Oggi è il giorno della memoria, infatti volevo dirvi una cosa ma me la son già dimenticata, appunto. E domani ci saremo già dimenticati che oggi era il giorno della memoria, come al solito.
Che un po' di Puglia non fa male
Quando ti trovi sabato sera in una serata dall'aria italiana a Bruxelles e dal nome curioso, le sud c'est chic, c'è sempre chi in questo tipo di eventi, di serate con il tema del Bel Paese, non ci vuole proprio andare, perché all'estero si vive all'estero e tutto ciò che ha i colori di casa bisogna evitarlo, anche se poi a casa si mangia pasta e si parla italiano, come c'è sempre chi a queste serate dal suono familiare vuole andarci a tutti i costi portando con se amici e passione, perché all'estero ci si è andati senza mai dimenticare casa, anche se si vive altrove e spesso bisogna far finta (o magari ricordarsi) d'essersi spostati per davvero.
Ma poco importa quanto italiani ci si possa sentire e da quanta Italia si voglia fuggire e importa ancora meno a tutta quella gente straniera, affollata gioiosa al bancone o a riempire di corsa la pista, d'ogni alfabeto e nazione, magari belgi d'origini italiane venuti a ricordare le canzoni del nonno e panorami fantasticati, quando la musica si diffonde sovrana è tutto un bagno d'allegria, perché alla pizzica salentina non si può resistere immobili: bisogna ballare, sorridere, lasciarsi trascinare, anche se magari non si capiscono tutte la parole, ma un dialetto è storia e cultura, è musica e basta a far ballare, tutti insieme.
E a qualche migliaia di chilometri da casa, ecco che si ritrovano in una ballata popolare italiani d'ogni angolo dello stivale, perché un po' di Puglia non fa male, a te campano e lui fiorentino, a lei romagnola e l'altro di Torino, non fa male a chi ha lasciato lu sule, lu mare, lu ventu e non fa male a chi forse più giù di Roma non c'è mai andato, non farebbe male a chi al governo urla e rilancia al razzismo nazionale e a chi di loro col fazzoletto verde viene fin qui a Bruxelles a riscaldare una poltrona per qualche ora, né a chi si ritrova nel piacere di un folklore sconosciuto, parte di quella terra che ha lasciato e piacevole scoperta in una capitale straniera piena d'Italia, più di quanto si possa immaginare, per alcuni anche troppo. Così chi davvero storceva il naso al solo nominare qualcosa del tricolore, ecco che si ritrova euforico a ballare con chi per quel tricolore ancora morirebbe irrazionalmente (o almeno nel parlare), entrambi, insieme in un sorriso: potenza della pizzica salentina e non importa se a fine serata ognuno tornerà alle proprie convinzioni estreme, un po' di Puglia non gli avrà fatto male e si ritroveranno magari a canticchiare quel ritornello dell'ultima canzone, se nu te scierri mai delle radici ca tieni rispetti puru quiddre delli paisi lontani, senza capirne il senso, forse dimenticandole dopo qualche ora e rimpiazzandole con parole nuove inventate o magari interpretandole davvero, ciascuno a modo suo. E Bruxelles è anche questo.
Ma poco importa quanto italiani ci si possa sentire e da quanta Italia si voglia fuggire e importa ancora meno a tutta quella gente straniera, affollata gioiosa al bancone o a riempire di corsa la pista, d'ogni alfabeto e nazione, magari belgi d'origini italiane venuti a ricordare le canzoni del nonno e panorami fantasticati, quando la musica si diffonde sovrana è tutto un bagno d'allegria, perché alla pizzica salentina non si può resistere immobili: bisogna ballare, sorridere, lasciarsi trascinare, anche se magari non si capiscono tutte la parole, ma un dialetto è storia e cultura, è musica e basta a far ballare, tutti insieme.
E a qualche migliaia di chilometri da casa, ecco che si ritrovano in una ballata popolare italiani d'ogni angolo dello stivale, perché un po' di Puglia non fa male, a te campano e lui fiorentino, a lei romagnola e l'altro di Torino, non fa male a chi ha lasciato lu sule, lu mare, lu ventu e non fa male a chi forse più giù di Roma non c'è mai andato, non farebbe male a chi al governo urla e rilancia al razzismo nazionale e a chi di loro col fazzoletto verde viene fin qui a Bruxelles a riscaldare una poltrona per qualche ora, né a chi si ritrova nel piacere di un folklore sconosciuto, parte di quella terra che ha lasciato e piacevole scoperta in una capitale straniera piena d'Italia, più di quanto si possa immaginare, per alcuni anche troppo. Così chi davvero storceva il naso al solo nominare qualcosa del tricolore, ecco che si ritrova euforico a ballare con chi per quel tricolore ancora morirebbe irrazionalmente (o almeno nel parlare), entrambi, insieme in un sorriso: potenza della pizzica salentina e non importa se a fine serata ognuno tornerà alle proprie convinzioni estreme, un po' di Puglia non gli avrà fatto male e si ritroveranno magari a canticchiare quel ritornello dell'ultima canzone, se nu te scierri mai delle radici ca tieni rispetti puru quiddre delli paisi lontani, senza capirne il senso, forse dimenticandole dopo qualche ora e rimpiazzandole con parole nuove inventate o magari interpretandole davvero, ciascuno a modo suo. E Bruxelles è anche questo.
35.000 volte amaro
Ma che bello ritrovarti di colpo in mezzo a 35.000 e più persone quando non te ne aspettavi davvero tante e voltarti in ogni direzione senza riuscire a vederne la fine; che bello vedere persone di ogni età, giovani e anziane, mamme con bambini mano nella mano, mamme con bambini in carrozzina, chi con il cane a passeggiare e anche il cane addirittura vestito di colori e lettere: certo, sembra troppo strano vedere cose del genere, venendo da un'Italia in cui con quella tranquillità, con quel quadretto familiare, spesso non si pensa di andare nemmeno allo stadio, perché troppo pericoloso, figuriamoci ad una manifestazione contro la classe politica, dove c'è la possibilità che qualche seguace di Cossiga sguinzagli i soliti teppisti specializzati per creare fuoco e fiamme sui cui far leva poi il giorno dopo nelle programmate dichiarazioni di populismo e falsità.
Ma che bello farsi compagnia con 35.000 e più volontà, unite, senza una bandiera di partito a inquinare l'atmosfera (giusto qualche maglia rossa alla fine del corteo, ma più amanti del Che che rappresentati di partito), senza le facce di quella classe politica che prima di scendere tra la folla dovrebbe sempre misurarsi con il proprio operato e la propria coerenza: certo, troppo diverso per chi viene da quell'Italia in cui al No B Day addirittura compariva lo spauracchio D'Alema ed altri volti ignavi o a sponsorizzare e strumentalizzare le manifestazioni, se pur nate dal web come quella belga, poi comparivano sempre loghi di partiti che dicono, gridano ma poi deludono.
Ma che bello star in mezzo a quel mare di 35.000 e più voci, cori, slogan e speranze, pur essendo straniero ma non per quello estraneo a fatti ed opinioni, pur contando poco perché appunto non avente diritto al voto, all'arma democratica; certo, una manifestazione non può cambiare la realtà politica in una notte, non risolve una situazione stagnata in 7 mesi di chiacchiere e non è il tocco di una bacchetta magica che tutto illumina all'indomani, ma si ha questa certezza proprio perché venendo da un'Italia in cui non si smuovono le cose nemmeno per sentenze di corruzione, per collusioni mafiose, per scandali sessuali e contraddizioni quotidiane, dove appunto le cose sono talmente immobili che non si può riporre la fiducia in una se pur affollata manifestazione.
Ma il punto è proprio quello: che quando ti ritrovi in mezzo a tanta foga e sorrisi e vedi tutto in modo strano, quando la normalità altrui appare come qualcosa se non irreale almeno inattuabile dalle tue parti, indipendentemente dalle motivazioni e dai fini, è la prova che c'è qualcosa che non va o che sicuramente si potrebbe migliorare. Tutte quelle stranezze, quelle osservazioni generate da confronti sicuramente leggeri, sono cause di un'assuefazione che trasforma in normalità ciò che altrove è insopportabile, che aliena o addirittura scoraggia, assuefatti in sterili soddisfazioni per una vignetta satirica o una battuta di Crozza mentre intanto si muove poco e si alimenta un degrado contagioso.
E tornando a casa, dopo il bagno di folla di 35.000 voci, te la senti in gola quell'amarezza, 35.000 volte più forte del normale.
Ma che bello farsi compagnia con 35.000 e più volontà, unite, senza una bandiera di partito a inquinare l'atmosfera (giusto qualche maglia rossa alla fine del corteo, ma più amanti del Che che rappresentati di partito), senza le facce di quella classe politica che prima di scendere tra la folla dovrebbe sempre misurarsi con il proprio operato e la propria coerenza: certo, troppo diverso per chi viene da quell'Italia in cui al No B Day addirittura compariva lo spauracchio D'Alema ed altri volti ignavi o a sponsorizzare e strumentalizzare le manifestazioni, se pur nate dal web come quella belga, poi comparivano sempre loghi di partiti che dicono, gridano ma poi deludono.
Ma che bello star in mezzo a quel mare di 35.000 e più voci, cori, slogan e speranze, pur essendo straniero ma non per quello estraneo a fatti ed opinioni, pur contando poco perché appunto non avente diritto al voto, all'arma democratica; certo, una manifestazione non può cambiare la realtà politica in una notte, non risolve una situazione stagnata in 7 mesi di chiacchiere e non è il tocco di una bacchetta magica che tutto illumina all'indomani, ma si ha questa certezza proprio perché venendo da un'Italia in cui non si smuovono le cose nemmeno per sentenze di corruzione, per collusioni mafiose, per scandali sessuali e contraddizioni quotidiane, dove appunto le cose sono talmente immobili che non si può riporre la fiducia in una se pur affollata manifestazione.
Ma il punto è proprio quello: che quando ti ritrovi in mezzo a tanta foga e sorrisi e vedi tutto in modo strano, quando la normalità altrui appare come qualcosa se non irreale almeno inattuabile dalle tue parti, indipendentemente dalle motivazioni e dai fini, è la prova che c'è qualcosa che non va o che sicuramente si potrebbe migliorare. Tutte quelle stranezze, quelle osservazioni generate da confronti sicuramente leggeri, sono cause di un'assuefazione che trasforma in normalità ciò che altrove è insopportabile, che aliena o addirittura scoraggia, assuefatti in sterili soddisfazioni per una vignetta satirica o una battuta di Crozza mentre intanto si muove poco e si alimenta un degrado contagioso.
E tornando a casa, dopo il bagno di folla di 35.000 voci, te la senti in gola quell'amarezza, 35.000 volte più forte del normale.
Shame!
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| Vergogna! La manifestazione di oggi contro la classe politica belga che da più di 6 mesi è impegnata (stagnata) nella formazione di un nuovo governo dopo le recenti elezioni. 35.000 e più voci di dissenso. Foto scattate qui. |
Cosa pensano della fretta le bambine brussellesi
Quando alla pausa pranzo esci per respirare aria che non sia di carta e processori (non importa se poi fuori è di traffico e motori, almeno il freddo ti risveglia, di colpo), ti accorgi di non avere con te di quei coriandoli che fanno girare il mondo e con cui sei costretto a barattare il pranzo, allora ti dirigi verso i bancomat all'angolo, mentre Bruxelles colora di grigio un cielo già poco splendente. Il primo sulla destra mostra un messaggio che lampeggia sullo schermo, poco rassicurante, una signora occupa quello al centro e all'ultimo c'è una bambina a giocare con i tasti e più che premerli li bastona, più che usare le dita li schiaccia con le mani, allegramente. Prima fai un passo nella sua direzione, istintivamente, perché quello sportello è libero, o meglio nessuno lo sta utilizzando per il suo scopo principale: erogare coriandoli colorati. Poi però interrompi il passo e ti metti in fila, dietro la signora, perché non vai di fretta e puoi aspettare qualche minuto, perché in fondo - pensi - chi diavolo sei per interrompere il gioco di una bambina, che imita la mamma lì al lato e gioca coi bottoni? E perché il tuo bisogno di coriandoli dovrebbe essere più importante del gioco della ragazzina?
Poco importa se la mamma non bada alla piccola, non pensa che qualcun altro potrebbe aver bisogno del bancomat, hai tempo e aspettare non ti pesa, anzi ti rallegra vedere la piccola giocare, che per un attimo si volta, ti guarda, magari capisce e invece no, ti ignora e tu pensi torni a giocare e invece torna nelle sue complesse operazioni bancarie, è impegnatissima, la piccina. E tu torni ad aspettare.
Poi d'improvviso arriva un signore che porta con sé una fretta elettrizzata, si vede che la porta addosso con gran sforzo, e con quella fretta lancia un primo sguardo alla tua fila, un secondo alla bambina e senza dire una parola la sposta come si sposterebbe un sacco di patate. Ma la piccola non è un sacco di patate, si volta e ti guarda con gli occhioni grandissimi e la bocca tremante (preludio di un pianto che non esploderà) e insieme, quasi fosse un coro, pensate "Ma tu guarda che stronzo". Lo so, le bambine piccole non dovrebbero dire certe parole, stronzo, ma lei lo ha pensato, lo so, lo hai sentito con gli occhi, hai visto il labiale con il cervelletto, ha detto proprio stronzo. E poco importa se la bambina non parlasse italiano (i bambini parlano tutte le lingue del mondo, basta soltanto saperli ascoltare), ha pensato proprio "Ma tu guarda che stronzo", con la z un po' addolcita e un leggero accento francese sulla o, prima di voltarsi di nuovo verso la mamma e afferrarle i pantaloni in cerca di rifugio.
Poco importa se la mamma non bada alla piccola, non pensa che qualcun altro potrebbe aver bisogno del bancomat, hai tempo e aspettare non ti pesa, anzi ti rallegra vedere la piccola giocare, che per un attimo si volta, ti guarda, magari capisce e invece no, ti ignora e tu pensi torni a giocare e invece torna nelle sue complesse operazioni bancarie, è impegnatissima, la piccina. E tu torni ad aspettare.
Poi d'improvviso arriva un signore che porta con sé una fretta elettrizzata, si vede che la porta addosso con gran sforzo, e con quella fretta lancia un primo sguardo alla tua fila, un secondo alla bambina e senza dire una parola la sposta come si sposterebbe un sacco di patate. Ma la piccola non è un sacco di patate, si volta e ti guarda con gli occhioni grandissimi e la bocca tremante (preludio di un pianto che non esploderà) e insieme, quasi fosse un coro, pensate "Ma tu guarda che stronzo". Lo so, le bambine piccole non dovrebbero dire certe parole, stronzo, ma lei lo ha pensato, lo so, lo hai sentito con gli occhi, hai visto il labiale con il cervelletto, ha detto proprio stronzo. E poco importa se la bambina non parlasse italiano (i bambini parlano tutte le lingue del mondo, basta soltanto saperli ascoltare), ha pensato proprio "Ma tu guarda che stronzo", con la z un po' addolcita e un leggero accento francese sulla o, prima di voltarsi di nuovo verso la mamma e afferrarle i pantaloni in cerca di rifugio.
E mentre il signore della fretta preleva i suoi coriandoli vomitati dalla macchina monotona, si volta in basso a destra e guarda la piccola regalandole un sorriso, addirittura.
La fretta. La fretta - pensi - ci fa davvero dimenticare attenzioni naturali, troppo spesso ci rende quasi insensibili o giustifica chi insensibile lo è abitualmente, troppo facile poi dire "andavo di fretta" perché la fretta magari era per cose futili che possono attendere, basta distribuire le importanze. Siamo noi che non sappiamo attendere, nella macina quotidiana, e finiamo col diventare anche stronzi, come pensano le bambine qui a Bruxelles.
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