C'è la storia di uno spagnolo a Berlino, emigrato 6 anni fa in Germania, con il mito dell'integrazione, quella preoccupazione iniziale che molti hanno di doversi integrare ad ogni costo, quasi fosse una mania, per imparare la lingua, per avere amici tedeschi, evitando connazionali quasi fossero la peste, incontrandone uno però che si circonda solo di spagnoli, pur vivendo lì da diversi anni, e che gli dice poi di essere già nella fase di disintegrazione. Lui non capisce - dice - all'inizio non può. Poi con il tempo s'accorge però che quella lingua è una barriera per le connessioni sociali, che non è facile padroneggiarla né entrare in breve tempo tra le amicizie di chi aveva già una vita prima del suo arrivo e che aveva già le proprie connessioni nonostante il suo arrivo, e allora quell'idealismo iniziale si scontra con la dura realtà dell'emigrante, terminando col circondarsi d'altri spagnoli, anche per necessità, per non restare solo a casa i fine settimana.
Certo, la sua integrazione ha fatto poi comunque progressi enormi, con la lingua già meno ostile e con almeno quattro amici tedeschi da esporre in bacheca come trofei, ma - racconta il ragazzo spagnolo a Berlino - non è riuscito a raggiungere quel monito iniziale, non è riuscito a non sentirsi spagnolo in Germania (e perché mai avrebbe dovuto?). Senza nessuna discriminazione - dice - alla fine bisogna riconoscere la propria identità, quella voglia di unirsi a persone che condividono quel passato comune, che capiscono umori o espressioni senza il bisogno di star lì a spiegare, chiarire, giustificare, quel bisogno di avere anche conversazioni insensate, per esempio, usare un proverbio, la frase di una canzone, riferimenti a personaggi popolari o lasciare che la notte lo porti in giro senza programmi né pensieri e - dice - succede più facilmente con quelli del sud Europa. È giunto anche lui alla fase di disintegrazione - ammette - dopo 6 anni altrove, alla ricerca della propria identità in un paese straniero.
Però - dice il ragazzo spagnolo a Berlino - anche quando torna a casa si sente strano, gli dicono che si sia germanizzato, perché non sopporta più chi urla per strada, chi salta le code, chi approssima, chi trascura. Ha assorbito vantaggi della cultura tedesca, quindi, a scapito di un pezzo di quell'identità che adesso cerca altrove. E non riesce più a spiegarsi come sia possibile che in Germania politici si dimettano per un paragrafo copiato nella tesi di dottorato - cita il caso di Karl-Theodor zu Guttenberg - o per crediti ottenuti in condizioni vantaggiose - citando l'ex presidente Wulff - mentre in Spagna sembra tutto surreale (e non solo in Spagna, si potrebbe aggiungere). Anche il surrealismo è relativo.
Ad ogni inverno - conclude il ragazzo spagnolo da sei anni a Berlino - pensa di tornare al calore di casa (anche se d'inverno Madrid non ha poi questo clima così tropicale eh), ma appena pensa di doversi di nuovo adattare ad un sistema oramai ammuffito, beh, rimanda certi pensieri di almeno un paio d'anni.
Caro ragazzo spagnolo da 6 anni a Berlino, buona disintegrazione anche a te.
Visualizzazione post con etichetta Germania. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Germania. Mostra tutti i post
Dietro a un tricolore
Poi ti ritrovi nel sud della Germania durante il fine settimana, in una terra natia che però non ha che confuse memorie nella mappa delle associazioni d'appartenenza, a tavola in un ristorante italiano di proprietario cilentano, ti ci ha portato tuo zio, convinto di farti piacere, come se ti potessi riconoscere nel menu di parole tedesche e decorazioni stereotipate, come se avessi bisogno di un cameriere dai lineamenti turchi per sentirti meno straniero nella città natale, a riepilogare durante il pranzo nomi di parenti e stati di salute ma anche, e con curiosità, episodi passati d'emigrazioni difficoltose, quelle sì, della valigia di cartone, dei viaggi interminabili in treno all'impiedi, dei letti sempre caldi e l'immancabile desiderio di ritorno. Non c'è mai odio, nelle parole d'emigranti invecchiati, come se il tempo addolcisse anche la rabbia più radicata o trasformasse in rughe le delusioni più ricorrenti, fino a confonderle con le pieghe di un sorriso.
Quando entri con fare sospetto nella camera di tuo cugino, nato e cresciuto lì, in quella che per lui sì è terra natia ma che probabilmente non sente sua, a giudicare dal tricolore appeso al muro, protagonista nella stanza, ti accorgi subito che c'è un pezzo di patria incompleta. No, non ti emozionare, tu nazionalista da bar felice di quei colori né tu millantatore di paesi più belli del mondo inebriato dalle sviolinate di Benigni, perché quel tricolore è sì la bandiera dell'Italia ma non è, lì, l'Italia. Mentre tuo cugino lacera senza sosta il suono di parole con accenti sbagliati e non smette di bastonare la lingua italiana ad ogni imperfetto - per non parlare dei periodi ipotetici - lo sguardo ti ricade sul tricolore alla parete, che lì no, non è l'Italia del 2013 ma quella idealizzata dai genitori emigranti, quella immaginata da racconti paterni di memorie lontane o ricostruita in vacanze annuali ripetute come le ricette di piatti tramandati, sempre ottimi al palato però immuni a cambiamenti, esperimenti, evoluzioni. E tuo cugino lotterebbe a sangue per quel tricolore, probabilmente, anche se non potrebbe parlarne senza cadere in luoghi comuni e mancanze banali, non saprebbe descrivere l'Italia di oggi né elencare più di due nomi di chi l'ha fatta grande nel passato o piccola nel presente. Sai benissimo che, se i suoi genitori fossero stati greci, per esempio, quella bandiera avrebbe colori distinti ma immutato amore, perché, appunto, quel tricolore non è l'Italia in quanto tale, ma soltanto il sogno di una patria mancata, trasmessa fin da bambino ad ogni carezza e sviluppatasi in contrasto alla patria degli altri, quella tedesca dei compagni di scuola, quella straniera dei programmi in tv, quella che non riuscirà mai a sentire totalmente sua (ma sarebbe, poi, sua davvero?) perché nel terreno degli affetti e degli orgogli trapiantati ci son sempre state anche radici italiche, a metà strada tra un'integrazione ostacolata e una diversità compiaciuta.
Mentre lasciavi per l'ennesima volta quella terra, nei pressi di Basilea, dove basta alzarsi sulla punta dei piedi per scorgere la Francia, lì a destra, e la Germania, lì alle spalle, e la Svizzera, davanti a te, crocevia d'esperimenti europei, ripensavi a quel tricolore appeso in camera, a quel cordone ombelicale come un pezzo di cultura perpetuato, e alla patria, quella con cui ci vestono da piccoli, quella che invece ci piace indossare, quella che gli altri ti attribuiscono naturalmente e quella che, a volte, si scorge nelle vetrine un po' ammaliati. E no, non sempre è la stessa. Per fortuna.
Quando entri con fare sospetto nella camera di tuo cugino, nato e cresciuto lì, in quella che per lui sì è terra natia ma che probabilmente non sente sua, a giudicare dal tricolore appeso al muro, protagonista nella stanza, ti accorgi subito che c'è un pezzo di patria incompleta. No, non ti emozionare, tu nazionalista da bar felice di quei colori né tu millantatore di paesi più belli del mondo inebriato dalle sviolinate di Benigni, perché quel tricolore è sì la bandiera dell'Italia ma non è, lì, l'Italia. Mentre tuo cugino lacera senza sosta il suono di parole con accenti sbagliati e non smette di bastonare la lingua italiana ad ogni imperfetto - per non parlare dei periodi ipotetici - lo sguardo ti ricade sul tricolore alla parete, che lì no, non è l'Italia del 2013 ma quella idealizzata dai genitori emigranti, quella immaginata da racconti paterni di memorie lontane o ricostruita in vacanze annuali ripetute come le ricette di piatti tramandati, sempre ottimi al palato però immuni a cambiamenti, esperimenti, evoluzioni. E tuo cugino lotterebbe a sangue per quel tricolore, probabilmente, anche se non potrebbe parlarne senza cadere in luoghi comuni e mancanze banali, non saprebbe descrivere l'Italia di oggi né elencare più di due nomi di chi l'ha fatta grande nel passato o piccola nel presente. Sai benissimo che, se i suoi genitori fossero stati greci, per esempio, quella bandiera avrebbe colori distinti ma immutato amore, perché, appunto, quel tricolore non è l'Italia in quanto tale, ma soltanto il sogno di una patria mancata, trasmessa fin da bambino ad ogni carezza e sviluppatasi in contrasto alla patria degli altri, quella tedesca dei compagni di scuola, quella straniera dei programmi in tv, quella che non riuscirà mai a sentire totalmente sua (ma sarebbe, poi, sua davvero?) perché nel terreno degli affetti e degli orgogli trapiantati ci son sempre state anche radici italiche, a metà strada tra un'integrazione ostacolata e una diversità compiaciuta.
Mentre lasciavi per l'ennesima volta quella terra, nei pressi di Basilea, dove basta alzarsi sulla punta dei piedi per scorgere la Francia, lì a destra, e la Germania, lì alle spalle, e la Svizzera, davanti a te, crocevia d'esperimenti europei, ripensavi a quel tricolore appeso in camera, a quel cordone ombelicale come un pezzo di cultura perpetuato, e alla patria, quella con cui ci vestono da piccoli, quella che invece ci piace indossare, quella che gli altri ti attribuiscono naturalmente e quella che, a volte, si scorge nelle vetrine un po' ammaliati. E no, non sempre è la stessa. Per fortuna.
Tutta l'Italia che non sei
Quando bussano alla porta appena dopo la partita contro la Germania, ti domandi chi mai possa essere a quell'ora: è il vicino senegalese, del piano di sopra, con il piccolo di appena 8 anni che si nasconde timido, come sempre, dietro le gambe del padre, ma che lancia sempre occhiate curiose alla ricerca di dettagli che solo la sua fantasia saprà cogliere. Congratulazioni, congratulazioni, ti ripete il vicino del piano di sopra, congratulazioni per la partita, come se la vittoria lì, contro la Germania, fosse anche merito tuo, come se a giocare in mezzo al campo lì, nel cammino verso la finale, ci fossi stato anche tu. Congratulazioni, mentre lui ti stringe la mano poco sicura tu sei lì a rappresentare l'Italia tutta, tu, italiano all'estero, connessione immediata tra la squadra di calcio appena vittoriosa ed un'appartenenza a quei colori, a quella bandiera, quella cultura. A quello stereotipo. Un po' quasi non ci credi, mentre ti stringe la mano e ti sorride sincero, un po' ti mette quasi in imbarazzo, come se non fosse il caso, lì, di erigersi ad ambasciatore italiano di fronte alla porta di casa, con la paura di deludere l'aspettativa di vicini emozionati e bambini sognatori. Ancora una volta, che si parli di scandali berlusconiani ripetuti o vittorie calcistiche non pronosticate cambia poco, tu, altrove in terra straniera, diventi improvvisamente il punto di riferimento incontrollato degli interrogativi a volte scontrosi o delle esclamazioni questa volta affettuose. Ti avrà sentito gridare, appena dopo il secondo goal di Mario o negli ultimi minuti di sofferenza catastrofica, ti avrà sentito gioire e soffrire e ti avrà pensato, inevitabilmente, durante la partita, in un'empatia sportiva poi culminata in quelle congratulazioni reiterate che non puoi che incassare e riflettere con sorriso un po' forzato, perché non te le meriti, perché non le vorresti, perché non le controlli.
C'è una patria in te attribuitagli dagli altri, condita di stereotipi secolari e relazioni necessarie, che spesso incontra umori ostili o soltanto la sorpresa repentina di vergogne e meriti nazionali; è uno specchio che distorce attraverso cui c'è chi filtra e chi fraintende, c'è chi ipotizza e chi attende recite che non farai, copioni che non seguirai, per poi confermarli, fatalmente, al primo gesto involontario delle tue mani nell'aria o al primo accento marcato nella lingua d'altri, che filtrerai anche tu, incoscientemente, come se tutti, all'estero, avessimo gemelli fantasmi, al nostro fianco, lì a rappresentare le aspettative altrui. Ci sono alieni, all'estero, a volte son i tuoi stereotipi moltiplicati, a volte sei tu.
C'è una patria in te attribuitagli dagli altri, condita di stereotipi secolari e relazioni necessarie, che spesso incontra umori ostili o soltanto la sorpresa repentina di vergogne e meriti nazionali; è uno specchio che distorce attraverso cui c'è chi filtra e chi fraintende, c'è chi ipotizza e chi attende recite che non farai, copioni che non seguirai, per poi confermarli, fatalmente, al primo gesto involontario delle tue mani nell'aria o al primo accento marcato nella lingua d'altri, che filtrerai anche tu, incoscientemente, come se tutti, all'estero, avessimo gemelli fantasmi, al nostro fianco, lì a rappresentare le aspettative altrui. Ci sono alieni, all'estero, a volte son i tuoi stereotipi moltiplicati, a volte sei tu.
Sull'Europa che non c'è
C'è un sondaggio, citato dall'Economist, che gioca un po' con gli stereotipi sulle varie sfaccettature europee e ridacchia un po' dei greci, perché mentre mezzo continente risponde "Germania" alla domanda "Chi è che lavora di più in Europa", loro, i greci, rispondono "i greci". Ed hanno ragione. Però, ricorda l'Economist con la voce da maestrina, lavorare di più non significa produrre di più, ci vuole o-r-g-a-n-i-z-z-a-z-i-o-n-e, e i tedeschi, in quanto a organizzazione, sono maestri, sembra. Spread docet. Certo, bisogna vedere a che prezzo e con quali speranze future. Però a noi piace speculare sul presente. E alla domanda "Chi è il meno corrotto", sembra che nessuno abbia dubbi, tutti rispondono in coro "Germania", chi magari con i denti stretti, chi abbassando gli occhi, chi ammettendo con certezza una verità assoluta. Potere degli stereotipi.
Tralasciando l'apoteosi quasi generale che si scatena alla domanda "Chi è il più corrotto", tra una settimana inizierà il tanto atteso campionato europeo di calcio dove, di solito, c'è sempre quell'esplosione di stereotipi e patriottismi nel dipingere con colori e aggettivi l'avversario diretto o il protagonista della giornata e ci arriviamo, noi italiani, con l'ennesimo scandalo di corruzione, giusto per confermare qualche stereotipo apprezzato, e noi europei, con uno spirito che d'europeo ha veramente poco, complice la crisi, ovviamente, ed i vari capi d'accusa che ciascuno sventola spesso pensando ad una poltrona alle prossime elezioni politiche più che al bene comune, locale o continentale. (Ma esiste, un bene continentale?). Così, mentre un blog abbastanza stimato in rete ci chiarisce che con la crisi l'euro non c'entra nulla, un professore d'economia nonché autore di un blog sempre più seguito ci spiega perché in realtà è il contrario. Anche l'euro ha i suoi stereotipi. E noi le nostre ignoranze. E probabilmente è su quello che si fonda quella tanto decantata cultura europea, quel sogno dei padri fondatori, su stereotipi ed ignoranze. E se per assurdo molti stati membro han voluto far parte dell'Europa anche per semplice nazionalismo, è ancora per nazionalismo che qualcuno adesso pensa d'uscirne, almeno negli slogan, per il bene comune, locale, dopo che proprio grazie alla crisi è aumentato indovinate cosa? Il nazionalismo. Insomma, dentro esiste solo quello, nazionalismo. Fuori, il resto, è tutto stereotipi ed ignoranze, sugli europei, sulla loro moneta, sulle istituzioni create e poteri delegati, al netto del mare di fuffa e giochi di potere. Di questo è fatta, l'Europa che non c'è.
Tralasciando l'apoteosi quasi generale che si scatena alla domanda "Chi è il più corrotto", tra una settimana inizierà il tanto atteso campionato europeo di calcio dove, di solito, c'è sempre quell'esplosione di stereotipi e patriottismi nel dipingere con colori e aggettivi l'avversario diretto o il protagonista della giornata e ci arriviamo, noi italiani, con l'ennesimo scandalo di corruzione, giusto per confermare qualche stereotipo apprezzato, e noi europei, con uno spirito che d'europeo ha veramente poco, complice la crisi, ovviamente, ed i vari capi d'accusa che ciascuno sventola spesso pensando ad una poltrona alle prossime elezioni politiche più che al bene comune, locale o continentale. (Ma esiste, un bene continentale?). Così, mentre un blog abbastanza stimato in rete ci chiarisce che con la crisi l'euro non c'entra nulla, un professore d'economia nonché autore di un blog sempre più seguito ci spiega perché in realtà è il contrario. Anche l'euro ha i suoi stereotipi. E noi le nostre ignoranze. E probabilmente è su quello che si fonda quella tanto decantata cultura europea, quel sogno dei padri fondatori, su stereotipi ed ignoranze. E se per assurdo molti stati membro han voluto far parte dell'Europa anche per semplice nazionalismo, è ancora per nazionalismo che qualcuno adesso pensa d'uscirne, almeno negli slogan, per il bene comune, locale, dopo che proprio grazie alla crisi è aumentato indovinate cosa? Il nazionalismo. Insomma, dentro esiste solo quello, nazionalismo. Fuori, il resto, è tutto stereotipi ed ignoranze, sugli europei, sulla loro moneta, sulle istituzioni create e poteri delegati, al netto del mare di fuffa e giochi di potere. Di questo è fatta, l'Europa che non c'è.
Quando gli immigrati italiani dormivano in letti sempre caldi
"Nonno, quanto tempo hai vissuto in Germania?" - Domando a mio nonno materno, qualche settimana fa in vacanza in Italia, durante l'immancabile visita con pranzo-maratona (dove mangiare è un piacere soltanto ai primi piatti, dopo è quasi un tentativo di omicidio, ma fatto con amore).
"39 anni e un mese." - Mi risponde con voce rauca ma precisa, con un numero che mi avrà già detto tante volte da piccolo ma la memoria a quei tempi dimenticava facilmente le storielle del nonno, quelle ripetute anche cento volte, mai abbastanza.
"39 anni?".
"E un mese" - mi ripete, come se quell'ultimo mese fosse stato tanto importante da meritarsi una memoria così dettagliata. E magari lo è stato.
"39 anni... e dopo tutto questo tempo come mai non siete rimasti in Germania? Come mai siete tornati in Italia?"
Il nonno mi fissa per un attimo, come se le sue memorie fossero scritte sulla mia faccia e allora in uno sguardo concentrato c'è bisogno di leggerle o almeno di ripetersele tra i miei lineamenti crucciati e lo sguardo curioso.
"Non volevo più rimanere in Germania, volevo vivere la pensione qui, nella mia terra. Eppoi.. la Germania mi ha deluso, i tedeschi mi hanno deluso, ci trattavano male, ci sfruttavano... non mi andava più di vivere lì".
"E invece saremmo dovuti rimanere lì!" Interrompe dall'altra stanza la nonna, con la sua voce acuta e tagliente di chi ascolta da lontano e non può trattenersi da un commento secco e sicuramente già ripetuto.
"In che senso?" Mi rivolgo di nuovo al nonno, curioso di riascoltare storie magari già note ma adesso, con gli occhi di un emigrante, per immedesimarmi o soltanto cercare di capire, confrontare, rivivere altri tempi attraverso chi all'improvviso sembra più vicino nonostante le distanze.
"Emigrare 50 anni fa non era certo come oggi. Prima si emigrava senza neanche conoscere la lingua, gli italiani andavano dove avevano già un parente o un amico o un amico di un amico... o si partiva davvero all'avventura, per sentito dire, per mandare soldi a casa, perché qui non si trovava lavoro e c'era tanto bisogno di soldi.. all'estero si finiva in ghetti, vivendo in comunità a parte. E c'era ignoranza, tanta. E i tedeschi sfruttavano questa ignoranza".
"39 anni e un mese." - Mi risponde con voce rauca ma precisa, con un numero che mi avrà già detto tante volte da piccolo ma la memoria a quei tempi dimenticava facilmente le storielle del nonno, quelle ripetute anche cento volte, mai abbastanza.
"39 anni?".
"E un mese" - mi ripete, come se quell'ultimo mese fosse stato tanto importante da meritarsi una memoria così dettagliata. E magari lo è stato.
"39 anni... e dopo tutto questo tempo come mai non siete rimasti in Germania? Come mai siete tornati in Italia?"
Il nonno mi fissa per un attimo, come se le sue memorie fossero scritte sulla mia faccia e allora in uno sguardo concentrato c'è bisogno di leggerle o almeno di ripetersele tra i miei lineamenti crucciati e lo sguardo curioso.
"Non volevo più rimanere in Germania, volevo vivere la pensione qui, nella mia terra. Eppoi.. la Germania mi ha deluso, i tedeschi mi hanno deluso, ci trattavano male, ci sfruttavano... non mi andava più di vivere lì".
"E invece saremmo dovuti rimanere lì!" Interrompe dall'altra stanza la nonna, con la sua voce acuta e tagliente di chi ascolta da lontano e non può trattenersi da un commento secco e sicuramente già ripetuto.
"In che senso?" Mi rivolgo di nuovo al nonno, curioso di riascoltare storie magari già note ma adesso, con gli occhi di un emigrante, per immedesimarmi o soltanto cercare di capire, confrontare, rivivere altri tempi attraverso chi all'improvviso sembra più vicino nonostante le distanze.
"Emigrare 50 anni fa non era certo come oggi. Prima si emigrava senza neanche conoscere la lingua, gli italiani andavano dove avevano già un parente o un amico o un amico di un amico... o si partiva davvero all'avventura, per sentito dire, per mandare soldi a casa, perché qui non si trovava lavoro e c'era tanto bisogno di soldi.. all'estero si finiva in ghetti, vivendo in comunità a parte. E c'era ignoranza, tanta. E i tedeschi sfruttavano questa ignoranza".
"In che senso?"
"In che senso? Io lavoravo al Patronato Enasco ed ero lì proprio per aiutare gli emigrati italiani in Germania. Quante storie ho ascoltato... La più comune era di italiani che non potevano avere la pensione pur avendo lavorato lì per anni, perché gli avevano dato contratti di apprendistato, ma loro non lo sapevano! Bastava un prefisso in più appena prima della parola lavoro, gli italiani che appena parlavano un po' di tedesco.. figurati a leggerlo.. firmavano nella fretta di lavorare, di prendere qualche soldo..".
Poi il nonno si ferma, chissà quante memorie avrò riportato alla mente con una semplice domanda, chissà quante immagini di colpo riaffiorano davanti gli occhi come lucciole frenetiche, ognuna con la sua luce intermittente, con il suo ricordo illuminato.
Poi il nonno si ferma, chissà quante memorie avrò riportato alla mente con una semplice domanda, chissà quante immagini di colpo riaffiorano davanti gli occhi come lucciole frenetiche, ognuna con la sua luce intermittente, con il suo ricordo illuminato.
"Nonno, e come vivevano gli emigrati italiani all'epoca?"
"Come? Come bestie. Si potevano affittare soltanto mansarde e cantine, che poi erano uno schifo... spesso si affittava soltanto il letto, mica un appartamento? Ed il letto era sempre caldo".
"Caldo? Cioè?"
"Il letto si affittava per 6, per 8 ore, qualcuno si svegliava e un altro arrivava per dormire. E il letto rimaneva sempre caldo. C'era tanta povertà e non tutti si potevano permettere una stanza. E allora i locali affittavano anche solo i letti.. si dormiva con i topi che correvano per il pavimento.. uno schifo.. uno schifo.. ".
"E ce n'erano tanti di italiani nel sud della Germania a quei tempi?"
"Tantissimi, ma erano introvabili!"
"Cioè?"
"Non te l'ho mai raccontato? Il console venne nel nostro ufficio che voleva organizzare una festa, una grande festa per tutti gli italiani della zona, una festa per mangiare e bere gratis eh, mica a pagamento.. ma non riusciva a rintracciarli e noi sapevamo perché. Magari ne rintracciava cento, ma d'italiani ce n'erano mille, migliaia, di sicuro".
"E perché non si trovavano?"
"Perché all'epoca per qualche soldo in più si cambiava subito lavoro, ci si spostava da una parte all'altra, mica era un problema come oggi un trasloco! Una cosa veloce. E il problema era che gli italiani non aggiornavano l'indirizzo di residenza. Si era registrati magari lì, poi si spostavano e.. niente, senza aggiornare, magari non lo sapevano nemmeno, magari se ne fregavano, figurati, a quei tempi ci si preoccupava d'altre cose.. Così quando un ufficio cercava di rintracciarli, le lettere non arrivavano mai al destinatario."
Si ferma di nuovo, ma si vede che gli piace raccontarmi la storia, gli piace vedere il nipote interessato ed attento alle sue parole, da vecchio emigrante rimpatriato a nuovo emigrante in cerca di equilibri.
"Ma poi l'abbiamo fatta, la festa.. - continua - andai da quelli della nettezza urbana e domandai in quali giorni della settimana raccoglievano l'immondizia in certe zone della città. Martedì mattina mi dissero. Bene. Andai a farmi una camminata il lunedì sera e iniziai ad aprire qualche cassonetto dell'immondizia. Non appena trovavo salsa di pomodori, spaghetti o qualsiasi altra cosa di cucina italiana, ecco! Sapevo che in quel palazzo c'erano italiani. La mattina seguente tornavo lì e sapevo già dove bussare: alla mansarda o alla cantina, gli italiani non potevano permettersi nessun altro posto, sapevo di non sbagliarmi!"
"E poi siete riusciti a fare quella festa?"
"Sì, sì, quanta gente.. quanta gente venne.. Quando seppero che si mangiava e beveva gratis.. Bastò avvisare qualche famiglia e poi il passaparola andò veloce. E il console mi fece i complimenti."
"Nonno, se la prossima volta mi fermo qui per qualche giorno, ti va di raccontarmi tutto? Voglio sapere tutto, lo registriamo.. la vita di emigrante di 50 anni fa, come si viveva, il lavoro, gli sforzi, tutto, visto con gli occhi di mio nonno." E al nonno scappa una lacrima, 40 anni di lavoro per aiutare gli immigrati italiani in Germania, nominato Cavaliere Ufficiale della Repubblica, è un pezzo di storia da raccontare, così come l'altro nonno, che di anni all'estero ne ha vissuto 20, forse meno felicemente. Storie di nonni che al nipote adolescente passavano come noiose e inconcludenti, ma che ora appaiono come le pagine di un libro da divorare e adesso è tempo di ascoltare, prima che sia troppo tardi.
"E ce n'erano tanti di italiani nel sud della Germania a quei tempi?"
"Tantissimi, ma erano introvabili!"
"Cioè?"
"Non te l'ho mai raccontato? Il console venne nel nostro ufficio che voleva organizzare una festa, una grande festa per tutti gli italiani della zona, una festa per mangiare e bere gratis eh, mica a pagamento.. ma non riusciva a rintracciarli e noi sapevamo perché. Magari ne rintracciava cento, ma d'italiani ce n'erano mille, migliaia, di sicuro".
"E perché non si trovavano?"
"Perché all'epoca per qualche soldo in più si cambiava subito lavoro, ci si spostava da una parte all'altra, mica era un problema come oggi un trasloco! Una cosa veloce. E il problema era che gli italiani non aggiornavano l'indirizzo di residenza. Si era registrati magari lì, poi si spostavano e.. niente, senza aggiornare, magari non lo sapevano nemmeno, magari se ne fregavano, figurati, a quei tempi ci si preoccupava d'altre cose.. Così quando un ufficio cercava di rintracciarli, le lettere non arrivavano mai al destinatario."
Si ferma di nuovo, ma si vede che gli piace raccontarmi la storia, gli piace vedere il nipote interessato ed attento alle sue parole, da vecchio emigrante rimpatriato a nuovo emigrante in cerca di equilibri.
"Ma poi l'abbiamo fatta, la festa.. - continua - andai da quelli della nettezza urbana e domandai in quali giorni della settimana raccoglievano l'immondizia in certe zone della città. Martedì mattina mi dissero. Bene. Andai a farmi una camminata il lunedì sera e iniziai ad aprire qualche cassonetto dell'immondizia. Non appena trovavo salsa di pomodori, spaghetti o qualsiasi altra cosa di cucina italiana, ecco! Sapevo che in quel palazzo c'erano italiani. La mattina seguente tornavo lì e sapevo già dove bussare: alla mansarda o alla cantina, gli italiani non potevano permettersi nessun altro posto, sapevo di non sbagliarmi!"
"E poi siete riusciti a fare quella festa?"
"Sì, sì, quanta gente.. quanta gente venne.. Quando seppero che si mangiava e beveva gratis.. Bastò avvisare qualche famiglia e poi il passaparola andò veloce. E il console mi fece i complimenti."
"Nonno, se la prossima volta mi fermo qui per qualche giorno, ti va di raccontarmi tutto? Voglio sapere tutto, lo registriamo.. la vita di emigrante di 50 anni fa, come si viveva, il lavoro, gli sforzi, tutto, visto con gli occhi di mio nonno." E al nonno scappa una lacrima, 40 anni di lavoro per aiutare gli immigrati italiani in Germania, nominato Cavaliere Ufficiale della Repubblica, è un pezzo di storia da raccontare, così come l'altro nonno, che di anni all'estero ne ha vissuto 20, forse meno felicemente. Storie di nonni che al nipote adolescente passavano come noiose e inconcludenti, ma che ora appaiono come le pagine di un libro da divorare e adesso è tempo di ascoltare, prima che sia troppo tardi.
Iscriviti a:
Post (Atom)