selezionatori di quel grano. Il pomodoro Pachino? Stessa cosa, le tre varietà di ciliegino più in uso, Piccadilly, Shiren e Titì, sono selezionate dalla ditta israeliana Hazera. Sono buoni perché gli israeliani investono nella moka da 12 anni, cioè fanno un’ottima ricerca e poi ci vendono semi, mica solo a noi, a tutto il mondo."

Et voila. Nell'era della globalizzazione, neanche la pizza, quella autentica, sfugge a certi giochi, anzi ne dipende. E pensare che c'è chi, all'estero, disgustando piatti stranieri, spesso decanta a gran voce i sapori del bel paese, autentici, unici, inimitabili, perdendosi tra un po' di patriottismo spicciolo e inciampando maldestro in trappole d'ingenua ignoranza.

In una tazza di caffè

Il ragazzo maltese si presenta alla porta dell'ufficio con in mano l'oggetto tanto atteso, una caffettiera piccola ma pregiata, e non tutti capiscono il segnale, perché la macchinetta del caffè è il simbolo della setta creatasi in tempi arcani, e lui, il collega maltese, quasi non dice una parola, mentre tu lasci la scrivania d'impegni e finzioni insieme al ragazzo spagnolo, silenziosi. Poi alla prossima porta, di nuovo, la macchinetta del caffè quasi non si vede, ma gli occhi attenti capiscono il segnale, ed ecco che il ragazzo polacco e quello austriaco vi seguono. Nel corridoio in fila indiana, tutti dietro al ragazzo maltese, incomincia la processione con in testa il totem tanto venerato, l'oggetto che libera le papille gustative dalle torture degli intrugli vomitati dal distributore meccanico, lì, nell'atrio, il totem che diffonde quell'odore che sveglia olfatto e sorrisi persi tra le eco di tastiere stonate e monitor inerti.
Quasi senza dir una parola, i membri della setta giungono nella cucina al piano di sotto, dove ritrovano la ragazza belga e quella svedese. E il rito ha inizio. Il ragazzo maltese, proprietario dell'unica caffettiera in quell'ammasso di cemento e vetri, procede alla preparazione minuziosa del caffè e c'è sempre chi lo osserva con gli occhi da bambino, chi ne segue ogni gesto curioso, anche il più elementare, nell'attesa di ricevere la propria dose quotidiana di caffeina raffinata, felice di non rassegnarsi ai rumori metallici e al segnale poco poetico del distributore dell'atrio, ancora una volta. Tu in realtà non dovresti far parte della setta, perché il caffè non lo bevi quasi mai, da quando vivi all'estero, non perché intento a spogliarti d'italianità supposte, ma per la mancanza di un rito, in tanti anni, come quello a cui assisti in quel momento, mentre lei, la caffettiera, inizia a riscaldarsi non solo delle fiamme piccole però numerose del fornello, ma anche e soprattutto di quel momento sociale, di quella tribù quasi segreta di bisognosi di una pausa aromatizzata. Il collega maltese scambia con te qualche parola in italiano, prima di tornare alla sua lingua abituale, l'inglese, un po' per rispetto verso gli altri, un po' perché preferisce così, dice, nella paura di sbagliare. I suoi lineamenti arabi quasi ti confondono, lui che potrebbe essere italiano quanto te, proveniente da un'isola geograficamente più vicina anche di Lampedusa, ma con altra bandiera, altra cultura, altra patria, teoricamente molto più vicino a te della collega belga, eppure avvolto da una misteriosa ignoranza, l'ignoranza di chi ha vissuto anni senza mai dover saper nulla di quell'isola, quasi come se non esistesse, dove però si parla anche la tua lingua e c'è tutto un mondo di connessioni da scoprire.

Quando domandi della cremina, noti lo sguardo interrogativo dei membri della setta e ne decifri mancanze inammissibili. Veloce prendi un bicchiere di plastica e lo riempi di qualche cucchiaino di zucchero, aspetti paziente le prime gocce di nettare nero ed inizi a sbattere forte fino ad avere una crema che in effetti non riesce mai come volevi, ma poco importa, perché tutti son lì ad osservarti curiosi, intenti a scoprire cosa possa mai celarsi dietro quell'eccezione al rito. Quando sciogli un cucchiaino di crema nella tazza del ragazzo maltese, quasi ti guarda con ammirazione, con gli occhi di chi ha scoperto terra dopo mesi di navigazione sofferta, con l'espressione di chi ha ricevuto un gelato dopo ore di giochi al parco, quello strato sottile di schiuma marroncina che si crea sulla superficie del suo caffè, quasi fosse al bar italiano in un giorno di vacanza a Napoli, riempie di gioia il suo sorso ad occhi chiusi. Non è più caffè, è quasi amore.
La collega svedese sorride quasi condividendo un imbarazzo, che lei, quella scena, quegli occhi chiusi e un po' tutto quel rito, lo trova sì simpatico ma senza esagerazioni, altrimenti si rischia di cadere nel ridicolo, lascia intendere. Attenta però a sottovalutare una tazza di caffè, ragazza svedese, perché una tazza di caffè può essere anche amore, sai? Ti racconto una storia d'amore e caffè, ragazza svedese. C'era una volta un uomo che amava una donna, ma lei, la donna tanto desiderata, era sempre ostile, diremmo quasi amara. Ma l'uomo sapeva che dietro quelle ostilità c'era una dolcezza da scoprire, dello zucchero da assaporare. E proprio come tu adesso, ragazza svedese, stai girando quel cucchiaino per mescolare lo zucchero sul fondo della tazza, così quell'uomo sapeva bene che provando e riprovando, che continuando e perseverando, avrebbe trovato sotto quell'apparenza amara della dolcezza, anche in quella donna, e che lo zucchero sarebbe potuto arrivare finalmente alla sue labbra.
Ecco, ragazza svedese, perché non bisogna sminuire una tazza di caffè, che può essere un rito, una delizia o semplicemente dell'acqua nera. Poi, ti fermi un attimo e ci scopri una poesia, se c'è chi lo prepara con una caffettiera, chi ancora lavora alla cremina e chi poi ti racconta storie d'amore e caffè.

Chi parte


Che quasi dimenticavo. Auguri Massimo.
Questo frammento, chi parte all'estero, non può non conoscerlo.

Che palle

Sei lì davanti a tre espressioni interrogative mentre la cravatta lascia gocciolare lentamente pensieri nello stomaco, cercando sì di renderne la digestione meno molesta ma lasciandone anche troppi tra le pareti celebrali, agitando quello che poi si trasforma in sudore tra le dita e te lo senti appena anche lungo la schiena, per non parlare dei contributi ascellari. Sei lì, dopo aver passato due test IKM online su competenze tecniche, dopo aver parlato per più di due ore con i loro architetti in altri due colloqui tecnici telefonici, eppoi il primo face to face (tecnico, per cambiare) e ancora un test tecnico e tutto per arrivare lì, all'ultimo face to face, neanche fossero la NASA questi qua e stessi applicando per gestire l'intera organizzazione. Il tuo cv è sulla scrivania, ne riconosci la formattazione, i paragrafi, le diciture, noti subito appunti in rosso e nero, qua e là, macchie in quel tuo ordine certosino. Perché anche in rosso?, ti domandi, ricordando calligrafie e note da maestrina scrupolosa, mentre il nodo alla cravatta sembra stringersi di più, come se dovesse in qualche modo reagire all'attacco dei pensieri recalcitranti, che intanto ne formano un altro, di nodo, in gola, grosso quasi come il pomo d'Adamo.
E mentre uno di loro esce un attimo per un bicchiere d'acqua, gli altri provano a metterti a tuo agio con qualche domanda di circostanza, mentre tu sei lì esternando un sorriso da statua cinese, ma solo perché il nodo alla cravatta tira la pelle del visto fino ai bordi degli occhi. Di dove sei, ah italiano (ma in effetti stava scritto sul cv, alla voce nationality, non era difficile), e di che parte d'Italia, ah vicino Napoli. Tutti i campani nel mondo finiscono con rispondere vicino Napoli agli stranieri, per tagliar corto, perché è inutile pronunciare nomi di cittadine sconosciute ai più e perché si va sul sicuro, si sa Napoli dove sta. Allo stesso modo l'astronauta sul pianeta C9V17 non direbbe all'alieno Vengo dall'Italia, taglierebbe corto, direbbe Terra, la Terra, inutilmente. Però le vie della simpatia trovano sempre modi sadici per esprimersi e qualche battuta salta sempre fuori e allora Ah, ma allora non possiamo non assumerti, altrimenti fai venire la mafia. E giù risata convulsiva. A quel punto i pensieri bloccati dal nodo alla cravatta diventano tante spine, piccolissime, ma fastidiose, che s'infilzano nella pelle già tirata ad elastico e ne crocifiggono il sorriso. Già, perché non c'è altro modo di rispondere, se non con il sorriso, in quella circostanza. Cosa vorresti spiegar loro? Che non sei di Napoli? Che Napoli non è tutta così? Che non si chiama mafia ma camorra e che la vita non è come nel film Il Padrino? Che potrebbero essere più simpatici in tanti altri modi? Che alla fine è vero, ci son fuori i tuoi scagnozzi pronti a far saltar in aria la loro macchina se non ti assumono? No, la situazione non lo permette eppoi che senso avrebbe, sei un italiano, c'è il tuo stereotipo seduto lì in quel momento, e con esso opinioni, leggende e verità da cui si può diluire qualche commento di circostanza, per rompere il ghiaccio, per dire qualcosa, per essere simpatici, a volte. Dovresti essere abituato a certe battute, eppure mentre il tuo sorriso risponde grazioso fingendo umori allegri e pensando ai dettagli tecnici dell'incontro, perché eri lì per quello, è quello che ti interessa, la posizione, l'azienda, anche se un po' paranoica nella selezione, sei all'ultimo step, ce l'hai quasi fatta, non vuoi certo rovinare tutto per una battuta come tante, ecco, mentre questo ed altro impatta sul nodo alla cravatta e si conficca nella pelle oramai lacerata, c'è un solo pensiero dominante quando il sorriso si estende falso verso i due esaminatori: che palle.

Anche questo è Europa, credo

In un pub australiano a Madrid durante l'ultimo fine settimana, mentre l'amica della tua ragazza viene approcciata da un tipo alto e splendente, l'amico, l'altro, che splendente sembra meno, ti si avvicina per sapere se ci son possibilità di quagliare e ci prova prima in spagnolo, ma balbetta appena, poi passa velocemente all'inglese e poi addirittura all'italiano: è un belga, di Leuven, e si meraviglia di incontrare un italiano a Madrid ma che viene da Bruxelles; ti chiede subito che lingua avrai mai scelto di studiare, il francese, ovvio, ci rimane male, ti chiede qualche parola d'olandese, gli dici due delle tre che conosci e già gli si illuminano gli occhi, due parole sono meglio di un silenzio, in certi casi. E lui ti parla in italiano, ha vissuto anni a Varese e quando parla lo fa benissimo, con un accento del nord Italia inconfondibile, poi ti dice d'essere da un anno a Napoli, d'esserne innamorato, del cuore della gente. Napoli è così, c'è chi la odia e chi la ama e c'è chi la odia e la ama a giorni alterni, a ore alterne, perché ci son motivi per entrambi i sentimenti, tanti, e a riassumere il tutto c'è solo una parola: Napoli.
E insomma in un pub australiano a Madrid, un campano venuto da Bruxelles parla con un belga venuto da Napoli e quando il tizio gli si avvicina dopo un po' per salutarlo, gli dice con un forte accento varese "il mio amico ci rinuncia, noi andiamo, m'aggia rutt 'o cazz qua". E tu ad ascoltarlo vorresti quasi morire. L'Europa è anche questo, credo.

Meloni e pizza

Una volta sui contenitori delle pizze da asporto c'era Troisi, Totò, Eduardo De Filippo
e Pulcinella. Adesso c'è l'immagine moderna della donna così come la si vuole vendere.
Sicuramente tirano più due meloni in bella vista che un carro di icone napoletane.
Anche questi sono segni dei tempi che cambiano (e degradano).
Foto scattata a Salerno una settimana fa, qui.

Storielle napoletane a Bruxelles

Così si decide che la solita insalata giornaliera oggi proprio non sarebbe andata giù né il panino del salumiere calabrese a pochi minuti a piedi dall'ufficio e allora si va nella stazione vicina, la più grande di Bruxelles, Gare du Midi, a vedere cosa ci sia in giro e si finisce in coda per una porzione di pasta, sì di quella pasta che ti servono in un recipiente di cartone (o di tetrapak, non saprei), quella pasta che molti italiani guarderebbero con occhi distaccati, con la puzza sotto al naso, con lo sguardo pontefice di chi accusa d'eresia. Ma l'aspetto e l'odore non sembrano male e allora che male c'è, si prova.
Mentre sei in fila un tipo sulla trentina ti fissa di lato, gli ricambi lo sguardo ma poi ti distrai altrove.
lui: Scusa - e a volte basta davvero soltanto uno scusa per capire da dove si proviene, quel tipo veniva di sicuro da Napoli e dintorni - sei italiano?
io: Come? - E pensi quanto facile sia leggerti la nazionalità sulla faccia - Sì, perché?
lui: Scusa, ho il treno che parte tra dieci minuti... non mi funziona più il bancomat e mi mancano giusto 5 euro per il biglietto, me lo puoi dare un euro per cortesia?

A quel punto sorrdi, perché quella filastrocca l'avrai sentita almeno un centinaio di volte ma in un'altra stazione, quella Centrale di Napoli, e non l'ascoltavi da almeno qualche anno e mai ti saresti aspettato di ascoltarla di nuovo soprattutto lì, a Bruxelles, in Gare du Midi, da un napoletano chissà come finito da quelle parti in cerca di spiccioli; e ti saresti quasi fermato e chiedergli perché, ascoltare la sua storia, magari capire i come, i quando, in che modo, ma avrebbe avuto poco senso e magari sarebbe stato un inutile monologo senza frutti. E allora sorridi, perché quella filastrocca ti ha riportato alla memoria tante cose, alcune amare altre davvero piacevoli che quasi lo ringrazi.

io: Guarda, lo so che non c'è nessun treno che parte tra dieci minuti - e cerchi di avere un'aria seria, ma tanto non ti riesce - ma tieni, ho giusto un euro, ecco qua.
lui: No, no, ma che hai capito, quello il treno parte per davvero! Grazie, grazie, ciao!

E scompare tra qualche passo dondolante mentre la fila che avanza e lo stomaco che brontola ti richiamano alla pasta, che poi in fondo non era mica tanto male e chi se ne lamenta, di quelle paste commerciale, di quel profano uso di pasta e cartone, magari a casa, da solo, chissà quante volte si sarà mangiato anche di peggio.

Mentre ti allontani rivedi il tipo della filastrocca approcciare un altro signore nella fila e ripetere la scena. La tentazione è troppo forte, qualcosa gliela devi dire.
io: Uè, ma il treno?
lui: Ah, ciao! Eh... l'ho perso, mannaggia, l'ho perso!
io: Ahahahaah, chissà quanti ne perdi ogni giorno, eh?!

E lui ti congeda con un occhiolino e un saluto con la mano, un po' se la ride un po' risponde al tuo sorriso. Ma guarda un po' - pensi - cosa ti può succede anche a Bruxelles!

Anema e core

Durante una vacanza nelle origini appena terminata (perché ad esempio a me piace il sud)
una foto vale più di tanti altri panorami, mentre si passeggiava per le vie di Napoli...
sulla faccia di Quagliarella si legge: "ADDIO traditore! Pubblicata dal Napoli,
E' tatuata nella nostra anima!!!
". Foto scattata qui.

Il maniaco sul treno verso Napoli

Ieri ero sul treno diretto a Napoli, dove mi aspettava la freccia rossa diretta a Roma, dove mi aspettava il volo diretto a Charleroi, dove mi aspettava l'autobus di rientro a Bruxelles (e per finire, il taxi fino a casa). Partire alle 8 di mattina dopo una serata a salutare amici non è sicuramente il viaggio ideale, con gli occhi semichiusi ancora pieni di sonno. Prendo subito posto vicino al finestrino, perché il fascino del treno è anche perdersi nel paesaggio che scorre veloce e con esso i mille intrecci di pensieri dei ritorni a casa e ripartenze veloci. Il vagone semivuoto a quell'ora e ognuno è mezzo accasciato sul proprio sedile, probabilmente ancora immerso in un sonno profondo o cercando di ricordare il sogno interrotto dalla sveglia maledetta.
D'improvviso un signore sulla 60ina si affianca, distinto ed educato. Ha un problema con il cellulare, non riesce a capire un messaggio di errore. Può essere mio nonno - penso - vediamo che problema ha. Alla fine è una sciocchezza, un numero di segreteria errato o qualcosa del genere. Inizia a chiamare qualcuno, parlando in napoletano abbastanza stretto. Poi mi chiede le solite cose, dove vai, sei studente, lavori, ma le mie risposte sono brevi, tra sonno e riservatezza.
All'improvviso sento la sua gamba che sfiora la mia. Di nuovo. La sposto con disinvoltura avvicinandomi al finestrino. Sento di nuovo quella gamba strofinarsi alla mia. Stai calmo - penso, muovendomi di nuovo - è solo la tua immaginazione, non può essere, dai. Ma il signore torna a strofinare la sua gamba alla mia e addirittura muove il suo piede in mezzo ai miei! A quel punto mi volto e me lo trovo faccia a faccia. Vuoi venire in bagno con me? - Mi bisbiglia. Tra i mille rumori del treno, spero di non aver capito bene e tutto quello che riesco a balbettare tra stupore e incredibilità è un C-o-s-a?. Ti piacerebbe masturbarmi? - Mi sussurra ancora, puntandosi la mano in mezzo alle gambe dove una protuberanza lasciava poco spazio ad incertezze e dubbi.
Per un attimo, un secondo, ho pensato di ammazzarlo, lo ammetto. Forse lui me lo legge in faccia - Zitto, zitto, non dirlo a nessuno.
Mi scusi un attimo, devo prendere una cosa in valigia - dico e mi faccio spazio per passare, cercando di mantenere una calma fredda e silenziosa. Poi prendo lo zaino e mi sposto qualche fila più avanti, senza voltarmi, senza dire nulla. Mi siedo ed un senso di disgusto, di sconforto, di pena e di sporcizia mi assale. Mi son sentito violentato, come se soltanto quell'idea, quello strofinio, quell'intento avessero lasciato tracce indelebili sulla mia persona.
Finalmente Napoli, non ho mai desiderato così fortemente quella stazione, mi dirigo veloce verso il mio posto nella freccia rossa. Son rimasto tutta la giornata nervoso, traumatizzato, d'umore inquieto, pensando a tutto quello che avrei potuto o dovuto fare e a quel vecchietto, quella mente malata, quelle poche parole d'un peso enorme.

Sciacallaggio mediatico

Sarebbe bello se davanti a queste immagini La Repubblica chiedesse scusa, il Corriere chiedesse scusa, addirittura Saviano chiedesse scusa, il Giornale chiedesse scusa, cosi' come tutti coloro che come avvoltoi si son lanciati ad accusare e criticare il popolo napoletano per una indifferenza che in realtà non c'è stata, per una assuefazione a fatti di cronaca cosi' sconcertante che in realtà scompare nella versione integrale del filmato ma che di fatto si ha voluto diffondere, gridare, in tutto il mondo. Non e' soltanto un caso di cattiva informazione, tutto ciò e' stato puro sciacallaggio ("la parola sciacallaggio, si riferisce a chi depreda la proprietà altrui in occasione di catastrofi o altri eventi eccezionali") di dignità, rispetto ed amor proprio per chi vive in realtà sicuramente non facili, per chi probabilmente non e' senza peccato, ma non può essere dipinto alla stregua di animali, non può, non merita.