il signore del negozio vicino casa

Non avevo parlato mai troppo con il signore del negozio vicino casa, uno di quei piccoli alimentari che si trovano ad ogni angolo qui a Bruxelles, ad ogni incrocio ne puoi trovare uno aperto, a qualsiasi ora, mai affollati, dove ogni volta che entri pensi come possano mai andare avanti tra crisi globale e colossi della concorrenza e invece sono sempre lì, come funghi ai piedi degli edifici, nonostante i prezzi sicuramente meno vantaggiosi di altri luoghi fatti di scaffali infiniti ed offerte lampeggianti, loro vanno avanti come quelli di un tempo, come quelli dei paesini dove la gente si conosce per nome e si saluta ad ogni incontro. E proprio lui, il signore del negozio vicino casa, mi saluta ogni mattina, ogni volta che scendo per andar a prendere il tram, con il passo frettoloso inseguito da un ritardo abituale e magari il sopracciglio increspato per evitare qualche goccia accidentale; mi saluta sempre con un sorriso sincero, come fosse felice di vedermi, salutarmi: la felicità è fatta anche di questi piccoli momenti, pensi, mentre la corsa mattutina verso il tram si colora già di sfumature più allegre. A volte basta poco.
Non avevo mai parlato troppo con il signore del negozio vicino casa, ci vado ogni tanto per comprare qualche lattina d'acqua tonica, anche se non le tiene mai in frigo, anche se son cosciente di pagarle qualcosa in più, ma almeno lì sei il protagonista, sei il suo cliente, ti guarda, ti segue con gli occhi, ti chiede, ti consiglia, ti aspetta alla cassa con le dita già sulla calcolatrice, che in realtà non stai pagando una lattina: stai riempiendo il suo tempo. Ma stai riempiendo anche il tuo, lo stai vivendo, più delle file impersonali alle casse veloci o della lista della spesa sempre incompleta: lì, a comprare una lattina di cui non avresti neanche bisogno, che al ritorno devi pure metter in frigo ed aspettare prima di berla fresca, riesci a cibarti di dettagli e sentirti libero di parlare. Però poi non parli mai troppo, con il signore del negozio vicino casa. Lui parla francese, ma non è belga, il popolo dei piccoli alimentari, qui a Bruxelles, di solito è asiatico, d'indiani più che cinesi, o magrebini, e invece lui è polacco, o almeno pensavi fosse polacco o comunque dell'est, tra quei capelli bianchi e quelle rughe pronte a riunirsi tra gli occhi ed il sorriso come corde tese di una chitarra gitana, ad ogni saluto, augurandoti buona giornata e l'arrivederci alla prossima lattina. Mai nel frigo però, mi raccomando.

Poi ieri è successo che non avevi capito bene il prezzo, anche se il prezzo è sempre lo stesso, ma stavi lì, con le mani piene di spiccioli, a contare quanto dare, e il signore del negozio vicino casa te lo ripete, ma in spagnolo. E allora capisci ma non smentisci, però chiedi, chiedi di dove fosse e scopri che è greco, il signore del negozio vicino casa, quello delle lattine, quello dei capelli bianchi ed il saluto quando vai al tram: è greco. Io, i greci, a volte penso non esistano, non se ne incontrano quasi mai, sarà che dieci milioni non son tanti o sarà che non si distinguono così bene in mezzo agli altri come fanno altre comunità. E invece, i greci, stanno in mezzo a noi. E siam rimasti lì, nel negozio vicino casa, quasi una mezz'oretta, a parlare di Grecia, di isole presunte bellissime ma dai nomi irripetibili e sconosciuti, di Puglia e dei suoi viaggi in Italia e anche di Spagna. Poi lo dico, che non sono spagnolo, e lui mi mostra felice un formaggio italiano che vende, nel negozio vicino casa. Non me lo compro, voglio solo la lattina, sempre la stessa, calda. Quando esco dal negozio, quello vicino casa, mi ripeto qualcosa tipo hai capito? è greco, come se la scoperta potesse in qualche modo cambiare il giorno. Non lo cambia, però scopro che nonostante la crisi, il default, le proteste ed i tagli, la Grecia compra 400 carri armati usati. Quattrocento. L'economia del signore del negozio vicino casa è sicuramente più semplice e sensata, pensi, mentre il resto ha vie troppo complesse e macchinose, che quasi sembra strano possa funziona. E infatti non funziona. Per fortuna però l'Europa sa già come salvarci.

Cose che solo a Bruxelles

Poi ti ritrovi in un locale notturno brussellese, tale Madame Moustache, tra luci rosse e musiche sintetiche, che loro, le luci, anche se non accese sanno trasmettere ritmi e metriche, mentre una birra ovviamente insieme e poi un'altra con lui e un brindisi con gli altri, che in pista la folla già freme e la birra barcolla tra gesti altrui maldestri, ma poco importa mentre il corpo trasmette il segnale e allora ti dirigi di fretta ai bagni, è sempre lei, la birra fatale, a te il sollievo e a loro i guadagni, pensi, già, perché a Bruxelles si paga per farla anche se hai già pagato l'ingresso, Un euro tutta la serata o 40 centesimi alla volta, dice il tizio che parla, parla e ti chiede il compromesso e per un euro ha già pronto il timbro per tutta la serata, un timbro solo per il bagno, ridi e vai per i 40 con la vescica emozionata. Panta rei con offerta, pensi, se ne fai tanta, cose che solo a Bruxelles, surrealismo in continua scoperta.

Stay hungry, stay foolish


Qui la traduzione in italiano. Mai stato un fan di Apple e degli i-coso,
ma lui infatti non era solo quello.

Ma tutti uguali no

Questo multiculturalismo ha fallito, ti ripete il ragazzo irlandese, irritato, perché proprio qualche minuto prima una spallata per strada di un magrebino lo aveva costretto ad incroci di sguardi infastiditi e qualche pensiero poco immacolato e te lo dice lui, che ha il naso un po' storto, risultato di una rissa qualche anno fa con dei knackers a Dublino, che loro, i knackers, sono un fenomeno sociale della classe bassa dell'isola, ma sono irlandesi come lui e non sono irlandesi come il suo collega egiziano, con cui lui si trova benissimo, perché l'egiziano - dice - si è integrato, o forse perché viene da un altra classe sociale e allora non importa la provenienza, quel nord Africa comune al magrebino della spallata.

Il multiculturalismo ha fallito, lo han detto anche Cameron, la Merkel e Leterme, insomma lo han detto in tanti, perché ponendo la cultura al di sopra dell'individuo e l'importanza di conservare la diversità al di sopra dell'integrazione si è giunti ad alcuni punti critici di convivenza e comprensione ed è tutta colpa sua, della diversità, che fa benissimo, direbbe il biologo, visto che alcuni virus, per esempio, rimangono confusi di fronte a mix inattesi, ché nell'evoluzione la selezione naturale ha favorito proprio le miscele migliori ed il punto è quello: se c'è il mix. Ma chi s'impunta sul fallimento non pensa al mix, la realtà è ben più chiara: li vorrebbe tutti più uguali. Il collega egiziano magari in giacca e cravatta e dall'inglese certificato è più uguale al ragazzo irlandese e allora trasmette maggior armonia dell'altro, quello meno uguale, il magrebino della strada che magari veste la sua tunica bianca o la signora africana che mostra colori inconsueti. Se fossero meno diversi, se fossero più uguali o se lo diventassero in breve tempo, saremmo sicuramente più felici (o almeno lo sarebbe il ragazzo irlandese e la Merkel) e difficilmente parleremmo di fallimento anche perché a quel punto non ci sarebbe da parlare neanche di multiculturalismo. Facile. Facile, ma anche un po' macabro, diventare tutti meno diversi, anche se ha ragione Fontana quando afferma che la diversità è un mezzo e non il fine, ché nella diversità c'è anche quello che non piace (i pedofili son la parte brutta della diversità, per esempio) e allora non è un fine ma un mezzo per migliorare, solo che in mezzo ci siamo noi, ognuno con la propria cultura da difendere (o da mettere in discussione).

Il punto è che la realtà va in quella direzione da sola e non solo perché lo dice il biologo o la selezione naturale, ma anche perché la realtà è già così, mista e complementare, e lei, la realtà, va avanti anche se non siam d'accordo. Certo, per chi è cresciuto in una famiglia mono-culturale, a scuola in una classe mono-culturale, e gli amici, la televisione e l'intorno mono-culturale, poi è difficile l'approccio col diverso, soprattutto quando quel diverso è anche meno agiato, è ancora più diverso, non solo per cultura ma anche tanto altro, dove la povertà fa da cassa di risonanza e ci fa gridare al fallimento, a noi generazioni di mezzo che vivono l'esplosione di un multiculturalismo che non sarà più un trauma ma la normalità per quelle prossime, le generazioni delle scuole multiculturali, l'università, gli amici e le relazioni sociali. Magari non sarà la perfezione (e lo sa bene mia madre), ma se basta una spallata a farci cadere nel fallimento, beh allora sarà anche peggio.