O forse sei solo più simpatica

Ma aspetta un attimo Bruxelles che così finisci per confondermi, se quando arrivo alla fermata della metro tra il sonno che ancora oscilla sulle sopracciglia ed il rumore della ferraglia affollata che arriva da lontano, tu diffondi tra i corridoi sporchi della stazione quella canzone che lì non m'aspettavo, un Ancora Tu di Battisti che a tanti chilometri di casa quasi non riconoscevo e invece era lei, ancora lei, e come stai? domanda inutile, appunto; e non contenta il giorno dopo, alla solita fermata, ecco che la testa quasi inizia a ballare in quella piacevole sveglia mattutina che sembrava quasi irreale, tu Bruxelles che fai? Metti Mille bolle blu di Mina, lì, che volano e volano e volano, che qualcuno direbbe mal s'adattano a quell'intorno sotterraneo, al vagone intasato, gli odori viziati, e invece no, porta allegria improvvisa quando il riflesso del finestrino opaco ti regala un sorriso sincero. Di tutte le facce che nei tuoi vicoli germogli, sei anche italiana, Bruxelles, che non me l'aspettavo quasi 3 anni fa né potevo mai dedurre dalle parole del ragazzo americano, di tutte le città del nord Bruxelles è quella più a sud, diceva, anche se magari lui, il ragazzo americano, avrà visitato soltanto te, Bruxelles, e poco importa se c'è sempre chi arriva euforico e si aspetta d'incontrare la capitale d'Europa, poi finisce che lo sorprendi, magari un mattino nella metro, in una colonna sonora di un film di cui non ricordi il titolo perché forse non l'aveva, o c'è chi ti vorrebbe efficiente, ti vorrebbe efficace, ti vorrebbero perfetta e non vorrebbero te, sappilo, perché tu non sei. Ma poi ci penso meglio, Bruxelles, quando arrivo felice in ufficio e lancio in una smorfia che abbiamo un governo! il collega belga, quello del nord, mi spegne come una candela dove c'è già la luce elettrica, ma tu non sei belga, non dovresti dire "abbiamo", mi dice, forse irritato, è solo che dopo quasi tre anni qui con te, Bruxelles, non mi sento belga, no, ma se ti vivo e pago le tasse, se continuo e pago pure un mutuo, allora permettimi d'esser felice d'un governo, che sarà mai, anche se non l'ho votato, anche se non son belga e forse mai lo sarò, se solo sapessi cosa significhi, essere belga, se solo qualcuno me lo potesse spiegare e invece tu no, mi sussurri Battisti e Mina nella metro del sonno e le lancette frettolose, a ricordarmi radici che a volte ho pure bestemmiato, come si bestemmia il nome di un dio che non ha mantenuto le promesse sussurrate, come si odia un fratello maggiore dopo una sfuriata di schiaffi e grida. Solo che poi le ascolto, quelle canzoni inattese, chiudo gli occhi e per un attimo sto anche meglio, Bruxelles, tutto il resto scompare, stai come me e ci scappa da ridere, diceva lui.

Ma tanto tu vivi all'estero, che ti frega?

Le lacrime della Fornero hanno lasciato uno sconcerto disarmante, immediato, profondo, quell'immagine, quelle lacrime, per quanto non si voglia attribuire loro metafore o demagogia, rappresentano un passaggio preciso, esattamente alla parola sacrifici, un'introduzione che probabilmente meglio non si poteva esprimere per trasmettere il futuro prossimo, seguite da quel sorriso cinese e le parole robotiche di Monti, come bollettino di guerra, dettato del prof da ingurgitare stando attenti a non lasciarci le penne. Il primo che oggi magari distrattamente, magari soltanto in una battuta senza peso, mi dirà quella frase tipo "ma tanto tu sei all'estero, che ti frega?" si becca un gran bel vaffa, netto, sincero, con piacere. Perché ci son sempre quelli lì, quelli che credono che andando all'estero si passi per un ponte di dimenticanza ed alterigia, come se parlare un'altra lingua o vivere sotto un altro cielo possa ricoprire pelle e pori di un'armatura, e ci son anche quelli che non hanno bisogno di sentirselo dire, lo credono, ne vanno fieri, son felici di star da un'altra parte e quasi si gustano con soddisfazione le notizie di questi giorni riassumendo in un "che mi frega, io son altrove", magari provando un orgasmo d'orgoglio nel commentarle. E se anche non fosse che oramai nel mondo globalizzato tutto è connesso e più che per un volo di farfalla in una foresta amazzonica, l'uragano si scatena per un vecchietto che non riceve la pensione in un paesino dell'entroterra meridionale, c'è dell'altro meno lontano dei grafici dei mercati e più semplice delle teorie economiche moderne: c'è la sfera personale, c'è la famiglia lì, amici e parenti, quelli che la crisi non la leggeranno soltanto sui giornali seduti al loro ufficio la mattina, ma la vivranno probabilmente sulla propria pelle: è per quelli lì che il mio vaffa uscirà netto, sincero, con piacere, è per quelli lì che c'ho come un nodo in gola adesso, perché prima di essere italiano all'estero, prima ancora d'essere qualcuno in un paese straniero, sono un figlio, sono un fratello, un amico, un conoscente.

Chicchi di mais

Poi leggi ed in mente hai la scena esatta, davanti agli occhi. E finisce che la disegni.

Un governo in Belgio, F.A.Q.

Dove eravamo rimasti?
Praticamente dal 13 giugno 2010 (ultime elezioni in Belgio) la formazione del nuovo governo ha preso più tempo del previsto, tanto da assegnare il record assoluto di paese senza governo per il maggior lasso di tempo, anche se c'è bisogno di chiarire una cosa: la notizia "il Belgio non ha un governo da un anno e mezzo" non è propriamente corretta, perché un governo nel frattempo c'è stato, quello temporaneo guidato dal primo ministro uscente. La notizia corretta dovrebbe essere "in Belgio la formazione di un nuovo governo sta impiegando più di un anno e mezzo", altrimenti c'è chi pensa che qui possa regnare l'anarchia, cosa praticamente impossibile vista la tela di comunità e decentralizzazione di alcuni poteri.

Perché tutto questo tempo?
Perché il Belgio è il paese del surrealismo, ma anche perché si era chiesto di creare un governo alle due parti vittoriose dopo le elezioni, rispettivamente di destra a nord (nelle Fiandre) e di sinistra a sud (in Vallonia), insieme, cosa alquanto impossibile. La differenza profonda di vedute e di interessi, la divisione culturale tra olandofoni e francofoni e la delicata questione degli interessi linguistici ed economici intorno alla regione di Bruxelles hanno creato diversi momenti di stallo e sconforto per il re che ha dovuto cambiare più di una volta nomine di formatori, ispettori, mediatori, informatori per il nuovo governo. I cittadini hanno manifestato il proprio disappunto, senza però influenzare in modo decisivo la situazione.

Cosa è successo di recente?
Finalmente il punto chiave della rottura è stato risolto lo scorso 11 ottobre 2011, quando dalle trattative è stato escluso il partito che aveva vinto le elezioni al nord e si è giunti ad un accordo sulla questione dei diritti giudiziari ed elettorali della famosa BHV, un insieme di comuni in cui una maggioranza linguistica non aveva alcuni diritti altrove evidenti, ma il Belgio si sa è un paese abbastanza complesso.

Eppoi cosa è cambiato?
Il nodo cruciale è stato sciolto eppure una nuova situazione di stallo si è creata sull'approvazione della nuova finanziaria. Il formatore ed acclamato eroe fino a quel momento, Elio Di Rupo, ha consegnato le proprie dimissioni al re, deluso ed incapace di andare avanti con i partiti coinvolti fino a quel momento. In un oramai famoso editoriale de Le Soir, il maggiore giornale francofono belga, si legge addirittura che s'impone a questo punto la separazione del paese. Per molti invece le dimissioni son state soltanto un modo di far pressione sui partiti in modo da accelerare le trattative, viste anche le pressioni dei mercati.

Infatti, i mercati come commentavano la situazione in Belgio?
La lentezza della formazione del nuovo governo ha suscitato più volte l'interesse dei mercati, visto anche il grande debito pubblico del paese, etichettando il Belgio come il prossimo paese, dopo l'Italia, prossimo ad una crisi economica. Il governo temporaneo non poteva approvare la finanziaria, avendo poteri limitati, eppure il primo ministro uscente, Laterme, è riuscito in un quasi miracolo, chiedendo al popolo belga di acquistare quanti più titoli di stato e così è stato: record storico, 4.5 miliardi di euro son stati incassati dallo stato, prestati dal proprio popolo. Questo ovviamente non tampona il debito ma rassicura sicuramente da eventuali pressioni dei mercati, almeno per il momento.

Torniamo alle dimissioni. Cosa è successo poi?
Come previsto da molti, la strategia delle pressioni ha funzionato ed ecco che il 26 novembre è sbocciato l'accordo sulla nuova finanziaria, Di Rupo ha ritirato le proprie dimissioni (sospese dal re con riserva) e si appresta ad essere il primo premier vallone da più di 30 anni in Belgio. La crisi, salvo eventuali catastrofi dell'ultima ora, è terminata: per il 5 dicembre è previsto un nuovo governo in Belgio.

Finalmente! Beh, tutto bene quel che finisce bene, no?
Vedremo. La prima sfida di questo governo sarà sicuramente durante tanto quanto ci ha messo per formarsi. E non è poco. Inoltre, sono già scoppiate le polemiche sui problemi linguistici di Di Rupo: in Belgio il primo ministro dovrebbe essere linguisticamente neutro, parlando bene sia il francese che l'olandese, mentre il futuro designato ha carenze palesi con l'olandese (e anche con l'inglese), addirittura peggio della donna delle pulizie nigeriana di De Wever - secondo lui - da appena due anni in Belgio. Sarà sicuramente un'eccezione su cui molti passeranno, visto il periodo di crisi, ma che sarà una forza in più dell'opposizione, guidata inoltre proprio da colui che le elezioni le aveva vinte in giugno, De Wever. Quindi non si preannuncia per nulla un clima politico di serenità. Ad ogni modo, sì, finalmente!

Sonno.

T'ho visto nello sguardo puntato al pavimento di chi cercava tra qualche macchia e le scarpe allacciate male l'energia per un risveglio troppo lento, sonno, e t'ho visto di riflesso in chi si fissava apatico nella propria immagine del finestrino opaco, perso in un vuoto in movimento, mentre la metro sfrecciava veloce nei suoi scricchiolii metallici. E tu, sonno, sei lì, imperterrito, ogni mattina, mentre una calca di braccia e gambe entra cercando inerme un appiglio per la mano che non è per la mano, è per appenderci il corpo, aspettando che tu lo abbandoni, nell'attesa d'energie mattutine che verranno, repentine come frustate quando la fermata sarà quella della destinazione e l'ultimo sorso avrà terminato il bicchiere e la dose mattutina di caffeina, in attesa che aumenti il flusso di sangue ai muscoli ed il fegato rilasci glucosio; sei lì, quando uno sbadiglio intona i tuoi ritmi blandi ed il colore violaceo sotto gli occhi manifesta ore strappate alle lenzuola, riportate alla realtà da una sveglia insensibile che scocca l'ultimo secondo prima d'azionarsi quasi nel piacere di rompere quel legame con la notte, che sia di sogni beati o d'un buio fatto di nulla non importa: t'avrebbe annientato se abbastanza e invece non è mai abbastanza, perché poi sei lì, maledetto, sonno.
C'è chi nella metro tenta di distrarti cercando il senso di un articolo tra le pagine stropicciate di un giornale e chi prova a stordirti con cuffie e musiche convinto che il risveglio passi per il fracasso dei timpani. Anche di quelli altrui. T'ho visto anche nel nodo imperfetto della cravatta a strisce e nell'abbinamento, della cravatta a strisce sulla camicia a strisce. Poi t'ho visto come spazzato via, avrai avuto quasi paura o non avrai nemmeno avuto il tempo di avvilupparti a qualche altro ricciolo di connessioni neurali, quando il bambino dal passeggino ha sorriso, lì in mezzo al vagone, d'improvviso, in quel suo verso stridulo ma inconfondibile, e come raggi di luce diffusa ha richiamato l'attenzione e le smorfie del riflesso nel vetro, del corpo appoggiato ad una barra e anche della testa bombardata da urla rock, di colpo ha conquistato la scena, quel pezzo di carne avvolto in un plaid, e t'ha sconfitto, l'ho visto, t'ho visto, sei morto nel sorriso contagiato.