Era lì a sfogliare una rivista, di quelle sterili che davano durante il volo, perché proprio non sapeva che fare, che lui si annoiava durante l'ennesimo viaggio, seduto all'ultimo sedile della fila mentre al lato del finestrino c'era un bambino ipnotizzato dal cielo, dalle nuvole, quella sorta di magia che era volare, perché proprio lì fuori c'era ciò che incantava una volta, che s'osservava con la boccuccia aperta e gli occhioni affamati, che lì magari, un po' più a destra, si sarebbe intravisto Peter Pan intento in una delle sue avvincenti avventure, e dall'altro lato, un po' più giù, c'erano forme ed animali da scoprire nei contorni di una nuvola all'apparenza innocua ma che la fantasia avrebbe presto trasformato in un mondo animato. Però niente, alle nuvole, al cielo, alla magia del volare s'era già abituato, che con il progresso s'erano abbattuti sogni secolari di praterie azzurre da esplorare, che in quel tubo metallico con ali adesso le attraversava, quelle praterie, e non c'era più bisogno d'attendere il vento che spingesse una nube, anche se la prima volta rimase quasi senza fiato da piccolo, ché c'era quello, il vento, che muoveva le nuvole, piano piano, e che se non facevi attenzione non lo capivi, e quello le muoveva senza che nessuno lo sapesse. Corse a dirlo alla mamma, quando lo scoprì, mentre adesso era lui che andava più veloce delle nuvole, più veloce del vento, ma si annoiava.
Non lo sapeva il suo pro pro pro nipote, mentre l'airbus spaziale si spingeva verso la galassia vicina, non sapeva che c'eravamo abituati al cielo, alle nuvole, a volare, ne avevamo perso l'incanto, e non lo sapeva mentre sfogliava una rivista di quelle sterili che davano durante i voli galattici, perché proprio non sapeva che fare, che lui si annoiava durante l'ennesimo viaggio, mentre al lato del finestrino c'era una bambina ipnotizzata dallo spazio, dalle stelle, quella sorta di magia che era volare in quel buio decorato, perché proprio lì fuori c'era quello che incantava una volta, che s'osservava con la boccuccia aperta e gli occhioni affamati, che lì magari, un po' più a destra, si sarebbe intravisto E.T. sorvolare un cratere lunare, e dall'altro lato, un po' più giù, c'erano brillii e orbite da scoprire nei contorni di una notte infinita che la fantasia avrebbe presto trasformato in un mondo popoloso. Però niente, alle stelle, ai pianeti, alla magia del volare s'era già abituato, che con il progresso s'erano abbattuti sogni millenari dello spazio da esplorare, ché in quel tubo metallico con le ali adesso lo attraversava, quell'universo non più misterioso, e non c'era bisogno d'attendere la cometa passare, in una notte di campagna, anche se la prima volta rimase quasi senza fiato da piccolo, che c'era quella, la stella cadente, che cadeva all'improvviso lasciando una scia luminosa, di colpo, e che se non facevi attenzione non lo capivi e lei cadeva senza che nessuno lo sapesse. Corse a dirlo alla mamma, quando lo scoprì, mentre adesso era lui che lasciava una scia luminosa nella scatola di metallo, più veloce della stella cadente, ma si annoiava.
Poi sfogliando la rivista si rese conto che la bambina al finestrino lo stava fissando, che già non fissava il finestrino né le stelle né i pianeti e si voltò a guardarla come sorpreso e lei risposte con un sorriso, semplice e innocuo, che non seppe ignorare, a cui reagì con un altro sorriso, improvvisamente, sorpreso: era ancora umano, e pur essendosi abituato al cielo ed alle stelle, sapeva ancora sorprendersi per un sorriso, che poi in fondo son stelle in mezzo a noi.
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La ville est vide
Dice il tassista, mentre si dirige verso il centro e i tergicristalli spazzano via l'umore non estivo di una notte brussellese, la ville est vide, e lui la preferisce così in un luglio uggioso, vuota, tranquilla, che di turisti ce ne son sempre ma lui almeno non subisce il traffico di quella definita città più imbottigliata d'Europa (ma davvero?), mentre il tuo accento non tradisce i lineamenti e le espressioni, ti chiede subito se sei italiano, o meglio non lo chiede, te lo dice già, a te che invece vorresti chiedertelo ogni tanto, non tanto per perdite improvvise di presunte identità, quanto per significati e teorie mal digerite, troppo lunghe da affrontare in un taxi verso il centro e che poi non interesserebbero nemmeno al tassista spensierato, nella sua città tranquilla, finalmente. E allora sì, gli confermi l'intuizione e tagli corto, sei di Napoli, che le approssimazioni non tengon mica conto degli errori eppoi che senso avrebbe perdersi in dettagli, in luoghi a più sconosciuti e panorami intimi, associazioni personali.
Poi per un attimo il tassista si volta, parla di Sicilia e della sua terra, lì appena oltre il mare, dice che siam vicini, l'Italia e la Tunisia, come lui seduto a guidare e tu lì alla sua destra, basterebbe allungare una mano per toccarsi, non c'è bisogno di gridare per comunicare, eppure non tutti quelli che si siedono poi iniziano a parlare. Intanto i tergicristalli continuano imperterriti, che magari è colpa loro se fuori piove, se il cielo colora la notte d'un grigio intrigo, lo stesso che vedrai dalle vetrate del pub del centro, quando in una birra belga lascerai andare i pensieri insoddisfatti, quelli accumulati e più pesanti, in attesa che diventino leggeri tra un sorso amaro ed un altro veloce. Ma quel grigio lassù è una tela ben studiata, che intrappola pensieri quando lasciati andare salgono flottando per rimanere lì impigliati e mostrarsi immutati al prossimo sguardo distratto, quando qualcuno ti parlerà e tu con la mente sarai già altrove, i tuoi occhi cadranno su quel grigiore in movimento e la sorpresa sarà ritrovarci i tuoi pensieri.
Poi per un attimo il tassista si volta, parla di Sicilia e della sua terra, lì appena oltre il mare, dice che siam vicini, l'Italia e la Tunisia, come lui seduto a guidare e tu lì alla sua destra, basterebbe allungare una mano per toccarsi, non c'è bisogno di gridare per comunicare, eppure non tutti quelli che si siedono poi iniziano a parlare. Intanto i tergicristalli continuano imperterriti, che magari è colpa loro se fuori piove, se il cielo colora la notte d'un grigio intrigo, lo stesso che vedrai dalle vetrate del pub del centro, quando in una birra belga lascerai andare i pensieri insoddisfatti, quelli accumulati e più pesanti, in attesa che diventino leggeri tra un sorso amaro ed un altro veloce. Ma quel grigio lassù è una tela ben studiata, che intrappola pensieri quando lasciati andare salgono flottando per rimanere lì impigliati e mostrarsi immutati al prossimo sguardo distratto, quando qualcuno ti parlerà e tu con la mente sarai già altrove, i tuoi occhi cadranno su quel grigiore in movimento e la sorpresa sarà ritrovarci i tuoi pensieri.
Le luci della città (viste da lassù)
Mentre l'aereo inizia a perdere quota nei quindici minuti che precedono l'atterraggio, venerdì sera, ecco Madrid che si avvicina alla virata, mille luci da lontano, al finestrino ipnotizzato, quando fuori la notte, nell'apparente silenzio, e quei bagliori interminabili, quei disegni splendenti d'estensoni umane nell'oscurità, la città che delinea le sue forme attraverso tinte elettriche e intermittenti, in un paesaggio quasi magico, che affascina ogni volta, ad ogni atterraggio, ogni destinazione, le luci della città si lasciano scrutare, nel loro incanto. E sarà perché con gli occhi le si vorrebbe raggruppare tutte in un solo sguardo, sarà perché mentre cento si spengono per alcuni istanti altre mille nascono veloci, ma quella danza frenetica, quel vibrare di luci e movimenti finisce sempre con l'ipnotizzare, quando nella mente il nulla, nessun pensiero, perché la mente si perde nelle luci della città, mentre la testa appoggiata al finestrino dell'aereo e l'aereo che ti porta lì, sempre più vicino, a scoprire la fonte delle luci, ad accenderne di altre.
Dicono che loro, le luci, attraggano per natura, attraggano perché lei, la luce, ricorda il sole al nostro subconscio, e lui, il sole, è la fonte di vita per ogni essere del mondo e allora noi, deboli istinti, ne siamo attratti, sempre, ovunque, come il seno ed il latte materno. E allora ti ammalia, la luce, perché la luce è vita, lo dice la scienza, (anche se poi quando nella notte in Libia s'avvisteranno i bagliori di nuovi bombardamenti, la luce sarà morte). E la scienza, impassibile, riesce a sgretolare anche quel momento di ipnosi al finestrino, quell'attimo di mente vuota, apparente, magari persa negli interruttori infiniti di quell'immagine lontana, delle luci della città, ogni luce una vita immersa nella propria macina quotidiana, mentre l'aereo ti avvicina ad esse, per prender parte al mosaico, muoverti nella danza e sembrare un'altra lucciola, lontana, alla prossima testa poggiata a un finestrino del prossimo aereo che sorvolerà le luci della città.
Dicono che loro, le luci, attraggano per natura, attraggano perché lei, la luce, ricorda il sole al nostro subconscio, e lui, il sole, è la fonte di vita per ogni essere del mondo e allora noi, deboli istinti, ne siamo attratti, sempre, ovunque, come il seno ed il latte materno. E allora ti ammalia, la luce, perché la luce è vita, lo dice la scienza, (anche se poi quando nella notte in Libia s'avvisteranno i bagliori di nuovi bombardamenti, la luce sarà morte). E la scienza, impassibile, riesce a sgretolare anche quel momento di ipnosi al finestrino, quell'attimo di mente vuota, apparente, magari persa negli interruttori infiniti di quell'immagine lontana, delle luci della città, ogni luce una vita immersa nella propria macina quotidiana, mentre l'aereo ti avvicina ad esse, per prender parte al mosaico, muoverti nella danza e sembrare un'altra lucciola, lontana, alla prossima testa poggiata a un finestrino del prossimo aereo che sorvolerà le luci della città.
Dello straniero ovunque
Poi chiami la nonna per sapere come sta e la nonna urla, ma lo fa con amore, urla perché sei a Bruxelles, sei lontanissimo per lei e bisogna urlare per sopperire le distanze con il tono di voce, quella voce che le casse del portatile hanno diffuso a tutto volume per la stanza, che su Skype hai dovuto abbassare il volume al minimo altrimenti il vicino del piano di sotto avrebbe potuto bussare alla porta e chiedere di guardare i film horror a volume più basso. Insomma, la nonna urla, magari perché non ci sente bene, magari perché l'amore si misura anche in decibel o forse perché vuol farsi sentire dal nonno. Il nonno di sicuro starà lì, seduto a pochi metri, sulla sua sedia, ad ascoltare la telefonata della nonna, e lì starà ad ascoltare, il nonno ascolta, mastica le parole, le assapora e poi le lascia scendere piano piano, che una parola per il nonno può essere il senso della giornata, la novità che anima la settimana, il ricordo ed il ritornello del mese. Bisogna masticarle bene alcune parole e solo dopo averle digerite per bene si può poi passare alle prossime. Quindi, la nonna grida e il nonno ascolta. E tu parli.
Allora succede che la nonna grida il suo affetto, lei che ha vissuto 39 anni e un mese in Germania ai tempi in cui gli italiani dormivano in letti sempre caldi e il nonno lo ripete spesso: t-r-e-n-t-a-n-o-v-e son tanti, 10 per ogni lettera, ma t-r-e-n-t-a-n-o-v-e e u-n m-e-s-e sono davvero tantissimi, non lo si può dire in fretta, bisogna prendersi le dovute pause altrimenti sembrano meno e invece sono tanti. Trentanove. E un mese. E vuole farteli pesare anche a te, quei trentanove anni all'estero, tu che sei all'estero da tre e qualche mese, tre lo dici in fretta, sono solo 3 lettere, una per ogni anno, non son mica t-r-e-n-t-a-n-o-v-e, e un mese. E succede che la nonna ti ripete un'altra volta quella frase, quella che oramai suona come "copriti bene che fuori fa freddo" e invece è "Cerca di avvicinarti prima o poi, più prima che poi, che con il tempo rimarrai straniero lì all'estero e ti sentirai straniero anche qui quando tornerai in Italia, eh". E tu avresti preferito l'altra, quella del coprirsi bene, che lì a Bruxelles fa freddo per davvero ultimamente, perché le parole dello straniero ovunque non le digerisci tanto in fretta e te le mastichi sempre un po' troppo, anche se ti fermi poi su quel "eh" finale che vale più di mille aromi, perché con quel "eh" avrà voluto dire (urlare, ovviamente) "hai capito? Te lo dico io che c'ho esperienza, hai capito? E non è la prima volta che te lo dico e non voglio ripeterlo più, eh!" o qualcosa del genere e il nonno, lì seduto a pochi metri, avrà chiuso gli occhi e mosso la testa su e giù, annuendo e approvando. Eh. Ed è anche per questo che li vuoi bene, a tutti e due, ma sottovoce.
Allora succede che la nonna grida il suo affetto, lei che ha vissuto 39 anni e un mese in Germania ai tempi in cui gli italiani dormivano in letti sempre caldi e il nonno lo ripete spesso: t-r-e-n-t-a-n-o-v-e son tanti, 10 per ogni lettera, ma t-r-e-n-t-a-n-o-v-e e u-n m-e-s-e sono davvero tantissimi, non lo si può dire in fretta, bisogna prendersi le dovute pause altrimenti sembrano meno e invece sono tanti. Trentanove. E un mese. E vuole farteli pesare anche a te, quei trentanove anni all'estero, tu che sei all'estero da tre e qualche mese, tre lo dici in fretta, sono solo 3 lettere, una per ogni anno, non son mica t-r-e-n-t-a-n-o-v-e, e un mese. E succede che la nonna ti ripete un'altra volta quella frase, quella che oramai suona come "copriti bene che fuori fa freddo" e invece è "Cerca di avvicinarti prima o poi, più prima che poi, che con il tempo rimarrai straniero lì all'estero e ti sentirai straniero anche qui quando tornerai in Italia, eh". E tu avresti preferito l'altra, quella del coprirsi bene, che lì a Bruxelles fa freddo per davvero ultimamente, perché le parole dello straniero ovunque non le digerisci tanto in fretta e te le mastichi sempre un po' troppo, anche se ti fermi poi su quel "eh" finale che vale più di mille aromi, perché con quel "eh" avrà voluto dire (urlare, ovviamente) "hai capito? Te lo dico io che c'ho esperienza, hai capito? E non è la prima volta che te lo dico e non voglio ripeterlo più, eh!" o qualcosa del genere e il nonno, lì seduto a pochi metri, avrà chiuso gli occhi e mosso la testa su e giù, annuendo e approvando. Eh. Ed è anche per questo che li vuoi bene, a tutti e due, ma sottovoce.
Cosa pensano della fretta le bambine brussellesi
Quando alla pausa pranzo esci per respirare aria che non sia di carta e processori (non importa se poi fuori è di traffico e motori, almeno il freddo ti risveglia, di colpo), ti accorgi di non avere con te di quei coriandoli che fanno girare il mondo e con cui sei costretto a barattare il pranzo, allora ti dirigi verso i bancomat all'angolo, mentre Bruxelles colora di grigio un cielo già poco splendente. Il primo sulla destra mostra un messaggio che lampeggia sullo schermo, poco rassicurante, una signora occupa quello al centro e all'ultimo c'è una bambina a giocare con i tasti e più che premerli li bastona, più che usare le dita li schiaccia con le mani, allegramente. Prima fai un passo nella sua direzione, istintivamente, perché quello sportello è libero, o meglio nessuno lo sta utilizzando per il suo scopo principale: erogare coriandoli colorati. Poi però interrompi il passo e ti metti in fila, dietro la signora, perché non vai di fretta e puoi aspettare qualche minuto, perché in fondo - pensi - chi diavolo sei per interrompere il gioco di una bambina, che imita la mamma lì al lato e gioca coi bottoni? E perché il tuo bisogno di coriandoli dovrebbe essere più importante del gioco della ragazzina?
Poco importa se la mamma non bada alla piccola, non pensa che qualcun altro potrebbe aver bisogno del bancomat, hai tempo e aspettare non ti pesa, anzi ti rallegra vedere la piccola giocare, che per un attimo si volta, ti guarda, magari capisce e invece no, ti ignora e tu pensi torni a giocare e invece torna nelle sue complesse operazioni bancarie, è impegnatissima, la piccina. E tu torni ad aspettare.
Poi d'improvviso arriva un signore che porta con sé una fretta elettrizzata, si vede che la porta addosso con gran sforzo, e con quella fretta lancia un primo sguardo alla tua fila, un secondo alla bambina e senza dire una parola la sposta come si sposterebbe un sacco di patate. Ma la piccola non è un sacco di patate, si volta e ti guarda con gli occhioni grandissimi e la bocca tremante (preludio di un pianto che non esploderà) e insieme, quasi fosse un coro, pensate "Ma tu guarda che stronzo". Lo so, le bambine piccole non dovrebbero dire certe parole, stronzo, ma lei lo ha pensato, lo so, lo hai sentito con gli occhi, hai visto il labiale con il cervelletto, ha detto proprio stronzo. E poco importa se la bambina non parlasse italiano (i bambini parlano tutte le lingue del mondo, basta soltanto saperli ascoltare), ha pensato proprio "Ma tu guarda che stronzo", con la z un po' addolcita e un leggero accento francese sulla o, prima di voltarsi di nuovo verso la mamma e afferrarle i pantaloni in cerca di rifugio.
Poco importa se la mamma non bada alla piccola, non pensa che qualcun altro potrebbe aver bisogno del bancomat, hai tempo e aspettare non ti pesa, anzi ti rallegra vedere la piccola giocare, che per un attimo si volta, ti guarda, magari capisce e invece no, ti ignora e tu pensi torni a giocare e invece torna nelle sue complesse operazioni bancarie, è impegnatissima, la piccina. E tu torni ad aspettare.
Poi d'improvviso arriva un signore che porta con sé una fretta elettrizzata, si vede che la porta addosso con gran sforzo, e con quella fretta lancia un primo sguardo alla tua fila, un secondo alla bambina e senza dire una parola la sposta come si sposterebbe un sacco di patate. Ma la piccola non è un sacco di patate, si volta e ti guarda con gli occhioni grandissimi e la bocca tremante (preludio di un pianto che non esploderà) e insieme, quasi fosse un coro, pensate "Ma tu guarda che stronzo". Lo so, le bambine piccole non dovrebbero dire certe parole, stronzo, ma lei lo ha pensato, lo so, lo hai sentito con gli occhi, hai visto il labiale con il cervelletto, ha detto proprio stronzo. E poco importa se la bambina non parlasse italiano (i bambini parlano tutte le lingue del mondo, basta soltanto saperli ascoltare), ha pensato proprio "Ma tu guarda che stronzo", con la z un po' addolcita e un leggero accento francese sulla o, prima di voltarsi di nuovo verso la mamma e afferrarle i pantaloni in cerca di rifugio.
E mentre il signore della fretta preleva i suoi coriandoli vomitati dalla macchina monotona, si volta in basso a destra e guarda la piccola regalandole un sorriso, addirittura.
La fretta. La fretta - pensi - ci fa davvero dimenticare attenzioni naturali, troppo spesso ci rende quasi insensibili o giustifica chi insensibile lo è abitualmente, troppo facile poi dire "andavo di fretta" perché la fretta magari era per cose futili che possono attendere, basta distribuire le importanze. Siamo noi che non sappiamo attendere, nella macina quotidiana, e finiamo col diventare anche stronzi, come pensano le bambine qui a Bruxelles.
La scomparsa dell'emigrante (nel 2123)
Il giorno che il teletrasporto divenne d'uso comune fu l'inizio di una nuova era per l'umanità, secondo molti, un po' come quando più di un secolo prima s'era diffuso internet in tutte le case e la vita non fu più la stessa, inevitabilmente. In fondo era tutto così semplice: le tue particelle venivano memorizzare generando tera d'informazioni, trasmesse velocemente nella rete, ricomposte in un luogo e distrutte in un altro e pluff, eri stato teletrasportato entrando in quella specie di doccia metallica e rivoluzionaria. Fin troppo semplice, tutti oramai lo usavano quotidianamente. Solo con TeleportationRyanair c'era il limite di 150 terabyte, ma alla fine i prezzi erano contenuti e nessuno era ancora morto.
I pensieri - dicevano alcuni - non venivano ricostruiti nella stessa posizione in cui erano alla partenza, spesso un dubbio rimaneva irrisolto, se nell'attimo della luce verde s'era pensato ad una soluzione ecco che rimaneva non trasmessa e alla ricostruzione finale perduta. Alcuni dicevano di sentire come un singhiozzo, una sorta di nodo in gola, ma durava un istante e già si era dall'altra parte dell'emisfero.
C'era qualche millesimo di secondo, tra il completamento della ricostruzione nel punto di destinazione e l'inizio della distruzione nel punto di partenza, c'era un momento in cui il teletrasportato esisteva in due luoghi distinti nello stesso istante e se ci si innamorava esattamente in quell'instante della ragazza che ci precedeva nella fila o del responsabile del punto di teletrasporto, l'amore andava perduto perché troppo tardi, non era stato trasmesso, non era stato ricostruito altrove e quanti amori si perdevano così, ogni giorno, nel 2123.
L'immigrazione clandestina era ben controllata attraverso le informazione che oramai tutti trasportavano nel chip impiantato sotto pelle, senza visto nel chip non si andava in quel determinato posto anche se spesso si leggeva di reti pirata e porte non registrate, mentre alcuni criminali venivano direttamente teletrasportati, se identificati, in apposite camere delle stazioni di polizia. Potenza di quel maledetto chip.
Il papa con solenni parole aveva rinnegato il teletrasporto, esternando dubbi sulla ricostruzione dell'anima e riempiendo qualche titolone di giornale, poi qualche mese dopo si seppe che gruppi di preti lo usavano per inviarsi tra loro bambini.
Il mondo non era più lo stesso. Era così comodo svegliarsi a Roma, presentarsi la mattina in ufficio a Sidney, poi bersi una pinta con qualche amico a Dublino e tornare a casa. L'ultimo vero problema, il fuso orario, era stato annullato con qualche polemica: no, non si poteva cambiare la rotazione della terra ma si potevano cambiare alcuni ritmi umani, così non esistevano più i turni lavorativi di una volta, gli uffici non chiudevano mai, la vita non si fermava e la gente dormiva sempre meno grazie a quelle benedette pillole. C'è chi diceva che saremmo andati al collasso come civiltà, ma lo dicevano da almeno due secoli eppure si stava sempre lì, a scavare più a fondo per alcuni, a salire sempre più in alto per altri.
"Nonna - domandò il piccolo in una smorfia crucciata - ma prima del teletrasporto come funzionava?".
"C'erano gli emigranti - rispose la nonna - gente strana, partivano con le valigie piene di speranze e la testa piena di incertezze, per cercare lavoro a migliaia di chilometri da casa".
"Cosa è un chilometro nonna?" Domandò incuriosito.
"Con il teletrasporto ne fai mille in un secondo, piccolo mio!".
"E gli emigranti andavano davvero così lontano? - Sapeva che in un secondo si attraversava il mondo con il teletrasporto - Eppoi nonna, senza teletrasporto non potevano tornare così spesso, vero?".
"No, non potevano - e quasi a ricordare qualche racconto del padre - tornavano ogni tanto con gli aerei, dei mezzi di trasporto che si usavano decenni fa, tornavano sempre un po' cambiati, si dice, chi con lamenti, chi con il sorriso, gente strana t'ho detto... ".
"Però nonna... tu dici sempre che chi prende il teletrasporto poi torna cambiato, non è lo stesso allora?".
"Certo che torna cambiato!, quelle docce infernali ti distruggono e ti ricreano ogni volta - ebbe quasi uno scatto dalla poltrona - dopo ogni viaggio... non sarai mai più lo stesso, io non ci passo attraverso quei cosi!"
"Ma nonna allora siamo tutti emigranti!", esclamò il piccolo tra innocenza e incomprensione.
"Ahhahahahh - la signora esplose in una risata nostalgica - ma sì... siamo tutti emigranti, come i miei bisnonni, e io che pensavo che fossero scomparsi questi emigranti, come dicono tutti... gente strana siamo, che abbiamo bisogno di varcare una porta per cambiare un poco, che sia la soglia di casa o un teletrasporto - a quel punto la signora parlava più con se stessa che col nipote - a volte servono chilometri per capire meglio gli altri e noi stessi, per mescolare un po' di pensieri e distruggere incomprensioni e ricreare stimoli, in quella porta c'è tutta la metafora dell'emigrante...".
A quel punto il piccolo avrebbe voluto chiedere alla nonna cosa fosse mai una metafora ma si fermò, istintivamente capì che non era il momento giusto e per un attimo ebbe come un sorriso di soddisfazione nell'aver scoperto, lui, così giovane e inesperto della vita, che gli emigranti non erano scomparsi ma anzi lo erano un po' tutti, forse proprio come qualche secolo prima, quando non si varcava un confine ma si andava semplicemente altrove, a scoprire il diverso, cambiar pelle e pensieri, a mille chilometri o a pochi metri, ognuno immigrante nel mondo degli altri.
I pensieri - dicevano alcuni - non venivano ricostruiti nella stessa posizione in cui erano alla partenza, spesso un dubbio rimaneva irrisolto, se nell'attimo della luce verde s'era pensato ad una soluzione ecco che rimaneva non trasmessa e alla ricostruzione finale perduta. Alcuni dicevano di sentire come un singhiozzo, una sorta di nodo in gola, ma durava un istante e già si era dall'altra parte dell'emisfero.
C'era qualche millesimo di secondo, tra il completamento della ricostruzione nel punto di destinazione e l'inizio della distruzione nel punto di partenza, c'era un momento in cui il teletrasportato esisteva in due luoghi distinti nello stesso istante e se ci si innamorava esattamente in quell'instante della ragazza che ci precedeva nella fila o del responsabile del punto di teletrasporto, l'amore andava perduto perché troppo tardi, non era stato trasmesso, non era stato ricostruito altrove e quanti amori si perdevano così, ogni giorno, nel 2123.
L'immigrazione clandestina era ben controllata attraverso le informazione che oramai tutti trasportavano nel chip impiantato sotto pelle, senza visto nel chip non si andava in quel determinato posto anche se spesso si leggeva di reti pirata e porte non registrate, mentre alcuni criminali venivano direttamente teletrasportati, se identificati, in apposite camere delle stazioni di polizia. Potenza di quel maledetto chip.
Il papa con solenni parole aveva rinnegato il teletrasporto, esternando dubbi sulla ricostruzione dell'anima e riempiendo qualche titolone di giornale, poi qualche mese dopo si seppe che gruppi di preti lo usavano per inviarsi tra loro bambini.
Il mondo non era più lo stesso. Era così comodo svegliarsi a Roma, presentarsi la mattina in ufficio a Sidney, poi bersi una pinta con qualche amico a Dublino e tornare a casa. L'ultimo vero problema, il fuso orario, era stato annullato con qualche polemica: no, non si poteva cambiare la rotazione della terra ma si potevano cambiare alcuni ritmi umani, così non esistevano più i turni lavorativi di una volta, gli uffici non chiudevano mai, la vita non si fermava e la gente dormiva sempre meno grazie a quelle benedette pillole. C'è chi diceva che saremmo andati al collasso come civiltà, ma lo dicevano da almeno due secoli eppure si stava sempre lì, a scavare più a fondo per alcuni, a salire sempre più in alto per altri.
"Nonna - domandò il piccolo in una smorfia crucciata - ma prima del teletrasporto come funzionava?".
"C'erano gli emigranti - rispose la nonna - gente strana, partivano con le valigie piene di speranze e la testa piena di incertezze, per cercare lavoro a migliaia di chilometri da casa".
"Cosa è un chilometro nonna?" Domandò incuriosito.
"Con il teletrasporto ne fai mille in un secondo, piccolo mio!".
"E gli emigranti andavano davvero così lontano? - Sapeva che in un secondo si attraversava il mondo con il teletrasporto - Eppoi nonna, senza teletrasporto non potevano tornare così spesso, vero?".
"No, non potevano - e quasi a ricordare qualche racconto del padre - tornavano ogni tanto con gli aerei, dei mezzi di trasporto che si usavano decenni fa, tornavano sempre un po' cambiati, si dice, chi con lamenti, chi con il sorriso, gente strana t'ho detto... ".
"Però nonna... tu dici sempre che chi prende il teletrasporto poi torna cambiato, non è lo stesso allora?".
"Certo che torna cambiato!, quelle docce infernali ti distruggono e ti ricreano ogni volta - ebbe quasi uno scatto dalla poltrona - dopo ogni viaggio... non sarai mai più lo stesso, io non ci passo attraverso quei cosi!"
"Ma nonna allora siamo tutti emigranti!", esclamò il piccolo tra innocenza e incomprensione.
"Ahhahahahh - la signora esplose in una risata nostalgica - ma sì... siamo tutti emigranti, come i miei bisnonni, e io che pensavo che fossero scomparsi questi emigranti, come dicono tutti... gente strana siamo, che abbiamo bisogno di varcare una porta per cambiare un poco, che sia la soglia di casa o un teletrasporto - a quel punto la signora parlava più con se stessa che col nipote - a volte servono chilometri per capire meglio gli altri e noi stessi, per mescolare un po' di pensieri e distruggere incomprensioni e ricreare stimoli, in quella porta c'è tutta la metafora dell'emigrante...".
A quel punto il piccolo avrebbe voluto chiedere alla nonna cosa fosse mai una metafora ma si fermò, istintivamente capì che non era il momento giusto e per un attimo ebbe come un sorriso di soddisfazione nell'aver scoperto, lui, così giovane e inesperto della vita, che gli emigranti non erano scomparsi ma anzi lo erano un po' tutti, forse proprio come qualche secolo prima, quando non si varcava un confine ma si andava semplicemente altrove, a scoprire il diverso, cambiar pelle e pensieri, a mille chilometri o a pochi metri, ognuno immigrante nel mondo degli altri.
Ballando con Toto Cotugno, a Bruxelles
Così ti ritrovi sabato sera ad un party a casa di ragazzi dalla maggioranza tedeschi e d'improvviso la playlist spara a massimo volume una canzone che non ti saresti mai aspettato di ascoltare lì, per via delle circostanze, perché ci sono cose che sono decisamente fuori luogo, perché ogni cosa ha una collocazione ben precisa in natura e si tratta di equilibri sottilissimi, spesso quasi impercettibili, ma l'equilibrio è caos e allora ecco quelle parole: è Toto Cotugno - sì, proprio lui - che canta L'italiano, quella sorta di inno, di canto popolare, di ricordo della televisione della nonna, magari di un tormentone estivo quando di tormentoni ancora non si parlava. E mentre torni alla realtà perché magari la birra ti aveva un po' disorientato, vedi i ragazzi tedeschi ballare e cantare in coro, proprio quel coro "Lasciatemi cantare con la chitarra in mano, lasciatemi cantare.. sono un italiano", con un accento magari non italianissimo ma poco conta perché i ragazzi ridono felici, magari sono già sbronzi, magari la canzone piace davvero, magari l'han messa soltanto per farti piacere, pensando che ti sarebbe piaciuta.
E tu stai lì, un po' scioccato dalla cosa, paralizzato tra imbarazzo e incomprensione, ma i ragazzi ti invitano a ballare e non puoi voltare le spalle, non puoi fare come quelli che "no io la pasta la mangio soltanto da me" o "no, la pasta è buona soltanto in Italia", perché magari poi ti ritrovi a cena dall'amico straniero che ha cucinato la pasta proprio per farti piacere e non importa se l'ha fatta cuocere 28 minuti e magari s'è pure dimenticato di mettere il sale nell'acqua, è pasta, sì non sarà come quella di casa, non sarà pasta all'italiana, ma non puoi torcere il naso tra orgoglio e abitudini, soltanto perché sei italiano, soltanto perché la pasta è sacra, perché magari per un italiano è come l'ambrosia per degli dei e o la si mangia per bene o la si rifiuta categoricamente: ma no dai, l'amico l'ha fatta per te, prendi la forchetta e ingoia, tanto è talmente scotta che si scioglie in bocca.
Ed è lo stesso per Toto Cotugno, che non avresti mai ballato dalle tue parti, che se lo dici a qualche amico magari ti guarda con un sopracciglio inclinato e la bocca acchiappamosche, ma tra un Buongiorno Italia e un Buongiono Maria, tra un partigiano come Presidente e troppa America sui manifesti, i ragazzi sono sempre lì, in attesa che ti unisca al ballo. E magari gli emigrati italiani di una volta la cantavano ed esportavano così, come una ballata allegra e spensierata, cantando di quell'Italia lasciata con il cuore in gola, urlando l'orgoglio per quella patria che probabilmente si sentivano nel sangue come il sole sulla pelle; e così parallelamente, con meno sciovinismi e senza troppo folklore, ti ritrovi in un party a decenni di distanza ed i ragazzi tedeschi sono sempre là. E allora che fai? Beh, c'è poco da esitare, alla fine balli.
E tu stai lì, un po' scioccato dalla cosa, paralizzato tra imbarazzo e incomprensione, ma i ragazzi ti invitano a ballare e non puoi voltare le spalle, non puoi fare come quelli che "no io la pasta la mangio soltanto da me" o "no, la pasta è buona soltanto in Italia", perché magari poi ti ritrovi a cena dall'amico straniero che ha cucinato la pasta proprio per farti piacere e non importa se l'ha fatta cuocere 28 minuti e magari s'è pure dimenticato di mettere il sale nell'acqua, è pasta, sì non sarà come quella di casa, non sarà pasta all'italiana, ma non puoi torcere il naso tra orgoglio e abitudini, soltanto perché sei italiano, soltanto perché la pasta è sacra, perché magari per un italiano è come l'ambrosia per degli dei e o la si mangia per bene o la si rifiuta categoricamente: ma no dai, l'amico l'ha fatta per te, prendi la forchetta e ingoia, tanto è talmente scotta che si scioglie in bocca.
Ed è lo stesso per Toto Cotugno, che non avresti mai ballato dalle tue parti, che se lo dici a qualche amico magari ti guarda con un sopracciglio inclinato e la bocca acchiappamosche, ma tra un Buongiorno Italia e un Buongiono Maria, tra un partigiano come Presidente e troppa America sui manifesti, i ragazzi sono sempre lì, in attesa che ti unisca al ballo. E magari gli emigrati italiani di una volta la cantavano ed esportavano così, come una ballata allegra e spensierata, cantando di quell'Italia lasciata con il cuore in gola, urlando l'orgoglio per quella patria che probabilmente si sentivano nel sangue come il sole sulla pelle; e così parallelamente, con meno sciovinismi e senza troppo folklore, ti ritrovi in un party a decenni di distanza ed i ragazzi tedeschi sono sempre là. E allora che fai? Beh, c'è poco da esitare, alla fine balli.
I colori degli altri
L'altra sera mentre ancora non si sa perché s'era finiti in uno dei pub di Place du Luxemburg, d'improvviso ascolto alle mie spalle due ragazzi italiani urlare tra loro (urlare per via della musica assordante, che è un po' come bisbigliare in un silenzio profondo) ed uno dei due rompe i timpani dell'altro con un "guarda quella bionda con il ragazzo di colore" e allora mi volto anch'io, d'istinto ma distinto, a fissare quella bionda con un ragazzo di colore e siccome era davvero un sacco di tempo che non sentivo quell'espressione, ragazzo di colore, mi son fermato un attimo a fissare quei colori e alla mente m'è risalito subito un ricordo opaco (e quindi dai colori sfogati), di una poesia dei tempi credo del catechismo, una poesia in cui un bambino nero si rivolgeva ad un bambino bianco e faceva più o meno così:
"tu amico bianco, perché chiamare me di colore? io quando son nato ero nero, quando son cresciuto: nero, quando vado al sole: nero, quando malato: nero, quando spaventato: nero, quando morirò sarò ancora nero; ma tu, amico bianco, quando nato eri rosa, quando cresciuto: bianco, quando malato: giallo, quando abbronzato: rosso, quando spaventato: verde, quando morto sarai viola; allora, amico bianco, perché chiamare me di colore?"
E quella poetica domanda finale, di quel ricordo opaco, che qualcuno avrebbe riassunto in uno di quei già inconcludenti che spesso chiudono un discorso come risposta affermativa ma svogliata, mi girava tra la testa mentre fissavo i colori degli altri, tra le luci notturne del bar che nel frattempo cambiavano i colori a tutti, al ritmo di qualche combinazione musicale, pensando che di colori in fondo ne siam pieni, basterebbe soltanto fissarli quei colori: il tizio dell'ufficio a fianco, per esempio, spesso è davvero nero (pur essendo bianco) tra stress e nervosismo, per poi illuminarsi d'una luce gialla viva quando esplode in quel suo sorriso che richiama tutte le rughe a dilatarsi; il collega belga, invece, alla scrivania a sinistra è arancione delle sue lentiggini fiamminghe ma spesso si colora d'azzurro quando parla francese e non vuole; il vicino ugandese, pur essendo di pelle nera (e quindi di colore), lo percepisco in constante verde, sarà perché quando parla trasmette davvero tanta speranza o più semplicemente per il colore brillante degli occhi; e il signor Tony, al mercato del venerdì, è sempre d'un rosso splendente e non ne ho idea se sia vero, ma son sicuro che gli piaccia il vino, rosso. E in fondo siam in continuo arcobaleno, noi tutti, basterebbe soltanto guardarli un po' meglio, quei colori degli altri, e non fissarci soltanto sulla bionda con il ragazzo di colore.
"tu amico bianco, perché chiamare me di colore? io quando son nato ero nero, quando son cresciuto: nero, quando vado al sole: nero, quando malato: nero, quando spaventato: nero, quando morirò sarò ancora nero; ma tu, amico bianco, quando nato eri rosa, quando cresciuto: bianco, quando malato: giallo, quando abbronzato: rosso, quando spaventato: verde, quando morto sarai viola; allora, amico bianco, perché chiamare me di colore?"
E quella poetica domanda finale, di quel ricordo opaco, che qualcuno avrebbe riassunto in uno di quei già inconcludenti che spesso chiudono un discorso come risposta affermativa ma svogliata, mi girava tra la testa mentre fissavo i colori degli altri, tra le luci notturne del bar che nel frattempo cambiavano i colori a tutti, al ritmo di qualche combinazione musicale, pensando che di colori in fondo ne siam pieni, basterebbe soltanto fissarli quei colori: il tizio dell'ufficio a fianco, per esempio, spesso è davvero nero (pur essendo bianco) tra stress e nervosismo, per poi illuminarsi d'una luce gialla viva quando esplode in quel suo sorriso che richiama tutte le rughe a dilatarsi; il collega belga, invece, alla scrivania a sinistra è arancione delle sue lentiggini fiamminghe ma spesso si colora d'azzurro quando parla francese e non vuole; il vicino ugandese, pur essendo di pelle nera (e quindi di colore), lo percepisco in constante verde, sarà perché quando parla trasmette davvero tanta speranza o più semplicemente per il colore brillante degli occhi; e il signor Tony, al mercato del venerdì, è sempre d'un rosso splendente e non ne ho idea se sia vero, ma son sicuro che gli piaccia il vino, rosso. E in fondo siam in continuo arcobaleno, noi tutti, basterebbe soltanto guardarli un po' meglio, quei colori degli altri, e non fissarci soltanto sulla bionda con il ragazzo di colore.
La scomparsa degli immigrati (a Bruxelles)
Venerdì c'è il freddo di questo autunno gelido a risvegliare le smorfie mattutine ed i pensieri impertinenti della giornata da affrontare, quando ad un tratto una macchina che sembra della polizia passa a rilento con luci azzurre e megafono straziante: "Oggi è il giorno, basta con gli immigrati, tutti gli immigrati scompariranno, nell'aria è stata rilasciata la nuova sostanza liberatoria". E passa veloce un altro di quegli aerei dalle scie intrecciate che quotidiani sorvolano Bruxelles, ricamando panorami di pennellate innaturali. Ma tu non ascolti bene, tra il rumore dell'autobus che passa veloce ed i meccanismi celebrali ancora insonnoliti, mentre un signore commenta proprio lì vicino: "Senza immigrati? E che sarà mai, cosa mai potrà cambiare?!". Basta con gli immigrati. Chissà cosa vorrà dire - pensi - Magari l'ennesima trovata di qualche estremista paranoico.
Poi d'un tratto, mentre ti avvii verso la metro, incroci un tipo dall'aspetto magrebino che sputa a terra come d'abitudine e poi improvvisamente, Pluff! Scompare, in una nube di fumo grigiastro, uno stridulo di porta arrugginita e niente, al suo posto gli ultimi vapori di quella nebbia misteriosa. Pluff. E niente più. Ma non ci credi, forse ancora in sogno, magari ancora con la testa in qualche percorso onirico e irreale, continui la tua marcia verso la metro obbligatoria. Ti avvii a passi veloci, quando una macchina di quelle con lo stereo altissimo di qualche marocchino irrispettoso passa veloce rasente il marciapiedi, quando il tipo al volante di colpo pluff! E la macchina si schianta dopo la curva, vuota. La gente accorre ma tu non hai tempo per capire e continui un po' turbato. Ma proprio nei pressi della fermata Schuman, lì ai piedi del bruttissimo palazzone della Commissione Europea, ecco che ancora gli impiegati portoghesi, bulgari e tedeschi, pieni di scartoffie e incravattati nel respiro, di colpo pluff! e pluff! e Pluff! vedi nuvolette in giro e poi solo aria, come uno strano fenomeno meteorologico, un comparire di fumo e uno scomparire di persone. Non capisco - pensi - che succede questa mattina? Ti avvi alla metro ma la metro è lì ferma, perché anche il pilota tunisino, Pluff!, scomparso, ed i tizi dietro lo sportello dei biglietti, quelli algerini, Pluff!, Pluff! Allora torni indietro, cerchi un taxi ma Pluff!, Pluff!, Pluff! Quanti taxi parcheggiati e vuoti! Altri in giro ma già pieni e troppo lunga la fila per il prossimo. Allora prendi la bici, di quelle cittadine, e ti avvi nella corsa verso l'ufficio, perché l'orologio già inizia a stressare di ritardo.
Arrivi sudato, un po' straniato per quella nebbia innaturale e un po' distratto dalla fretta del lavoro, ma proprio in ufficio ecco che il manager francese, Pluff! Non c'è più, ed il collega cinese, Pluff! Scompare proprio davanti a te. Apri la porta e vedi le signore della pulizia, quelle dai lineamenti sudamericani, Pluff!, Pluff!, Pluff!, e al pavimento solo stracci ed il carrello delle scope. Ma che succede? Allora è vero? Niente più immigrati di colpo qui a Bruxelles?
Torni al piano terra, prendi la bici, corri verso casa, ma la casa è del proprietario irlandese ed ecco che Pluff! Tutto l'edificio scompare, proprio mentre il signore polacco era arrivato per riparare la caldaia, ma poi anche lui, pluff! Allora corri al mercato, quello della piazzola che ogni venerdì popola di sorrisi ed allegria, ed ecco il signor Tony, al furgone italiano, dove compri sempre la ricotta, ecco che Pluff! E niente più, e i signori dalle lingue arabe dove compri chili di frutta d'ogni tipo ecco che Pluff! Pluff! e pluff! E la signora Pouy, quella dove ogni tanto ti fermi per una cena tailandese, ecco che pluff! Anche lei, all'improvviso, senza preavviso. Ti volti sconvolto, col viso impallidito, ma poi ti rallegri, perché ecco che all'angolo arriva come luce la tua ragazza in cerca di aiuto, ma poi ci pensi, no! Lei è spagnola, inizi a gridare, ma ecco che pluff! Cazzo, ma che succede? Adesso dov'è? E fermi tutti! Ma allora... un momento, ma anche io sono immigrato, un italiano qui a Bruxelles, ma allora che significa? Pluff!
Poi d'un tratto, mentre ti avvii verso la metro, incroci un tipo dall'aspetto magrebino che sputa a terra come d'abitudine e poi improvvisamente, Pluff! Scompare, in una nube di fumo grigiastro, uno stridulo di porta arrugginita e niente, al suo posto gli ultimi vapori di quella nebbia misteriosa. Pluff. E niente più. Ma non ci credi, forse ancora in sogno, magari ancora con la testa in qualche percorso onirico e irreale, continui la tua marcia verso la metro obbligatoria. Ti avvii a passi veloci, quando una macchina di quelle con lo stereo altissimo di qualche marocchino irrispettoso passa veloce rasente il marciapiedi, quando il tipo al volante di colpo pluff! E la macchina si schianta dopo la curva, vuota. La gente accorre ma tu non hai tempo per capire e continui un po' turbato. Ma proprio nei pressi della fermata Schuman, lì ai piedi del bruttissimo palazzone della Commissione Europea, ecco che ancora gli impiegati portoghesi, bulgari e tedeschi, pieni di scartoffie e incravattati nel respiro, di colpo pluff! e pluff! e Pluff! vedi nuvolette in giro e poi solo aria, come uno strano fenomeno meteorologico, un comparire di fumo e uno scomparire di persone. Non capisco - pensi - che succede questa mattina? Ti avvi alla metro ma la metro è lì ferma, perché anche il pilota tunisino, Pluff!, scomparso, ed i tizi dietro lo sportello dei biglietti, quelli algerini, Pluff!, Pluff! Allora torni indietro, cerchi un taxi ma Pluff!, Pluff!, Pluff! Quanti taxi parcheggiati e vuoti! Altri in giro ma già pieni e troppo lunga la fila per il prossimo. Allora prendi la bici, di quelle cittadine, e ti avvi nella corsa verso l'ufficio, perché l'orologio già inizia a stressare di ritardo.
Arrivi sudato, un po' straniato per quella nebbia innaturale e un po' distratto dalla fretta del lavoro, ma proprio in ufficio ecco che il manager francese, Pluff! Non c'è più, ed il collega cinese, Pluff! Scompare proprio davanti a te. Apri la porta e vedi le signore della pulizia, quelle dai lineamenti sudamericani, Pluff!, Pluff!, Pluff!, e al pavimento solo stracci ed il carrello delle scope. Ma che succede? Allora è vero? Niente più immigrati di colpo qui a Bruxelles?
Torni al piano terra, prendi la bici, corri verso casa, ma la casa è del proprietario irlandese ed ecco che Pluff! Tutto l'edificio scompare, proprio mentre il signore polacco era arrivato per riparare la caldaia, ma poi anche lui, pluff! Allora corri al mercato, quello della piazzola che ogni venerdì popola di sorrisi ed allegria, ed ecco il signor Tony, al furgone italiano, dove compri sempre la ricotta, ecco che Pluff! E niente più, e i signori dalle lingue arabe dove compri chili di frutta d'ogni tipo ecco che Pluff! Pluff! e pluff! E la signora Pouy, quella dove ogni tanto ti fermi per una cena tailandese, ecco che pluff! Anche lei, all'improvviso, senza preavviso. Ti volti sconvolto, col viso impallidito, ma poi ti rallegri, perché ecco che all'angolo arriva come luce la tua ragazza in cerca di aiuto, ma poi ci pensi, no! Lei è spagnola, inizi a gridare, ma ecco che pluff! Cazzo, ma che succede? Adesso dov'è? E fermi tutti! Ma allora... un momento, ma anche io sono immigrato, un italiano qui a Bruxelles, ma allora che significa? Pluff!
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| Cartello affisso durante la notte bianca di qualche settimana fa qui a Bruxelles, recita "Cosa sarebbe il mondo senza la presenza degli altri?". Foto scattata qui. |
Un italiano messo a nudo
Qualche settimana fa al corso serale di francese la prof ha chiesto ad ogni studente di preparare una presentazione di 10 minuti per parlare di qualcosa di tipico del proprio paese. Qualcosa di tipico. Nel descriverlo, la prof si riferisce a qualcosa di turistico, qualcosa che si esporta, di conosciuto, qualcosa che appartiene al proprio paese. La prima presentazione è stata della ragazza della Repubblica Dominicana: una presentazione di spiagge naturali, palme e paesaggi paradisiaci, campi da golf immensi e tante altre info che alla fine veniva davvero voglia di partire il prossimo fine settimana e tuffarsi in quelle acqua chiare e trasparenti (e tu, appena arrivato a casa la sera, hai anche controllato i voli, dopato da quella presentazione ben riuscita). Poi tocca a te. Qualcosa di tipico dell'Italia. Ma a te non piace parlare di pizza, di pasta e mandolino o di mete turistiche sicuramente da apprezzare o di tante altre cose magari già conosciute o forse ignote, degne di nota, ma non c'è voglia di pubblicizzare il meglio, quasi fosse l'ennesima propaganda del paese del sole o del governo di chi ha addirittura salvato il mondo dalla crisi. E allora si parla della mafia. Qualcosa di tipico.
Quando raggiungi la lavagna, vuota in attesa di scarabocchi, un po' come la testa per un attimo vuota in attesa di un sospiro, la classe ti guarda impaziente, piena in attesa di notizie. E allora inizi, si parla della mafia, qualcosa di tipico in Italia, con espressione seria, partendo dall'Unità d'Italia, dai proprietari terrieri e l'approccio ancora feudale, passando per il fascismo e lo sbarco americano in Sicilia, per poi andare al dopoguerra brevemente, elencare i tipi di organizzazioni mafiose del Sud d'Italia e cercare di spiegare cosa sia un modo mafioso di pensare, di agire, di essere. E allora eccoli, gli scarabocchi alla lavagna, una mappa della penisola, la faccia di Marlon Brando e poi qualche freccia, tante parole e le facce di chi magari si perde tra il tuo francese imperfetto ed il tempo a disposizione, mentre qualcuno fissa l'orologio perché ha l'autobus che parte e altri che invece sono un fiume di domande, insaziabili. E tu sei lì, a cercare di rispondere, in quell'argomento troppo complesso (che incosciente) da poter essere affrontato in 10 minuti, che poi però diventano 30 perché le domande non si fermano e si passa a Mangano, a Dell'Utri, agli eroi moderni, perché il discorso continua e i ragazzi si appassionano. La ragazza albanese vuole sapere di più sulla Sacra Corona Unita, il ragazzo libico vuole conoscere le opinioni sulle amicizie con Gheddafi e la ragazza americana non si accontenta delle risposte su Berlusconi, i ragazzi tedeschi vogliono più dettagli sulla Ndrangheta. E tu parli, parli, purtroppo senza contraddittorio, dimenticando regole di grammatica e accenti e dittonghi, mentre la prof annota, qualche volta ti corregge, continuandoti a guardare con due occhi grandi e comprensivi, gli occhi di chi ascolta problemi mentre magari si aspettava sorrisi.
Ed eccolo là, un italiano messo a nudo. Senza la barba di Galileo o lo stile del Rinascimento, senza la coppa del mondo alla mano o il sorriso di Valentino Rossi, senza pizza e senza gelati, senza l'oscar di Benigni o la scollatura di Sofia Loren, senza spiagge e senza sole, via tutto quello di tipico che potrebbe far pensare ad alcuni di venire dal paese più bello del mondo o ad altri di vantarsi, esserne fieri, gonfiarsi il petto e cadere in facili sciovinismi e stereotipi centenari, gli stessi che probabilmente i ragazzi della classe si aspettavano di vedere, ascoltare, ammirare. E invece no. Adesso sanno qualcosa di più sull'Italia, qualcosa che non è il solito film di sparatorie e popcorn, un'Italia che non è solo turismo e foto, che non ha soltanto piazze luminose e piatti invitanti, ma anche conflitti d'interessi, mancanze di pluralità d'informazione, tasso di corruzione altissimo e quella mafia, tipica, di organizzazione e abitudini.
Poi vai via, tu che non volevi affatto sputtanare il tuo paese, ma soltanto mostrare qualcosa di tipico, vai via con quel senso di nudità imprevisto, un nodo alla gola, una tristezza profonda, quasi a non credere a tutte quelle verità raccontate, tutte d'un colpo, tutte insieme, forse troppe; e vai via con la consapevole amarezza che era davvero qualcosa di tipico.
Quando raggiungi la lavagna, vuota in attesa di scarabocchi, un po' come la testa per un attimo vuota in attesa di un sospiro, la classe ti guarda impaziente, piena in attesa di notizie. E allora inizi, si parla della mafia, qualcosa di tipico in Italia, con espressione seria, partendo dall'Unità d'Italia, dai proprietari terrieri e l'approccio ancora feudale, passando per il fascismo e lo sbarco americano in Sicilia, per poi andare al dopoguerra brevemente, elencare i tipi di organizzazioni mafiose del Sud d'Italia e cercare di spiegare cosa sia un modo mafioso di pensare, di agire, di essere. E allora eccoli, gli scarabocchi alla lavagna, una mappa della penisola, la faccia di Marlon Brando e poi qualche freccia, tante parole e le facce di chi magari si perde tra il tuo francese imperfetto ed il tempo a disposizione, mentre qualcuno fissa l'orologio perché ha l'autobus che parte e altri che invece sono un fiume di domande, insaziabili. E tu sei lì, a cercare di rispondere, in quell'argomento troppo complesso (che incosciente) da poter essere affrontato in 10 minuti, che poi però diventano 30 perché le domande non si fermano e si passa a Mangano, a Dell'Utri, agli eroi moderni, perché il discorso continua e i ragazzi si appassionano. La ragazza albanese vuole sapere di più sulla Sacra Corona Unita, il ragazzo libico vuole conoscere le opinioni sulle amicizie con Gheddafi e la ragazza americana non si accontenta delle risposte su Berlusconi, i ragazzi tedeschi vogliono più dettagli sulla Ndrangheta. E tu parli, parli, purtroppo senza contraddittorio, dimenticando regole di grammatica e accenti e dittonghi, mentre la prof annota, qualche volta ti corregge, continuandoti a guardare con due occhi grandi e comprensivi, gli occhi di chi ascolta problemi mentre magari si aspettava sorrisi.
Ed eccolo là, un italiano messo a nudo. Senza la barba di Galileo o lo stile del Rinascimento, senza la coppa del mondo alla mano o il sorriso di Valentino Rossi, senza pizza e senza gelati, senza l'oscar di Benigni o la scollatura di Sofia Loren, senza spiagge e senza sole, via tutto quello di tipico che potrebbe far pensare ad alcuni di venire dal paese più bello del mondo o ad altri di vantarsi, esserne fieri, gonfiarsi il petto e cadere in facili sciovinismi e stereotipi centenari, gli stessi che probabilmente i ragazzi della classe si aspettavano di vedere, ascoltare, ammirare. E invece no. Adesso sanno qualcosa di più sull'Italia, qualcosa che non è il solito film di sparatorie e popcorn, un'Italia che non è solo turismo e foto, che non ha soltanto piazze luminose e piatti invitanti, ma anche conflitti d'interessi, mancanze di pluralità d'informazione, tasso di corruzione altissimo e quella mafia, tipica, di organizzazione e abitudini.
Poi vai via, tu che non volevi affatto sputtanare il tuo paese, ma soltanto mostrare qualcosa di tipico, vai via con quel senso di nudità imprevisto, un nodo alla gola, una tristezza profonda, quasi a non credere a tutte quelle verità raccontate, tutte d'un colpo, tutte insieme, forse troppe; e vai via con la consapevole amarezza che era davvero qualcosa di tipico.
La sveglia mattutina in Gare du Midi
Il cielo grigio di questa mattina non donava affatto a Bruxelles la veste estiva che il calendario vorrebbe ed una sottile pioggia accompagnava i passi veloci ed in ritardo di tanti che, come me, si affrettavano a raggiungere l'ufficio, perché un po' la metro sarà arrivata in ritardo, un po' c'è sempre qualcuno che ostruisce il passaggio sulle scale mobili alla sinistra, un po' la sveglia suona e risuona ma gli occhi non vogliono proprio ascoltare. Mentre passavo per la piazzola al lato di Gare du Midi, una signora con la casacca della polizia locale si avvicina ad un senzatetto che dormiva ai piedi di una panchina, avvolto da lenzuola di cartone, malamente ammorbidite dalla giornata uggiosa e dalla notte sicuramente meno calda.
Un "Monsier!" forte ma rauco rompe il silenzio ed irrompe nella scena, all'improvviso, facendo voltare qualche passante e attirando l'attenzione di chi, come me, in quel momento si trovava nei paraggi. Nessuna risposta. La donna lo fissa e per un attimo ho pensato anche al peggio, perché non poteva essere semplicemente una sveglia mattutina, un censimento giornaliero di senzatetto o magari un avviso al non poter sostare in quel luogo; poteva invece essere una domanda molto più profonda, in quel Monsier poteva racchiudersi quella percezione della morte altre volte già avvertita proprio in quei luoghi, del rassicurarsi se quel senzatetto fosse deceduto durante la notte umida e fredda, lì nella piazzola di Gare du Midi, nell'indifferenza del mondo che meccanico ed inarrestabile avrebbe continuato nei suoi laboriosi giri.
Un secondo Monsier! tuona più debole e tremante, perché l'insinuazione del dubbio già abbassa toni nel timore di scoprire la verità e allora mi son fermato, repentino, a fissare la donna che fissava l'uomo a terra. Niente. Probabilmente anche la pioggia si sarà fermata per un attimo, questa mattina, lì nella piazzola di Gare du Midi, o avrà soltanto toccato i sampietrini in modo meno rumoroso, almeno nel mio immaginario e in quei pochi attimi di tremore. Ad un tratto fortunatamente il cartone si muove bruscamente e prima un braccio, poi una testa, ecco che quell'uomo per molti invisibile, quella figura per tanti inesistente, ecco che lascia quel letto quadro di miseria per rimanere poi immobile nel fissare la donna che ancora era lì, nella stessa posizione.
Non so se gli avrà detto qualcosa, dalla distanza non ho potuto capire molto, ma sarà stato un attimo, prima di abbandonare la scena e continuare il suo cammino dall'andamento militare. Intanto l'uomo è rimasto sveglio, lì, a fissare qualcosa che già non c'era più, qualcuno che lo aveva svegliato, magari interrotto un sogno, di quelli caldi, che ti avvolgono anche se intorno hai cartone e aria, e ti trasportano lontano, dove la realtà importa poco e vorresti non svegliarti, se non altro per il torpore ed il sorriso, quando il mondo, quello vero, è un'alternativa senza dubbi meno colorata.
Un "Monsier!" forte ma rauco rompe il silenzio ed irrompe nella scena, all'improvviso, facendo voltare qualche passante e attirando l'attenzione di chi, come me, in quel momento si trovava nei paraggi. Nessuna risposta. La donna lo fissa e per un attimo ho pensato anche al peggio, perché non poteva essere semplicemente una sveglia mattutina, un censimento giornaliero di senzatetto o magari un avviso al non poter sostare in quel luogo; poteva invece essere una domanda molto più profonda, in quel Monsier poteva racchiudersi quella percezione della morte altre volte già avvertita proprio in quei luoghi, del rassicurarsi se quel senzatetto fosse deceduto durante la notte umida e fredda, lì nella piazzola di Gare du Midi, nell'indifferenza del mondo che meccanico ed inarrestabile avrebbe continuato nei suoi laboriosi giri.
Un secondo Monsier! tuona più debole e tremante, perché l'insinuazione del dubbio già abbassa toni nel timore di scoprire la verità e allora mi son fermato, repentino, a fissare la donna che fissava l'uomo a terra. Niente. Probabilmente anche la pioggia si sarà fermata per un attimo, questa mattina, lì nella piazzola di Gare du Midi, o avrà soltanto toccato i sampietrini in modo meno rumoroso, almeno nel mio immaginario e in quei pochi attimi di tremore. Ad un tratto fortunatamente il cartone si muove bruscamente e prima un braccio, poi una testa, ecco che quell'uomo per molti invisibile, quella figura per tanti inesistente, ecco che lascia quel letto quadro di miseria per rimanere poi immobile nel fissare la donna che ancora era lì, nella stessa posizione.
Non so se gli avrà detto qualcosa, dalla distanza non ho potuto capire molto, ma sarà stato un attimo, prima di abbandonare la scena e continuare il suo cammino dall'andamento militare. Intanto l'uomo è rimasto sveglio, lì, a fissare qualcosa che già non c'era più, qualcuno che lo aveva svegliato, magari interrotto un sogno, di quelli caldi, che ti avvolgono anche se intorno hai cartone e aria, e ti trasportano lontano, dove la realtà importa poco e vorresti non svegliarti, se non altro per il torpore ed il sorriso, quando il mondo, quello vero, è un'alternativa senza dubbi meno colorata.
Emigrare per dignità
Mentre ieri eravamo all'aeroporto Barajas in fila per il volo che ci avrebbe portato dal sole vacanziero di Madrid alla pioggia casalinga di Bruxelles, iniziamo a parlare con il ragazzo di fronte, spagnolo dell'Andalusia dall'espressione simpatica. Siccome annunciano un ritardo ancora da definire, che poi si tradurrà in un'ora e più d'attesa, si inizia a parlare del più e del meno e partendo dai classici commenti sul clima fino al tipico di dove sei-cosa fai-da quanto tempo l'argomento cade sulle amare realtà del lavoro in Spagna.
Jorge è diretto come noi a Charleroi, ma vive ad Anversa, nel Belgio del nord, delle Fiandre popolate di bici, dove il nederlandese è vitale e l'inglese si preferisce al francese. Ha gli occhi chiari ed il pelo biondo che quasi sembra davvero un belga del nord, se non fosse per quell'accento chiaramente andaluso.
Ah vivete a Bruxelles? Lavorate per la Commissione? - Ci chiede con l'aria di chi sa già la risposta, ma rimane un po' sorpreso quando gli confessiamo che nessuno di noi lavora per i famosi palazzoni di vetro, quasi come se Bruxelles fosse solo quello, almeno agli occhi degli stranieri.
Vivo ad Anversa da oramai 4 anni - ci racconta - dopo un Erasmus spettacolare a Ghent, bella ma troppo piccola per lunghi periodi. Quattro anni sono tanti e mi sento un po' in bilico adesso, tra l'andare via o il rimanere in Belgio per sempre. Ci ho provato a cercare lavoro in Spagna ma non ha senso. La disoccupazione in Andalusia al momento è quasi al 30%, io sono di una cittadina vicino Granada e a Granada la disoccupazione è del 25%! - Si ferma con gli occhi dilatati ed espressivi, mentre una nostra smorfia tra amarezza e coscienza delle cose gli risponde silenziosa - Significa che se incontri quattro persone per strada a Granada, probabilmente una di loro non ha un lavoro!
Jorge abbassa gli occhi, fissa per un attimo la valigia ai suoi piedi e poi continua. Ci ho provato - ci dice - ci ho provato a cercare lavoro in Spagna in questi anni, ma niente. Sono informatico, a Granada avevo trovato il lavoro perfetto per me ma... sai quanto mi hanno offerto alla fine? 800 euro al mese! Sì... potevo viaggiare da casa, vivere con i miei, tornare a vivere con i miei e rimanere in Spagna, con la mia lingua, i miei amici, le cose che mi piacciono, ma 800 euro al mese... sembra quasi uno scherzo! - A quel punto Jorge sorride, ma non c'è divertimento nelle sue parole - Poi mi chiamarono per un lavoro a Barcellona - continua - richiedevano 4 lingue, che requisiti sono questi per un informatico? Quattro lingue? Va bene, io parlo spagnolo, inglese, nederlandese e francese. Perfetto! I colloqui andarono una meraviglia, pensavo di avercela fatta e alla fine? L'offerta era di 900 euro al mese! N-o-v-e-c-e-n-t-o. Sono un ingegnere informatico cxxx, parlo 4 lingue e all'estero mi apprezzano per questo! Il sole, la festa, il mangiare, la famiglia e gli amici valgono tanto ma la mia dignità? Non mi abbasso a questi compromessi, preferisco rimanere ad Anversa e tornare qui spesso ma con la testa alta!
Poi Jorge si ferma, è chiaramente un po' agitato, magari anche un po' nervoso per il ritardo del volo o soltanto perché certe realtà non si digeriscono facilmente con il tempo e sono come una continua amarezza in gola, che accompagna l'emigrato come un senso misto di delusione e rinuncia obbligata.
Ci chiede scusa per lo sfogo e ritrova subito il sorriso quando gli offriamo una rosquilla che portavamo da casa. Chiude per un attimo gli occhi, di gusto, probabilmente quando il sapore dolcissimo di quella ciambellina spagnola gli si scioglie in bocca. Poi ecco finalmente lo schermo che si aggiorna e da delayed il messaggio in basso cambia in boarding, con annesso sollievo della lunga fila in attesa. Jorge afferra la sua valigia e ci augura buon viaggio. Da Madrid a Charleroi per arrivare poi ad Anversa lo attenderà davvero un lungo viaggio, ma lui è felice di tornare in Belgio, sulla sua bilancia dei compromessi quel volo gli vale probabilmente il sorriso e quella destinazione per il momento è quella giusta.
Jorge è diretto come noi a Charleroi, ma vive ad Anversa, nel Belgio del nord, delle Fiandre popolate di bici, dove il nederlandese è vitale e l'inglese si preferisce al francese. Ha gli occhi chiari ed il pelo biondo che quasi sembra davvero un belga del nord, se non fosse per quell'accento chiaramente andaluso.
Ah vivete a Bruxelles? Lavorate per la Commissione? - Ci chiede con l'aria di chi sa già la risposta, ma rimane un po' sorpreso quando gli confessiamo che nessuno di noi lavora per i famosi palazzoni di vetro, quasi come se Bruxelles fosse solo quello, almeno agli occhi degli stranieri.
Vivo ad Anversa da oramai 4 anni - ci racconta - dopo un Erasmus spettacolare a Ghent, bella ma troppo piccola per lunghi periodi. Quattro anni sono tanti e mi sento un po' in bilico adesso, tra l'andare via o il rimanere in Belgio per sempre. Ci ho provato a cercare lavoro in Spagna ma non ha senso. La disoccupazione in Andalusia al momento è quasi al 30%, io sono di una cittadina vicino Granada e a Granada la disoccupazione è del 25%! - Si ferma con gli occhi dilatati ed espressivi, mentre una nostra smorfia tra amarezza e coscienza delle cose gli risponde silenziosa - Significa che se incontri quattro persone per strada a Granada, probabilmente una di loro non ha un lavoro!
Jorge abbassa gli occhi, fissa per un attimo la valigia ai suoi piedi e poi continua. Ci ho provato - ci dice - ci ho provato a cercare lavoro in Spagna in questi anni, ma niente. Sono informatico, a Granada avevo trovato il lavoro perfetto per me ma... sai quanto mi hanno offerto alla fine? 800 euro al mese! Sì... potevo viaggiare da casa, vivere con i miei, tornare a vivere con i miei e rimanere in Spagna, con la mia lingua, i miei amici, le cose che mi piacciono, ma 800 euro al mese... sembra quasi uno scherzo! - A quel punto Jorge sorride, ma non c'è divertimento nelle sue parole - Poi mi chiamarono per un lavoro a Barcellona - continua - richiedevano 4 lingue, che requisiti sono questi per un informatico? Quattro lingue? Va bene, io parlo spagnolo, inglese, nederlandese e francese. Perfetto! I colloqui andarono una meraviglia, pensavo di avercela fatta e alla fine? L'offerta era di 900 euro al mese! N-o-v-e-c-e-n-t-o. Sono un ingegnere informatico cxxx, parlo 4 lingue e all'estero mi apprezzano per questo! Il sole, la festa, il mangiare, la famiglia e gli amici valgono tanto ma la mia dignità? Non mi abbasso a questi compromessi, preferisco rimanere ad Anversa e tornare qui spesso ma con la testa alta!
Poi Jorge si ferma, è chiaramente un po' agitato, magari anche un po' nervoso per il ritardo del volo o soltanto perché certe realtà non si digeriscono facilmente con il tempo e sono come una continua amarezza in gola, che accompagna l'emigrato come un senso misto di delusione e rinuncia obbligata.
Ci chiede scusa per lo sfogo e ritrova subito il sorriso quando gli offriamo una rosquilla che portavamo da casa. Chiude per un attimo gli occhi, di gusto, probabilmente quando il sapore dolcissimo di quella ciambellina spagnola gli si scioglie in bocca. Poi ecco finalmente lo schermo che si aggiorna e da delayed il messaggio in basso cambia in boarding, con annesso sollievo della lunga fila in attesa. Jorge afferra la sua valigia e ci augura buon viaggio. Da Madrid a Charleroi per arrivare poi ad Anversa lo attenderà davvero un lungo viaggio, ma lui è felice di tornare in Belgio, sulla sua bilancia dei compromessi quel volo gli vale probabilmente il sorriso e quella destinazione per il momento è quella giusta.
Quel sampietrino bastardo
Così mentre di fretta ti dirigi a prendere la metro per non essere in ritardo in ufficio proprio il giorno dell'incontro con la commissione ISO per quello standard di qualità tanto importante pensando già di dover rileggere alcune specifiche proprio perché il big boss ci tiene tanto e nessuno vuole che ci rimanga male non tanto per l'ipotetica espressione di delusione quanto per gli sguardi quelli dai messaggi inequivocabili, ecco mentre un po' di slalom tra la gente, il passo veloce perché nonostante tutto si esce di casa sempre quei 5 minuti più tardi, perché la sveglia ha i suoi ritmi ma il corpo li insegue ancora e non riesce a rispettarli, ecco tra un pensiero, un colpo di sonno di un microsecondo ed il semaforo per i pedoni che si fa rosso, ecco che il piede si poggia sul sampietrino sbagliato, quel rumore, quel plick, l'impatto oramai inarrestabile, già sai come andrà a finire, perché proprio la notte prima aveva piovuto, perché qui a Bruxelles l'estate termina il 31 di luglio e sotto quel sampietrino non ci sarà sicuramente acqua limpida e delicata, magari arricchita con magnesio che fa tanto bene contro lo stress, proprio quello stress che già sai che ti sta per assalire mentre alzi gli occhi al cielo, il cielo ti ignora, abbassi lo sguardo e il piede ha terminato il passo, come quando fai click sul bottone sbagliato ma la richiesta è già stata inviato perché magari avevi letto la dialog di warning troppo velocemente, dando per scontato qualcosa di importante o di fretta, sempre di fretta, ma così ecco che succede, ed allora ti guardi i pantaloni, quelli di color beige, eleganti per la commissione ISO-qualche-numero, quelli lavati e poi stirati con cura, che allo specchio sembravi un figurino, te li guardi e vedi le conseguenze del passo sbagliato, gli schizzi neri e marroni della fanghiglia meticolosamente raccolta e celata da quel sampietrino bastardo, tutti lì dalla caviglia alla rotula, firma pregiata di sartoria cittadina. Ti fermi, vorresti bestemmiare, anche se d'abitudine non bestemmi, tutto il viso ti si contrae in una smorfia di cui potremmo parlare per ore ma che dura in verità qualche secondo, è troppo tardi per tornare a casa e cambiarsi e anche se ci fosse il tempo alla fine non lo faresti mai e allora non rimane che rassegnarsi, ma soprattutto non fermarsi, c'è la metro che non aspetta, eppoi l'ufficio e il big boss e l'ISO e mannaggia-la-miseria.
Independence day
Sabato siam stati invitati alla celebrazione della festa della indipendenza statunitense, qui a Bruxelles. Normalmente soltanto cittadini americani possano accedervi ed in casi particolari gli stranieri devono presentare un passaporto, perché se è pur vero che siamo in Europa, ci sono pezzi di terra che appartengono agli Stati Uniti d'America ed è come varcare una frontiera transoceanica con un passo avanti ed uno indietro, trovando all'ingresso proprio quei tizi da film visti e rivisti, con mimetica e mitra alla mano. Tramite parentele californiane della mia ragazza, siamo entrati senza troppa burocrazia e con sorrisi gentili in un pezzo di stati uniti brussellesi, con tanto di scuola per ragazzi, clinica ospedaliera, studio dentistico, campo da calcio, campo da baseball e tanti altri servizi a cui gli americani che lavorano alla NATO qui a Bruxelles possono accedere. Insomma un pezzo di USA ma in Belgio, alla faccia della integrazione per la quasi totalità di loro che a quanto pare dopo 3 anni e più ancora non saprebbe ordinare un waffles in francese (piacerebbe a voi andare a vivere e lavorare in un altro continente per diversi anni per vivere poi in un pezzo di Italia trapiantato altrove?).
E non è tutto: nei pressi di Mons abbiamo già visitato con loro un altro pezzo di Stati Uniti con supermercati, ristoranti ed ingrossi utilizzati per acquisti e rifornimenti di ogni tipo, tutto ovviamente in dollari ed a prezzi americani. Se poi sentono davvero la mancanza, mi hanno detto che a poche ore di macchina, nella vicina Germania, c'è la più grande base americana in Europa, dove praticamente esiste una vera e propria città, sono in 60mila.
All'ingresso era tutto un insieme di bandiere a stelle e strisce e macchine americane d'epoca. All'interno un enorme tendone con tanto di palco, spalti e diverse tavolate che a giudicare dagli odori erano già pronte a lanciare hamburger in ogni direzione. Visitando la NATO non è permesso fare foto per alcun motivo, nemmeno davanti l'ingresso, ma soltanto una volta attraversata la strada (un po' esagerati?); questa volta invece con una pacca sulla spalla mi han detto che qualche scatto lo potevo fare, nessun problema con un classico accento acuto da serie televisiva.
Ad un certo punto la donna al microfono invita tutti ad alzarsi in piedi, parte l'inno, mani sul cuore come in un perfetto gesto di ginnastica sincrona, dall'esterno entrano soldati marciando con bandiera americana e belga mentre il loro superiore gli strilla comandi a pochi centimetri di distanza. Quando prende la parola uno dei pezzi grossi (a giudicare dalle medaglie al petto e dall'aria autoritaria) lo stomaco inizia ad accusare dolori addominali e non so se per quel profumo di hamburger che aspettavano lì a pochi metri belli e pronti o per tutte quelle parole davvero insopportabili, per falsità e fanatismo, del rispetto per quella bandiera rappresentante libertà e speranza, dello sforzo degli uomini del passato per raggiungere tali diritti e di quello degli americani del presente per diffondere quegli uguali diritti ovunque, fino ad arrivare ad affermare che in nessun altro paese al mondo esiste una democrazia così perfetta come quella conquistata e che quelle stelle e quelle strisce debbano rappresentare per tutti libertà e speranza. Libertà e speranza. E democrazia. Non importa se poi si manipola mezza Africa a braccetto con l'Europa nel neocolonialismo moderno o se si manovrano decine di governi fantocci soltanto per lo sfruttamento di risorse naturali, come non importa se poi si guerreggia da anni nei paesi arabi per la conquista di petrolio e potere, è tutto per la libertà e la speranza, la loro. E la democrazia, la loro.
Dall'ombra del tizio mi è sembrato di vedere la sagoma di Capitan America e Superman brindare con una Budweiser, ma forse erano allucinazioni causate da quei dolori addominali, che alla fine mi son quasi passati, ma scartando la tavolata di hamburger e andando per costolette di maiale e frites al bancone belga di un signore insudiciato e indaffarato, dall'inglese balbettante ma sufficiente. Al sentirmi rispondergli timidamente in francese si è quasi emozionato, nonostante il mio accento imperfetto ma palesemente non americano, e probabilmente lì in mezzo a quel frastuono di cori e coriandoli in festa in un occhiolino sorridente ci siam sentiti entrambi per un attimo meno soli.
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| Cimeli di guerra esposti alla festa, cambiano i mezzi, ma lo scopo è sempre lo stesso. Foto scattata qui. |
All'ingresso era tutto un insieme di bandiere a stelle e strisce e macchine americane d'epoca. All'interno un enorme tendone con tanto di palco, spalti e diverse tavolate che a giudicare dagli odori erano già pronte a lanciare hamburger in ogni direzione. Visitando la NATO non è permesso fare foto per alcun motivo, nemmeno davanti l'ingresso, ma soltanto una volta attraversata la strada (un po' esagerati?); questa volta invece con una pacca sulla spalla mi han detto che qualche scatto lo potevo fare, nessun problema con un classico accento acuto da serie televisiva.
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| Non vi vengono subito in mente note di qualche canzone di Elvis? Foto scattata qui. |
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| Bandiera di libertà, speranza e democrazia. Per tutti. Per chi ci crede. Foto scattata qui. |
Dietro il sorriso degli altri
Durante lo scorso fine settimana a Roma, stanchi del lungo percorso a piedi da Piazza del Popolo ai Fori Imperiali, ci fermiamo a pochi passi dal Colosseo, in una nicchia all'ombra sulla destra, dove un po' d'erba rende più piacevole la sosta. Il sole batte forte, forse anche eccessivamente per chi da quasi tre anni vive troppo a nord e per i mille turisti che passano boccheggiando lungo la via che costeggia la maestosa figura dell'anfiteatro Flavio. Proprio ai piedi della pendenza su cui ci siamo accasciati, sul muretto che costeggia il marciapiedi si ferma una signora completamente vestita di nero. Con questo caldo - penso - non è sicuramente il colore adatto per fermarsi lì dove batte forte il sole, mentre qui, a pochi metri c'è ombra e sollievo.
Mi colpiscono subito le sue mani, cornici di rughe tra le dita, e quelle vene sopraelevate come una sottile ragnatela in superficie, mi ricordano incredibilmente quelle di mia madre, mani non più giovani, mani di lavoro, mani sempre affaccendate, ma soprattutto mani di carezze. Da un sacco nero esce una maschera egizia ed un contenitore dello stesso stile.
Ed ecco che inizia la trasformazione e quel vestito nero adesso ha un senso: quella signora indossa la maschera, dei guanti e pone quel contenitore ai suoi piedi. Ecco svelato il mistero, la signora immobile simula una statua egizia ed immobile attende le offerte dei passanti.
Fa veramente caldo e non c'è vento. Stare lì immobili, vestiti di nero, in attesa di qualche moneta, per poi chinare appena il collo in segno di ringraziamento, sfiancherebbe anche un ragazzo. Non arrivano spiccioli. Passa molta gente, chi la guarda di sfuggita, molti sorridono ma proseguono veloci, qualche bimbo la indica con il ditino in un sorrisino per poi seguire la direzione del padre, altri ignorano, ognuno ad inseguire il proprio destino. Ma non c'è tintinnio di moneta contro moneta. Così il sorriso dei passanti, di buffo, di strano, non si trasforma in offerta e a quella divinità egizia non c'è tributo. E penso a quelle mani così familiari, a quelle mani materne, come se lì, ferma immobile, sotto il sole che sfianca, ci fosse mia madre.
Dietro il sorriso degli altri c'era forse pena, sofferenza e dolore, c'era un altro mondo che spesso si ignora o si preferisce non immaginare, magari nella distrazione o quell'ignava cortesia del chiamare artista di strada chi tenta di racimolare qualche soldo e parlare d'offerta perché magari elemosina suona male ma cambia poco il senso se domani sarà la stessa storia. E forse sarebbe meglio vedere un mendicante malformato con la scritta ho fame ed i passanti schifare, accelerare il passo, mostrare freddezza o gettare monete quasi con disprezzo o con la paura di incontrare lo sguardo, come se ci fosse una maledizione, uno specchio stregato, come se la povertà potesse inghiottire anche loro; ma almeno non quella falsità involontaria, non quei sorrisi a chi sotto la maschera non sorride, perché dietro il sorriso degli altri purtroppo non sempre c'è un sentimento analogo mentre qualcuno tenta di raccogliere qualcosa, chinando il viso, ringraziando con gli occhi bassi ed il volto mascherato.
Dietro il sorriso degli altri c'era quel mondo reale, quello quotidiano di sforzi e problemi, quello che spesso non appare nel finto palcoscenico della televisione e che i politici ingordi preferiscono ignorare mentre sfrecciano nelle auto blu strillanti o si lanciano nelle solite menzogne propagandistiche, quello di donne che nonostante una certa età s'inventano nuovi modi di guadagnare qualcosa, quello di una società sicuramente non perfetta dove c'è ancora tanto da migliorare ma si rimanda sempre al domani, perché ognuno egoisticamente ha la propria vita da riempire.
Lasciamo l'ombra, l'erba ed il riposo. Lasciamo un'offerta in quel cesto decorato d'Egitto ed al chinarsi della maschera tento di intravedere i suoi occhi. Dentro sento un umore misto di tristezza e rabbia, ma non ho potuto resistere, le ho dovuto regalare un sorriso anche se pur accennato, quasi di supporto, come di comprensione, un sorriso anche se fino a pochi attimi prima ho odiato quelli dei passanti, un sorriso per non trasmettere dolore, tentando di abbracciare se pur per un secondo o almeno accarezzare quelle mani materne.
Mi colpiscono subito le sue mani, cornici di rughe tra le dita, e quelle vene sopraelevate come una sottile ragnatela in superficie, mi ricordano incredibilmente quelle di mia madre, mani non più giovani, mani di lavoro, mani sempre affaccendate, ma soprattutto mani di carezze. Da un sacco nero esce una maschera egizia ed un contenitore dello stesso stile.
Ed ecco che inizia la trasformazione e quel vestito nero adesso ha un senso: quella signora indossa la maschera, dei guanti e pone quel contenitore ai suoi piedi. Ecco svelato il mistero, la signora immobile simula una statua egizia ed immobile attende le offerte dei passanti.
Fa veramente caldo e non c'è vento. Stare lì immobili, vestiti di nero, in attesa di qualche moneta, per poi chinare appena il collo in segno di ringraziamento, sfiancherebbe anche un ragazzo. Non arrivano spiccioli. Passa molta gente, chi la guarda di sfuggita, molti sorridono ma proseguono veloci, qualche bimbo la indica con il ditino in un sorrisino per poi seguire la direzione del padre, altri ignorano, ognuno ad inseguire il proprio destino. Ma non c'è tintinnio di moneta contro moneta. Così il sorriso dei passanti, di buffo, di strano, non si trasforma in offerta e a quella divinità egizia non c'è tributo. E penso a quelle mani così familiari, a quelle mani materne, come se lì, ferma immobile, sotto il sole che sfianca, ci fosse mia madre.
Dietro il sorriso degli altri c'era forse pena, sofferenza e dolore, c'era un altro mondo che spesso si ignora o si preferisce non immaginare, magari nella distrazione o quell'ignava cortesia del chiamare artista di strada chi tenta di racimolare qualche soldo e parlare d'offerta perché magari elemosina suona male ma cambia poco il senso se domani sarà la stessa storia. E forse sarebbe meglio vedere un mendicante malformato con la scritta ho fame ed i passanti schifare, accelerare il passo, mostrare freddezza o gettare monete quasi con disprezzo o con la paura di incontrare lo sguardo, come se ci fosse una maledizione, uno specchio stregato, come se la povertà potesse inghiottire anche loro; ma almeno non quella falsità involontaria, non quei sorrisi a chi sotto la maschera non sorride, perché dietro il sorriso degli altri purtroppo non sempre c'è un sentimento analogo mentre qualcuno tenta di raccogliere qualcosa, chinando il viso, ringraziando con gli occhi bassi ed il volto mascherato.
Dietro il sorriso degli altri c'era quel mondo reale, quello quotidiano di sforzi e problemi, quello che spesso non appare nel finto palcoscenico della televisione e che i politici ingordi preferiscono ignorare mentre sfrecciano nelle auto blu strillanti o si lanciano nelle solite menzogne propagandistiche, quello di donne che nonostante una certa età s'inventano nuovi modi di guadagnare qualcosa, quello di una società sicuramente non perfetta dove c'è ancora tanto da migliorare ma si rimanda sempre al domani, perché ognuno egoisticamente ha la propria vita da riempire.
Lasciamo l'ombra, l'erba ed il riposo. Lasciamo un'offerta in quel cesto decorato d'Egitto ed al chinarsi della maschera tento di intravedere i suoi occhi. Dentro sento un umore misto di tristezza e rabbia, ma non ho potuto resistere, le ho dovuto regalare un sorriso anche se pur accennato, quasi di supporto, come di comprensione, un sorriso anche se fino a pochi attimi prima ho odiato quelli dei passanti, un sorriso per non trasmettere dolore, tentando di abbracciare se pur per un secondo o almeno accarezzare quelle mani materne.
La percezione della morte altrui
E cosi' in due giorni il manto bianco e soffice della Bruxelles innevata scompare dalle strade trafficate, dai marciapiedi calpestati, dagli alberi appesantiti mentre qualche frammento di ghiaccio, fanghiglia e ricordi sporchi ancora s'ammucchia in qualche angolo isolato, inevitabilmente destinato a scomparire sotto il sole se pur debole che si fa spazio appena nel cielo grigiastro. Qualche pennellata d'azzurro s'intravede però lontana dal vetro sporco dell'ufficio proprio quando il manager ricorda a tutti che stanno per scattare le 12 e l'intero edificio e' pregato di rispettare il minuto di silenzio per le vittime di Halle.
Chi la smette repentino di spiegare qualcosa al collega, chi torna alla propria scrivania a sfogliare un giornale online, chi si rimette le cuffie magari annaffiando di rock quello che altrove e' lutto, forse per non sentire il silenzio del pensare, per stonarsi in altri modi, per ignorare ciò che accade intorno.
Nei corridoi lunghi del palazzo che s'affaccia sulla Gare du Midi, c'è stato un gran silenzio oggi alle 12, assenti persino le solite eco di passi di qualcuno verso il bagno, soltanto il lamento meccanico d'una fotocopiatrice sbadatamente lanciata in funzione qualche minuto prima, a vomitare indifferente pagine e lavoro, e poi il suono forte e breve dell'ascensore che arriva al piano destinazione ma non c'è più ad aspettarla chi ha cambiato idea all'ultimo istante.
Dev'essere legata alla distanza ed al tempo, alle conoscenze e la memoria. La percezione della morte altrui dev'essere direttamente connessa alla sfera personale, perché dei morti di Haiti ognuno si dispiace ma poco dopo già si torna alla macina giornaliera, al vortice incalzante di lavoro, impegni e necessita'; dei morti di Halle ognuno si dispiace ma poco dopo già si e' spinti nei pensieri obbligati di un meeting aziendale e la spesa da fare, un incontro, la cena e tutto il resto; di una tragedia familiare, un amico o un conoscente, non c'è impegno che tenga, non scompare tutto dopo poco ma solo il tempo cuce e copre, nelle sue tele lunghe ma necessarie. Dev'essere legata alle esperienze personali, la percezione della morte, perché di uno sconosciuto si dispiace ma nulla più e non insensibilità ne' tanto meno egoismo, la natura forse e le sue leggi universali, o soltanto gradi di percezioni ed umori che senza memorie, senza facce da associare o senza notizie rimbombate alla tv, son percezioni meno forti, più effimere e leggere.
Nei corridoi lunghi del palazzo che s'affaccia sulla Gare du Midi, il minuto di silenzio per i morti di Halle e' passato in fretta oggi, qualcuno ha abbassato gli occhi evitando di incrociare sguardi dei colleghi, altri si son morsi le labbra trattenendo magari qualche parola inutile, chi dietro al monitor a leggere qualcosa nella distrazione o alla finestra nell'interrogare qualche nube immobile; ognuno con la propria percezione della morte altrui, con i propri legami sociali alla tragedia. Poi allo scadere del minuto, i rumori, gli alfabeti e le voci, le risate e gli obblighi e tutto inevitabilmente a continuare.
Chi la smette repentino di spiegare qualcosa al collega, chi torna alla propria scrivania a sfogliare un giornale online, chi si rimette le cuffie magari annaffiando di rock quello che altrove e' lutto, forse per non sentire il silenzio del pensare, per stonarsi in altri modi, per ignorare ciò che accade intorno.
Nei corridoi lunghi del palazzo che s'affaccia sulla Gare du Midi, c'è stato un gran silenzio oggi alle 12, assenti persino le solite eco di passi di qualcuno verso il bagno, soltanto il lamento meccanico d'una fotocopiatrice sbadatamente lanciata in funzione qualche minuto prima, a vomitare indifferente pagine e lavoro, e poi il suono forte e breve dell'ascensore che arriva al piano destinazione ma non c'è più ad aspettarla chi ha cambiato idea all'ultimo istante.
Dev'essere legata alla distanza ed al tempo, alle conoscenze e la memoria. La percezione della morte altrui dev'essere direttamente connessa alla sfera personale, perché dei morti di Haiti ognuno si dispiace ma poco dopo già si torna alla macina giornaliera, al vortice incalzante di lavoro, impegni e necessita'; dei morti di Halle ognuno si dispiace ma poco dopo già si e' spinti nei pensieri obbligati di un meeting aziendale e la spesa da fare, un incontro, la cena e tutto il resto; di una tragedia familiare, un amico o un conoscente, non c'è impegno che tenga, non scompare tutto dopo poco ma solo il tempo cuce e copre, nelle sue tele lunghe ma necessarie. Dev'essere legata alle esperienze personali, la percezione della morte, perché di uno sconosciuto si dispiace ma nulla più e non insensibilità ne' tanto meno egoismo, la natura forse e le sue leggi universali, o soltanto gradi di percezioni ed umori che senza memorie, senza facce da associare o senza notizie rimbombate alla tv, son percezioni meno forti, più effimere e leggere.
Nei corridoi lunghi del palazzo che s'affaccia sulla Gare du Midi, il minuto di silenzio per i morti di Halle e' passato in fretta oggi, qualcuno ha abbassato gli occhi evitando di incrociare sguardi dei colleghi, altri si son morsi le labbra trattenendo magari qualche parola inutile, chi dietro al monitor a leggere qualcosa nella distrazione o alla finestra nell'interrogare qualche nube immobile; ognuno con la propria percezione della morte altrui, con i propri legami sociali alla tragedia. Poi allo scadere del minuto, i rumori, gli alfabeti e le voci, le risate e gli obblighi e tutto inevitabilmente a continuare.
C'est qui qu'est mort ?
Venerdì all'uscita dagli uffici la metro si riempie solitamente di sorrisi, perché il fine settimana imminente non può che portare sollievo ed in questa gioia dell'attesa ripetuta c'è sempre la confusione del parlare, dei telefoni a squillare, della calca verso casa, degli appuntamenti e dei baci da incontrare. Mentre venerdì lasciavo riposare la testa in uno dei vagoni lasciando la mente leggera nonostante tutto intorno fosse affollato di voci, spalle, colori, alfabeti mescolati di questa Bruxelles dalle mille lingue, ecco che d'improvviso una signora anziana, bassa, di carnagione scura, inizia a parlare al telefono a voce altissima, accaldata, richiamando l'attenzione di tutti i presenti, dapprima come di scherno per delle parole incomprensibili e la scenetta magari singolare e poi di attonito silenzio dopo quella domanda veloce, gelida, rapace: chi e' morto?
Le urla immediate, di rabbia, dolore, di quella coscienza dell'impossibilita' del rimedio, d'inappellabilità della natura e della macina comune, si son diffuse subito come messaggio chiaro intorno nell'infrangere ogni altro umore possibile in quel grido cosi' forte da non lasciar spazio alle lacrime, ammutolendo l'intero vagone in una eco profondissima fino ad ogni rintanato pensiero tra le pareti celebrali e le fantasie assopite, fino a coprire i rumori meccanici della metro, della ferraglia che cigolando nei suoi versi rauchi e profondi si apprestava a fermarsi all'ennesima stazione. Finalmente i portelloni aperti e quel grido disumano trova maggior spazio per diffondere il suo sfogo, nell'ampia piattaforma stranamente quasi deserta, giungendo alle sedie zoppicando, accasciando tutto il peso inutile del corpo e lasciandolo alla gravita' mai cosi' accogliente. Tutti a fissare quel percorso drammatico. La metro non riparte sotto segnalazione del personale addetto, nell'intento di capire cosa fosse accaduto. Poi qualcuno si avvicina alla signora, una mano pacato sulla spalla, un'altra che le porge un fazzoletto, chi chiede, chi si avvicina in rispettoso silenzio. Poi il gesto convenzionale della paletta verde, il suono stridulo a singhiozzi della chiusura dei portelloni e la metro riparte, mentre dai finestrini si scorge appena quel grido ininterrotto, circondato da aiuti sconosciuti e preghiere straniere, sipario repentino su quello che già ognuno si lasciava alle spalle, inevitabilmente.
Qualche secondo di silenzio, come d'un doveroso lutto o di coscienze pensierose nelle menti ancora scosse, e poi il solito mormorio, confusione del parlare, dei telefoni a squillare, della calca verso casa, degli appuntamenti e dei baci da incontrare. E il mondo era tutto li', in quel vagone, nella corsa verso la prossima stazione, inarrestabile avanzata che non può curarsi di certi eventi e deve andare avanti, impassibile, indifferente, per dovere, per legge, perché cosi' e' stata costruita la società ed i suoi pilastri, perché deve essere cosi' e di tante cose non può esserci memoria, rilevanza, traccia.
L'estranea passeggia impalpabile, a volte danza, a volte si lascia in equilibri precari, e quando adempie ai disegni di Atropo ecco che da qualche altra parte qualcuno dirà: c'est qui qu'est mort ?
Le urla immediate, di rabbia, dolore, di quella coscienza dell'impossibilita' del rimedio, d'inappellabilità della natura e della macina comune, si son diffuse subito come messaggio chiaro intorno nell'infrangere ogni altro umore possibile in quel grido cosi' forte da non lasciar spazio alle lacrime, ammutolendo l'intero vagone in una eco profondissima fino ad ogni rintanato pensiero tra le pareti celebrali e le fantasie assopite, fino a coprire i rumori meccanici della metro, della ferraglia che cigolando nei suoi versi rauchi e profondi si apprestava a fermarsi all'ennesima stazione. Finalmente i portelloni aperti e quel grido disumano trova maggior spazio per diffondere il suo sfogo, nell'ampia piattaforma stranamente quasi deserta, giungendo alle sedie zoppicando, accasciando tutto il peso inutile del corpo e lasciandolo alla gravita' mai cosi' accogliente. Tutti a fissare quel percorso drammatico. La metro non riparte sotto segnalazione del personale addetto, nell'intento di capire cosa fosse accaduto. Poi qualcuno si avvicina alla signora, una mano pacato sulla spalla, un'altra che le porge un fazzoletto, chi chiede, chi si avvicina in rispettoso silenzio. Poi il gesto convenzionale della paletta verde, il suono stridulo a singhiozzi della chiusura dei portelloni e la metro riparte, mentre dai finestrini si scorge appena quel grido ininterrotto, circondato da aiuti sconosciuti e preghiere straniere, sipario repentino su quello che già ognuno si lasciava alle spalle, inevitabilmente.
Qualche secondo di silenzio, come d'un doveroso lutto o di coscienze pensierose nelle menti ancora scosse, e poi il solito mormorio, confusione del parlare, dei telefoni a squillare, della calca verso casa, degli appuntamenti e dei baci da incontrare. E il mondo era tutto li', in quel vagone, nella corsa verso la prossima stazione, inarrestabile avanzata che non può curarsi di certi eventi e deve andare avanti, impassibile, indifferente, per dovere, per legge, perché cosi' e' stata costruita la società ed i suoi pilastri, perché deve essere cosi' e di tante cose non può esserci memoria, rilevanza, traccia.
L'estranea passeggia impalpabile, a volte danza, a volte si lascia in equilibri precari, e quando adempie ai disegni di Atropo ecco che da qualche altra parte qualcuno dirà: c'est qui qu'est mort ?
Cento mani al giorno
La pioggia sottile e continua copre i tetti delle case di Bruxelles da qualche giorno ormai, il sole timido e lontano si cela dietro qualche nube grigiastra mentre l'asfalto si sporca di pozzanghere e passi, gente che corre al lavoro, si incastra nel vagone della metro proprio quando il suono stridulo a singhiozzi annuncia la nuova imminente partenza e c'è sempre qualcuno che corre tentando di entrare all'ultimo istante o fissando il mancato aggancio un po' amareggiato, se solo avesse aumentato il passo lungo le scale mobili, se solo quella coppia non si fosse fermata per un bacio ostacolando il passaggio.. ma in fondo un bacio e' solo un bacio. Poi tra le fermate che portano agli uffici della Commissione Europea, ecco che si svuota il vagone, in fila disordinata la gente si accalca nella fretta d'uscire e raggiungere la propria scrivania, in una dipendenza innaturale al lavoro che non nobilita ma schiavizza necessariamente, lentamente. Adesso c'è più posto, anche per pensare, senza il fastidio di sentirsi in trappola, non più schiacciato dallo zaino enorme di qualcuno o appeso al palo per non capitombolare addosso ad altri; e c'è più spazio anche per la donna dal francese lento che chiede elemosina mentre gli sguardi di tutti si voltano disprezzanti, occhi al pavimento a guardare una macchia che d'improvviso non ha più privacy, chi a leggere l'articolo del metro scartato senza interesse qualche minuto prima, chi tossisce o si avvicina al portellone pur di non incrociare la vista della pietà.
E poi di nuovo la pioggia, ma non c'è tempo per aprir l'ombrello, a breve si e' già coperti dall'entrata larga degli uffici, l'ascensore ti inghiotte e ti porta al sesto piano ed inizia subito il gioco delle cento mani. Ad ogni incontro, anche sconosciuto, un bon jour e poi la mano e forse la mano già si muoveva prim'ancora di produrre suono e poi di nuovo e ancora, il corridoio non e' mai troppo corto, c'è sempre qualcuno che spunta da una porta, qualcuno che attende una copia alla stampante e allora c'è il saluto e la mano meccanica, d'abitudine, tradizione, educazione. Come un rito infrangibile, anche nell'ufficio alle sette scrivanie c'è il passeggio delle mani, una per ogni schermo, sette mani ogni mattina più le altre inevitabili. C'è addirittura chi viene da lontano, per salutare tutto il piano, entra ed esce da ogni stanza, come ape laboriosa a trasportare malattie di mano in mano, e poi scompare per il resto della giornata, fiero d'aver compiuto il suo dovere nel gioco delle mani. E allora lo prepari, il sorriso per ogni mano, sempre lo stesso, d'accordo con gli occhi, tutto il viso in un sol gesto, grande orchestra in due secondi, perché non ti puoi tirare indietro, non puoi mancare di rispetto, se questo e' l'uso dell'azienda, se qui in Belgio dan sempre la mano, devi rassegnarti al loro gioco, le regole son chiare e la mano e' sempre tesa, certo almeno in bagno dico bon jour e' passo lesto.
E poi di nuovo la pioggia, ma non c'è tempo per aprir l'ombrello, a breve si e' già coperti dall'entrata larga degli uffici, l'ascensore ti inghiotte e ti porta al sesto piano ed inizia subito il gioco delle cento mani. Ad ogni incontro, anche sconosciuto, un bon jour e poi la mano e forse la mano già si muoveva prim'ancora di produrre suono e poi di nuovo e ancora, il corridoio non e' mai troppo corto, c'è sempre qualcuno che spunta da una porta, qualcuno che attende una copia alla stampante e allora c'è il saluto e la mano meccanica, d'abitudine, tradizione, educazione. Come un rito infrangibile, anche nell'ufficio alle sette scrivanie c'è il passeggio delle mani, una per ogni schermo, sette mani ogni mattina più le altre inevitabili. C'è addirittura chi viene da lontano, per salutare tutto il piano, entra ed esce da ogni stanza, come ape laboriosa a trasportare malattie di mano in mano, e poi scompare per il resto della giornata, fiero d'aver compiuto il suo dovere nel gioco delle mani. E allora lo prepari, il sorriso per ogni mano, sempre lo stesso, d'accordo con gli occhi, tutto il viso in un sol gesto, grande orchestra in due secondi, perché non ti puoi tirare indietro, non puoi mancare di rispetto, se questo e' l'uso dell'azienda, se qui in Belgio dan sempre la mano, devi rassegnarti al loro gioco, le regole son chiare e la mano e' sempre tesa, certo almeno in bagno dico bon jour e' passo lesto.
Mentre il gelo si fa avanti
Recentemente quando la mattina esco di casa imbalsamato tra sciarpa e guanti, il prato del giardinetto di fronte e' a chiazze bianche e verdi, ricoperto di un sottile manto di ghiaccio formatosi durante la notte cosi' come sui tetti delle case, basse non più di quattro piani e caratterizzate dai loro tagli netti in verticale, una sul fianco dell'altra, come in fila stretta e ammucchiata, come agli attenti davanti ad una strada sempre poco trafficata. E se le temperature son scese sotto lo zero da diversi giorni, le strade invece si riscaldano di addobbi natalizi, quasi in ogni piccola piazzola spuntano pini a festa o colori e luci sugli alberi già presenti da decenni, testimoni di evoluzioni della capitale di un'Europa in cerca di identità, mentre dalla facciata est della commissione europea, il palazzo Berlaymont, si stende il telone enorme degli auguri di buone feste in tutte le lingue del continente.
Le vetrine repentine cambiano attore nel giro di pochi giorni, da San Nicolaus si passa al più commerciale e globalizzato Babbo Natale, dalla santità dedicata per lo più ai piccoli si passa al padre comune rosso di coca cola. Cosi' i bambini belgi faran scorta di regali, i più fortunati e speranzosi che avran inviato una lettera a St Nicolaus riceveranno dalle poste belghe una scatola di cioccolatini: anche qui come in tanti altri paesi le letterine ai protagonisti del Natale non vengono cestinate ma raccolte con cura e alla prime migliaia si inviano anche delle praline, in fondo siamo nella patria del cioccolato:)
Durante i fine settimana e' praticamente impossibile passeggiare per la Grand Place ed alcune vie del centro, tra la folla di turisti immancabili e la marea di acquisti da fare, regali da inventare, soldi da spendere per la sola soddisfazione di un sorriso magari stimolabile con molto meno. Meglio un bicchiere di vino caldo, in uno dei mercatini allestiti, e lasciare che il fiato incontri il gelo a disegnare la solita nuvoletta di vapore e pensieri, mentre orecchie e naso si fan rossi per il freddo senza sosta e la mano cerca altra mano, per compagnia, per calore, per benessere, ah eccola, ora sto già meglio.
Le vetrine repentine cambiano attore nel giro di pochi giorni, da San Nicolaus si passa al più commerciale e globalizzato Babbo Natale, dalla santità dedicata per lo più ai piccoli si passa al padre comune rosso di coca cola. Cosi' i bambini belgi faran scorta di regali, i più fortunati e speranzosi che avran inviato una lettera a St Nicolaus riceveranno dalle poste belghe una scatola di cioccolatini: anche qui come in tanti altri paesi le letterine ai protagonisti del Natale non vengono cestinate ma raccolte con cura e alla prime migliaia si inviano anche delle praline, in fondo siamo nella patria del cioccolato:)
Durante i fine settimana e' praticamente impossibile passeggiare per la Grand Place ed alcune vie del centro, tra la folla di turisti immancabili e la marea di acquisti da fare, regali da inventare, soldi da spendere per la sola soddisfazione di un sorriso magari stimolabile con molto meno. Meglio un bicchiere di vino caldo, in uno dei mercatini allestiti, e lasciare che il fiato incontri il gelo a disegnare la solita nuvoletta di vapore e pensieri, mentre orecchie e naso si fan rossi per il freddo senza sosta e la mano cerca altra mano, per compagnia, per calore, per benessere, ah eccola, ora sto già meglio.
Ma una cravatta cosa fa
C'è chi la stringe forte, spesso troppo forte (quasi a dimostrare d'esser forte), chi la lascia un po' sciolta un po' sportiva (perché con stile, perché alla moda, perché manca l'aria), poi pero' ognuno le da' un colpo, ognuno ritorna al gesto della posa (da modello o da pinguino) quando nei pressi della porta gli sguardi si fan più seri e
tutti a stringere le scartoffie per il meeting. Le cravatte son tutte li', appese al collo e ad un respiro, a diffondere sicurezza ancor prima che eleganza, in primo piano, primo impatto, etichetta imposta a chi vuol sentirsi più importante, a chi deve perché comanda, a chi se lo impone per rispetto (spesso falso specchio di pensieri). C'è chi la ignora e chi ti snobba se la ignori, se non la porti intorno al tavolo e al proiettore, speri sempre ci sia qualcun altro senza, perché esser l'unico poi ti imbarazza o addirittura compromette (per una stupida cravatta). Ma una cravatta cosa fa? Magari troppo stretta, blocca proprio quel rigurgito dannato, del boccone che non volevi, di parole indigeste e stupidaggini arricchite, blocca qualche colpo di tosse alla slide senza senso e talvolta irrigidisce il sorriso al vicino sconosciuto. Ma le cravatte stanno li', mentre bocche parlano meccaniche e colli inghiottono concetti, le cravatte passive assorbono stress e calore e alla sera o già nel bagno dell'ufficio, quando la togli perché non ne puoi più, quando la togli perché non vedevi l'ora, perché ti dicono t'abituerai ma il rigetto e' troppo forte, perché e' un costume che non piace e la indossi solo se obbligato, ti libera in un colpo e giù pesante porta via tutte le scadenze appese al collo e i diagrammi troppi pieni e le analisi mai cosi' lunghe e come un vaffanculo dei più sinceri getta via mezza giornata di sofferenze noiose e desideri d'essere altrove. Un sospiro e niente più.
tutti a stringere le scartoffie per il meeting. Le cravatte son tutte li', appese al collo e ad un respiro, a diffondere sicurezza ancor prima che eleganza, in primo piano, primo impatto, etichetta imposta a chi vuol sentirsi più importante, a chi deve perché comanda, a chi se lo impone per rispetto (spesso falso specchio di pensieri). C'è chi la ignora e chi ti snobba se la ignori, se non la porti intorno al tavolo e al proiettore, speri sempre ci sia qualcun altro senza, perché esser l'unico poi ti imbarazza o addirittura compromette (per una stupida cravatta). Ma una cravatta cosa fa? Magari troppo stretta, blocca proprio quel rigurgito dannato, del boccone che non volevi, di parole indigeste e stupidaggini arricchite, blocca qualche colpo di tosse alla slide senza senso e talvolta irrigidisce il sorriso al vicino sconosciuto. Ma le cravatte stanno li', mentre bocche parlano meccaniche e colli inghiottono concetti, le cravatte passive assorbono stress e calore e alla sera o già nel bagno dell'ufficio, quando la togli perché non ne puoi più, quando la togli perché non vedevi l'ora, perché ti dicono t'abituerai ma il rigetto e' troppo forte, perché e' un costume che non piace e la indossi solo se obbligato, ti libera in un colpo e giù pesante porta via tutte le scadenze appese al collo e i diagrammi troppi pieni e le analisi mai cosi' lunghe e come un vaffanculo dei più sinceri getta via mezza giornata di sofferenze noiose e desideri d'essere altrove. Un sospiro e niente più.
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