Perché ci sono ancora abitanti a Bruxelles?

Dopo i recenti fatti di cronaca, a Bruxelles non si parla d'altro, tra integrazione, sicurezza e un po' d'Eurasia, che non fa mai male. Un blog brussellese condivide la frustrazione cittadina da bombardamento mediatico e polemiche ripetute in poche righe che no, non potevo non tradurre e riportare (e avrei voluto rispondergli così, ma devo migliorare ancora il mio francese da livello 6 per arrivare a tradurre certe cose):

Quando ero piccolo, ero vallone (abitavo in Vallonia). Quando mi parlavano di Bruxelles, dicevano sempre che era pericolosa, "soprattutto a Schaerbeek". Più tardi, ci son state delle "rivolte" nei pressi della piazza Bethléem, tra Saint-Gilles e Forest, che sono diventati orribili comuni da evitare. Poi, ho vissuto ad Anderlecht per un po'. E in quel periodo mi domandavano sempre come facessi con la mia macchina (come non fosse distrutta ogni sera da orde di giovani nullafacenti?). Saint-Josse, il comune più povero del paese, la Sierra Leone belga, ha avuto ugualmente la sua cattiva reputazione passeggera. Oggi, è il turno di Molenbeek. Le Soir online proponeva un dibattito abbastanza confuso questa mattina: "Molenbeek è un bronx?". Ma Bruxelles non è soltanto insicurezza. E' anche gli ingorghi mostruosi, i passanti regolarmente investiti da tram silenziosi resi invisibili dal grigiore della città. E' il rumore, l'inquinamento, le manifestazioni. Senza parlare dei prezzi degli immobili. Con questi funzionari internazionali, è diventato impossibile abitarvi. Allora, mi domando spesso: dato che è così orribile vivere a Bruxelles, perché ci sono, ogni anno, sempre più abitanti?

Be up!

Gli italiani a Bruxelles si mobilitano per aiutare i terremotati dell'Emilia Romagna,
organizzando un concerto per la raccolta di fondi.
Se siete in zona il 7 luglio, ci si vede lì ;-)

Potete aiutare a diffondere l'evento attraverso Facebook, Twitter e blog.

Cosa succede a Molenbeek

Molenbeek è uno dei 19 comuni di Bruxelles, etichettato da molti come il bronx della capitale nonché ghetto per la massiccia concentrazione d'immigrati d'origine magrebina. Qualche settimana fa il vice primo ministro belga, Reynder, durante un dibattito in senato e commentando una recente visita in Afghanistan, ridacchiava della precarietà del sistema stradale lì riscontrato, ma di come non sorprende dopo aver visto quello della Vallonia (sud del Belgio); da questa battuta e dal botta e risposta scaturito, si è arrivati ad un commento che ha riaperto un lungo dibattito: Avrei fatto meglio ad andare a Molenbeek, è più vicino ma è ugualmente all'estero. (Ma i belgi non veneravano il politically correct?).
Giovedì scorso succede l'imprevisto: una donna in niqab (il velo integrale, proibito in Belgio dal luglio scorso), è stata fermata a Molenbeek per un controllo (non il primo), rifiutatasi di mostrare la sua identità viene portata in caserma dove nasce una colluttazione che la manderà all'ospedale insieme ad uno degli agenti. Nel giro di pochi minuti si iniziano a diffondere sms reclutando fratelli musulmani in difesa di una donna in niqab aggredita da occidentali infedeli e la caserma di polizia viene presa letteralmente in ostaggio fino a mezzanotte. Scene da guerra civile.

Ed ecco riaperto l'eterno dibattito: l'integrazione a Bruxelles è un fallimento. Ne avevamo già parlato e davanti ad episodi di questa portata è difficile rimanere in silenzio. A Bruxelles vive una grossa comunità magrebina che in alcuni quartieri raggiunge concentrazioni altissime, tanto da portare all'attenzione dibattiti (poi divenuti legge) come quello sul burqa e statistiche come quella sull'ascesa del primo nome per neonati nella capitale, Mohammed. Al di là delle facili generalizzazioni e inutili propagande, la comunità fa indissolubilmente parte della società brussellese: molti di loro sono oramai belgi, il loro impiego massiccio nell'infrastruttura dei trasporti pubblici ed in tante altre attività quotidiane è una faccia indispensabile ed importante di Bruxelles che spesso viene facilmente dimenticata, la loro professione al culto musulmano ha fatto erigere numerose moschee che fanno oramai parte del panorama cittadino. Certo, non sono integrati perfettamente, né più né meno degli eurocrats (pseudo)anglofoni che vivono nel proprio micromondo surreale, con l'aggravante però di venire da strati meno prosperi della società (e quindi conseguente tasso di criminalità, mancanza d'educazione/istruzione, etc.) e la differenza religiosa. Queste benedette religioni.

Su queste aggravanti gioca un gruppo islamico estremista presente in Belgio, Sharia4Belgium (hanno anche un sito internet, roba per stomaci forti), accusato di aver creato i disordini di Molenbeek e da cui la comunità islamica prende le distanze, ricordando che non si è quasi battuto ciglio quando il porto di niqab è stato proibito in Belgio e sottolineando come in contraddizione si mobilitano per episodi del genere.
Sharia4Belgium ha rivendicato l'assalto alla caserma, ricordando che il loro obiettivo è d'imporre la sharia al paese (ricordate quando volevano attaccare l'Atomium?), avendo una religione superiore - affermano -, un sistema superiore, con dei valori superiori, appoggiandosi sulle statistiche che prevedono una maggioranza musulmana a Bruxelles per il 2030. Curioso che il loro portavoce sia nazionalizzato belga che però rischia di perdere la cittadinanza dopo già 10 condanne: se la perdesse, diventerebbe soltanto marocchino, con la possibilità quindi di essere estradato ed inviato in Marocco, dove - ma guarda un po' - la polizia lo aspetta per dei crimini pendenti. Il gruppo è perseguibile legalmente per incitazione all'odio, ma difficilmente verrà sciolto.

Fascisti, questi estremisti islamici (video interessante) non sono altro che fascisti, né più né meno di un Breivik o altri cavalieri della destra estrema, che a loro volta nascono come lotta ai primi. La guerra dei cretini.

Sobriamente Rino


Ecco come la raccontavi sobriamente tu, l'Italia.
L'anno scorso t'ho già detto tanto, poi t'ho pure incontrato a Bruxelles,
eppure ci manchi, ciao Rino.

Sull'Europa che non c'è

C'è un sondaggio, citato dall'Economist, che gioca un po' con gli stereotipi sulle varie sfaccettature europee e ridacchia un po' dei greci, perché mentre mezzo continente risponde "Germania" alla domanda "Chi è che lavora di più in Europa", loro, i greci, rispondono "i greci". Ed hanno ragione. Però, ricorda l'Economist con la voce da maestrina, lavorare di più non significa produrre di più, ci vuole o-r-g-a-n-i-z-z-a-z-i-o-n-e, e i tedeschi, in quanto a organizzazione, sono maestri, sembra. Spread docet. Certo, bisogna vedere a che prezzo e con quali speranze future. Però a noi piace speculare sul presente. E alla domanda "Chi è il meno corrotto", sembra che nessuno abbia dubbi, tutti rispondono in coro "Germania", chi magari con i denti stretti, chi abbassando gli occhi, chi ammettendo con certezza una verità assoluta. Potere degli stereotipi.
Tralasciando l'apoteosi quasi generale che si scatena alla domanda "Chi è il più corrotto", tra una settimana inizierà il tanto atteso campionato europeo di calcio dove, di solito, c'è sempre quell'esplosione di stereotipi e patriottismi nel dipingere con colori e aggettivi l'avversario diretto o il protagonista della giornata e ci arriviamo, noi italiani, con l'ennesimo scandalo di corruzione, giusto per confermare qualche stereotipo apprezzato, e noi europei, con uno spirito che d'europeo ha veramente poco, complice la crisi, ovviamente, ed i vari capi d'accusa che ciascuno sventola spesso pensando ad una poltrona alle prossime elezioni politiche più che al bene comune, locale o continentale. (Ma esiste, un bene continentale?). Così, mentre un blog abbastanza stimato in rete ci chiarisce che con la crisi l'euro non c'entra nulla, un professore d'economia nonché autore di un blog sempre più seguito ci spiega perché in realtà è il contrario. Anche l'euro ha i suoi stereotipi. E noi le nostre ignoranze. E probabilmente è su quello che si fonda quella tanto decantata cultura europea, quel sogno dei padri fondatori, su stereotipi ed ignoranze. E se per assurdo molti stati membro han voluto far parte dell'Europa anche per semplice nazionalismo, è ancora per nazionalismo che qualcuno adesso pensa d'uscirne, almeno negli slogan, per il bene comune, locale, dopo che proprio grazie alla crisi è aumentato indovinate cosa? Il nazionalismo. Insomma, dentro esiste solo quello, nazionalismo. Fuori, il resto, è tutto stereotipi ed ignoranze, sugli europei, sulla loro moneta, sulle istituzioni create e poteri delegati, al netto del mare di fuffa e giochi di potere. Di questo è fatta, l'Europa che non c'è.