Certe notizie bisogna darle con un certo tatto, altrimenti poi c'è chi si spaventa. Ecco, dice il Welfare che servono due milioni di immigrati in dieci anni. Dice che servono per il fabbisogno di manodopera, per reggere il sistema, ma senza panico: viste le stime di crescite interne i numeri dicono che bisognerà aprirsi soltanto a poco meno di due milioni di lavoratori stranieri. E che sacrificio. L'importante è che vengano a pulire la scrivania la sera, che raccolgano i rifiuti la mattina presto e che non si radunino in gruppi in qualche bar o inizino a mangiare kebab per strada o addirittura chiedano il diritto a professare la propria religione in luoghi di culto, diritto addirittura previsto dall'articolo 19 della Costituzione, ma la Costituzione è italiana, si sa, che valga allora per gli italiani - direbbe qualcuno oggi al governo - e non per l'Italia.
Il Welfare dice che servono per l'economia, anche se l'economia è al tracollo e la disoccupazione galoppa, servono altri due milioni di lavoratori e servono disposti a tutto, a quello a cui i laureati italiani non vogliono adeguarsi o a quello che è più facile impiegare. Servono, è il verbo che riassume il tutto, è nel verbo la parola magica, mica per la diversità culturale, tanto meno per migliorare un'elasticità mentale rigida e centenaria, servono per reggere il sistema, ma il sistema è pronto ad altri due milioni di immigrati? Perché magari non servono soltanto due milioni di immigrati ma anche meno populismo spicciolo, meno occhiate maliziose e paure ingiustificate, meno propaganda di esodi biblici e facili strumentalizzazioni quotidiane e soprattutto parità di trattamento, magari acquisendo la coscienza che oggi la società è multiculturale ed i diritti non si basano soltanto sul luogo di provenienza. Che gli altri non son alieni.
E poi, ops... mi chiamano in un meeting, dovrò inventarmi qualcosa nell'ufficio dove lavorano quattro francesi, due italiani, un cinese, una senegalese e due belgi. E siamo a Bruxelles, non conosco il loro articolo 19 ma un immigrato non è alieno e - mi dicono che - si sta bene, nonostante i francesi.
Al consolato italiano a Bruxelles (atto I)
Al consolato italiano a Bruxelles c'è una grande bandiera tricolore esposta fuori ed un grosso portone che funge da entrata per le persone ma anche per le macchine che si dirigono al parcheggio interno. Il portone quindi è sempre aperto. C'è una scalinata di una decina di gradini e lo sportello di Servizio per il pubblico. Lo sportello è esteriore, la fila si fa fuori, sulle scalinate, appena dopo il portone, all'aperto. Non si entra perché le porte sono chiuse, c'è bisogno di un'apertura controllata. Non si entra perché lo sportello è fuori, come quando compri un waffel o un gelato per le strade di Bruxelles.
Al consolato italiano a Bruxelles quando fa freddo, quando fuori c'è la neve, si fa la fila allo sportello, si intende fuori, per le scale, insieme ai pinguini. Però almeno è coperto, non piove. E c'è il rumore della strada, delle macchine, del traffico, perché il portone è sempre aperto e si attende fuori.
Al consolato italiano a Bruxelles non hanno risolto il problema del rumore della strada creando uno sportello in un atrio chiuso, accogliendo gli italiani all'estero in cerca di informazioni e servizi, ma installando un microfono a volume alto allo sportello, in modo da sovrastare i rumori della strada vicino.
Al consolato italiano a Bruxelles non c'è privacy, perché dalle casse del microfono tutti in fila possono ascoltare le questioni della persona di turno allo sportello. Poi l'impiegato ti dice "Ma come! Non avete ascoltato, l'ho appena detto al signore che stava qui prima" e ti accorgi che non ti puoi distrarre in fila al consolato italiano di Bruxelles, bisogna davvero ascoltare i fatti degli altri allo sportello. Siamo nell'era dei social network, in fondo.
Al consolato italiano a Bruxelles, mentre ero in fila alla mia destra ho visto un manifesto del prossimo spettacolo di Beppe Grillo a Bruxelles. Ma c'è qualcosa che mi sfugge: lo sa mica la Brambilla che nell'edificio del consolato italiano a Bruxelles si pubblicizzano spettacoli che sputtanano l'Italia all'estero? No perché le potrebbe prendere un colpo, a saperle certe cose.
Al consolato italiano a Bruxelles ci dev'essere una porta (un portone) spazio temporale all'ingresso, sicuramente (attenzione: segue battuta antipatica e lamento evitabile), no perché d'improvviso mi son sentito in Italia.
Al consolato italiano a Bruxelles quando fa freddo, quando fuori c'è la neve, si fa la fila allo sportello, si intende fuori, per le scale, insieme ai pinguini. Però almeno è coperto, non piove. E c'è il rumore della strada, delle macchine, del traffico, perché il portone è sempre aperto e si attende fuori.
Al consolato italiano a Bruxelles non hanno risolto il problema del rumore della strada creando uno sportello in un atrio chiuso, accogliendo gli italiani all'estero in cerca di informazioni e servizi, ma installando un microfono a volume alto allo sportello, in modo da sovrastare i rumori della strada vicino.
Al consolato italiano a Bruxelles non c'è privacy, perché dalle casse del microfono tutti in fila possono ascoltare le questioni della persona di turno allo sportello. Poi l'impiegato ti dice "Ma come! Non avete ascoltato, l'ho appena detto al signore che stava qui prima" e ti accorgi che non ti puoi distrarre in fila al consolato italiano di Bruxelles, bisogna davvero ascoltare i fatti degli altri allo sportello. Siamo nell'era dei social network, in fondo.
Al consolato italiano a Bruxelles, mentre ero in fila alla mia destra ho visto un manifesto del prossimo spettacolo di Beppe Grillo a Bruxelles. Ma c'è qualcosa che mi sfugge: lo sa mica la Brambilla che nell'edificio del consolato italiano a Bruxelles si pubblicizzano spettacoli che sputtanano l'Italia all'estero? No perché le potrebbe prendere un colpo, a saperle certe cose.
Al consolato italiano a Bruxelles ci dev'essere una porta (un portone) spazio temporale all'ingresso, sicuramente (attenzione: segue battuta antipatica e lamento evitabile), no perché d'improvviso mi son sentito in Italia.
Che poi loro, le donne
Quando si finisce su quell'argomento lì, quello meglio lui o meglio lei, c'è sempre lui che caccia la solita storia, quella dei grandi della storia, che storia, che son tutti uomini, loro, e ne esce subito un teorema, la dimostrazione della superiorità dei lui, perché dopo qualche nome di scienziato, scrittore, musicista e campione di gara di rutti, la cosa è palese, evidente, è meglio lui, è peggio lei, anche se c'è sempre quella dimenticanza, quella che grandi lo si può essere nel bene ma anche nel male e bisognerebbe allora elencare anche Hitler, Leopoldo II di Belgio e Baggio che sbagliò il rigore del '94, certo lui potrebbe contrattaccare con Crudelia Demon e la Santanché (che poi non son sinonimi?) ma anche Laura Pausini aggiungerei, però poi contano i numeri, sempre loro, e ci son parecchie croci che si potrebbe contare.
Il problema allora non è decidere chi sia migliore, ma cercare semplicemente di migliorare le cose con il buon senso e allora no, non ci vogliono diritti uguali in tutto, perché lui non è uguale a lei in tutto, è chiaro, sono uguali in parte e in parte son diversi, hanno bisogni diversi, hanno cose che son complementari o si risolvono in modi diversi. Per esempio lei ha il dono della vita, sì, ha bisogno di un aiuto, va bene, poi però fa una magia e dopo nove mesi crea. Crea, mica roba da poco, lei crea. E mentre sta creando non passa soltanto cibo, per di lì, dal cordone ombelicale, ma tanto, tanto altro che si sta studiando di recente, lo studia anche lui, che da lì passa anche lo stress per esempio e può decidere i cambiamenti di una vita, può influenzare tutto il futuro della nuova creatura e allora, lei, è diversa e chi governa dovrebbe tutelarla, perché per quello stress passa anche il futuro di una società, mica poco, ma al governo ci son tanti lui e per di più non son tanto informati di scienza e di ricerche recenti, altrimenti avrebbero già cambiato il modello educativo e tante altre cose che non fanno rima soltanto con denaro. Per fare un esempio.
Che poi loro, le donne, sono diversità che arricchisce, sono un punto di vista diverso, un approccio alternativo, un'altra empatia che vale sempre la pena di ascoltare, comprendere, condividere e lo dimostrano materialmente, al nord più che al sud, del mondo, quando le distanze son immense non soltanto in termini di chilometri e giorni di sole all'anno. Che poi loro, le donne, son felici quando ricevono il rametto di mimosa ma non dovrebbe concludersi tutto in un sorriso e un ringraziamento, ecco oggi, quando lui ne compra uno o lei lo riceve sorpresa, magari si farebbe bene a dimenticare la storia delle discriminazioni e sottolineare la diversità, che loro, tra loro, son diversi ed è proprio quello il bello, il bello e la sfida (o il bello nella sfida, o il bello della sfida): il bello di guardare le cose in modo diverso e la sfida di risolverle nel modo migliore, ma insieme.
Attenti però quando lui la pensa ancora così o giù di lì:
lui cerca di spiegare a Lui come lei deve essere, secondo lui.
Il problema allora non è decidere chi sia migliore, ma cercare semplicemente di migliorare le cose con il buon senso e allora no, non ci vogliono diritti uguali in tutto, perché lui non è uguale a lei in tutto, è chiaro, sono uguali in parte e in parte son diversi, hanno bisogni diversi, hanno cose che son complementari o si risolvono in modi diversi. Per esempio lei ha il dono della vita, sì, ha bisogno di un aiuto, va bene, poi però fa una magia e dopo nove mesi crea. Crea, mica roba da poco, lei crea. E mentre sta creando non passa soltanto cibo, per di lì, dal cordone ombelicale, ma tanto, tanto altro che si sta studiando di recente, lo studia anche lui, che da lì passa anche lo stress per esempio e può decidere i cambiamenti di una vita, può influenzare tutto il futuro della nuova creatura e allora, lei, è diversa e chi governa dovrebbe tutelarla, perché per quello stress passa anche il futuro di una società, mica poco, ma al governo ci son tanti lui e per di più non son tanto informati di scienza e di ricerche recenti, altrimenti avrebbero già cambiato il modello educativo e tante altre cose che non fanno rima soltanto con denaro. Per fare un esempio.
Che poi loro, le donne, sono diversità che arricchisce, sono un punto di vista diverso, un approccio alternativo, un'altra empatia che vale sempre la pena di ascoltare, comprendere, condividere e lo dimostrano materialmente, al nord più che al sud, del mondo, quando le distanze son immense non soltanto in termini di chilometri e giorni di sole all'anno. Che poi loro, le donne, son felici quando ricevono il rametto di mimosa ma non dovrebbe concludersi tutto in un sorriso e un ringraziamento, ecco oggi, quando lui ne compra uno o lei lo riceve sorpresa, magari si farebbe bene a dimenticare la storia delle discriminazioni e sottolineare la diversità, che loro, tra loro, son diversi ed è proprio quello il bello, il bello e la sfida (o il bello nella sfida, o il bello della sfida): il bello di guardare le cose in modo diverso e la sfida di risolverle nel modo migliore, ma insieme.
Attenti però quando lui la pensa ancora così o giù di lì:
lui cerca di spiegare a Lui come lei deve essere, secondo lui.
L'union fait la frite
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| Probabilmente solo in Belgio dei bambini possono sfilare vestiti da cono di patatine fritte durante il periodo di Carnevale e così è stato oggi a Binche, paesino famoso per il suo carnevale, addirittura patrimonio UNESCO. Foto scattata qui. |
Dello straniero ovunque
Poi chiami la nonna per sapere come sta e la nonna urla, ma lo fa con amore, urla perché sei a Bruxelles, sei lontanissimo per lei e bisogna urlare per sopperire le distanze con il tono di voce, quella voce che le casse del portatile hanno diffuso a tutto volume per la stanza, che su Skype hai dovuto abbassare il volume al minimo altrimenti il vicino del piano di sotto avrebbe potuto bussare alla porta e chiedere di guardare i film horror a volume più basso. Insomma, la nonna urla, magari perché non ci sente bene, magari perché l'amore si misura anche in decibel o forse perché vuol farsi sentire dal nonno. Il nonno di sicuro starà lì, seduto a pochi metri, sulla sua sedia, ad ascoltare la telefonata della nonna, e lì starà ad ascoltare, il nonno ascolta, mastica le parole, le assapora e poi le lascia scendere piano piano, che una parola per il nonno può essere il senso della giornata, la novità che anima la settimana, il ricordo ed il ritornello del mese. Bisogna masticarle bene alcune parole e solo dopo averle digerite per bene si può poi passare alle prossime. Quindi, la nonna grida e il nonno ascolta. E tu parli.
Allora succede che la nonna grida il suo affetto, lei che ha vissuto 39 anni e un mese in Germania ai tempi in cui gli italiani dormivano in letti sempre caldi e il nonno lo ripete spesso: t-r-e-n-t-a-n-o-v-e son tanti, 10 per ogni lettera, ma t-r-e-n-t-a-n-o-v-e e u-n m-e-s-e sono davvero tantissimi, non lo si può dire in fretta, bisogna prendersi le dovute pause altrimenti sembrano meno e invece sono tanti. Trentanove. E un mese. E vuole farteli pesare anche a te, quei trentanove anni all'estero, tu che sei all'estero da tre e qualche mese, tre lo dici in fretta, sono solo 3 lettere, una per ogni anno, non son mica t-r-e-n-t-a-n-o-v-e, e un mese. E succede che la nonna ti ripete un'altra volta quella frase, quella che oramai suona come "copriti bene che fuori fa freddo" e invece è "Cerca di avvicinarti prima o poi, più prima che poi, che con il tempo rimarrai straniero lì all'estero e ti sentirai straniero anche qui quando tornerai in Italia, eh". E tu avresti preferito l'altra, quella del coprirsi bene, che lì a Bruxelles fa freddo per davvero ultimamente, perché le parole dello straniero ovunque non le digerisci tanto in fretta e te le mastichi sempre un po' troppo, anche se ti fermi poi su quel "eh" finale che vale più di mille aromi, perché con quel "eh" avrà voluto dire (urlare, ovviamente) "hai capito? Te lo dico io che c'ho esperienza, hai capito? E non è la prima volta che te lo dico e non voglio ripeterlo più, eh!" o qualcosa del genere e il nonno, lì seduto a pochi metri, avrà chiuso gli occhi e mosso la testa su e giù, annuendo e approvando. Eh. Ed è anche per questo che li vuoi bene, a tutti e due, ma sottovoce.
Allora succede che la nonna grida il suo affetto, lei che ha vissuto 39 anni e un mese in Germania ai tempi in cui gli italiani dormivano in letti sempre caldi e il nonno lo ripete spesso: t-r-e-n-t-a-n-o-v-e son tanti, 10 per ogni lettera, ma t-r-e-n-t-a-n-o-v-e e u-n m-e-s-e sono davvero tantissimi, non lo si può dire in fretta, bisogna prendersi le dovute pause altrimenti sembrano meno e invece sono tanti. Trentanove. E un mese. E vuole farteli pesare anche a te, quei trentanove anni all'estero, tu che sei all'estero da tre e qualche mese, tre lo dici in fretta, sono solo 3 lettere, una per ogni anno, non son mica t-r-e-n-t-a-n-o-v-e, e un mese. E succede che la nonna ti ripete un'altra volta quella frase, quella che oramai suona come "copriti bene che fuori fa freddo" e invece è "Cerca di avvicinarti prima o poi, più prima che poi, che con il tempo rimarrai straniero lì all'estero e ti sentirai straniero anche qui quando tornerai in Italia, eh". E tu avresti preferito l'altra, quella del coprirsi bene, che lì a Bruxelles fa freddo per davvero ultimamente, perché le parole dello straniero ovunque non le digerisci tanto in fretta e te le mastichi sempre un po' troppo, anche se ti fermi poi su quel "eh" finale che vale più di mille aromi, perché con quel "eh" avrà voluto dire (urlare, ovviamente) "hai capito? Te lo dico io che c'ho esperienza, hai capito? E non è la prima volta che te lo dico e non voglio ripeterlo più, eh!" o qualcosa del genere e il nonno, lì seduto a pochi metri, avrà chiuso gli occhi e mosso la testa su e giù, annuendo e approvando. Eh. Ed è anche per questo che li vuoi bene, a tutti e due, ma sottovoce.
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