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Di shock culturali ricorrenti

Avresti voluto dirglielo, mentre eravate in macchina verso l'aeroporto, che basta basta basta, non se ne può più coi lamenti per la mancanza di sole, con le critiche alla pulizia delle strade, con le smorfie atroci alle posate lasciate direttamente sul tavolo al ristorante e altre cose che qui a Bruxelles fanno parte di quell'insieme di cose che uno poi col tempo chiama normalità. Non è normale per lei, che viene qui ogni tanto, per qualche giorno e poi torna a casa, a Madrid poi, dove c'è sole sole sole, ce n'è tanto che uno poi se lo fa andare di traverso, se lo porta in bocca in ogni dove con il rischio di vomitarlo in lamenti esasperati o di trasformarlo in regali ripetuti. Te ne ha regalati già tre di ombrelli, lei, ad ogni natale, perché vivi a Bruxelles e sai, con il tempo che fa qui. Per ripicca e un po' per ossessione li hai contati i giorni di pioggia nel 2017, o meglio hai contato i giorni in cui hai dovuto usare l'ombrello nel tragitto da casa a lavoro, cioè da casa alla metro, 10 minuti, la mattina e la sera. Un foglio excel su google drive, addirittura. Non sei arrivato a venti, in un anno, di momenti di pioggia personali a Bruxelles. Avresti voluto farglielo vedere, il foglio excel, ma poi figurati, che senso ha, non capirebbe, ti prenderebbe per matto, poi un fact checking mica sarebbe facile, nell'epoca delle fake news figurati una tabella fatta a mano e riempita tra distrazione e dimenticanze, quanto può valere. E anche dopo averlo visto, l'anno prossimo un altro ombrello da scartare e un grazie da mimare tra il sorriso e lo shock. Ma il suo shock culturale ricorrente, ad ogni visita, su come in Spagna sia migliore, su come a Madrid sia diverso, su come qui ma come mai, certe abitudini, certi costumi, certe maniere, che strani, ma perché, non capisce, lei, e tu devi assorbire, guai a metterti in discussioni senza uscita, anche perché devi mantenere sempre un certo tono, con lei, in nome del quieto vivere delicato. Quando la vedi scomparire dentro la fila del controllo di sicurezza, all'aeroporto, e saluti con quella sensazione di sollievo non solo fisico, il sole arriva di contrappasso, interiormente, perché non c'è cosa peggiore - dopo 10 anni in un posto - di sentirsi criticare di continuo la propria normalità e di dover subire passivamente shock culturali di una sterilità asfissiante. Ma la suocera tornerà di nuovo, presto, e con lei il ricorrente compromesso del sole di traverso.

EU e Catalogna - F.A.Q.

Ma perché l'Europa non interviene nella questione catalana?

Perché funziona così: tra stati membri (uno a caso, la Spagna) e l'Unione Europea ci sono dei contratti, i famosi trattati, tramite cui gli stati membri hanno delegato nel corso degli anni dei doveri, dei mandati, delle aree di interesse ed azione all'UE (esempio: parte della politica agricola). Quando si tratta di questi campi, l'UE può intervenire, in diversi gradi di tono. Quando qualcosa non cade nelle responsabilità che gli stati membri le hanno assegnato, l'Unione Europea non può nulla, in effetti in termini ufficiali non esiste (esempio: politica militare). Tutto ciò rientra nel gioco dell'equilibrio perpetuo tra conservare sovranità e delegarne pezzi a livello europeo. Nel caso della Catalogna, l'EU è fuori ambito, semplicemente.

Ma pochi mesi fa non bacchettava la Polonia su democrazia e riforme?

Si tratta di un caso completamente diverso. Quando uno stato entra nell'UE si sottopone ad un processo di negoziazione e controllo per aderire a parametri ben definiti per quanto riguarda il rispetto dei diritti umani, la democrazia, l'economia, la crescita, etc. Chiamiamolo un altro contratto, di conformità. Se poi in un secondo momento alcune riforme interne rischiano di rompere quella conformità, allora l'UE ha tutto il diritto (e dovere) di intervenire (il caso della Polonia, per esempio). Nel caso della Spagna e della Catalogna invece la Spagna è già diventata membro anni fa e in questo momento sta applicando con la Catalogna la stessa costituzione che passò quel processo di conformità. Ecco perché Spagna e Polonia, in questo contesto, sono confronti completamente sbagliati.

E le tante dichiarazioni su Cina o altri paesi non Europei? Possiamo giudicare gli altri ma non dire nulla ai membri del club?

Siamo ancora in un altro grado di legame. Lì non c'è né un contratto di delegazione (trattati), né di conformità (non son paesi membri). Insomma c'è più libertà di agire secondo diverse strategie di politica internazionale. Di nuovo, certi confronti dimostrano che molti non conoscono come funziona l'Europa: il crescente scetticismo è figlio di ignoranza, non di cattiva Europa.

Ma indipendentemente da questi dettagli tecnici, l'UE dovrebbe dire qualcosa!

Non può. Immaginiamoci l'UE chiedere alla Spagna di non applicare la propria legge alla lettera: già di per sé è un caso assurdo perché fuori dalle sue responsabilità e la Spagna potrebbe subito rispondere "hey, rimani con i piedi nei trattati, non ne uscirne, abbiamo un contratto", ma comunque immaginiamoci il precedente, dell'UE che chiede di non applicare la legge di uno stato membro, quella legge che ha già controllato, quella legge interna. Un tale azzardo farebbe impazzire gli euroscettici sicuramente e creerebbe un precedente molto pericoloso. Inoltre, il solo fatto di mettere sul piano del dialogo la Spagna, un paese membro, e la Catalogna, creerebbe un problema: riconoscerla al tavolo del dialogo vuol dire in un certo senso già accettarla come entità a quel livello. L'Unione Europea non può arrivare a tanto.

Perché non può arrivare a tanto? Che razza di unione è allora?

Un'unione creata da stati membri per gli stati membri, in cui si assegnano delle responsabilità e se ne conservano altre, intoccabili. Non a caso il Consiglio Europeo (i summit, per intenderci semplificando) è diventato prima un'istituzione formale e poi la più importante delle istituzioni, l'istituzione dove sono rappresentati gli stati membri al più alto livello, i capi di stato. L'Unione Europea non è quella che molti hanno in testa, quell'entità suprema lontanissima che governa tutti e tutto, assolutamente no, né tantomeno quella del "ce lo ha chiesto Bruxelles" del politico di turno che rientra in patria scaricando colpe e responsabilità altrove, alimentando scetticismo e ignoranza. L'Europa è un progetto non terminato, di unione, che continua, sebbene a rilento, nella complessità geopolitica dei tempi.

Ma quindi i cittadini europei non contano?

Beh, i capi di stato sono mandati a Bruxelles in quanto eletti in democrazie indirette, quindi dai cittadini, anche se il Consiglio Europeo non rappresenta i cittadini europei nel gioco degli equilibri. Né tanto meno il Consiglio dell'Unione Europea (altra istituzione), che rappresenta gli stati membri, ma di cui comunque fanno parte tutti i ministri dei paesi membri (eletti, quindi dai partiti scelti dai cittadini). Il Parlamento Europeo è, per definizione, la rappresentanza di tutti i cittadini europei, sebbene istituzione non fortissima in passato ma che va guadagnando potere e rispetto (anche se noi ci mandiamo Iva Zanicchi e l'assente permanente Salvini). Insomma, i cittadini sono lì, in diversi gradi di indirezione democratica, ma se l'UE ha le mani legati su un tema (la Catalogna) per vincoli di natura, beh non potrà mai soddisfare desideri del popolo, che per giunta pretende senza conoscerla. I cittadini contano tanto quanto gli eletti, gli indirettamente scelti, i rappresentanti rendano la cosa fattibile e ideologicamente allineata.

Sì ma basta, ci sono prigionieri politici in uno stato europeo del 2017, possiamo mai accettarlo?

No, non dovremmo. Sebbene il referendum fosse illegale (o almeno sospeso per giudizio sulla sua legalità) e fosse una pagliacciata, senza nessun controllo di voto, di scrutinio, di conti, insomma una gran pasticcio populista il cui risultato non dovrebbe autorizzare nessuna decisione, tanto meno di così importanti come quella di un'indipendenza. Sbagliata è stata la repressione delle forze dell'ordine e pure la strategia di Madrid nel gestire la questione, sicuramente (e soprattutto a lungo termine). Ma c'è una legge che si può far applicare e lo han fatto, purtroppo. L'Unione Europea non può far molto, formalmente, mentre si spera che informalmente, lontano dai microfoni, ci sia una qualche comunicazione con la Spagna, ma fin tanto che si rimane in questi fragili confini di mandati e contratti, è una partita a scacchi difficile da gestire. Ecco perché la risposta spesso non è meno Europa, ma più Europa, per rompere queste contraddizioni, questi limiti, queste imperfezioni della signora a stelle. Ma di questi tempi, simili affermazioni difficilmente trovano terreno fertile.

Di competizioni e farmacie

Quando la farmacista ha detto quella parola, diarrea, in risposta al ragazzo giapponese che non riusciva ad esprimersi alla perfezione, lì nel centro di Valencia, tu in attesa della sua collega momentaneamente scomparsa hai accennato ad un sorriso, non per il povero giapponese, che non son cose per cui gioire, ma perché certe parole son più simpatiche d'altre e fan sempre un po' ridere, come cacca, pipì, solletico. Sarà che risvegliano il bambino che c'è in noi. Poi, quando dopo diversi altri gesti e verbi non coniugati e tante altre parole lanciate in aria con pronunce maldestre nella speranza di farsi capire, la farmacista al tuo lato finalmente indovina, eritema solare, dice, in una Valencia colpita dalla forte ondata di calore dell'anno 2015, mentre tu aspetti all'altra cassa la collega che ancora non si sa dov'è. Allora pensi, diarrea ed eritema, beh il giapponese non se la starà passando proprio benissimo. E siccome sei quasi obbligato a quel teatro, del samurai nipponico in cerca della traduzione risolutiva, e della farmacista valenciana dalle espressioni un po' crucciate, non puoi far a meno d'ascoltare l'ennesima richiesta, la più lunga, difficile da spiegare, complicata da capire, fin quando la ragazza quasi grida un Ah liberatorio, è la pillola del giorno dopo. Poraccio, pensi, il giapponese in vacanza in Spagna se la ricorderà per un pezzo quest'estate sicuramente non fortunatissima, d'improvviso l'osservi quasi con compassione e nascondi lo sguardo sui tuoi piedi, non sia mai che qualcuno potesse leggere i tuoi pensieri. Eppoi, ostaggio di quell'attesa imprevista, per la collega inghiottita da archivi di farmaci mutanti, pensi che sicuramente, senza dubbio alcuno, quei malori orientali avranno valso la vittoria giornaliera, forse anche quella mensile, alla farmacista che ha collezionato in un sol colpo diarrea, eritema e pillola. Chissà quanti punti, in quella competizione che sicuramente, senza dubbio alcuno, avranno tra loro i farmacisti, a chi becca il caso umano peggiore e accumula punti, per ogni malanno, per ogni prescrizione. Pensi, quel Ah liberatorio forse era anche esultanza, oramai padrona della vittoria schiacciante. Pensi, certo con la collega che scompare per tempi così lunghi però, la competizione non deve esser poi così impossibile. Ecco perché un farmacista non gioisce mai per una scatola di cerotti. O uno spazzolino. Un pacchetto di zigulì. (Si vendono ancora - ti domandi - le zigulì?). Son tutte cose che valgono quasi zero punti. Son tutte cose che non aiutano, nella scalata alla classifica generale.
E mentre certi pensieri s'intrecciano rapidamente con la loro chiarezza cristallina, e mentre il giapponese lascia la farmacia con il suo bottino di medicine risolutive ed un sorriso di pene già alleviate, mentre la farmacista annota i punti guadagnati sullo scontrino che userà come prova della sua vittoria, ecco che riemerge la collega dall'apnea in mondi alieni. E tu, quasi con un pizzico d'imbarazzo, nella consapevolezza di lasciar briciole di punti, chiedi il tuo collirio sottovoce, che una congiuntivite non varrà quasi nulla in classica, pensi, e con la coda dell'occhio vedi l'altra farmacista già gioire. Mi dispiace, mimi con lo sguardo, quando paghi senza dire una parola. Tranquillo non è grave, sembra dire la farmacista, nel consegnare il collirio a quel cliente quasi depresso.

La sorpresa

Idea originale e carina, bella la prima parte, la seconda un po' meno con le solite accuse agli altri, stancanti e opinabili, non ci fosse stata molto meglio.

Disintegrarsi altrove

C'è la storia di uno spagnolo a Berlino, emigrato 6 anni fa in Germania, con il mito dell'integrazione, quella preoccupazione iniziale che molti hanno di doversi integrare ad ogni costo, quasi fosse una mania, per imparare la lingua, per avere amici tedeschi, evitando connazionali quasi fossero la peste, incontrandone uno però che si circonda solo di spagnoli, pur vivendo lì da diversi anni, e che gli dice poi di essere già nella fase di disintegrazione. Lui non capisce - dice - all'inizio non può. Poi con il tempo s'accorge però che quella lingua è una barriera per le connessioni sociali, che non è facile padroneggiarla né entrare in breve tempo tra le amicizie di chi aveva già una vita prima del suo arrivo e che aveva già le proprie connessioni nonostante il suo arrivo, e allora quell'idealismo iniziale si scontra con la dura realtà dell'emigrante, terminando col circondarsi d'altri spagnoli, anche per necessità, per non restare solo a casa i fine settimana.
Certo, la sua integrazione ha fatto poi comunque progressi enormi, con la lingua già meno ostile e con almeno quattro amici tedeschi da esporre in bacheca come trofei, ma - racconta il ragazzo spagnolo a Berlino - non è riuscito a raggiungere quel monito iniziale, non è riuscito a non sentirsi spagnolo in Germania (e perché mai avrebbe dovuto?). Senza nessuna discriminazione - dice - alla fine bisogna riconoscere la propria identità, quella voglia di unirsi a persone che condividono quel passato comune, che capiscono umori o espressioni senza il bisogno di star lì a spiegare, chiarire, giustificare, quel bisogno di avere anche conversazioni insensate, per esempio, usare un proverbio, la frase di una canzone, riferimenti a personaggi popolari o lasciare che la notte lo porti in giro senza programmi né pensieri e - dice - succede più facilmente con quelli del sud Europa. È giunto anche lui alla fase di disintegrazione - ammette - dopo 6 anni altrove, alla ricerca della propria identità in un paese straniero.
Però - dice il ragazzo spagnolo a Berlino - anche quando torna a casa si sente strano, gli dicono che si sia germanizzato, perché non sopporta più chi urla per strada, chi salta le code, chi approssima, chi trascura. Ha assorbito vantaggi della cultura tedesca, quindi, a scapito di un pezzo di quell'identità che adesso cerca altrove. E non riesce più a spiegarsi come sia possibile che in Germania politici si dimettano per un paragrafo copiato nella tesi di dottorato - cita il caso di Karl-Theodor zu Guttenberg - o per crediti ottenuti in condizioni vantaggiose - citando l'ex presidente Wulff - mentre in Spagna sembra tutto surreale (e non solo in Spagna, si potrebbe aggiungere). Anche il surrealismo è relativo.
Ad ogni inverno - conclude il ragazzo spagnolo da sei anni a Berlino - pensa di tornare al calore di casa (anche se d'inverno Madrid non ha poi questo clima così tropicale eh), ma appena pensa di doversi di nuovo adattare ad un sistema oramai ammuffito, beh, rimanda certi pensieri di almeno un paio d'anni.
Caro ragazzo spagnolo da 6 anni a Berlino, buona disintegrazione anche a te.

Poi, casomai ti andasse male

- Cosa dicono in paese di me?
- Son contenti che ti sia andata male, perché così si sentono più soddisfatti di vivere qui...
Da El arte de Volar, ca-po-la-vo-ro di Antonio Altarriba e Kim. Si trova anche in italiano e vale davvero la pena leggerlo, secondo me.

Tempi moderni

"Grazie alla nuova tecnologià mi informo in tempo reale e lo dimentico all'istante".
Da uno dei vignettisti de El Pais. Ce ne sono altre e vale la pena un'occhiata.

Il (non) mio grosso grasso matrimonio spagnolo

Ma ovvio che non c'è nessun problema, essere l'unico straniero ad un matrimonio spagnolo non spaventa mica. Figurati per un italiano poi. Nell'anno della finale del 4 a 0. Hola, Buenas, Encantado, stretta di mano, bacio, Xavi, Juan, Miri, Paco, Ali e Isabel, ho perso il conto, non ricordo il mio nome. Ah, già Antonio, sì ho un nome spagnolo, ma vedi le coincidenze. Oddio di origine spagnola non saprei. Ma i romani non lo usavano da prima ancora che esistesse la Spagna? No, figurati, guarda per consolazione prenditi Cristoforo Colombo, va bene, non ci voglio neanche entrare in quella lotta di natalità. Pues se vuoi avrei anche altri da passarti come nazionalità, no, così, meglio abbondare diciamo noi. Ma perché non spostarsi all'ombra? Sai, sarà il nodo alla cravatta, con 35 gradi a breve perdo conoscenza. Por cierto, a Bruxelles questo sole non c'è, per fortuna dico io, come dici?, qui è il clima migliore del mondo?, sarà. Ma sediamoci a tavola chaval, ah, brindiamo con questo vino rosso, ma guarda, i vostri sono i vini migliori del mondo, m'era sfuggito. Ah, una fetta di prosciutto crudo, no scusa, volevo dire jamon, i migliori del mondo, ma pensa, pata negra, senza dubbio. Scusa, ho Manolo Escobar che mi fischia nelle orecchie, non ho capito, puoi ripetere? Ah, non lo sapevo, certo, la metro di Madrid è tra le migliori del mondo. Niente, niente, solo un fastidio, sai, tra i denti ho il goal di Iniesta del mondiale, avreste mica uno stuzzicadenti magari imbevuto con molto rum? Brugal va bene, sì. E cosa dire della Liga, poi, oh, il campionato più bello del mondo. No, niente, è solo un po' di torcicollo, ho un dolore alle spalle, dev'essere Nadal, Lorenzo e Pedrosa che mi tirano la colonna vertebrale, è che all'improvviso risento un po' dell'infortunio di Chiellini e quello di Motta. Dev'essere uno stiramento, poi passa, tra due o quattro anni, forse. Ma torniamo a mangiare, ah ma ovviamente, il cibo più buono del mondo. Certo, la dieta mediterranea, oh, ce l'avete solo voi il mediterraneo eh, per carità. No, niente, ho come delle fitte di nazionalismo allo stomaco, dev'essere il condimento, troppa patria e protagonismo, è che non sono abituato, di solito mangio leggero. Claro, claro, è lo stesso quando vado a casa, anche lì, con certe spezie s'abbonda sempre. Non lo so, sarà un'inutile complesso d'inferiorità o il bisogno innecessario di difendere la patria, come se io avessi una spada al posto della mano e mostrassi i canini ad ogni sorriso. Ah, ecco, prendiamoci un digestivo, all'anice va bene, ehm, no, non ce l'avete solo voi, da noi si chiama Sambuca, in Francia Richard, sono simili, sai, basta uscir fuori per scoprire che il proprio mondo non è l'unico assoluto e spesso neanche il migliore. Venga, non ci pensiamo, andiamo a ballare mentre voi vi ponete pedos. Toh, la Carrà, se me la fate diventare spagnola giuro che caccio il mafioso che è in me e faccio una strage faccio. No, no, si diceva per scherzare tio. Ballo poco, lo so, ho come un gonfiore qui, sarà il pallone da basket della finale olimpica di cui parlavi prima. Come? Ah, anche tu informatico. Ah, vorresti mandarmi il cv e vedere se trovi lavoro a Bruxelles perché qui non sei contento? Tranquillo però, che non mi aspetto il cv più bello del mondo. Ma ne parliamo tra un attimo, vale? Perché ho il cucchiaio di Sergio Ramos che mi si è incastrato nel dessert e non riesco a mangiarlo, il dolce più buono del mondo, s'intende.

Consoliamoci così

Poi ti ritrovi ad una tavolata di 9 persone, tutti spagnoli, tranne te, alla mensa aziendale, e l'argomento del giorno è facilmente prevedibile: il taglio dell'agenzia di rating alla Spagna, la disoccupazione alle stelle e la situazione da commentare. C'è chi inizia con l'elenco classico di difetti culturali, che loro, i difetti, non hanno probabilmente nazionalità ma messi insieme poi fanno una cultura. O uno stereotipo. C'è chi inizia con l'attacco alle banche, al sistema, all'Europa, che lei, l'Europa, non ha probabilmente nazionalità, e messi tutti insieme, i paesi membri, finiscono con evidenziare ciascuno la propria individualità. O i propri interessi. C'è chi inizia con la descrizione della bolla immobiliare, dei crediti e delle case, che loro, le case, non hanno sicuramente colpa, se non quella di rappresentare il santo gral dei fedeli del consumismo. E gli incassi di speculatori.
E mentre si vomitano parole tra accenti iberici e approcci mediterranei, sei lì a cercare di capire, partecipare con una smorfia o collezionare dubbi e punti esclamativi, quando qualcuno ricorda che almeno in finale di Europa League ci sono due squadre spagnole. Da lì in poi si parla soltanto di calcio, della Liga leader in Europa e di quanto son bravi, que viva españa e la gente canta con ardor. Com'è che si dice in spagnolo, finire a tarallucci e vino?

E io sto con te

"Delle mie imposte, al Papa ZERO", da un balcone del centro di Madrid, sabato sera,
durante l'immancabile festa della Paloma, qualcuno protestava contro le somme assurde
stanziate per la visita del papa in tempi di crisi.


Cambieranno il mondo (?)

Anche a Bruxelles la nuovissima manifestazione spagnola contro tutta la classe
politica, con padelle e cucchiaio a far rumore. Il potere starà già tremando.
Foto scattata qui.

Buscarse la vida

C'è un'espressione spagnola che mi piace tanto, che dal primo ascolto m'è rimasta come stampata su qualche parete celebrale, un graffito di quelli che quando i pensieri passano lungo quel muretto, la vedono lì, buscarse la vida, la rileggono e la ricordano, magari applicandola, di continuo. Buscarse la vida letteralmente significherebbe cercarsi la vita, ma in realtà è un'espressione che sta per risolvere i propri problemi da solo, senza troppi aiuti, cercare una soluzione, con impegno, perché per migliorare la propria vita bisogna cercarle le soluzioni, tanto meglio se da soli, tentando, sbagliando, ma impegnandosi. Buscarse la vida dovrebbe essere il motto di tutti, un po' come quel don't compain, just work harder di Randy Paush, come a ricordarci che bisogna cercare, bisogna lavorare e le soluzioni, poi, servono alla vita, che a suo modo va anche cercata, quella intensa, quella fatta di sudore ed emozioni, di sforzi e soddisfazioni.
Ecco, nell'epoca della generazione né né o della generazione ni ni della vicina Spagna, nell'epoca della generazione 1000 euro nostrana o la generazione Taunguy in Francia e Belgio, nell'epoca degli scapoli parassiti in Giappone o di quelli che sarebbe quasi da chiamarli Atipici di cognome, perché una volta il cognome richiamava alla professione tanto ne determinava la classificazione, l'appartenenza e l'identità, mentre oggi tra evoluzioni culturali e crisi globali spesso manca anche cosa scrivere sul documento di riconoscimento, dove la professione era tra i dati principali, tra quelli necessari appunto all'identificazione, ecco in questi tempi qui insomma, buscarse la vida non è sicuramente facile né si può giudicare, generalizzare e classificare la vita degli altri ponendola in una scatola piuttosto che un'altra, ma spesso è anche questione di stimoli a quella ricerca, quel buscar, o di intorni, perché non è detto che bisogni cercarla soltanto nel conosciuto, nel vicino perché comodo, meno rischioso ma probabilmente anche più affollato.
E allora nel buscarse la vida l'estero può essere un'alternativa, che sia in cerca della speranza di un mondo migliore su un barcone in balia del mare o più semplicemente (per chi può) grazie ad un volo low cost verso una capitale europea magari già pubblicizzata da qualche conoscente; l'estero può essere una scelta, per la voglia di scoprire, per dignità, per una rivoluzione personale o per un altrove in più, diverso, in cui cercare, in cui buscarse la vida, oppure no, perché c'è anche chi non riesce, chi cerca ma non trova, e c'è chi non considera, chi si limita al familiare. L'importante è non smettere, non smettere di cercare, magari addirittura nell'attesa che qualcun altro ci risolvi i problemi, comodamente, parcheggiati da qualche parte mentre intanto il mondo corre, nell'attesa di quel ognuno aspetta a' ciorta che non risolve nulla, perché non c'è nessuna fortuna se non quella che si crea con le proprie mani - retorico, lo so, ma quanto vero - scavando, sudando, cercando, buscandose la vida, appunto.

Cristoforo Colombo era belga

Capita così, per caso, che al corso serale di francese si parli di Don Giovanni e la ragazza statunitense ne domandi le origini e quasi in coro la ragazza spagnola affermi che sia spagnolo mentre quella italiana affermi che sia italiano, tra Don Giovanni e Don Juan esce fuori il conflitto di appartenenza e allora spontaneamente esclami:
- Non ne verremo mai a capo, è come la storia di Cristoforo Colombo!
- Cristoforo Colombo è italiano! Afferma l'argentina.
- Ma Cristoforo Colombo non è spagnolo? Domanda la polacca.
- Cristoforo Colombo è italiano! Ricorda l'italiana.
- Cristoforo Colombo è spagnolo! Risponde la spagnola.

E non è una semplice questione di conoscenze sbagliate, come per esempio considerare Magellano italiano (e invece era portoghese) o S.Antonio da Padova italiano e di Padova (e invece era portoghese e di Lisbona), quella della nascita (e quindi della nazionalità?) di Colombo sembra essere una questione abbastanza complessa, c'è chi lo considera italiano, chi spagnolo, chi catalano, chi galiziano (chi addirittura greco, croato o inglese), mentre in Italia si insegna che fosse italiano, in Spagna che fosse spagnolo (provate a domandarlo al vostro amico spagnolo) e così si arriva a quei conflitti di appartenenza, perché la patria passa anche per quei personaggi, quell'orgoglio di poter affermare che un tale personaggio venga dalla propria terra, dal proprio paese, anche se quel paese non esisteva 500 anni prima o almeno non nella stessa concezione. Basti pensare che per noi non era italiano, ma della Repubblica di Genova, che non era Italia quando Italia non esisteva ancora, ma poi diviene italiano, oggi, perché l'Italia esiste e siamo italiani, e 500 anni prima come oggi un giovane ha dovuto emigrare per trovare fondi per le proprie ricerche. Simpatica la cosa. Certo, come Annibale per Benigni, c'è sempre da capire quanto italiano (o spagnolo, va bene) sia stato Colombo all'epoca.

- Cristoforo Colombo era belga! Mette a tacere tutte le discordie, la prof francese, ricordando che in fondo un belga è un mezzosangue, nella speranza che essere belga metta tutti d'accordo, visto che un belga non fa male a nessuno. Domandatelo a un congolese.

Berlusconi invade la Spagna

Mentre la settimana scorsa sei a Madrid per terminare le vacanze natalizie. chiacchierando con un ragazzo spagnolo si finisce sull'argomento Berlusconi, che quando lo nominano con gli occhi già sbuffi che non ne puoi più e preferiresti parlare d'altro.
lui: Ma lo sai che oramai sta invadendo anche la Spagna?
io: Scusami, che vuoi dire?
lui: Che si è comprato un altro canale televisivo qui in Spagna, adesso ne ha due!
io: Ah, veramente?
lui: Sì, e hanno subito rimpiazzato un canale di news della BBC con un canale che trasmette il Grande Fratello, 24 ore su 24!
io: Ah - e ti nasce un sorriso tra sorpresa e beffa - informazione rimpiazzata con la spazzatura.. dov'è che l'ho già sentita questa storia?

E in effetti è vero, Mediaset, già proprietaria di Telecinco, ha acquisito anche Cuatro, diventando il più grande gruppo televisivo spagnolo, proprietà della famiglia Berlusconi, che tramite le controllate si trova ad essere anche proprietaria di El Pais, quotidiano spagnolo di sinistra (e adesso?) spesso in attacco proprio contro il presidente del consiglio dedito ai festini. Di queste manovre è stato vittima un canale della Cnn+ (e non BBC come diceva il ragazzo, ma cambia poco), rimpiazzato con quello che in Spagna sembra vada tanto, il reality monnezza.
Insomma Berlusconi invade anche la Spagna, tra televisioni e giornali. Ho come l'impressione che questa notizia non piacerà a diversi italiani emigrati nel paese del Jamón...

In difesa della tortilla spagnola (e non solo)

Ieri durante una chiacchiera spicciola e rapida con un conoscente italiano incontrato per caso nella metro:
lui: Ah, quindi sei stato in vacanza a Madrid lo scorso fine settimana?
io: Sì, ma giusto qualche giorno, non la chiamerei davvero vacanza!
lui: Beh sicuramente avrai mangiato qualcosa di tipico, no?
io: Sì, sì, a me per esempio piace tantissimo la tortilla.
lui: Ah, sì la conosco, ma alla fine la tortilla non è nient'altro che una frittata di patate... no?
io: beh... no... e comunque va cucinata in un certo modo... poi abbiamo anche avuto tempo per una paella...
lui: Ah, buona! Ma... alla fine la paella non è nient'altro che un risotto ai frutti di mare, no?

[secondi di silenzio in cui centonovantadue pensieri mi assalgono e rimbalzano tra le pareti celebrali, qualcuno anche malvagio]

[qualche altro secondo di silenzio]

io: Vabbé ma alla fine se ci pensi... la pasta è solo farina e acqua e... la pizza? Acqua, farina e lievito!
lui: Come scusa?
io: Ah è la mia fermata, devo andare... buon appetito, cioè.. no, buona giornata.. insomma ciao!

Ecco, non so se questa volta si trattasse dei soliti pensieri preconfezionati sulla super cucina nostrana e l'inferiorità di quella degli altri paesi, ma il rispetto per le diverse culture passa anche dal palato e va bene de gustibus, ma questo non vuol dire sminuire o cercare di svalutare piatti tipici stranieri che sia un buonissimo cous-cous marocchino o una saporita carbonnade fiamminga o semplici patatine fritte che non sono affatto semplici patatine fritte, ma sono semplicemente frites.

Emigrare per dignità

Mentre ieri eravamo all'aeroporto Barajas in fila per il volo che ci avrebbe portato dal sole vacanziero di Madrid alla pioggia casalinga di Bruxelles, iniziamo a parlare con il ragazzo di fronte, spagnolo dell'Andalusia dall'espressione simpatica. Siccome annunciano un ritardo ancora da definire, che poi si tradurrà in un'ora e più d'attesa, si inizia a parlare del più e del meno e partendo dai classici commenti sul clima fino al tipico di dove sei-cosa fai-da quanto tempo l'argomento cade sulle amare realtà del lavoro in Spagna.
Jorge è diretto come noi a Charleroi, ma vive ad Anversa, nel Belgio del nord, delle Fiandre popolate di bici, dove il nederlandese è vitale e l'inglese si preferisce al francese. Ha gli occhi chiari ed il pelo biondo che quasi sembra davvero un belga del nord, se non fosse per quell'accento chiaramente andaluso.
Ah vivete a Bruxelles? Lavorate per la Commissione? - Ci chiede con l'aria di chi sa già la risposta, ma rimane un po' sorpreso quando gli confessiamo che nessuno di noi lavora per i famosi palazzoni di vetro, quasi come se Bruxelles fosse solo quello, almeno agli occhi degli stranieri.
Vivo ad Anversa da oramai 4 anni - ci racconta - dopo un Erasmus spettacolare a Ghent, bella ma troppo piccola per lunghi periodi. Quattro anni sono tanti e mi sento un po' in bilico adesso, tra l'andare via o il rimanere in Belgio per sempre. Ci ho provato a cercare lavoro in Spagna ma non ha senso. La disoccupazione in Andalusia al momento è quasi al 30%, io sono di una cittadina vicino Granada e a Granada la disoccupazione è del 25%! - Si ferma con gli occhi dilatati ed espressivi, mentre una nostra smorfia tra amarezza e coscienza delle cose gli risponde silenziosa - Significa che se incontri quattro persone per strada a Granada, probabilmente una di loro non ha un lavoro!

Jorge abbassa gli occhi, fissa per un attimo la valigia ai suoi piedi e poi continua. Ci ho provato - ci dice - ci ho provato a cercare lavoro in Spagna in questi anni, ma niente. Sono informatico, a Granada avevo trovato il lavoro perfetto per me ma... sai quanto mi hanno offerto alla fine? 800 euro al mese! Sì... potevo viaggiare da casa, vivere con i miei, tornare a vivere con i miei e rimanere in Spagna, con la mia lingua, i miei amici, le cose che mi piacciono, ma 800 euro al mese... sembra quasi uno scherzo! - A quel punto Jorge sorride, ma non c'è divertimento nelle sue parole - Poi mi chiamarono per un lavoro a Barcellona - continua - richiedevano 4 lingue, che requisiti sono questi per un informatico? Quattro lingue? Va bene, io parlo spagnolo, inglese, nederlandese e francese. Perfetto! I colloqui andarono una meraviglia, pensavo di avercela fatta e alla fine? L'offerta era di 900 euro al mese! N-o-v-e-c-e-n-t-o. Sono un ingegnere informatico cxxx, parlo 4 lingue e all'estero mi apprezzano per questo! Il sole, la festa, il mangiare, la famiglia e gli amici valgono tanto ma la mia dignità? Non mi abbasso a questi compromessi, preferisco rimanere ad Anversa e tornare qui spesso ma con la testa alta!
Poi Jorge si ferma, è chiaramente un po' agitato, magari anche un po' nervoso per il ritardo del volo o soltanto perché certe realtà non si digeriscono facilmente con il tempo e sono come una continua amarezza in gola, che accompagna l'emigrato come un senso misto di delusione e rinuncia obbligata.

Ci chiede scusa per lo sfogo e ritrova subito il sorriso quando gli offriamo una rosquilla che portavamo da casa. Chiude per un attimo gli occhi, di gusto, probabilmente quando il sapore dolcissimo di quella ciambellina spagnola gli si scioglie in bocca. Poi ecco finalmente lo schermo che si aggiorna e da delayed il messaggio in basso cambia in boarding, con annesso sollievo della lunga fila in attesa. Jorge afferra la sua valigia e ci augura buon viaggio. Da Madrid a Charleroi per arrivare poi ad Anversa lo attenderà davvero un lungo viaggio, ma lui è felice di tornare in Belgio, sulla sua bilancia dei compromessi quel volo gli vale probabilmente il sorriso e quella destinazione per il momento è quella giusta.